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Una storia di MirianaKuntz

Quella brava

Come un libro aperto.

Pubblicato il 18 gennaio 2018 in Giornalismo

Tags: aspettative destino futuro serenit sogni

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Le aspettative delle persone sono fastidiose, incutono paura e ti fanno sbagliare tutto. La prima ad aspettarmi qualcosa da me sono stata io, sarà che sono stata troppo ambiziosa, o che ho sempre puntato prima alla Luna e poi alle stelle, ma quando andavo in quarta elementare ho giurato a me stessa e anche agli altri, senza saperlo, che prima dei miei quindici anni sarei diventata una scrittrice. Non che non mi ci sentissi già, ma volevo esserlo anche per gli altri, stare in libreria, fare i firma copie, essere sul comodino della gente. Ovviamente, come si poteva supporre, ho deluso le mie ambizioni, sono ancora una sconosciuta sotto quest’aspetto, e quelli che mi leggono lo fanno per caso o perché ricordano il mio nome tra tanti. Non sono in libreria, non ho mai firmato un autografo, e non sono sul comodino di nessuno, e per assurdo io nemmeno ce l’ho un comodino. Ma scrivo, ho continuato a farlo imperterrita, come se potesse succedere ancora qualcosa di bello. Una volta qualcuno mi ha detto che i –grandi- non diventano –famosi- prima dei trent’anni. A me sembra assurdo, io penso che se certe cose sono scritte nel destino non hanno bisogno di allenamento né di tempo affinchè esse si avverino: succedono e basta, e se non mi è ancora successo, forse è perché questa cosa non è scritta tra le stelle. Scrivo, ho scritto e scriverò, ma probabilmente la mia folle ambizione mi ha spinto a puntare al di là di ogni cosa fattibile. Ci reputiamo un popolo di scrittori, ma in pochissimi alla fine ce la fanno, considerando la mia sfiga, probabilmente sarò anche io nel mucchio dei vinti, anche a trent’anni.

La cosa che mi fa arrabbiare è che gli altri si sono sempre aspettati grandi cose da me: la scuola impegnativa, gli amici giusti, le relazioni sane, una condotta impeccabile, un vestiario adatto, un modo di parlare forbito, i concorsi vinti, e magari l’università.

Io non ce l’ho fatta ad andare all’università, quando ho finito il liceo ho pensato per un po' di tempo che fosse davvero entusiasmante iscrivermi a qualche facoltà e dimostrare a tutti che anche io ce l’avevo fatta. Al mio esame di stato l’insegnante di italiano, venuta dall’esterno, dopo avermi fatto i complimenti, mi ha poi chiesto che intenzioni avessi in seguito: io ho sbattuto gli occhi, mi sono toccata il collo caldissimo, e tutto d’un fiato le ho risposto che –probabilmente avrei frequentato lettere moderne, ma che i miei insegnanti me l’avevano sconsigliato, per la poca utilità che mi avrebbe dato. Ma che non avevo ancora ben deciso.- Quell’insegnante bionda scosse la testa, mi sorrise e mi disse che qualunque cosa avrei fatto sarebbe stato un successo. Quando la salutai stringendole la mano, pensai che era un bell’augurio quello che mi era stato dato, che il – successo- era ciò che più cercavo.

Quando si è chiusa quella porta gialla di quell’aula malandata, si è chiusa anche l’idea che avrei potuto laurearmi. Ho subito pensato a che costo economico sarei andata incontro, e che non ce li avevo tutti quei soldi. Poi il mio secondo pensiero è stato: riesci a sostenere questo carico mentale? Gran parte di me gridava – che ce l’avrei fatta e ce l’avrei messa tutta.- l’altra parte mi diceva – ma che dici? Non hai nè i soldi né la giusta testa.- Oltre a mancarmi la tranquillità, pensai mi mancassero anche le capacità, nonostante tutti mi dicessero che sarebbe andata benissimo. – quella brava- ovunque io fossi, ovunque io andassi, io ero –quella brava- quella che non può cedere, quella che non delude, quella che in un modo o nell’altro ce la fa sempre.

Ma io non ce la facevo sempre. A volte mi sentivo sprofondare, a volte fingevo una sicurezza che non possedevo, altre volte indossavo delle maschere, e altre volte ancora venivo guardata così come sono: un po’ brava e un po’ incapace. Incapace come tutti gli umani, -non infallibile-

Potevo fallire, e a volte volevo fallire.

Abbandonata l’idea –delle lettere moderne- pensai che avrei potuto studiare semplicemente lettere e filosofia. Che insegnare qualcosa a qualcuno sarebbe stato bello un giorno, che una professoressa come me non avrebbe mai fatto scorrere la biro sul registro per beccarti quando sei meno preparata. Sarei stata come non erano stati con me, anche in quel caso sarei stata –umana- Poi ho capito che in fondo non ero nemmeno brava ad insegnare a me stessa qualcosa, che sbagliavo di continuo, e che probabilmente avrei insegnato le cose errate, allora ho lasciato stare.

Quando mi è venuta in mente l’idea di poter approfondire una delle mie passioni, ero entusiasta. Fare foto per vivere, guardare gli occhi della gente, i loro dettagli, avere sul pc centinaia di diapositive di sconosciuti tutte da vivere. Allora pensai di poter frequentare un corso serio, quando chiesi ad un mio compagno di classe quanto costasse, il prezzo mi fece accapponare la pelle.

Certe passioni costano più di altre, e quella era decisamente salata.

Non era abbordabile, non era alla mia altezza, e non c’era nemmeno la certezza matematica che semmai avessi trovato i soldi e come arrivarci, un giorno avrei fatto foto per vivere.

Alla fine continuo a fare foto, come quando scrivo. Forsennatamente, con tanta voglia, ma ho messo da parte l’ambizione anche in questo caso.

Sono passata da una –passione- all’altra, sperando che una di queste potesse fruttare qualcosa.

Ho ereditato la passione per la pasticceria da mia madre, che ormai non fa più dolci da anni, mi dice – che non serve se ci sono io- io credo semplicemente che non ne abbia più voglia perché non è felice. Quando ho iniziato non sapevo neppure aprire un uovo senza che il guscio cadesse a picco nell’impasto. Avevo paura delle fruste elettriche, e non sapevo quanto fossero 100 grammi di burro senza usare la bilancia. Ho guardato tanto mia madre quando ero bambina, mi piaceva guardarla con la farina sparsa sul viso, e il polso fermo ad accompagnare lo sbattitore elettrico. Quando infornava i suoi dolci avevano un profumo inconfondibile che arrivava fin dentro la mia stanza. Allora correvo da lei, le sorridevo, e le dicevo che era bravissima, che –io non sarei mai stata così brava- adesso che i dolci a casa li faccio io lei un po’ è orgogliosa di me, non mi ha mai spiegato nulla, non mi ha mai dovuto richiamare. Lei è orgogliosa di me perché quello che so fare è quello che ho imparato da lei, guardando la sua perfezione di zucchero e le sue ricette inventate.

Io continuo a pensare che lei sia più brava di me, lei – essendo mia madre- credo che pensi lo stesso alla rovescia.

Mi sono aggrappata per un po’ di tempo a questo desiderio, perché mi faceva sentire un po’ al sicuro – era un po' il sogno di mia madre- e se ne condividevo un pezzo, un po’ sarei stata sempre accanto a lei. Quando mi hanno –assunta in prova- in pasticceria ero così entusiasta, finalmente avevo un’occasione, e finalmente avrei potuto imparare qualcosa di nuovo.

Ma non esiste più il vecchio – apprendi mestiere- come quando il meccanico permetteva al ragazzo di lavorare in officina e gli insegnava qualcosa.

Quel pasticcere non voleva insegnarmi un bel nulla, e nonostante io gli avessi parlato del mio desiderio di imparare qualcosa, l’unica risposta che seppe darmi fu: - a me serve solo qualcuno che lavi le cose sporche-

Fu massacrante lavorare lì per quanto sia durato davvero poco. Lui voleva che io restassi, a me sembrava soltanto un incubo. Non c’era niente da imparare, niente che lui volesse insegnarmi, c’era solo da lavare, lavare, e lavare ancora fino a sera, e il giorno dopo ancora.

Mia madre mi diceva che il suo sogno sarebbe stato aprire una pasticceria, io che ero piccola ed ingenua, le dicevo sempre: -quando? Eddai, quando la apriamo?- lei rideva e diceva –poi la apriamo-

Adesso mi rendo conto che non basta un sogno, né la capacità, per certe cose servono le cose –da grandi- i permessi, i certificati, il negozio, le attrezzature, i soldi, e anche un po’ di fortuna.

Non sarei mai in grado di tenere una pasticceria, ma un buco in cui sfornare cup cakes, brownies, e dolcetti vari sarebbe stato un giusto compromesso tra l’ambizione e la realtà.

Alla fine ho capito che non bisogna puntare alla Luna, che forse è troppo in alto per me. Mi sono detta che se avessi puntato un po' più in basso le cose sarebbero cambiate, ed in qualche modo, forse, un giorno, sarei arrivata anche alla Luna.

Volevo fare qualcosa col computer, sono brava con le faccende da segretaria, riesco a battere veloce, mi piace tenere i documenti in ordine, stampare le cose, prendere appuntamenti. Ma non basta. La voglia non basta mai a niente, in questo mondo o sbatti in faccia i titoli che hai e sei fortunato, o non lo sei ma sbatti in faccia banconote da cinquecento.

Gli altri non vincono.

La cosa buffa è che gli altri continuano ancora a pensare di me che io sono quella – brava- quella che tanto – riesce a fare tutto, perché ha una bella testa.-

Come quando mi chiedono se so guidare. Io rispondo sempre molto imbarazzata a questa domanda, come se non saper guidare fosse un fatto di cui vergognarsi. E non appena dico la verità, qualcuno mi dice – beh dovresti, è un peccato.- come se potesse sentenziare sul perché io non sappia guidare, e qualcun altro mi risponde – tanto la prenderai, perché sei brava- come se fosse scontato che io riesca a fare tutto.

A volte vorrei essere vista come una che ha solo fatto sbagli nella sua vita, perché ti rende le cose più facili, perché quando riesci a muovere una sola foglia dal pavimento, per gli altri è come se avessi piantato una foresta intera. Le mie foglie non interessano a nessuno, perché io sono quella – brava- e quelle brave se non smuovono le montagne o prosciugano i mari sono scontate e inutili.

Io non guido perché ho paura, perché dovrei chiedere -cose- agli altri, perché non riesco. Perché non ho un buon orientamento, perché le strade sconosciute mi mettono ansia, e perché penso che non tutti siano così portati alla guida. Perché quando penso a me seduta lì, col volante tra le mani inizio a sentirmi mancare il respiro.

Non per questo è giusto che io mi senta meno degli altri, non per questo è giusto che gli altri si sentano in diritto di giudicarmi –stupida- o –brava in attesa che avvenga-

Il fatto è che la gente reputa scontate certe cose: se non sei capace di parlare o scrivere o mettere una pentola sul fuoco, va bene, perché vale la regola – che ognuno ha i suoi limiti e i suoi pregi- ma se io non riesco a guidare allora –il limite sono io.-

Mia madre quando è arrabbiata mi dice che –sono sola- e che se non mi do una mossa, prima o poi avrò bisogno di qualcosa e non ci sarà nessuno bravo a darmela. E allora capirò di aver commesso degli errori.

La verità è che a volte mi ci sento anche io. Sola anche in mezzo agli altri, perché mi sento diversa, perché le cose di cui ho bisogno io, non sono quelle che fanno bene agli altri. E’ una solitudine liquida che si riversa in ogni recipiente della vita, che mi fa sentire le gambe molli e il respiro corto, e quando di colpo la mia mente va in blocco e mi siedo per terra, penso che se in questo momento avessi bisogno di qualsiasi cosa, come andare in ospedale, non ci sarebbe nessuno a portarmici, nessuno che pagherebbe le spese al posto mio, nessuno che sarebbe lì a vegliarmi di notte.

E’ spaventoso, perché ti fa sentire vulnerabile.

Allora non è che mi piace sentirmi infallibile, ma non è neanche piacevole sentirsi nulli e privi di ogni cosa.

Bisogna farsi da soli, ma anche avere qualcuno su cui contare se i conti che ti sei fatto non tornano. Io della mia banca sono l’usciere, il contabile, il tecnico informatico, e la guardia giurata.

Se c’è una falla dentro di me, salta tutto il sistema, e i soldi finiscono nelle mani di chi non li merita.

A volte vorrei solo che qualcuno credesse in me, che vedesse in me ancora della luce, che fossi quella buona a fare qualcosa, senza basarci sull’idea astratta – che io sono capace e basta- vorrei dimostrare agli altri che valgo anche io, e poi vorrei dimostrarlo anche a me stessa, che a volte cigola e a volte si smarrisce. Mi piacerebbe che qualcuno mi disse fiducia, che puntasse su di me senza comprimere la parte migliore che ho con quelle aspettative taglienti di chi ti dice sottovoce – che non puoi sbagliare.-

Allora adesso non mi importa più di sognare, non è più questione di me che –scrive- di me che – fotografa- o di me che ha un –negozio di dolcetti carini-

Adesso si tratta di me a cui vai bene tutto: mi sono pensata come segretaria, commessa, magazziniera, scaffalista. Mi sono pensata in ogni modo, ed in ognuno di essi ho cercato di trovare un senso, un senso che fosse profondo, una ragione che valesse di esistere.

Mi sono detta che non importa cosa –andrò a fare- piuttosto che io faccia non per gli altri, ma per me stessa. Che non importa a quanti sogni ho messo via, e a quanti probabilmente dovrò rinunciare per sempre. Forse la cosa che cerco non è tanto –il successo- come pensavo, ma una serenità diversa, che non ti riempie di ansie e aspettative, a cui vai bene così come sei, una serenità di un impiego soddisfacente, che ti lascia il tempo di un caffè, di un bel libro in salotto, una serenità che ti permette di tornare in tempo per la cena, che ti fa mettere quattro cose in pentola, che ti lascia abbracciare chi ti stava aspettando a casa o chi aspetti tu negli altri giorni. Una serenità morbida che ti lascia addormentare accanto chi ami, che ti lascia i soldi giusti per ciò che ti è essenziale, e non per le cose di cui puoi fare a meno.

Una vita in cui puoi sentirti – brava- senza avere il fiato corto, e –brava- potendo avere dei difetti senza sentirti in colpa, o in difetto col resto del mondo.

Una brava che ama e si lascia amare, una –brava- a vivere senza vivere la vita che vorrebbero gli altri.

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