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Una storia di DollyHaze

Questa storia è presente nel magazine Poesie d'amore

Lettere d'amore: non riconoscere l'estate

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Pubblicato il 09 maggio 2016 in Poesia

Tags: amore epistole letteratura lettere poesia

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Nessuno ci aveva detto che avremmo scoperto di un cielo sopra un tetto, che si confonde col mare e con un autunno mesto. Eppure era lì, ci urtava contro il naso, con la via lattea, una luna che sembrava volesse inghiottirci e un denso blu, interrotto da un’altura aspra e rognosa, ma madre di tutti… con le sue nebbie e le sue pietre brillanti. Madre anche nostra, in qualche maniera, e soprattutto tua. Era estate, e ci sembrava di nuovo agosto, con troppi specchi in giro, e un orizzonte non chiaro. Cosa siamo? Se tutto o niente, non lo decidiamo noi, i nostri gesti parlano, le tue mani si muovono, corrono sulla corda secca di un’altalena, mentre i tuoi occhi mi indagano, e senza alibi ti dico “non siamo niente”.

Il mio lungo viaggio portava in una calda e umida città, dove le glorie del passato sono magie disperse nell’aria e nascoste negli angoli e nei vicoli; bevevo caffè, con la mia bella compagna, mentre, rossa, volteggiava in mezzo alla strada, scendeva scale, andava dritta in mezzo alla piazza, e mi consigliava frutti rossi e pittori olandesi. Quel giorno mi ha raccontato di un segreto dietro una porta: “Se entri di qui..”- diceva salendo le scale (e la sua gonna era un vortice di onde, e panneggi fitti, e lava, e papillon, e malinconiche poesie)- “ si va dritti per una scorciatoia, e arriviamo a casa di Ermano. Sai quanti ricordi?”. Era la casa di una famiglia ebrea, meglio, il palazzo di una famiglia ebrea, acquistato per due spicci da gente del posto nei violenti anni della fuga e della lotta. Per qualche magico giochetto era diventata una porta con vista sul passato, un passaggio segreto. Dunque lei discorreva senza sosta, e nelle sue parole, il blu di un copriletto, dei piccoli e affettuosi gattini che graffiavano le pelli dei divani, un pianoforte, la coinquilina turca, fare l’amore sulla superficie del mare, e treni persi, presi in ritardo, isteriche urla di rabbia e rassegnata verità che si palesa nei fatti, e non ti lascia possibilità di replicare. Marta ed Ermano. Un sogno di pochi mesi che, nel suo profumo intenso, era nato e si era consumato, senza spiegazione, nella stagione che “più di tutte, resuscita e uccide”.

Sudavo, mentre l’ascoltavo, ci sedemmo ad un tavolino rosso, mentre, finalmente il vento iniziava a soffiare flebilmente. La ascoltavo, mentre intorno c’era un sacco di rumore, le guardavo le mani (perché già guardavo troppo spesso le mani) e ho pensato a te. E chissà se quella storia era la nostra, ma chi poteva rispondere? Marta certamente no, avrebbe solo pianto per un ricordo di neve e un carillon che non avevo mai ascoltato. E avrebbe avuto ragione, sai. Ne avrebbe avuta di ragione.

Ma io sentivo che io e te, nella nostra parte di mondo, caro Oscar, avremmo sudato di sale, e ci saremmo visti sconfitti in una stazione progettata appositamente per il nostro addio. E allora son salita con te dietro una moto, improvvisamente mi sono accorta dell’estate e ho capito che tu eri il mare, ed il mare ero anche io, e così allacciati per sempre, avremmo fatto attraversare alle nostre voci una metà di mondo, e ci saremmo ritrovati numerose volte anche solo per poche ore o per un abbraccio. Non c’era ragione di immaginarsi una vita di passione e turbamento, allagata; era piuttosto ragionevole e più naturale, immaginarsi una vita allargata, allargata dalle nostre parallele gioie, unite sul fondo da un laccetto rosso.

Ed ecco, Oscar, è arrivata la felicità. Ogni tanto prendi un treno e mi raggiungi, io prendo la rincorsa per saltarti addosso, ti preparo quel caffè di cui ti parlavo nella mia prima lettera, e tu mi racconti di occhi grandi e intensi, che ti sconvolgono la vita e che, ogni volta col cuore, mi auguro siano i tuoi.

Abbiamo abbaiato tanto, e ci siamo morsi, ci siamo ricolmati di entusiasmi fin nelle mutande, e poi abbiamo voluto solo e soltanto l’uno il bene dell’altro: ed eccoci, il quadro si è completato, l’incanto si è moltiplicato per se stesso, e la nostra natura ci ha abbracciati di un abbraccio che non ci separerà mai.

Ti amo per amore e perché il tuo sesso non conta, ti amo perché la nostra poesia ha riempito ogni centimetro quadro del mio terrazzo, e perché l’amore non è stato e non esiste, ma noi siamo sempre gemelli siamesi e questo, è certamente un sentimento più vero.

in alcun modo tua,

Maria Elena Tripaldi

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