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Una storia di AlessandroCiviero

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Legami di sangue

Due.

Pubblicato il 27 giugno 2017

Ricevere un codice 1-8-7 il lunedì, mentre stava per finire il turno da mezzanotte di domenica alle otto del mattino, equivaleva al massimo della disgrazia per gli agenti che avevano coperto il turno di notte. Questo accadde ai detective Greg Tancredi e Lean McFarlane della Divisione Rapine e Omicidi, poco prima delle sette. Il codice 1-8-7 era una chiamata per omicidio. I colleghi della Divisione Harbor avevano girato la segnalazione, mentre si trovavano sul luogo del delitto. Ai due detective non restava altro che trangugiare l’ultimo sorso di caffè che s’era raffreddato durante la notte e, calzati un paio di occhiali da sole per nascondere le occhiaie da insonnia, prendere l’auto di servizio e recarsi sul posto.

“Cristo, Mac, questo non ci voleva.” Sacramentò Greg mentre i raggi del sole penetravano obliqui nell’abitacolo già caldo della berlina. “Fra un’ora comincia il mio giorno libero… oh, cazzo!”

“Piantala, Greg!” Sbottò il collega del detective di origini italiane, mentre si slacciava con forza la cravatta dal nodo già allentato: “Piuttosto, mentre siamo sulla Freeway, aggiornami sui dati che abbiamo… perché, appena usciti, dovrai trovarmi un chiosco per prendere del caffè.”

Il traffico non era particolarmente intenso quel lunedì mattina sulla Harbor Freeway e McFarlane guidava con il lampeggiante rosso acceso sul parabrezza e sul lunotto posteriore, senza però aver azionato il segnale acustico. Il morto era lì, aveva pensato, e non si sarebbe mosso: al diavolo quelli della Divisione Harbor; Mac non era tipo da rinunciare al caffè del mattino, appena fatto. Aveva un viso pallido, con qualche macchia da sole, che spesso nascondeva dietro a grandi occhiali scuri, non solo mentre guidava. Occhi chiari, capelli rossicci, non era il classico tipo californiano. Era in polizia da un bel po’ di tempo per rendersi conto che non valeva la pena correre come pazzi sul luogo di un delitto, soprattutto se c’era già un sacco di gente. Non gli piaceva la calca, il caldo e la spiaggia; nemmeno il porto, vicino a Wilmington, dove si stava recando con il suo collega.

Il detective Greg Tancredi era più basso di McFarlane, e dai colori decisamente più adatti a un posto come Los Angeles. Scuro di carnagione, fronte alta con alcuni nei che lo caratterizzavano, come i capelli radi e ricci, che probabilmente si tingeva da un po’ di tempo (Mac ci avrebbe scommesso su questo), perché qualche pelo bianco s’intravedeva quando gli cresceva la barba alla fine della giornata, per scomparire dopo la perfetta rasatura quotidiana. Greg non era molto alto, ma prestante. Forse al college aveva giocato a baseball o a football, e i vestiti gli stavano addosso sempre un po’ stretti. Non beveva molto caffè come Mac, e aveva smesso di fumare da qualche anno. Nel tempo libero andava a Santa Catalina o a Marina del Rey a pescare, nei posti dei ricconi, ma lo sapevano tutti che non erano quelli i club di pesca che frequentava, e lo diceva solo per vantarsi.

“Abbiamo un maschio, nero, tra i quarantacinque e i cinquantacinque; lo hanno trovato in un magazzino di uno scalo merci in attività, sulla South Fries Avenue. Il posto si chiama Roney Landing Service. Non ha segni visibili di violenza e i ragazzi dicono che non gli hanno sparato.”

“Merda…”, fu il commento laconico di Mac. Questo complicava le cose, probabilmente. A Los Angeles non era raro che qualcuno trovasse un qualsiasi pretesto per sparare al prossimo. Il fatto che la vittima non avesse ferite d’arma da fuoco era abbastanza singolare. Magari non si trattava neanche di un omicidio. Magari il tizio di colore aveva solo deciso di farla finita e si era appeso con una corda al collo. Strano posto per impiccarsi, comunque, aveva pensato McFarlane, mentre diceva all’altro detective: “Guarda l’uscita, dovremo esserci, ormai.” Il cartello verde sopra la Freeway indicava il porto: “Sì, è questa…”, confermò Tancredi.

Il paesaggio cambiava, fuori della I-110, oltre lo svincolo che conduceva al porto. In lontananza si vedevano le gru incombenti sui moli, i carroponte, le distese di asfalto rovente, sulle quali, centinaia e centinaia di container multicolore si arroventavano anch’essi al sole. La strada era completamente sgombra, con le barriere che correvano a destra e a sinistra. Niente spiazzi, niente piazzole di fermata per i chioschi ambulanti. Probabilmente Mac avrebbe dovuto rinunciare al primo caffè fatto in mattinata. Lo sottolineò a Greg, che rispose: “Te l’avevo detto che quest’affare sarebbe diventato una seccatura!”

Il dedalo di strade e rampe non fece altro che innervosire ulteriormente i detective della Rapine e Omicidi del LAPD che si stavano avvicinando al luogo del delitto. Regnava il cemento, da entrambi i lati della strada. Cemento e asfalto, anche sulla Harry Bridges Boulevard, quando l’auto della polizia senza contrassegni svoltò a destra sulla Fries, nel tratto a sud che s’inoltrava nel porto di Los Angeles.

“E’ qui… dovremmo esserci…”, commentò Tancredi, scrutando attraverso le lenti nere lo scorrere dei capannoni. Attraversarono un passaggio a livello, su di cui s’intrecciavano cavi e funi, pali dell’elettricità e dell’illuminazione; lì accanto, una specie di stazione di guardia, aveva di fronte a sé un piccolo giardinetto verde punteggiato da palme diritte ed altissime. Poi ancora, in lontananza, i grandi silos circolari del petrolio e del gas naturale, anche se più vicino si vedeva l’azzurro cupo della prima darsena.

Qualche centinaio di metri dopo, sulla destra, iniziava un’alta recinzione fatta di pannelli di cemento sovrastati da rete metallica e filo spinato. C’era un varco, sulla muraglia, e fuori dal cancello sostavano le auto della polizia ben riconoscibili dal colore bianco e nero. “Finalmente.” Sbuffò McFarlane. Tancredi aveva già abbassato il finestrino, per mostrare il distintivo e la tessera di riconoscimento all’agente di guardia che aveva fermato la macchina con un gesto. “Omicidi.” L’agente di colore con il berretto blu e l’uniforme fece un cenno d’assenso con la testa e indicò ai colleghi di farli passare.

I detective seguirono l’andirivieni fino ad uno stabile di grandi dimensioni, ma anonimo, con le pareti chiare, color pastello, e il tetto piano. All’ingresso c’erano altre vetture della polizia di Harbor, il fugone della scientifica e un altro paio di autocivetta. Scesi, lasciarono le giacche in auto, e si diressero verso l’ingresso, dove un altro agente in uniforme prendeva nota di chi accedeva. Questi accompagnò i detective attraverso corridoi illuminati da neon biancastri. Sembrava che non ci fossero degli spazi ben definiti nel capannone, ma tutto fosse un monoblocco all’interno del quale erano installate delle pareti mobili e dei controsoffitti con le canalizzazioni per gli impianti tecnologici. Il risultato era piuttosto opprimente. Ad un certo punto, lo spazio si apriva, illuminandosi in modo naturale, perché sovrastato dalle finestre a shed sulla copertura. I detective alzarono entrambi la testa istintivamente e non s’accorsero subito che sul fondo del capannone c’era il luogo del delitto. Lo si capiva dall’assembramento di gente attorno ad un punto preciso. Un’area era delimitata dal nastro giallo con le scritte nere, all’interno del quale i fotografi e i tecnici della scientifica raccoglievano i reperti. Al di qua del nastro, agenti in divisa e funzionari in borghese commentavano, gesticolavano, parlavano al cellulare.

“Ah, eccovi, finalmente!” Un tono poco amichevole accolse i due detective, e la voce la conoscevano bene. Un tipo alto, corpulento, con una grossa testa taurina e occhi a palla che spiccavano nell’incarnato nero si avvicinò a grandi passi: “ora abbiamo l’onore di avervi tra noi!” La stilettata perforò i timpani di McFarlane, mentre Tancredi, facendo finta di niente, levò la mano per salutare il loro superiore, il tenente Clemens della Rapine e Omicidi. Come diavolo avesse fatto ad arrivare prima di loro era un mistero di cui Greg e Mac non potevano occuparsi al momento: “Dove siete stati fino ad adesso?” Rincarò la dose Clemens, ma non aspettò la risposta: “Di qua, muovetevi! Nel frattempo ho scoperto chi è la vittima.”

“Sì? Di chi si tratta?” Fece Tancredi, come se fosse sorpreso, ed infatti Mac si tolse gli occhiali da sole per fulminarlo con un’occhiataccia.

“Si chiamava Dylan Roney, ed era il titolare dell’attività.”

“Il pezzo grosso…”, commentò Tancredi.

Rimessosi le lenti scure, perché anche la luce proveniente dagli shed gli dava fastidio, Mac passò oltre il nastro di demarcazione: “Ci avevano detto che non è ancora chiara la causa del decesso…”, discorrendo, il detective McFarlane si era fatto prestare un paio di guanti di lattice da uno dei tecnici della scientifica, che a differenza del poliziotto in borghese, era tutto scafandrato con una tuta bianca, cappuccio e mascherina sopra la bocca: “Posso?” Chiese allora Mac e l’altro annuì, facendo intendere che avevano già fatto il lavoro più delicato.

Il cadavere era disteso a terra, quindi non c’erano sedie, funi e cappi appesi da qualche parte. Addosso aveva un paio di pantaloni leggeri e una camicia bianca. Mac si piegò sulle ginocchia. Il morto era di corporatura minuta, e sembrava ancora più piccolo perché aveva le gambe leggermente rannicchiate, le braccia piegate all’altezza del petto o delle spalle. Una stava sotto il peso del corpo, adagiato su un fianco. La testa, che all’occhiata del poliziotto, parve un elemento estraneo al corpo, sembrava ancora più piccola. Inclinata da un lato, con la faccia rivolta dalla parte opposta, aveva una posizione strana. Mac toccò il morto, lo tastò con la delicatezza di qualcuno che aveva timore di svegliare un addormentato. Tastò gambe e braccia, le spalle e poi mise il palmo sotto il viso per voltare la testa dell’uomo. Il volto era una maschera scolpita nel cuoio, e la rigidità del rigor mortis era già evidente su tutto il corpo. I tratti del viso erano spasmodici e non si erano rilassati, la lingua sporgeva da labbra violacee, che si notavano nonostante la vittima fosse di colore. Con un rapito movimento, Mac sollevò coi pollici le palpebre socchiuse e notò la sclera gonfia e rigata di scuro. Gli occhi erano spenti.

Il detective distolse lo sguardo quando sentì avvicinarsi qualcuno. Era un uomo di bassa statura, anch’egli con la tuta e i copri scarpe, ma sotto aveva una camicia con varie penne infilate nel taschino. Era un asiatico con occhiali color titanio dalle lenti antiriflesso. Il medico legale, che si rivolse a Mac: “Detective… notato niente?”

“No…”, esitò questi: “… da quanto è morto?”

“Uno, al massimo due giorni”, mentre lo diceva, il dottore mostrava le dita della sinistra. McFarlane si alzò di scatto, portandosi a un passo o più dal cadavere, come se ora il contatto lo infastidisse. “Così tanto?” Si sorprese.

“Direi di sì, ma dovrò fare ulteriori analisi…”

“Che mi dice sulla causa della morte?”

“E’ stato strangolato, non ho dubbi.” Rispose il medico.

“Come?” Rimpallò subito Mac.

“Con le mani, e da un uomo estremamente più forte di lui… ha stretto il collo di questo poveretto fino quasi a spezzarglielo!” Il detective fece una smorfia di sconcerto. “Le lesioni alla base del collo sono evidenti, ed anche il versamento ematico, che ancora si vede sulla lingua sporgente e sulle labbra.”

“Un raptus violento…”, azzardò il detective della omicidi.

Il dottore alzò le spalle: “questo dovete stabilirlo voi.”

Greg Tancredi e il tenente Clemens stavano confabulando tra loro a qualche metro di distanza, tra gli altri investigatori, ai margini della scena del crimine: “Dovremo dare un’occhiata in giro per tutto l’edificio… gli operai e gli impiegati?” Stava chiedendo il detective, guardando l’orologio: erano passate le otto del mattino da un pezzo.

“Sono stati fermati fuori dalle pattuglie. Il magazzino era chiuso per il weekend… non c’era ancora nessuno alle sei di stamattina.”

“Chi ha trovato il cadavere, allora?”

“Un fattorino che doveva fare delle consegne. Sembra avesse appuntamento molto presto.” Rispose il tenente.

“Quindi l’uomo è stato ucciso nel fine settimana, quando il magazzino era chiuso.”

Clemens annuì: “molto probabilmente, sì.”

“Non c’è un guardiano, o un circuito di videosorveglianza?”

“Stiamo verificando per le telecamere. Niente servizio di vigilanza”, rispose il tenente. Tancredi suggerì speranzoso: “Sarebbe un colpo di fortuna se ci fossero i video. E i familiari della vittima, sono stati avvertiti?” Si informò subito dopo.

“No, Greg. Questo dovrete farlo tu e Mac.” Dichiarò il tenente. Questa risposta perentoria parve una prima ripicca da parte dell’ufficiale nei confronti dei detective ritardatari.

“Okay, per prima cosa vorrei parlare col fattorino che ha trovato il corpo.” Clemens indicò con il pollice dietro le sue spalle, dicendo: “Si trova qui fuori nel piazzale con il comandante della Stazione di Harbor.”

Il detective Tancredi gironzolò ancora per qualche istante in attesa del suo partner occupato con quelli della scientifica, sbirciando l’orologio e poi il cellulare. Si accorse che il telefono non prendeva bene in quella zona. Proseguì curiosando un po’ in giro, soprattutto nei corridoi che davano sugli uffici bui. Non c’erano porte chiuse a chiave. Non c’erano state effrazioni, né alcuno aveva rovistato nelle stanze magari in cerca di soldi, documenti o quant’altro. Tutto era buio e in ordine nelle poche stanze.

McFarlane posò una mano sulla spalla del collega: “Clemens mi ha detto di metterci all’opera: ci saranno decine di persone da sentire.”

“A cominciare dal fattorino che ha trovato il cadavere di Roney.” Disse Tancredi. “E poi toccherà avvisare la famiglia.”

“Uhm… okay. Diamoci da fare, allora.”

“Ah, Mac… ricordami una cosa più tardi.”

“Di che si tratta?”

“Cos’hanno trovato addosso alla vittima? Documenti? Soldi? Il suo cellulare? Soprattutto il cellulare, anche se qui non prende.”

McFarlane annuì, dando un’occhiata al suo telefonino. Poi uscirono.

Il fattorino era seduto sul sedile del passeggero di una delle autopattuglie della Divisione Harbor. Il capo del distretto, che aveva patito come tutti l’alzataccia, stava attendendo i detective della Omicidi. Fatte le presentazioni, il detective Tancredi si avvicinò alla macchina e tese la mano al fattorino. Erano un giovane che sembrava ancora molto scosso da ciò che gli era accaduto quella maledetta mattina. Aveva il viso pallido, parzialmente coperto da una rada peluria e baffi sporgenti biondi, le labbra secche, quasi esangui, lo sguardo fisso sul parabrezza dell’auto, che faticò a distogliere per salutare chi gli aveva rivolto la parola:

“Salve. Come si chiama?”

“Evans. Billy Evans”, disse il ragazzo accavallando le parole.

“Okay, Billyevans,” ripeté il detective con mezzo sorriso: “io sono il detective Tancredi. Come sono andate le cose, stamattina?”

“Dovevo fare le solite consegne del lunedì mattina.” Disse semplicemente.

“Di che si tratta? Le fai ogni lunedì?”

“Sì, sono fatture o bolle di consegna di merce che arriva in giornata. Non so di preciso.” Greg se le fece consegnare. Ci diede un’occhiata e poi valutò che non c’era nulla di strano.

“Come mai così presto, al mattino?”

“Sono documenti di merci arrivate in porto o spedite il sabato o la domenica, e vanno contabilizzate subito.” Spiegò il giovane.

“Quindi fai spesso queste consegne”, affermò il poliziotto.

“Sì, tutti i giorni. Ma il lunedì, molto presto…”, disse il giovane.

“Perciò non avevi un appuntamento, in particolare…”, lo interruppe il detective.

“No. Il lunedì trovo sempre il signor Roney, il titolare, che è qui molto presto.” Tutto normale, quindi, stava pensando Tancredi. Chiese: “Di solito suoni? È lui che ti apre?”

“No, di solito la porta è aperta. Il signor Roney è in ufficio…”

“E stamattina?”, incalzò il poliziotto.

“Non era in ufficio. Così l’ho chiamato, ma non mi rispondeva. Sono uscito, per vedere se mi aspettava fuori, poi sono rientrato e ho cominciato a cercarlo.” Disse il fattorino, per la verità in modo un po’ confuso. Greg lo interruppe:

“Non potevi lasciare le carte sulla scrivania e andartene?”

“No… non funziona così. Devo consegnarle personalmente.”

“Quindi hai cercato il signor Roney. Hai provato a chiamarlo al cellulare?”

“Ehm, sì. Mi pare di sì. Ma, ora che ci penso, il telefono squillava, ma non lo sentivo. Credevo non ci fosse nessuno.”

“E allora?”

“A quel punto sono entrato nel capannone, e guardando in giro ho notato qualcosa di strano…” Billy Evans esitò.

“Il corpo di Roney per terra?”

Il giovane annuì senza parlare, poi aggiunse: “Subito non avevo capito, ma quando mi sono avvicinato…”, scosse il capo: “… oh, mio Dio!” Si mise la testa tra le mani.

“Poi che hai fatto?”

“Sono corso fuori, e ho chiamato il 911. Ero spaventato a morte!” Ammise il fattorino.

“Non ti sei avvicinato al corpo? Non hai controllato se fosse morto?” Il giovane fece un nervoso segno di diniego, visibilmente scosso, quindi Tancredi lo tranquillizzò: “Okay, grazie, va bene così, Billyevans!” Il detective si allontanò, salutando anche il funzionario della Divisione Harbor, e poco distante recuperò il collega che stava parlando con delle persone.

“Sono i dipendenti di Roney,” spiegò McFarlane: “dovremo spicciarci a contattare la famiglia, prima che ci pensino loro.”

“Sì, qui lasciamo il campo a Clemens.” Il loro superiore diede ai detective il benestare per lasciare la scena del crimine.

“Roney abitava a Culver City. Il tenente mi ha dato l’indirizzo. Era sposato, hanno detto i dipendenti. Dovremo trovare la moglie. Ho anche il numero di telefono.” Informò McFarlane, mentre con il partner salivano in macchina.

“Uhm, da qui ci vogliono quaranta minuti, se non troviamo traffico.” Commentò Tancredi guardando l’orologio.

“Già. Io comunque ho bisogno di un caffè.” Si lamentò Mac.

“Niente da fare, collega. Non vorrai tirarti dietro le ire del tenente Clemens. Non è aria, oggi.”

“Vorrà dire che ce lo faremo offrire dalla moglie della vittima!” Disse ironico Mac.

“Non mi piace.” Disse poi a mezza voce Tancredi. Il suo partner lo guardò distogliendo un secondo gli occhi dalla strada, quindi Greg si spiegò: “Ti avevo detto di ricordarmi una cosa.”

“Oh, già. Abbiamo dato un’occhiata con gli uomini della Divisione Harbor negli uffici. Non è saltato fuori niente di particolare.” Informò McFarlane.

“Il cellulare di Roney…”, lo corresse Tancredi: “il fattorino ha detto di aver provato a chiamarlo. Era libero, ma non lo sentiva squillare in zona. Poi, ha trovato il cadavere.”

“Che vuoi dire? Che il cellulare di Roney non era sulla scena del crimine?” Chiese Mac.

“Non l’abbiamo trovato, giusto? Eppure prendeva, quando il ragazzo ha chiamato…”

“Credi che l’assassino se lo sia portato via?”

“Beh… dentro al magazzino non c’era segnale…” disse Greg.

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