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Una storia di Nightafter

1

Arco di curva

Lui conosceva la strada e la curva

Pubblicato il 05 novembre 2017

Avevano fatto l'amore.

Fumavano svogliatamente, in silenzio, lasciando correre i pensieri.

Lui, nudo, sedeva ai piedi del letto, le lenzuola sgualcite sparse a sfiorare il pavimento.

L'orologio digitale a parete segnava le 15,48, il tempo era volato nelle ultime due ore.

Decise che si sarebbe alzato, per fare la doccia, entro i prossimi dodici minuti.

Lei, stava poggiata alla testiera del letto, nuda, i due cuscini sotto la nuca, la testa rivolta alla finestra.

Fuori la luce del mezzo pomeriggio stava scemando, l'autunno incendiava di rosso le foglie sui platani del viale.

La guardava, muto, in quella luce calda e smorzata di inizio ottobre.

Il fumo, scivolando sulla superficie del vetro, disegnava arabeschi complicati e impalpabili nella penombra della camera.

Gli era sempre piaciuta quell'aria di assenza morbida delle membra, che scendeva sul corpo di lei quando finivano di amarsi.

Pensò quanto fosse lontana da lui, da quel luogo e da quel letto mentre era immersa nei suoi pensieri, una distanza che diveniva fisica attraverso quel velo lento e mobile che si alzava dalla sigaretta stretta tra le dita.

Si accorse ora che non la stava più aspirando da qualche minuto, lasciava che si consumasse da sola, per inerzia.

Pensava a quei loro incontri brevi e clandestini, al loro ripetersi così uguali nel tempo.

Da troppo tempo per conservare passione e significato.

Conosceva a memoria il rito puntuale nei gesti e nella postura di ognuno di quei momenti: i suoi capelli raccolti dietro l'orecchio, la ciocca lunga che lambiva il rilievo morbido del seno, il profilo dagli zigomi alti, il collo sottile e candido, e lo sguardo, mutarsi languido sulla soglia del sonno imminente.

Erano fotogrammi fissati nella sua mente, scritti nel profondo, avrebbe potuto farli scorrere ad occhi chiusi, come un film passato alla moviola, sapendo che nel momento in cui li avesse riaperti, la pellicola del ricordo, sarebbe stata in sincronia perfetta col racconto delle immagini nella realtà.

Erano cose di lei che gli appartenevano: un regalo duraturo, che avrebbe portate con sé per sempre.

Sarebbe durato anche il ricordo del suo profumo che aveva colorato l'aria di quella stanza, mescolato al sentore caldo del suo corpo e del sesso fatto.

Gli sarebbe rimasto a lungo nelle narici, gli avrebbe fatto compagnia, confortando la strada del ritorno, come sempre accadeva.

Tra le sue dita restava una lingua di cenere candida, avvizzita e contorta fino al filtro.

Guardò l'orologio sulla parete di fronte, pensò che il tempo stava finendo, essiccato in quel silenzio anestetico, sentì una grande stanchezza gravargli le membra e lo spirito.

Passò con lo sguardo i contorni della stanza come se li vedesse per la prima volta.

Il tono verde smeraldo delle tende violentava il rosa salmone delle pareti in un accostamento assurdo e improbabile.

Le croste dozzinali di marine in tempesta, colme di tristezza e prive di un briciolo di talento che adornavano i muri delle camere, erano complementi immancabili di quegli alberghetti a ore della mezza collina.

Ricoveri anonimi di amori clandestini, sempre bilico sul margine stretto dello squallore, così appartati nella posizione, da rendersi invisibili ad occhi indiscreti.

Tanto distratti nel servizio di camera, quanto nel richiedere l'esibizione di documenti personali alla clientela di passaggio, assai restia a lasciare traccia del veloce transito su un registro.

Queste non erano cosa da portarsi nel ricordo, erano il pattume, lo scarto deteriore e misero di quell'amore.

Un fremito impercettibile, come un brivido di freddo lo attraversò: la cenere si staccò dal mozzicone spento e, lieve come zucchero a velo, cosparse il bouclé bruno della moquette a pelo raso ai suoi piedi.

Chiuse gli occhi, tirò un respiro profondo, e rivide la strada nella mente.

Era un lungo rettilineo che dalla tangenziale dell'altopiano portava al mare, 80 km più a sud.

Lo avevano percorso insieme a lei decine di volte, nei caldi fine settimana d’estate, quando il marito era lontano, all'estero, distratto dai suoi affari.

Era il tempo leggero delle corse a centottanta all'ora, con l'aria che le scarmigliava i capelli, entrando dai finestrini abbassati, e sapeva già di salmastro e d'umidità marina.

La conosceva bene quella strada: conosceva a memoria in ogni centimetro del suo manto plumbeo e del paesaggio in cui era immersa.

Una lingua nera stesa tra le colline, solcata dalla linea bianca di mezzeria.

C’erano campi col frumento maturo per la messe, e boschetti di faggi che salivano ai fianchi morbidi dei declivi, e rare case coloniche dai tetti spioventi, con grandi aie deserte e bruciate di sole, qui e la ruderi in abbandono emergevano fra le sterpaglie dei dossi.

Le labbra gli si incresparono in un sorriso amaro, gli occhi della mente seguivano quel filo malinconico dei ricordi, che come foglie esauste cadevano dall'albero sul tappetto giallo dell'autunno.

Ci potevi filare su quella strada, col piede a tavoletta sull’acceleratore, era liscia come un velluto da serata di gala, le ruote aderivano morbide alla sua superficie come in un bacio di amanti.

Al termine di quella bretella velocissima, si entrava nella parabolica di un viadotto: una enorme mezza luna di cemento e bitume sospesa nel vuoto, a trenta metri di altezza.

Sotto, in una gola ripida e buia il letto del torrente, un rivolo misero, tra sassi ed arbusti secchi in quella stagione arida dell'anno.

Non c'erano più quelle corse insieme verso attimi di felicità rubati, il tempo sfugge e le cose cambiano.

Poi ti guardi allo specchio e ti accorgi di essere troppo vecchio per i cambiamenti, non hai voglia di cose nuove, non hai più voglia di nulla e di nient'altro, da vedere e da vivere.

Era stata questa l'ultima volta che avevano fatto l'amore.

Non se lo erano detti, certo, ma era nelle cose, dirselo non serviva.

Del resto la loro ultima volta con amore, per loro c'era già stata molti mesi prima, ed entrambi lo avevano compreso.

Prima di spogliarsi, quel pomeriggio, le aveva chiesto quando avrebbero potuto rivedersi.

Lei non aveva risposto subito, aveva abbassato gli occhi, poi senza fissarlo nei suoi, aveva cercato il fiato e le parole.

Aveva detto di non saperlo ora, aveva troppe cose da fare, gli avrebbe telefonato in seguito, sarebbe stata lei a cercarlo quando veniva il momento.

Lui aveva capito, e non aveva più chiesto altro.

Era vecchio, ed il tempo gli sfuggiva ormai tra le dita come la sabbia di una clessidra, ed a lui mancava la voglia di chiudere il pugno per fermarlo ancora.

Lui conosceva la strada e la curva.

Sapeva a quale velocità l'avrebbe imboccata.

Conosceva il punto esatto in cui si sarebbe generata la corda di un arco, in quella circonferenza d'asfalto.

Nell’istante perfetto, alla sua estremità, avrebbe corretto, con una pressione leggera sul volante, di qualche grado la traiettoria dell'auto.

A quella velocità il veicolo sarebbe rimasto sulla proiezione in avanti, seguendo una linea retta immaginaria tirata nella sua mente.

Avrebbe chiuso gli occhi e continuato la sua corsa di la dal guardrail.

Leggero come una bolla di sapone nel vento, in quel tramonto dai colori tenui e dorati dolci come in un quadro di Monet.

Lo aveva deciso da due mesi e oggi era il giorno e il momento giusto per farlo.

Si alzò e fece una doccia calda, poi Inizio a rivestirsi, lo fece lentamente, senza fretta.

Quando fu pronto guardò un'ultima volta il corpo di lei che riposava sul letto.

Si era assopita, aveva assunto una posizione raccolta, come fanno i bambini, il suo respiro era lieve e sereno.

Un raggio di sole le dava dei tenui riflessi al castano dei capelli.

Lui pensò a quella luce come a una carezza gentile.

Uscì chiudendo piano la porta, per non svegliarla.

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