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Una storia di Jade07

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Era davvero questa la vita che sognavi da piccola?

Jane corre sempre, verso qualcosa o qualcuno. Ma stavolta si ritrova a rincorrere qualcosa di troppo lontano, inafferrabile.

Pubblicato il 23 giugno 2017

Mi siedo a pensare. A rimuginare. Mi dicono sempre che pensare faccia male e che non porti da nessuna parte. Vero, mi dico tra me e me, ma non riesco a farne a meno. Mi sento frustrata. Insoddisfatta. Non mi sento realizzata. Le parole ed i pensieri si affollano nella mia mente, si intricano, creano nodi indissolubili e perdo il filo, non c'è un'Arianna a tenderlo per me, a farmi ritrovare la via d'uscita.

Afferro la bottiglietta d'acqua sopra il comodino, ne bevo un lungo sorso, chiudo gli occhi.

Una voce che sembra un sussurro, forse la mia coscienza o la mia parte razionale, rimbomba nella mia mente con una frase che da tempo mi assilla: "era davvero questa la vita che sognavi da piccola?"

Certo che no, ovviamente NO. Tutti gli sforzi che ho fatto in vita mia non sono serviti a nulla.

Da piccola fantasticavo sul mestiere che avrei voluto intraprendere da grande e cambiavo di volta in volta idea, non avevo una professione in particolare perché mi piacevano tutte. Con la mia vocina insistente ma decisa, dicevo ai miei: "Da grande voglio essere una dottoressa, per curare la gente. Ma anche una veterinaria, per salvare i cagnolini e i gattini. Anche un pompiere donna, per salvare dal fuoco la gente, perché il fuoco è brutto, è cattivo".

Sin da piccola ho voluto sempre salvare le persone, in un modo o in un altro. Nel frattempo sono cresciuta, sono diventata una donna. Ma l'empatia che mi ha sempre caratterizzato da piccola non mi ha abbandonato, anzi, è cresciuta dentro di me fino a diventare uno dei miei pregi, di cui vado fiera. Dai miei amici, dalla mia famiglia o dai conoscenti vengo vista come un cavaliere dall'arma scintillante che accorre in aiuto e salva la gente. Lo capisco, lo sento, quando qualcuno ha bisogno di "essere salvato", che siano problemi quotidiani banali, problemi d'amore o quant'altro. C'è sempre Jane a venire in soccorso. Mi immedesimo in loro e cerco di aiutarli come posso. Ma chi aiuta me? intendo DAVVERO. NESSUNO SEMBRA RIUSCIRE A SBROGLIARE QUESTA MALEDETTA MATASSA.

Amo la mia famiglia e i miei amici. Ma mi curano solo a metà. C'è un qualcosa di irrisolto, qualcosa a cui non sono riuscita a dare un nome, a scovarlo da quella matassa. Ma è quello che farò. Così posso guarire.

Ho fatto un sogno, uno dei miei soliti sogni nebulosi, frettolosi e privi di logica.

Ma questo alla fine era diverso.

Dopo aver camminato a lungo, senza meta, mi ritrovo in una stazione semibuia. Cammino ancora, sento l'eco dei miei passi sul pavimento, i sensi all'erta perché ho paura che qualcosa o qualcuno possa sbucare all'improvviso dalle scale o dai binari. Mi fermo ad osservare la scena che mi trovo davanti: un tabellone, con scritto destinazioni in una lingua che non conosco, torreggia sopra di me e mi fa sentire piccola, indifesa. Nelle pareti di pietra fredda vedo scritto il mio nome in sequenza. Jane. Jane. Jane.

D'un tratto m ritrovo a correre, non sento più nulla, tutto si cristallizza in quella che sembra essere la corsa della mia vita. E poi lo vedo, il binario. Binario 6. Senza chiedermi come o perché, mi avvio in quella direzione e prendo il treno. Le porte si aprono ed io mi siedo nei sedili di pelle logora, fissando fuori dal finestrino. La vocina della mente, stavolta, mi dice solo due parole:

"Vai avanti"

Mi sveglio di soprassalto, col cuore in gola. Questo sogno è diverso, mi turba nel profondo e sembra che voglia dirmi qualcosa, che ci sia un significato nascosto, una metafora.

Poi realizzo tutto, all'improvviso. Senza pensarci due volte, accendo il pc, accedo alla casella di posta elettronica e mando finalmente quella dannata email, completa di curriculum, ad uno studio di veterinaria di Seattle. "E' impossibile, mi dico, ma tentar non nuoce. Basta avere paura. "

Solo un posto disponibile e già avevano ricevuto 1500 curricula. Ma il fatto che mi fossi decisa a mandarlo lo stesso, sta a significare che qualcosa si è mosso dentro di me. Nel profondo.

"Andiamo Jane, non hai 7 anni, non ti illudere e vivrai più tranquilla", mi dico tra me e me. Perché una cosa che ho imparato, in tutti questi anni e in 7 anni di laurea e master, che maggiore è l'aspettativa e maggiore sarà la delusione.

Dopo due giorni arriva un'email e mi ritrovo a balzare dal mio letto come una gazzella. Poi vedo il "no-reply@" dell'indirizzo email dello studio di Seattle e il mio cuore salta un battito. "Grazie per aver inviato il suo curriculum, le faremo sapere se il suo profilo corrisponde a quello da noi ricercato. Distinti saluti". Ed ecco che arriva la delusione, fredda e spietata. Se lo aspettava, ma ogni volta è un colpo all'anima. Chiudo il portatile, mi vesto ed esco fuori, telefono silenzioso, dirigendomi verso il porto del paese. E' lì che mi fermo a riflettere, un luogo nel quale le ore si confondono coi minuti e tutto sembra acquisire una calma apparente, prima della tempesta.

Inaspettatamente, contro ogni previsione, l'email arrivò. Il posto era mio. Sfioro il cielo con un dito e lacrime salate bagnavano il mio viso abbronzato, non credendo che per una volta la vita mi aveva sorriso. Saluto tutti, amici e parenti e con un groppo in gola mi dirigo verso quel mondo sconosciuto che diventerà il mio. Sono un misto tra paura, confusione e adrenalina.

Eccomi qui, al binario 6, valigia in mano. Una valigia piena di sogni. Uno già realizzato.

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