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Una storia di Ivanbavuso74

A cena con Bukowski

Ho buttato sul tavolo il tascabile. In copertina c’era il disegno di un uomo in sovrappeso immerso in un idromassaggio da giardino...

Pubblicato il 02 marzo 2018 in Humor

Tags: amici beatgeneration Bukowski cena racconto

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Più di vent’anni fa entrai nella libreria dell’università e rubai un libro. Non avevo i soldi per comprarlo, così lo infilai nello zaino e uscì nel corridoio affollato di studenti. Non mi sentii in colpa, perché sapevo che Bukowski non se la sarebbe legata al dito, non quanto il librario se mi avesse scoperto. Ma non è di questa storia che ho intenzione di parlarvi.

Venerdì sera sono stato a cena fuori con i vecchi compagni di scuola. Dopo avere finalmente spento il computer, mi sono buttato sotto il getto caldo della doccia. Mi sono asciugato e sbarbato. Ho indossato un paio di jeans puliti, una camicia bianca e il maglione della domenica. Ho lucidato le scarpe, poi mi sono seduto al tavolo della cucina e ho fatto compagnia a mia moglie mentre mangiava. I bambini avevano già cenato e se ne stavano sdraiati sul tappeto davanti al televisore a guardare i cartoni animati. Prima di uscire ho preso dalla libreria proprio quel libro che avevo rubato molti anni prima e l’ho messo nella tasca del giaccone. Alle otto e mezzo ero in macchina.

Quando sono arrivato, sui quattro scalini dell’osteria, ho riconosciuto alcuni dei miei ex compagni delle superiori. Ho tirato dritto in cerca di un parcheggio, che non ho trovato e sono dovuto tornare indietro. Loro erano ancora lì. Ho infilato una via traversa e alla fine sono riuscito a parcheggiare.

Erano quattro anni che non vedevo i miei compagni di Maturità. Ero sempre stato tra i fedelissimi, ma per due volte di fila mi ero negato. Non avevo avuto voglia di ricordare aneddoti ormai annebbiati o di ridere alle spalle di compagni che, per quel che ne sapevamo, potevano essere finiti su una colonia lunare.

Partecipare a queste riunioni è sempre un po’ deprimente. Ci vai solo perché a te sono rimasti in testa quattro capelli in più del tuo compagno di banco. O per far sapere agli altri che i tuoi lombi sono riusciti a perpetrare ancora per un po’ la tua genia, quando sai benissimo che non tutti sono stati altrettanto sciocchi.

Venerdì però avevo voglia di rimpatriare e così, anche se mi sono fatto attendere qualche minuto, sono arrivato in osteria e sono entrato. Erano tutti seduti in fondo alla sala, un tavolo di undici persone parallelo a una parete perlinata.

«Eh…!» hanno gridato, non appena mi hanno visto, mentre io arrancavo nel locale con gli occhiali appannati. Un odore denso di polenta e salsiccia ha avuto subito la meglio sulle difese della mia leggera anosmia.

Terminata la liturgia dei saluti mi sono seduto, e poco dopo la cameriera ha portato tre brocche di vino della casa e dell’acqua minerale. Poi sono atterrati sulla tovaglia a quadratini bianchi e rossi anche i taglieri con gli antipasti di salumi e formaggi e un paio di ciotole con i sottaceti. Abbiamo versato il vino nei bicchieri e abbiamo brindato. Bruni è stato l’unico ad alzare il bicchiere dell’acqua, perché lui beve solo superalcolici.

«Puah! Questo vino fa schifo», ha detto Lorenzini. «Prendiamo una bottiglia.»

«Quale?»

«Chiediamo la carta dei vini.»

Non avevano la carta, ma è venuto il proprietario della trattoria: un ragazzo che somigliava a Gramsci. Lorenzini ha ordinato un Sassella, che ci siamo scolati in cinque.

Mentre parlavamo sono arrivati anche i primi: risotto ai funghi e mirtilli; pasta alla rustica; gnocchi di polenta al ragù di salsiccia. Poi i secondi: arrosto alle mele; bocconcini di manzo alle erbette.

«E Cappi che fine ha fatto?»

«Cappi è diventato un nazista.»

«Ve lo ricordate quando è volato con la macchina… Ma come cazzo ha fatto su un rettilineo?»

«In macchina con lui c’era Gianfranchi. Era pietrificato, è rimasto seduto con le cinture allacciate nonostante la macchina fosse girata su un lato.»

«L’ho tirato fuori io» ha detto Villa.

«Cappi con quell’incidente ha preso anche il brevetto di volo.»

«Ricordate quando abbiamo bigiato per andare al mare? In quanti eravamo?»

«In otto su due Y.»

«Quando siamo arrivati c’era un elicottero che ci girava sulle teste e Porro imitava il preside che ci minacciava col megafono di tornare in classe.»

Dopo mezzanotte ci hanno servito i dolci. Ridevamo meno di prima e così siamo entrati un po’ in loop. Abbiamo smesso di parlare del passato. È stato come se ci fossimo accorti che non ci riguardava più, che quei ragazzi erano altre persone. Non li conoscevamo neppure. Il presente, con il suo carico da novanta, ci ha schiacciato come fa la pressa di uno sfasciacarrozze con le vecchie automobili. Ognuno di noi ha iniziato a raccontare solo quel poco che voleva far sapere.

Rossi ha cambiato lavoro. Ora è ingegnere capo in una multinazionale. Rocca è architetta ed è diventata mamma di una bambina di sette mesi. Villa progetta impianti sportivi, si è sposato con una ragazza che ha quindici anni meno di lui. Lorenzini è responsabile commerciale per una ditta di mobili, ha tre figli maschi ed è contento che il più grande di sedici anni non si faccia ancora le canne. Corti, il Parigino, non si sa che cosa combini di preciso, anche lui è ingegnere, ma me lo immagino a dare ordini nella boutique del padre. È sempre impeccabile: capello nero intriso di gel, maglioncino di marca sulle spalle, camicia sbottonata e maniche arrotolate. Denti splendenti. Lo hanno messo in frigorifero per venticinque anni, il tempo non lo ha cambiato di una virgola. Corti è Dorian Gray.

«E tu che fai di bello?» mi ha domandato Dorian.

Ho esitato un attimo prima di rispondere. Ho guardato tutti i miei vecchi compagni di classe e ho pensato che mi sarebbe piaciuto essere come loro. Li ho invidiati.

In quel momento mi sono ricordato del libro.

«Sono in un giro particolare» ho risposto.

Tutti mi hanno piantano addosso i loro occhi curiosi.

«Fai il magnaccia?» si è messo a ridere Dorian.

Ho buttato sul tavolo il tascabile. In copertina c’era il disegno di un uomo in sovrappeso immerso in un idromassaggio da giardino. Dietro di lui c’erano una staccionata, delle piante, un gatto. Lo sfondo rosso era inquietante. Il titolo originale del libro era The Captain is Out to Lunch. Nessuno ha capito, forse hanno pensato che facessi il libraio. Ho Aperto il libro; le prime due pagine erano bianche, sulla terza c’era solo il marchio dell’editore e poco sotto una dedica in inglese scritta a mano, probabilmente con una penna stilografica.

To my dear friend Berlusconi, italians’ president

Charles Bukowski

Mi hanno guardato sbalorditi, aspettando una spiegazione.

«Rubo i libri rari e li rivendo al miglior offerente. Non i libri antichi, ma quelli come questo, con la dedica di Bukowski a Berlusconi quando, per la prima volta, è diventato Presidente del Consiglio. Per di più una dedica su un’edizione Feltrinelli, il massimo del paradosso.»

Nessuno ha fiatato, nessuno ha preso in mano il libro e letto la quarta di copertina. Se qualcuno lo avesse fatto avrebbe scoperto che Bokowski era morto il 9 marzo 1994.

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