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Una storia di StefaniaCastella

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Qualcuno nasconde qualcosa...

inconfessabili segreti tra di noi

Pubblicato il 11 marzo 2017

“Hey chi di voi nasconde qualcosa?”. La voce di Valeria, si muoveva nell’aria come la coda ondulata dei suoi capelli. Appollaiata sullo sgabello alto della cucina, teneva tra le mani, piccole sorprese di quelle che escono fuori dagli ovetti di cioccolato. La cucina inondata di sole, luccicava di oro e arancio riflesso tra le tende, ora di colazione, la nostra ora, quella di noi tre donne di casa più lei, piccola donnina. C’era quel calore da socchiudere gli occhi, almeno fino a quando la piccola non aveva calato la sua frase, come l’asso che alla fine del gioco tira via tutte le carte. Era sceso il gelo, rivoli di sudore sulla fronte accomunarono tutt’e tre. Mia madre lasciò i Pooh cantare il pezzo alla radio, da soli. Mia sorella infilò un dito in bocca mordendosi nervosamente una pellicina dell’indice. Io cercai di far scivolare giù un boccone di cereali che era rimasto a metà. Non si vedeva il labbro inferiore di mia madre tremare così da un bel po’. Di solito succedeva quando nelle domeniche che ci ritagliavamo per ritrovarci come da bambine, io ed Elvira, tornavamo ad incalzarla sulla necessità di trovarsi “un bel vecchietto per giocare a canasta” e lei come sempre rispondeva “non ci so giocare a canasta e fatevi i fatti vostri”. Da quando nostro padre, buonanima era scomparso, più o meno quattro anni prima con la segretaria dello studio medico dove lui faceva il professorone e lei l’allieva lungimirante, la mamma aveva sempre portato alta la bandiera della moglie-tradita-piccata che un atro non se lo trova per restare imperterrita dalla parte della ragione. Stare sola era per lei la parte della ragione. Per mia sorella e me stare sole invece era un concetto quasi opposto. Io che sola non potevo restare neanche a pensarci, sposata con Davide da quando ne avevo appena diciotto, lei che la testa a posto non l’aveva messa mai, e neanche sullo stesso cuscino per più di un mese, aveva da poco preso grandi decisioni. E sola mai.

Come sempre le decisioni di mia sorella arrivavano come fulmini in mezzo ad una giornata assolata d’estate, solitamente ad orari inconsueti tipo tre di notte o sei di mattina, o in piene riunioni di lavoro. Come l’ultima, e quella precedente. Le due ultime telefonate improvvise di mia sorella avevano segnato una linea di confine tra presente e passato.

La prima delle due era giunta un lunedì mattina mentre ero impegnata a girare lo zucchero nel caffè prima di partire con la solita routine. Il suo nome lampeggiava sul cordless, e fui tentata di non rispondere. Non l’avessi fatto, sarebbe stato meglio.

“Cosa fai diciamo ad un mese da oggi?”. Eccola la voce squillante della mia bellissima sorella.

“Scusa? Sono le sette e ventisette minuti, Vale dorme ancora, io sono ancora in pigiama e in ritardo già, non so cosa farò domani, e neanche tra ora e questa sera, cosa vuoi che ti dica?”

“Potresti dire Auguri! Dato che ho fissato la data”. Mi passò in testa una marea di immagini ma nessuna associata ad una data matrimoniale.

“Una data Elvira? Una data per cosa?”

“Dovresti dire auguri, ed essere felice per me. Come una sorella normale. E accompagnarmi a comprare un vestito e…”

“Frena frena, sono, quanto? Tre, quattro domeniche che non ti vedo e mi dici che hai incontrato l’amore della vita in neanche un mese? E pensi di essere normale?”

“Ti ho detto che ho comprato un giubbotto di pelle?”

“Si, che c’entra”.

“Visto? TI dico tutto sei tu che ti scordi le cose. Il commesso del centro commerciale, ci siamo sentiti un paio di volte, e siamo usciti insieme e così…”

“No Elvira no “. Era passato un altro paio di settimane da quel “No, Elvira no”, che credo di aver detto almeno una volta al mese da circa quarant’anni, da quando avevamo cominciato a parlare insomma.

Trascinata da quella telefonata in giro per negozi, a guardare vetrina su vetrina, tempo tre giorni era spuntato anche l’abito prenotato con un centone di anticipo, scarpe e locali da visionare, da appuntare, insomma le solide basi di un matrimonio caduto tra capo e collo che aveva riempito le domeniche a venire di chiacchiere su fiorellini per i capelli e leggerezza. Ecco, nel passare dei giorni sembrava quasi vero, di questo sposo fantasma naturalmente non si sapeva che il nome, tale Dario commesso di un negozio in centro commerciale, e proprio quando ci stavamo per credere, era arrivata prepotente la telefonata numero due.

Arrivò alle otto e quarantacinque sempre sul caffè, ma quello liquido, labile inutile dell’ufficio. Sentirla significò mescolare il sapore vomitevole di quella roba con la sensazione che qualcosa aleggiasse ineluttabile nell’aria.

“Ho bisogno di te” Tono agitato, Elvira parlò in fretta. “Ho combinato un casino. Lo so, lo so, non ci vediamo da qualche settimana ok. Ho avuto da fare. E devi venire qui”

“Elvira, si, amore tesoro, sei mancata a qualche colazione ma ti prego non dirmi niente che possa somigliare a qualcosa di peggiore di questo caffè. Ti prego…Dimmi dove sei, che succede…”

“Devi venire qua a casa mia. Ci metti due minuti, prima che mamma torna dalle terme e passa come sempre da me. Devi venire qui”. La testa si soffermò sul “come sempre viene da me” pensai che la mamma da me non ci veniva che alle feste comandate così mente ero intenta a pensare ad altro lei cominciò con “Non si muove, Non respira. Vieni.” E captai che doveva essere successo qualcosa di grave. Così con un salto mortale triplo dribblando telefonate e appuntamenti, spostai ogni incombenza per correre da lei, come del resto facevo sempre ogni volta che ne combinava una.

Arrivai sotto casa sua in mezz’ora buona di traffico dell’ora di punta in centro. Sfiancata mi feci le tre rampe di scale di quel palazzone stravecchio senza ascensore. Suonai alla porta che avevo il fiatone da maratona e il bisogno disperato di un caffè dal sapore umano, per togliermi con una sigaretta l’aria assurda di quella mattina. “Elvira non so se ti rendi conto…Si può sapere che combini? Mi tiri fuori dall’ufficio, mi fai correre qui e ti trovo ancora in vestaglia col caffè in mano, e dammene una tazzina che ancora non l’ho preso, e che diavolo …”

Aveva il trucco sfatto, la faccia stravolta come forse non avevo mai visto.

“Se ne è andato, capisci? Ma sai che ti dico? Che me ne fotto”

“Si ok Elvira, ma che vuol dire? Non vi sposate più? Il vestito e le scarpe?”

“E quello è l’ultimo dei problemi. Dario se ne è andato. Sai com’è ha capito che infondo non ero così convinta perché in realtà io, si insomma io mi vedevo con un altro e allora…”

Ecco. Quello era il tipico momento in cui rivedevo vita, scelte, giochi sull’altalena, capelli tirati fino a strapparli, ecco, il tipico finale di ogni storia che avevo sentito fino ad ora compreso di voglia di prenderla a cazzotti in testa per riordinarle le idee. “Non mi guardare così, non mi guardare così sai, che non mi incanti tu con quell’aria da santarellina guarda che mi ricordo benissimo di te moglie perfettissima” caffè sigaretta e dito putato contro Elvira inveiva con gli occhi di fuoco.

“Oh forse qui qualcuno si è dimenticato del vicino con le spalle quadrate come l’armadio di casa mia che tanto aveva bisogno di una mano a sistemare casa, cose… così pensi che mi dimentico... commetti l’errore fatale di raccontarmi tutto tu…e io a differenza tua ti ascolto quando parli…"

Le tempie cominciarono a pulsare mentre si appannavano gli occhi di fumo e incazzatura.

“Stiamo parlando di te adesso, questa conversazione non riguarda me. Sono io che sono venuta qui perché tu mi hai chiesto aiuto. Quindi dimmi cosa vuoi e basta”

“L’ho ammazzato”

“Chi? Che cazzo dici Elvì?”

“Paolo, L’ho ammazzato. Paolo. Te l’ho detto no che stavo lavorando a un progetto. Ti ricordi quella mostra che ti dicevo? Il gallerista, ecco, Paolo, ci siamo incontrati per la mostra”

“No, Elvira no. A parte che non so neanche di che cazzo parli” Soprattutto perché nella testa intanto andava solo l’immagine del mio vicino di casa delle sue magliette strizza muscoli dei parecchi caffè che sapeva fare così bene… La voce di Elvira mi riportò a terra.

“Stavamo facendo l’amore. Ecco. E a un certo punto non respirava più.”

“Elvira, non me lo dire ti prego. Hai ammazzato uno? Cioè l’hai ammazzato mentre. Devo vomitare, l’hai ammazzato mentre facevate ma che cazz…Elvira”

“Dobbiamo portarlo fuori, portarlo a casa sua e rimetterlo a posto”

“Ma che cazzo dici, non è mica un libro, un pacchetto di sigarette? Come diavolo?”

“Vai a prendergli le chiavi no? Ce le avrà da qualche parte, entriamo a casa sua, che vive da solo qua vicino, lo portiamo lì e nessuno saprà niente, Tanto alla sua età capirai…”

“No, Elvira ti prego che vuol dire alla sua età…”

“Non c’entra niente l’età. Io lo amavo. Diciamo che andava per la settantottina anche settantanovina…più o meno”

“Elvira…”

Entrammo in camera, il letto disfatto, il corpo ancora più sfatto, l’uomo nudo dall’ombelico in giù giaceva bianco e grigio, sembrava un orso in letargo. E molto molto più in là della settantanovina.

“Elvira, di tutte le cazzate che nella tua insulsissima vita hai fatto, devo dire che questa le batte tutte. E come pensi che tiriamo su questo, questo…”

“Un po’ di pietà è un morto, prima lo vestiamo e poi ce lo mettiamo sotto al braccio facciamo come nei film che si finge che è vivo e lo riportiamo a casa sua” “Facciamo come nei film Elvira? C’abbiamo un cadavere che sarà novanta chili sulle spalle che neanche lo tocco io, quindi lo rivesti tu, facciamo le scale di casa tua a piedi in macchina fino a casa sua? E tu pensi che sia una cosa così, normale?”

Trovare le chiavi del pover’uomo fu compito mio mentre lei lo rivestiva. Cercammo di tirare su quel corpo nella maniera più impensata e impensabile, trascinandolo giù dalle scale, per miracolo fino alla macchina. “Ora tiralo su, che io credo di stare per sentirmi male” Lo tirammo fuori dalla macchina con chissà quale potere divino, riuscimmo ad arrivare all’ascensore ad aprire e riportarlo nel suo habitat come un animale che ritorna nella tana. “Mettiamolo sul letto penseranno che si è sentito male. Nessuno scoprirà niente. E tutto sarà risolto…” “E tu sei un’assass…”

“Zitta! Cazzo. C’è qualcuno, shhh senti le chiavi? Che cazzo facciamo ora?” L’idea più cretina in assoluto fu infilarsi sotto il letto mentre qualcuno entrava a passi leggeri e con voce suadente aleggiava nell’aria un “Amore. Amò sono io. Passerotto, ti ho fatto una sorpresa, guarda ho preso le sfogliate, così facciamo colazione insieme, passo dopo da mia figlia, stiamo un pochino insieme e…”

Credo, la scena di me e mia sorella sotto il letto occhi negli occhi, il cadavere di un uomo-grizzly sul letto e la voce di nostra madre che risuonava per la casa neanche al più fuori di testa dei registi sarebbe venuto in mente di mettere insieme. Ci toccò l’infame accordo di inviarle un messaggio al cellulare per farla allontanare, e Dio solo sa per quale fortuna avevamo i cellulari in tasca. “Corri mamma mi è successa una cosa terribile, ti prego vieni al più presto. Elvi”

Cuore di mamma scappò di corsa per raggiungere casa buttando un occhio veloce al grizzly, defilandosi con un “Torno subito amore vedo che vuole quella testa di… insomma vengo subito”. Vedemmo nostra madre raggiugere un autobus mentre veloci ci infilavamo in macchina. Ci saremmo fatte trovare a casa di Elvira per raccontare del matrimonio saltato, per inventare qualcosa di plausibile cercando di non far trapelare nulla. Con la testa che scoppiava di dubbi, ognuna di noi sapeva cose che non sarebbero mai dovute venire fuori.

Erano venute tutte fuori invece, qualche settimana dopo, quella domenica mattina quando nostra madre sembrava esseri ripresa da un misterioso quanto improvviso crollo di nervi che non aveva spiegato a nessuna. Quando una piccola peste inventandosi un gioco aveva tirato furi le sorpresine degli ovetti. Quando aveva lasciato sulle nostre facce solo un” Hey chi di voi nasconde qualcosa?”. E nel silenzio ognuna pensò bene di fare una lunga lunghissima pausa prima di rispondere…

“Che poi io la trovo. Oh ma che facce fate? Io la trovo, mica uno può nascondere una cosa per sempre”….

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