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Una storia di AnnalisaDolgetto

Mi parli piano

Quando le parole sembrano non bastare

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Pubblicato il 29 agosto 2018 in Storie d’amore

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Mi parli piano. Così piano che, a volte, non riesco a sentirti. Forse dovrei dire che non mi parli affatto. Mi sussurri qualcosa ogni tanto, proprio perché non ce la fai a trattenerti. Parlare, però, non è sussurrare. Io e te lo sappiamo bene. Non abbiamo mai avuto bisogno di nasconderci dietro a un dito. Le parole sono sempre venute fuori con una naturalezza sorprendente, anche quando eravamo costretti ad affidarle al freddo schermo di un computer lasciando all’immaginazione tutto il resto.

Se non si trattasse di te, il ragazzo che conosco da dieci anni e con il quale mi ostino a giocare a nascondino nel suo cuore esattamente come lui fa nel mio, avrei già lasciato perdere da un pezzo. Sarebbe così facile lasciare andare te che non hai mai saputo restare. Eppure continuo ad avere un debole per le cose difficili, impossibili, incompiute. Eppure continuo ad avere un debole per me e per te insieme, anche se noi insieme non siamo mai stati, neanche quando potevamo, neanche quando dovevamo.

Le nostre vite hanno cominciato a divergere diversi anni fa, quando abbiamo fatto nuovi incontri che le hanno cambiate per sempre.

Mi sono innamorata in un modo che non credevo possibile e che ha modificato ogni parte di me. Avrei voluto con tutta me stessa che quell’amore durasse per sempre. Ti sarebbe piaciuto lui. Non eravate così diversi, sai? Stesso senso dell’umorismo, battuta sempre pronta, capace di vedere il bicchiere mezzo pieno anche quando il bicchiere non c’era, un giullare di corte che, però, non ha mai avuto smanie da prima donna. Non gli serviva stare a tutti i costi al centro dell’attenzione e nemmeno divertire tutti i presenti. Gli bastava sentire il suono della mia risata. Solo allora sapeva di aver fatto bene il suo lavoro. Il resto non ha mai contato molto, non per lui almeno. Ti sarebbe piaciuto il fatto che aveva occhi solo per me ma l’avresti anche odiato se avessi potuto vedere il modo in cui io guardavo lui. E poi, temo, avresti finito con l’odiare te stesso per avermi permesso di innamorarmi di lui quando, se solo avessi avuto più coraggio, avresti potuto esserci tu al suo posto.

E poi… Poi la vita si è messa di mezzo. Ricordo le corse in ospedale, le speranze appese ad un filo… Mi sarebbe piaciuto avere il mio amico di sempre, trovare nella casella di posta più e-mail di quante ti era concesso scrivermi, piangere sulla tua spalla quando ho capito che non c’era più nulla da fare… Mi sarebbe piaciuto chiamare te quando non riuscivo a dormire… Quando non riuscivo a vivere… Quando non riuscivo a morire...

Così mentre io cercavo di rimettermi in piedi dopo il dolore più grande che avessi mai provato in tutta la mia vita senza poter anche solo lontanamente sperare nel tuo aiuto, tu tentavi di mandare avanti la tua storia. Mi hai sempre raccontato molto poco di lei. Non ho mai capito se lo facessi per paura di ferirmi, per imbarazzo o, semplicemente, perché non c’era chissà quanto da raccontare. Chissà, forse una cosa non esclude per forza le altre.

Tracciavi dei confini che, mi conosci, non mi sarei mai sognata di oltrepassare e rispettandoli ti ho dimostrato quanto bene ci fosse ancora per te. Non sono quel genere di persona. Non mi sarei mai messa in mezzo tra te e la donna che ho sperato amassi abbastanza da non farti più voltare verso di me.

Una volta, però, l’hai fatto. Ti sei voltato verso di me proprio quando cominciavo a credere che mi avessi dimenticata, che facessi sul serio con lei.

Per un attimo hai dimenticato i ruoli, gli anni, gli errori, la morale, il tempismo. Per un attimo hai ripreso a credere nella frase che mi ripetevi sempre quando ci siamo conosciuti: ognuno è l’artefice del proprio destino. Per un attimo, il più pericoloso delle nostre vite, sei tornato a guardare nella mia direzione e chissà se l’hai capito che io di guardarti non avevo mai smesso.

Erano mesi che non ci sentivamo ma la cosa non era una novità. Noi facevamo così. Sparivamo per poi riapparire nei momenti più impensabili l’uno nella vita dell’altro, come se godessimo di un permesso speciale in virtù del quale il tempo non sarebbe mai stato in grado di mettersi tra noi, di tagliare anche l’ultimo dei fili invisibili che ci univa. Ci concedevamo il lusso di perderci perché tanto sapevamo esattamente dove venire a cercarci qualora ne avessimo sentito il bisogno. Un bisogno che poi si riduceva ad un breve scambio di battute, conversazioni inoffensive sulle quali nessuno si sarebbe soffermato, saluti veloci che sembravano non fare alcuna differenza. Era quello che non ci dicevamo a tenerci ancora tremendamente legati. Ci scrivevamo per parlare del tempo, dell’università, delle cazzate fatte con gli amici, del Napoli che lo scudetto, per un motivo o per un altro, non riesce mai a vincerlo, del fatto che non ci sono più gli uomini di una volta e che le donne hanno saputo farsene ampiamente una ragione. Parlavamo senza parlare, come se mantenendoci nel limbo dell’implicito saremmo stati al sicuro. Al sicuro da cosa? Dal tempo che passa? Dal destino che spesso non si presenta nemmeno ai suoi di appuntamenti? Da un sentimento al quale non abbiamo mai chiesto i documenti e che, imparando a tacere, è diventato nostro complice?

Mi dico che siamo stati prudenti, che abbiamo semplicemente cercato di fare la cosa giusta anche se non ne sono più tanto convinta. Forse siamo stati stupidi e codardi, incapaci di leggere i segnali e di cogliere al volo le occasioni. Perché anche se fingiamo di no le abbiamo avute. Più di una volta la vita ci ha sorriso. Peggio per noi se non abbiamo saputo fare altrettanto.

Quel giorno qualcosa deve averti fatto cambiare idea sulla nostra malsana abitudine di evitare i discorsi importanti, quelli che avrebbero potuto far venire qualche dubbio persino al buon senso.

Avevo trovato da poco il coraggio di chiudere una storia che mi trascinavo da mesi. Ero in balia delle mie stesse onde, tu devi essertene accorto, ancora non riesco a capire come, e hai provato a tendermi una mano in un modo che è il nostro modo. Mi mandasti la foto di un disegno che avevo fatto per te il 2008. La risoluzione era pessima, all’epoca la tecnologia non era sfrenata come adesso. Il disegno raffigurava le nostre caricature l’uno tra le braccia dell’altro mentre con lo sguardo all’insù indicavamo le stelle. Le nostre stelle. Mi piaceva disegnare i nostri buoni propositi, le cose che ancora non erano accadute fuori ma che continuavano a capitare dentro di noi.

Ritrovare quel reperto archeologico della nostra personalissima preistoria sentimentale deve averti fatto esplodere il cuore di tenerezza e nostalgia al punto tale che non ce l’hai fatta a tenere per te tutto quello che ormai non potevi più dirmi. Mi scrivesti che ti mancavo, che anche se c’erano state altre ragazze dopo di me con la mente e con il cuore tornavi sempre all’agosto del 2008, a quando ci scambiammo un bacio che sapeva di granita alla menta, un bacio che soltanto anni dopo ti confessai essere stato per me il primo, un bacio che avevamo a lungo desiderato, un bacio illuminato da uno dei tramonti più belli che avessimo mai visto. Mi scrivesti che eri pronto a chiudere la tua storia per provare a darci finalmente una possibilità. Insomma, mi apristi il tuo cuore, forse come non avevi mai fatto prima. Mi dicesti tutto quello che avevo sperato di sentirti dire prima o poi.

Ciononostante ancora una volta sentii di avere le mani legate. Seguire il mio cuore avrebbe voluto dire anche ferire quello di altre persone. Mia madre non avrebbe mai accettato che, nonostante tutti i suoi sforzi, il ragazzo che avevo conosciuto in chat anni prima continuava a voler stare con me. La tua ragazza non avrebbe mai creduto al fatto che la stavi lasciando per una che non vedevi da anni ma che ti era rimasta nel cuore. Mi prese il panico. Non vidi di buon occhio che mi dicessi quelle cose da fidanzato, nonostante io le avessi a lungo aspettate, nonostante in fondo quello che c’era tra noi non seguiva le regole del mondo ma soltanto quelle del cuore.

Per queste ragioni e per molte altre ancora ti dissi che era troppo tardi, che sentivi la mancanza di una Stella ragazzina che, nel frattempo, era cresciuta e che probabilmente avrebbe finito col deludere le tue aspettative. Ti spinsi via con una violenza di cui ancora non me ne capacito. La paura, a volte, ci fa essere crudeli persino con le persone che amiamo di più.

Avrei voluto chiederti di vederci, di parlarne dal vivo, di trovare una soluzione insieme ma l’unica cosa che, invece, mi riuscì di fare è di darti un motivo per non voltarti più indietro.

Ho pianto per giorni al pensiero di averti spezzato il cuore e di aver dato nuovamente le spalle alla felicità. Sapevo che non mi avrebbe perdonata tanto facilmente. Sapevo che col mio rifiuto avrei reso anche a te difficile perdonarmi.

Siamo andati avanti da allora. Ci siamo lasciati anche quel momento di devastante chiarezza alle spalle per poi riprendere le abitudini di sempre, come se nulla fosse accaduto.

Adesso ti limiti a rispondere ai miei messaggi lasciando rigorosamente le conversazioni a metà.

Mi sfuggi in un modo che darebbe sui nervi anche alla persona più paziente del mondo ma è anche vero che non ti è rimasto molto altro da fare a parte quello.

Mi sono sbagliata, Gianluca. Ho commesso un terribile sbaglio quella sera. Avrei dovuto darti ascolto, assecondare il tuo meraviglioso slancio di follia, consapevole della fatica immensa che stavi facendo nel provare a riprendere quel destino che ci era miseramente sfuggito di mano.

Mi piacerebbe potertele dire queste cose, anche se è troppo tardi. Anche se, forse, nel frattempo tu di lei ti sei innamorato davvero, proprio come ho sempre sperato facessi.

Vorrei parlare, vuotare il sacco, anche solo per darti la possibilità di rivalerti sul mio cuore, di fargli del male proprio come io ne feci al tuo.

Non è la paura a bloccarmi stavolta e nemmeno questo ridicolo rispetto dei ruoli.

Semplicemente non voglio farti credere che se torno da te è soltanto perché non so dove altro andare. Non voglio che tu sia l’alternativa al vuoto, tu che non sei mai stato un’alternativa anche se non ho saputo dimostrartelo, anche se ho creduto che tacendo su tante cose almeno uno dei due sarebbe stato felice. Non voglio fare altri torti a quei due ragazzini che dieci anni fa, senza dirselo, si sono amati con tutte le loro forze, quei ragazzini dei quali continuamente ci dimentichiamo ma che ancora non hanno imparato a dimenticarsi.

Sarebbe così facile smettere di cercarti visto che ormai non ti fai più trovare. Sarebbe così facile lasciare che una delle tante conversazioni che lasciamo in sospeso diventi l’ultima, il silenzioso addio da affidare alle spunte blu di un’indifferenza che ancora stento a credere ci appartenga.

Vorrei avercela con te per questo. Vorrei riuscire ad odiarti per avermi fatto fuori dalla tua vita ma la verità è che io non ci ho mai messo piede così come tu non hai mai fatto irruzione nella mia.

Lo abbiamo sperato così tanto. Ci siamo attesi in un posto che eravamo gli unici a conoscere per un tempo che deve esserci sembrato infinito, terrificante, crudele ma necessario. Un tempo che ci è servito a realizzare la più importante delle verità, la stessa che mi racconto di rado e che tu nascondi dietro le tue irresistibili battute di spirito e cioè che non basta aspettarsi, non sempre almeno.

Certe volte bisognerebbe trovare il coraggio di parlare forte e chiaro, di sfondare la porta quando nessuno ci invita ad entrare, di far crollare i muri del buon senso, di guardarsi dritto negli occhi, di scavalcare la paura e, perché no, coprirsi di ridicolo. Bisognerebbe fare tutto il necessario per essere felici, anche deludere le persone che ci amano e che non sempre riusciamo a ricambiare.

Mi ripeto come un mantra che è troppo tardi, che la nostra occasione l’abbiamo avuta diverse volte e che, come due perfetti idioti, l’abbiamo gettata al vento.

Cosa accadrebbe se, invece, ci accorgessimo che, nonostante tutto, siamo ancora in tempo?

Sono passati dieci anni, Gianluca. Li conto da quel lontano agosto del 2008, quando dopo esserci inseguiti con lunghe e-mail per circa un anno finalmente prendemmo forma e consistenza. Il tempo, quella sera, avrebbe dovuto fermarsi, fosse anche solo per restituirci tutto quello che già avevamo perso sospirando l’uno al pensiero dell’altro. E invece, dopo essersi commosso alla vista di due ragazzi che, dopo averlo a lungo desiderato, potevano finalmente toccarsi, riprese in fretta la sua corsa senza voltarsi più indietro.

Il destino ci diede le spalle anche se noi per molti mesi fingemmo di non rendercene conto, che bastasse continuare a sospirare da lontano per restare insieme.

La verità è che avremmo dovuto fare di più per quel sentimento senza nome che non ci faceva chiudere occhio.

Avrei dovuto affrontare mia madre, farle capire che, anche se ti avevo conosciuto su una chat qualsiasi, di te ci si poteva fidare, che quasi avevi paura a toccarmi per come dovrò esserti sembrata piccola e fragile, che volevi proteggermi da tutti quelli che un cuore come il mio non se lo sarebbero meritato neanche se fossero nati una seconda volta, che a me e a me soltanto avevi raccontato la verità sin dall’inizio, anche quando da dietro lo schermo di un pc mentire sarebbe stato facile.

Avresti dovuto fare un passo avanti, farmi sentire che potevo contare su di te, che stavolta non avresti soltanto aspettato ma che avresti agito e, invece, ti ho visto farne dieci indietro di passi dicendomi che non volevi mettermi contro la mia famiglia anche se questo significava metterti contro quello che provavo per te. Non avresti dovuto sacrificarti per una causa tanto nobile.

Ci siamo scrollati di dosso il destino. Tutto quello che è successo dopo è stato il prezzo da pagare per non essere stati folli quando avremmo dovuto esserlo.

Non avrei dovuto credere a mia madre quando, nel disperato tentativo di allontanarmi da te, mi disse che nulla di ciò che mi avevi raccontato era la verità. Avevo diciassette anni. A quell’età non pensi che tua madre possa mentirti guardandoti negli occhi.

Abbiamo commesso un’infinità di errori ma, soprattutto, abbiamo sprecato più tempo di quanto potessimo realmente permetterci.

E adesso mi ritrovo qui, lontana anni luce da te che profumavi di casa.

Mi manchi, Gianluca.

Mi manca il mio migliore amico, il ragazzo a cui potevo raccontare tutto, anche le cose più ridicole o sconvenienti.

Mi manca la tua mancanza di modestia, quella che mi costringeva ad essere acida pur di darti una ridimensionata, una presunzione che, non ti ho mai detto, trovavo irresistibile perché, in fondo, sapevo fosse il tuo modo per difenderti dal mondo in generale e per divertire me in particolare.

Mi manca il tuo profilo perfetto, quello che sbirciavo in continuazione quando eri alla guida della lancia Y di tuo fratello, quella con il vetro frantumato in circostanze misteriose persino per te.

Mi mancano le tue spalle larghe e le tue braccia forti, quelle che mi facevano sentire protetta, al sicuro.

Mi manca poter comporre il tuo numero di telefono per dirti semplicemente la prima cazzata che mi passa per la testa, quel numero che ho imparato a memoria e che non ho mai più scordato.

In tutti questi anni, quando le cose andavano male ma anche quando giravano più che bene, ho sempre rivolto un pensiero a te e a te soltanto. Mi sono sempre chiesta come sarebbe stata la mia vita se quella sera ti avessi aperto il mio cuore anziché spezzare il tuo.

Indietro non si torna. Andare avanti non è così semplice come ce lo fanno credere.

E allora continua, Gianluca. Continua a parlarmi piano.



Questa canzone di Emma Marrone ti piacerebbe. Come lo so? Semplice, perché io la detesto. Abbiamo sempre battibeccato sulla musica e non soltanto su quello. Il sole e la luna. Tu difendevi a spada tratta il cantautorato italiano e io la musica della tradizione napoletana. Tu non riuscivi a chiudere occhio all’epoca ed io cadevo in una sorta di coma farmacologico. Tu amavi i dolci, io tutto quello che si poteva friggere. Mi piaceva, però. Battibeccare intendo. Mi piaceva vedere come difendevi le tue idee, come riuscivi a tenermi testa. Mi piaceva anche farti incazzare, lo ammetto, perché arrabbiata eri ancora più tu: energica, passionale, determinata. Semplicemente tu. Ci scontravamo per partito preso esibendo alla fine un broncio che serviva soltanto a nascondere un sorriso appagato e divertito. Non sempre mi trovavo in disaccordo con te ma adoravo i nostri duelli, senza esclusioni di colpi, anche se dall’esterno potevano farci sembrare due persone che proprio non si prendevano.

Non era così, anzi. Noi eravamo così presi l’uno dall’altro che non avevamo bisogno di essere accondiscendenti, di fingerci diversi da quelli che eravamo, di ricoprirci di complimenti. Soltanto uno stupido guardandoci non si sarebbe accorto di quello che c’era tra noi. Ci punzecchiavamo, ecco tutto. Potevamo dirci le peggiori cose, sostituire la dolcezza con il sarcasmo, senza minare in alcun modo il nostro essere complici. Potevo dirti che non eri un granché, tanto non mi avresti mai creduto per come ti guardavo. Mi rispondevi divertita, come chi ha appena sentito un’assurdità, ogni volta allo stesso modo. “Chi disprezza vuol comprare.” Poco ma sicuro. Sarei stato pronto ad andare in banca rotta pur di averti. Sei sempre stata la più bella per me. Non perché non ci fossero ragazze più belle ma perché, quando c’eri tu semplicemente non mi accorgevo di loro. Ero troppo divertito a litigare con te per guardare tutte le altre.

Sono passati più di dieci anni dal nostro primo incontro. Avevo poco più di vent’anni e i miei capelli non avevano battuto del tutto la ritirata. Tu ne avevi diciassette da poco compiuti ma sembravi più piccola. Avevi l’aria da bambina un po’ indisponente, insomma nulla a che vedere con le diciassettenni di oggi che si atteggiano a donne finite prima ancora di cominciare. Era agosto e faceva molto caldo ma immagino di non essere chissà quanto attendibile visto che riesco a sudare anche a dicembre. Ricordo che portavi i capelli lunghissimi raccolti in una coda alta che mi finiva in un occhio quando, dopo aver duellato a lungo, deponevo le armi e cercavo di baciarti.

Eri diversa dalle altre. Non dicevi bugie perché la verità te la si leggeva negli occhi. Quegli occhi da cerbiatto, belli già così, al naturale, senza un filo di matita ma soltanto con un accenno di mascara che, a giudicare da come erano arrossati, doveva esserti costato una fatica immensa. Mi piaceva sapere che non c’erano chili di trucco sul tuo viso, mi permetteva di immaginarti appena sveglia al mattino, persa tra le mie braccia.

Il resto fatico a ricordarlo senza provare un terribile senso di vuoto.

Ho sbagliato, sì.

Quando ho cercato di rimediare era troppo tardi. Sei stata tu a dirmelo chiaramente anche se, non ti ho mai creduto fino in fondo. Pensai che, come al solito, la paura avesse preso il sopravvento e che probabilmente non avevi ancora trovato la forza di metterti contro tua madre per provare a stare con me. Ad ogni modo presi per buono il tuo rifiuto e mi comportai di conseguenza. Io una ragazza ce l’avevo e, anche se non ero fiero di quello che sarei stato in grado di fare se solo tu mi avessi detto di sì, provai a far funzionare le cose. E per farlo, inevitabilmente, dovevo allontanarmi da te, decimare il numero di volte in cui potevamo parlare, fingere di averti dimenticata correndo il rischio che mi avresti creduto.

Non sai che fatica faccio ancora oggi a non cercarti, a non chiederti di vederci.

So che avresti avuto bisogno anche di me in questi anni ma mi sono reso conto dei miei limiti. Non avrei potuto essere soltanto un tuo amico. Mi sarei innamorato di te ancora una volta, ammesso che abbia mai veramente smesso di esserlo.

Tu, invece, per un bel po’ hai smesso di pensare a me in quel modo. Eri felice. Lo sentivo anche da qui. Ho assistito impassibile alla tua meravigliosa storia d’amore davanti allo schermo dello stesso computer che ci ha visti parlare la prima volta. Sembrava davvero che ti fossi dimenticata di me e non sai che dolore farci i conti ogni giorno, nonostante fossi diventato molto bravo a nascondere i miei sentimenti, a occultarli come cadaveri.

Tu mi dimenticavi e io non facevo altro che ricordarti.

Ecco perché, ogni volta che mi cerchi, anche solo per fare due chiacchiere, le nostre meravigliose inutili chiacchiere, quelle che ci hanno fatto perdere tempo e sonno, faccio lo stronzo.

Mi fingo più impegnato di quanto non sia in realtà, sempre con i minuti contati e con poche cose da dirti. Lo so, non mi fa onore ma ti avrei voluta tutta per me, sempre e comunque, anche se poi al tuo fianco ci finiva qualcun altro. Invece ogni volta che permettevi ad un ragazzo di tenerti per mano sapevo che ci avevi visto qualcosa perché tu non sei come me, tu non fingi, tu ci metti tutta te stessa, succeda quel che succeda. Sono io che mi rifugio in storie sbagliate perché così posso pensare a te senza distrazioni. In tutti questi anni ti sono stato fedele. Il paradosso è che per farlo ho tradito tutti quanti gli altri, compreso me stesso.

Non ho mai provato veramente a dimenticarti. Il meglio che sono riuscito a fare è stato fingere di averlo fatto, fingere così bene da convincere te e tutti quelli che mi stavano accanto.

Chissà se davvero mi hai creduto. A giudicare dall’insistenza con cui ancora mi cerchi forse no. Forse lo sai che, anche se ho chiuso quella porta, sono rimasto dall’altra parte a sperare che tu la apra lo stesso.

Che poi, ci pensavo qualche giorno fa, in dieci anni che ti conosco non ti ho mai incontrata per caso. Eppure abitiamo ad una ventina di chilometri di distanza, frequentiamo gli stessi posti e non è una coincidenza se ogni tanto propongo alla mia combriccola di bazzicare dalle tue parti ma niente.

E’ come se dovessimo metterci sempre la faccia io e te, giocare pulito, senza barare.

Emma ha finito di gridare alla radio ma credo si sia posta la domanda giusta.

“E’ amore o solo un’ossessione?”

Forse una cosa non esclude per forza l’altra.

Forse sono ossessionato da te perché ti amo in un modo che francamente non capirò mai.

Forse dovrei dirtelo che con Paola è finita da mesi.

Forse ti parlo piano perché è sempre meglio che non parlarti affatto.


(Annalisa Dolgetto)

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