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Una storia di Gjoe_S

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Megafesta da urlo

Un regalo per tutti i fan di Babbo Natale

Pubblicato il 19 dicembre 2015

Billy era un bambino molto dolce nascondeva nel cuore una grande passione: era un fan sfegatato di Babbo Natale.

Dopo le feste natalizie, fin dal sette di Gennaio, Billy cominciava a pensare all'anno che era appena iniziato e al suo prossimo appuntamento con Babbo Natale... e più i giorni passavano, più la sua fantasia galoppava verso il Polo Nord. Pensava alla casa di Babbo Natale e fantasticava sullo stato delle renne:

“Chissà se Cometa si è buscata un raffreddore… ”;

“Vorrei tanto sapere se a Ballerina piace la torta di mele… ”. E poi, su un vecchio quaderno segreto, annotava tutti i doni che gli avrebbe voluto chiedere. S’informava con gli amici sui giocattoli più belli; concertava con la mamma le varie opportunità e, alla fine, quando arrivava nuovamente Dicembre e i camini fumavano, cercando di spaventare la prima neve, Billy non stava più nella pelle per l’agitazione.

Era giunta l’ora di spedire la sua letterina!

Un giorno la maestra disse a tutti i bambini di scrivere un piccolo componimento sul tema del Natale. La mattina dopo, ogni bambino portò i suoi pensierini rappresentati in bella mostra sul quaderno, qualcuno ci aveva inserito anche un disegno a colori.

Per Billy, come sappiamo, le feste e Babbo Natale erano tutt’uno ed ebbe la bella idea di portare, come compito, la sua letterina.

La maestra apprezzò la fantasia dei suoi alunni ma si chiese, in cuor suo, se era giusto incoraggiare la tendenza di Billy o cercare di riportarlo con i piedi per terra. Dopotutto il ragazzino aveva quasi dieci anni; era ora che cominciasse a distinguere le favole dalle cose vere.

E così la signora Colbacco, dopo l’orario delle lezioni, si recò dalla nuova preside, la giovane e battagliera signora Turbante.

Le spiegò che Billy era un bambino molto vivace ma bravo e obbediente, e che credeva, fermamente, nell’esistenza di Babbo Natale. La signora Turbante meditò per qualche minuto spremendosi le meningi, poi decretò:

Siamo nel terzo millennio, non possiamo permettere che i bambini credano ancora in queste fantasticherie – poi, aggiunse – sa cosa facciamo, signora Colbacco? Organizziamo una visita in classe, per definire bene cos'è la realtà, lasciando da parte le tradizioni del passato, prive di qualsiasi fondamento!

– Perfetto! – esclamò la signora maestra, sia per non contrastare la preside, sia per paura di essere considerata una donna all'antica.

Così il giorno dopo, nel bel mezzo della lezione di geografia, nella classe di Billy fece il suo ingresso la Preside: donna dinamica e sicura di sé.

Dopo averla salutata gioiosamente, tutti i bambini ripresero il loro posto dietro ai piccoli banchi e la signora Turbante iniziò il suo discorso:

- Miei cari bambini, sono qui per parlarvi di una cosa molto importante: la realtà! – tutti si fecero più attenti, compresa la maestra. - Voi siete dei bambini molto fortunati perché siete nati nell'epoca moderna. Nel mondo di oggi è possibile avere tutto: i giocattoli più sofisticati; i videogiochi più elaborati e una televisione in ogni stanza, che trasmette i programmi che più vi piacciono. Anche il modo di studiare è tutto nuovo: oggi potete fare le vostre ricerche sempre più belle e più ricche, grazie al computer, quello della scuola o quello del papà. Tutte queste cose fanno di voi bambini moderni!

Gli alunni pendevano dalle sue labbra e si sentirono molto orgogliosi che la direttrice parlasse proprio di loro.

In quel momento un vecchio bidello, piccolo e curvo, con una scopa in mano, s’infilò nella classe, andando verso il fondo, e iniziò ad armeggiare con il mobiletto delle ricerche. Quasi nessuno lo notò, tutti erano concentrati sul discorso della signora Turbante. Intanto, la direttrice scambiò uno sguardo carico di disappunto con la maestra: lei non aveva mai visto quel vecchio bidello con la sua giacca logora, di un rosa improbabile, però non disse nulla. La maestra, a sua volta, vedendo che la direttrice non richiamava quell’uomo (che neppure lei ha mai visto), si convinse che era tutto regolare e si concentrò sulle parole della donna, facendosi attenta.

La direttrice continuò il suo discorso, spiegò con chiarezza che loro dovevano crescere alla luce della scienza e della tecnologia: ormai erano grandi e dovevano credere solo a ciò che vedevano, senza più dar credito alle favole, alle figure fantastiche e ai sogni impossibili.

- Dovete capire bene la differenza tra fantasia e realtà, ragazzi miei, e non dovete più confondervi.

Il suo sguardo si posò proprio su Billy, quando pronunciò le parole che fecero cadere la classe in un silenzio di tomba:

- Figure come gli elfi, i maghi e le fate ad esempio, sono del tutto irreali, sono solo fantasticherie degli autori di favole. Lo stesso Babbo Natale... non è mai esistito!

Il povero Billy sussultò, come se qualcuno gli avesse dato uno spintone. Gli altri bambini si guardarono tra di loro sconcertati, ma si preoccuparono soprattutto per Billy: tutti conoscevano la sua venerazione per Babbo Natale. Turbato e con gli occhioni che gli si riempivano di lacrime, Billy, lentamente, e con il timore di conoscere il resto, trovò la forza di alzare il ditino per fare una domanda. Intanto, Marinella che era seduta tra gli ultimi banchi, si accorse, non senza sorpresa, che il vecchio bidello non sembrava più tanto magro, come quando si era trascinato tra i banchi, e che la sua giacca sdrucita, non era più tanto logora e sbiadita, ma poi le parole di Billy la distolsero dalle sue indagini.

- Ma... signora direttrice - disse deciso – non può essere! Babbo Natale esiste e mi porta tanti bei regali! Sono anni che lo fa, senza mai mancare...

- Tesoro mio – lo interruppe lei, bonaria – credo proprio che sia giunta l’ora che tu sappia come stanno le cose: i regali e i giocattoli che trovi sotto l’albero, sono stati comprati dai tuoi genitori e, magari, anche dai nonni. – Billy si sentì mancare, come se gli avessero fatto una doccia fredda... come poteva essere? Era del tutto certo dell'esistenza di quel vecchio signore: della sua slitta piena di doni, della sua barba candida e della sua inconfondibile risata, famosa in tutto il mondo... Non riusciva a credere a ciò che diceva la preside in quel giorno di dicembre, poco prima delle feste di Natale.

- Ma... la letterina? Le renne? La casa di Santa Claus? – disse ancora Billy, senza rassegnarsi e anche qualche altro bambino gli fece eco, timidamente.

- E' tutto finto, bambini... sono solo invenzioni: personaggi di fantasia, fole per i bambini piccoli, o per i creduloni. –

Nella classe serpeggiò un brusìo che lievitava sempre più, alimentato dalle parole di commento che, ormai, ogni piccolo si lasciava sfuggire. Erano chiacchiere deluse e singulti scoraggiati, qualcuno, addirittura, sogghignava, felice di saperne più degli altri e diceva pavoneggiandosi:

- Io ve l’avevo detto! – E un’altra, saputella: – A me, mio papà me lo aveva già spiegato, perché, lui, è assessore!

– Che delusione. – diceva Carletto, tirando su col nasino, costipato.

Carmelina, infine, cominciò a piangere a lacrimoni: non aveva ancora spedito la sua letterina di Natale e adesso temeva che non l’avrebbe potuta mandare mai più.

Billy era veramente arrabbiato. Per lui quella storia era troppo importante, non se la sentiva di arrendersi... aveva lottato fino ai dieci anni contro le paroline e le insinuazioni di amici e parenti. Aveva montato in sé la certezza che Babbo Natale esistesse, come la panna di un gelato eccezionale! E così, blu dalla rabbia, si ritrovò a gridare in mezzo alla classe:

- Non è vero: Babbo Natale c’è e c’è sempre stato! Io ci credo

Il gelo dell'inverno sembrava si fosse impadronito anche dell'interno dell'aula.

La direttrice guardò, veramente sorpresa, quel bambino tanto caparbio che non voleva arrendersi alla realtà.

Lo guardò con disappunto, mentre cercava le parole migliori, da buona educatrice, per portarlo a ragionare. Ormai era una sfida diretta e tutti, compresa la maestra, restavano col fiato sospeso, in attesa del rimprovero della direttrice:

- Billy caro, calmati, non fare così ... – esordì, con finta dolcezza, la signora Turbante – devi arrenderti alla ... –

Allora una voce possente tuonò dal fondo della classe: - No! –

Non era la voce di un bambino ma quella di un uomo, cavernosa e decisa, e incuteva anche un certo timore. Nel silenzio totale, tutti si voltarono indietro, per cercare di capire da quale “temporale” fosse scaturito quel “tuono” potente.

Incredibile: il vecchietto sconosciuto che si era trascinato poco prima tra i banchi, passando pressoché inosservato, si era gonfiato, era diventato un uomo anziano ma ancora nel pieno del suo vigore.

Era molto alto e si ergeva tra gli ultimi banchi, sovrastando tutti i bambini, ammutoliti, e persino le due signore adulte.

- La verità è che Babbo Natale esiste e non il contrario – disse più amabilmente il gigantesco signore. Ora la sua giacca non era più sdrucita e incolore: era diventata una giacca rossa, elegante, con tutti i bottoni d’oro che luccicavano, riflettendo la luce del sole, appena filtrata nella stanza dalla grande finestra.

- Come si permette? Lei chi è? Si qualifichi o chiamo le guardie!

Dopo un primo momento di sorpresa e sconcerto, la signora Turbante si era ripresa e cercò con tutta la forza della sua autorità di controllare la situazione. Cominciava a temere che quell'omaccione sconosciuto potesse essere, addirittura, un pericoloso bandito. Chi poteva saperlo? Era stata sciocca. Prima, presa dalla discussione, non aveva prestato la dovuta attenzione all’ingresso dell’intruso nella sua scuola.

- Le ordino di uscire; immediatamente! – esclamò, sempre più sconvolta.

Il signore, con grande sorpresa di tutti, non solo non uscì ma nemmeno si arrabbiò più di tanto, al contrario, si diede due pacche sonore sulla pancia pronunciata e sbottò in una risata del tutto speciale. Una risata diversa da tutte, ma che aveva qualcosa di familiare. Il viso del piccolo Billy s’illuminò, pieno di speranza e di attese.

L’uomo si voltò verso la direttrice e puntò un dito, grande come un salsicciotto,contro lei:

- Smettila “Polentina”... adesso che ti vedo bene, mi ricordo perfettamente di te! –

La signora Turbante sbiancò in viso e arretrò senza volerlo fermandosi, fortunatamente, contro la cattedra... non riuscì a fare altro che a farfugliare poche parole sconnesse, tanto era rimasta sorpresa di sentirsi chiamare: Polentina, e per giunta davanti a tutti. Erano anni che nessuno la chiamava così... nessuno poteva conoscere il suo nomignolo; quel vecchio appellativo, sciocco e infantile.

- Proprio così: Po-len-ti-na! – poi la guardò, socchiudendo gli occhi, chiari come un ruscello in primavera. - Preferisci forse che lo diciamo adesso, perché ti chiamavi: Polentina?

La povera Turbante si schernì, annaspando con le mani davanti a sé, era evidente che, quel segreto la terrorizzava al punto da trasformare la sua determinazione in debolezza e sconcerto e la rendeva del tutto incapace di reagire.

- Bene – disse quel signore dal viso aperto e cordiale che non aveva mai smesso di sorridere, bonario, durante tutta la conversazione; poi, rivolto ai bambini, disse:

- Allora ... – fece una pausa come per raccogliere le idee – Vediamo, uhm, facciamo un esempio... magari ci capiamo meglio, va bene?

Tutti i bambini annuirono con gli occhi pieni d’interesse e di speranza, persino quelli più recalcitranti; e anche le due insegnanti, ormai del tutto frastornate da quello che stava accadendo in quel giorno, nella piccola scuola di provincia.

- Immaginiamo qualcosa che piace a tutti: una bella festa di compleanno. Immaginate le torte, le crostate, i festoni con le luci colorate... i giovani animatori che vi trascinano nei giochi e nei balli più sfrenati... Ci riuscite?

Tutti i bambini risposero di sì, con più o meno forza e decisione. Appena sentirono parlare di feste e di giochi, ogni perplessità e ogni timore cominciò a svanire, come nebbia, mentre le loro faccine s’illuminavano.

- Bene! – disse, sempre col sorriso, il signore con la giacca rossa, sedendo su uno dei banchetti vuoti. - Tutti amiamo le feste, vero?

Un coro di si, sempre più convinti, fece eco alle sue parole.

- Eh, si. Le feste sono una cosa veramente speciale ... sono più divertenti di qualsiasi gioco, perché... perché si sta tutti insieme. E’ bello anche sapere che la festa ci sarà... è bello aspettarla, vero

– Siiii ! – risposero tutti in classe, persino le due signore si lasciarono sfuggire un sibilo sottile che, di certo, voleva essere un sì.

Nonostante fossero preoccupate per la responsabilità che il loro ruolo prevedeva, non riuscivano proprio a credere che quell'uomo, grosso e bonario, avrebbe mai potuto torcere un solo capello ai loro bambini.

- E’ bello perfino tornarsene a casa, dopo, con la mamma e il papà; qualche volta ci devono portare di peso quando, per la stanchezza, siamo mezzi addormentati ma, dentro il cuore, i momenti più allegri della festa palpitano ancora, come gli ultimi petardi alla fine del Capodanno. –

I bambini annuirono, comprendendo perfettamente cosa volesse dire quella specie di nonno che la sapeva veramente lunga, riguardo al vero divertimento. Sì, decisero, ognuno a modo suo: quel tipo era “O-key”!

- Vero! Le feste sono una cosa troppo divertente – ammise, come stesse parlando con sé stesso, ma poi li guardò, tutti, mentre il sorriso si spegneva per un momento e il suo sguardo si faceva perplesso: - Ma ... ehi, aspetta... aspetta un momento! Chi è che dà la festa? E, soprattutto, dove? –

I bambini si agitarono sui sediolini, sgomenti... si guardarono intorno con la speranza che qualcuno alzasse la mano per dire: “Io, io, faccio la festa e la faccio a casa mia...” ma nessuno parlava.

- Ohooooo! – disse triste il vecchio signore.

- Ohooooo... – incalzarono i bambini, delusi.

- Ma che peccato! – continuò lui – Sarebbe stato bello partecipare a una bella festa... però come si fa? Non sappiamo chi festeggiare, bambini, e non sappiamo dove... non sappiamo nemmeno quando sarà: domani... dopo... tra una settimana oppure un mese. Non sappiamo proprio niente di questa festa!

Una velo di tristezza stemperò l’atmosfera gioiosa che si era creata nella vecchia classe e il sole, scappando via di corsa, rese l’aula nuovamente grigia e monotona. Stavano quasi per arrendersi tutti e le maestre stavano per ricomporsi, quando il vecchio signore sembrò illuminarsi, come chi ha appena avuto un’idea strepitosa.

- Ehi ma… sentite, non potremmo organizzarla noi questa bella festa? –

Un campanello d’allarme suonò nelle piccole testoline, mentre la speranza di far baldoria riconquistava i loro cuori. I bambini si fecero di nuovo vigili e attenti.

- Ma certo: possiamo organizzarla noi, chi ce lo vieta? – E già! – i bambini erano convintissimi e vedevano sciogliersi, davanti a loro, qualsiasi possibile ostacolo alla felicità.

- Non è difficile! – continuò l’uomo – Potremmo organizzare la festa più bella del mondo, volendo... Vediamo, – e finse di pensarci su – cosa ci occorre: ci vogliono i regali; e va bene, si può fare, possiamo chiedere a ogni genitore di comprare un regalino... un giocattolo per noi, piccolo o grande, bello o brutto, vi importa? O vi importa di più che la festa sia bellissima?

– Che la festa sia bellissima!– urlarono i bambini mentre ritornavano a sperare.

- E chi invitiamo a questa nostra festa? – di nuovo, contagiati, tutti cercarono di stilare l’elenco degli amici del cuore.

– Beh... è facile, no? Invitiamo tutti i nostri amici, che ne dite? Troveremo qualche dolcetto in dispensa, magari a casa della nonna... Qualcuno dovrebbe cercare di rimediare delle caramelle, qualche merendina... che ne dite? Si può fare?

- Siii ! – esplosero all'unisono le voci dei bambini, montando una valanga di entusiasmo che, come per magia, si sparse lungo i corridoi, raggiungendo pure le altre classi. - Magari... beh, io ci credo, sarebbe una bella festa, però... Però, sapete cosa penso? Penso che sarebbe ancora più bello se a questa festa potessimo invitare tutta la scuola... che ne dite? Potremmo invitare anche i vostri vecchi amici, i bambini del vostro palazzo, allora, si, sarebbe una festa coi fiocchi.

- Siii !!! – tuonarono ancora i bambini mentre, inarrestabili, altri ragazzini accorrevano per vedere il signore con la giacca rossa e la barba bianca, nella classe dove adesso splendeva nuovamente il sole.

- Conoscete il sogno più bello, quello più forte che ho? – disse l’uomo. I bambini erano perplessi... quale sogno poteva essere più bello di una festa così grande e spassosa?

- Il sogno è questo, ascoltate: a volte, quando in una casa c’è una grande festa e tutti sono felici, beh, a volte, nessuno se ne accorge, ma magari c’è una bambina che è rimasta fuori... – e il suo sguardo incontrò quello della signora Preside, la Turbante, quella che lui aveva chiamata, bonariamente, Polentina. Ma nessuno li notò mentre, per un istante, si guardarono negli occhi.

– Va bene! Adesso non importa sapere perché... magari è una bambina molto sola, magari è povera e se ne vergogna... ma, sapete ragazzi, per me non sarebbe una vera festa se qualcuno ne restasse fuori, mi sentirei meno felice a sapere che un bambino soffre mentre noi festeggiamo, giusto?

- Giusto, giusto! – fecero eco tutti i ragazzi, sperando che si ricominciasse a parlare, al più presto, della loro “megafesta”.

Bene! Quindi dobbiamo stare attenti e invitare tutti, tutti i bambini del mondo. Dobbiamo fare del nostro meglio, dobbiamo provarci! D’accordo? – Un nuovo e prolungato “Siii !” fece eco alle parole di quel simpatico, vecchio signore.

- Molto bene! – esclamò lui, godendo della gioia di quei bambini – E’ così che si fanno le feste, quelle veramente belle! –

Ancora l’entusiasmo contagioso si trasmise tra i banchi. Allora, Billy ebbe un’intuizione e volle capire meglio, voleva sapere cosa stava succedendo in quella strana mattina di Dicembre:

- Mi scusi, signore, ma chi festeggeremo e dove? Dove troveremo una casa così grande per dare appuntamento a tutti i bambini del mondo? – Il vecchio corpulento se ne uscì in una bella risata, di quelle contagiose, che mettono allegria.

- Non c’è nessun problema... e poi, quella Festa, c’è già. Dobbiamo solo crederci e... capire. Ogni anno c’è una festa così! Sono solo le nostre paure, l’insicurezza, la mancanza di fiducia in noi stessi a farci credere che la felicità sia solo un’illusione. Ogni anno, a Natale, un ospite “speciale” si preoccupa di stabilire la data esatta della nostra grande Festa, poi invita tutti i bambini del mondo, anzi... non solo li invita, ma li incita a scrivere una letterina, con sopra tutti i loro sogni e i loro desideri... Non sempre sono tutti realizzabili, però la festa rimane lo stesso: è un grande momento di gioia. Piano piano, partecipano tutti, anche i papà, le mamme, i nonni. Tutti sentono il calduccio e le grida di felicità, lanciate dai bambini la notte di Natale.

- Ma dove si tiene una festa così grande da farci stare tutti? –

- Ho! Hoo! Hoo! – quella risata era troppo famosa per avere ancora qualche dubbio, Billy ne era certo: adesso era tutto chiaro!

- Nel posto più grande del mondo, tanto grande da non avere confini: nel cuore dei bambini!

L’uomo dai folti capelli bianchi e la giacca rossa con tutti i bottoni d’oro, si guardò intorno.

– Spero che adesso sia chiaro a tutti il grande potere della Fantasia, è vero? - E stavolta il suo sguardo era chiaramente diretto alla signora Turbante che, con un sorriso d’intesa e gli occhi che brillavano, fece cenno di avere capito. Allora il vecchio signore salutò con un gesto tutti i bambini e attraversò le loro file con passo deciso e, prima di uscire dalla classe, fece una carezza sulla testa del piccolo Billy che non era mai stato così felice. Sparì nel corridoio, prima che nessuno riuscisse a spiccare neppure una parola, per la sorpresa.

La signora Turbante, allora, spezzò il silenzio e, in maniera del tutto inattesa, sedette su una seggiola, proprio in mezzo a tutti i bambini della scuola. A portata di mano c’era Orietta, una bella bambina della seconda classe, dai capelli biondi e gli occhioni chiari. La preside la ghermì, con gesto deciso, e se la pose sulle ginocchia.

- Bene, cari bambini... bene, - si schiarì la voce, un po’ velata, e continuò - per oggi basta con le lezioni... cominciamo subito a festeggiare! Però, prima, vi voglio raccontare perché, quando ero una bambina piccola piccola, tutte le persone che mi volevano bene mi chiamavano: Polentina! Lo so che siete tutti molto curiosi... – e rise di gusto, iniziando il suo racconto.

Lontano, al di là del cortile, si sentì con chiarezza il suono di mille campanelli che riempirono l’aria per un momento e poi scomparvero, allontanandosi.

Ma nessuno provò alcuno stupore.

Buon Natale a voi e alle persone che avete nel cuore.

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