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Una storia di FearDanny

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Astoria

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Pubblicato il 09 aprile 2018 in Thriller/Noir

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"I fatti possono essere fuorvianti, ma le chiacchiere, vere o false, sono spesso rivelatrici."

Era un tranquillo lunedi pomeriggio nella cittadina di Astoria. I ragazzi erano appena tornati da scuola e come al solito si erano rintanati nelle loro camere, mentre John era ancora al lavoro. Anita stava finendo di lavare i piatti nel lavandino della cucina e osservava dalla finestra il vialetto dove il netturbino stava svuotando l'ultimo bidone della spazzatura. Pensava Anita, ultimamente pensava molto più del solito. Astoria era davvero una cittadina tranquilla, troppo tranquilla. Non succedeva mai nulla. Non che dovesse essere una città come quelle in cui erano ambientate le sue serie tv preferite, dove non passava un giorno senza che qualche moglie tradisse il marito, o picchiasse il marito, o accoltellasse ... indovinate un po' ... sempre il povero marito. No, Anita non voleva questo, assolutamente. Voleva semplicemente che ogni tanto succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, per smuovere in qualche modo la solita routine.

La sua vita era esattamente come se la immaginava, o meglio, come la sognava da ragazza. Aveva una bella casa e una famiglia felice, e sapeva che parecchie persone gliele invidiavano entrambe. John era l'uomo dei suoi sogni. Certo, aveva messo su un po' di pancetta di mezz'età, anche se lui diceva che il suo fascino era rimasto invariato. Si amavano ancora alla follia, ma a volte litigavano di brutto. Tipo quando lui lasciava le scarpe in giro per casa, o quando si piazzava sul divano a guardare il football con gli indumenti sporchi del lavoro. Se ne dicevano di tutti i colori. Non che in tutte quelle occasioni fosse necessario litigare, ma spesso Anita ne sentiva il bisogno, forse solo per sfogarsi, per provare quella scarica di adrenalina. Di sesso ovviamente nemmeno l'ombra.

Anita sapeva che non poteva rimproverargli molto però sarebbe stato carino se ogni tanto lui avesse organizzato un viaggio, una crociera per il loro anniversario, o anche semplicemente un barbecue in giardino con i vicini. Invece niente. Tornava dal lavoro e crollava sul divano a guardare il suo amato football. Ovviamente a casa non faceva mancare nulla nè a lei nè ai ragazzi, che adoravano il loro papà. Già, perchè lui non gli stava sempre addosso come la madre, sapeva lasciargli i loro spazi e, ovviamente, era molto più accondiscendente.

Anita e John si erano innamorati quando andavano ancora al liceo. Per lei fu il suo primo e unico amore, non per lui, che era il ragazzo più ambito della scuola nonchè il capitano della squadra di football. Si sposarono quando avevano poco più di 20 anni ed ebbero due figli: Logan e Abigail. Entrambi meravigliosi. Anita era tremendamente orgogliosa dei suoi ragazzi e mentre ci pensava si commosse e una lacrima le rigò il volto. Logan era il figlio che tutti vorrebbero avere. I professori lo adoravano e, cosa strana, anche i compagni. Era educato, intelligente, comprensivo, un ragazzo d'oro. Ovviamente lo stesso poteva dirsi di Abigail, che ormai aveva 16 anni ed era quindi di 1 anno più grande del fratello, ma lei era più complicata. Stava attraversando la sua fase ribelle. Anita aveva la certezza che non facesse nulla di male, tipo drogarsi o altre porcherie simile, tuttavia se ne andava in giro vestita come una dei sex pistols, e a volte le rispondeva male. Ma non importava. L'amore di una madre può sopportare questo e altro, e Anita sapeva che in fondo anche Abigail era una ragazza meravigliosa e che sotto quella dura corazza da punk rocker che ci teneva tanto ad ostentare c'era sempre la sua dolce bambina.

Aveva finito di lavare i piatti. Prese un panno e si asciugò le mani. Non era infelice, assolutamente. Era solo annoiata. Che c'era di male a pretendere un po' di movimento? Decise che avrebbe fatto qualcosa quel pomeriggio stesso. Nulla di eclatante, ma comunque qualcosa che non era solita fare, per ottenere un qualsiasi cambiamento. Aveva letto da qualche parte che la definizione di follia era "ripetere sempre le stesse azioni e aspettarsi un risultato diverso", per cui si disse che se voleva un risultato diverso doveva semplicemente cambiare le sue azioni, e cosi fece.

Alzò la cornetta del telefono e fece il numero di Laurel.

Non avrebbe voluto averci nulla a che fare, non la sopportava, ma Laurel era unanimemente riconosciuta come la pettegola della città, per cui, Anita sapeva che se voleva veramente dare una svolta doveva necessariamente passare da lei.

La invitò a prendere un tè insieme e Laurel accettò immediatamente. Le disse che sarebbe arrivata per le 16.

Appena varcata la soglia di casa Laurel iniziò a subissarla di complimenti, per la casa, i figli, la loro famiglia cosi felice e armoniosa che tutti invidiavano. Si erano sedute nel salotto e Laurel continuava a blaterare di qualsiasi cosa. Ora le stava raccontando che qualche settimana fa suo marito l'aveva portata a sciare nel Vermont, e che lei aveva fatto finta di esserne felice, ma che in realtà la neve le dava il disgusto, e preferiva di gran lunga l'oceano, per cui, le prossime vacanze le avrebbero trascore in California. Anita stava per avere un attacco di panico. Pensava che prima o poi sarebbe venuto il suo turno, e cosa avrebbe raccontato? Che stava provando un nuovo ammorbidente per i panni colorati? Doveva inventarsi qualcosa per rendersi interessante. Aveva caldo, si sentiva soffocare, cosi si sollevò le maniche del maglione, e il fiume di parole di Laurel si arrestò di colpo.

- Oh mio Dio, cara! Cos'hai li?

Ed eccola, l'illuminazione. Due giorni fa si era procurata un livido al gomito scivolando su una lastra di ghiaccio di fronte al supermercato. Nulla di grave, ma l'ematoma era ancora visibile. Anita abbassò lo sguardo e una lacrima venne giù in modo del tutto naturale. In seguito, ricordando quell'episodio, Anita non potè fare altro che complimentarsi con se stessa per quell'interpretazione magistrale.

- Scusami Laurel...

- Oh no, non ti preoccupare. Ecco, prendi - le disse, porgendole un fazzoletto. Poi accostò la sedia alla sua. - Dimmi cara, che cosa succede?

- Non so se riesco a parlarne.

- Forza, forza -diceva Laurel, accarezzandole la schiena - ti farà bene sfogarti un po'.

Anita fece finta di farsi coraggio, prendendo un grosso respiro. Poi sbottò.

- John... - ma non riusci a finire la frase.

- Oh mio Dio! Non mi dire. Non è possibile, sembra l'uomo più dolce del mondo. Anita questa è una cosa gravissima. - disse inorridita e alzandosi in piedi.

- Lo so, ma devi promettermi che per il momento non lo dirai a nessuno. Sai, ci sono i ragazzi e io non so se me la sento di sollevare un polverone.

- Oh cara, cara Anita. Che situazione incresciosa. - disse Laurel inginocchiandosi e prendendole le mani tra le sue. - Stai tranquilla. Con me il tuo segreto è al sicuro.

Certo, pensò Anita. La bomba era stata innescata.

Il fumo. L'unico vizio che le era rimasto era il fumo. L'unico momento in cui poteva concedersi di essere egoista, di pensare solo a se stessa, di spogliarsi per un attimo dell'abito di moglie e madre esemplare era quando riusciva a ritagliarsi quei preziosi, vitali, 5 minuti, per fumare la sua amata e tossica sigaretta. Aveva ripreso a fumare da un paio d'anni, ma non lo doveva sapere nessuno, soprattutto a casa. Anita era stata attenta a prendere tutte le precauzioni possibili. Fumava solo quando in casa non c'era nessuno e mai all'interno, per non rischiare che qualcuno potesse poi sentire la puzza del fumo. Se ne andava nel giardino sul retro, si sdraiva sull'amaca che John aveva montato sull'albero di eucalipto che con i suoi rami racchiudeva tutto il perimetro del giardino, e si abbandonava al piacere.

Erano passati due giorni da quando Laurel era stata a casa sua. Anita ripensò a quello che le aveva detto. Le aveva fatto capire che John la picchiava. Al solo pensiero iniziò a ridere a crepapelle, di gusto, come non faceva da tanto tempo. Per poco non si strozzò con la sigaretta in bocca. Insomma, stiamo parlando di John. Non era davvero il tipo. Come aveva fatto Laurel a bersi quella frottola? Poco importa, pensò Anita. L'importante era che quella piccola bugia l'aveva resa interessante agli occhi della pettegola n.1 di Astoria. In fondo era solo una bugia bianca, una piccola menzogna a fin di bene, per farla sentire di nuovo in pace con se stessa.

Lo squillo del telefono di casa la ridestò dai suoi pensieri. Poteva essere qualche nuova amica interessata a saperne di più sul suo violento marito. Con un sorrisetto diabolico stampato sul volto Anita si avviò verso il telefono, lo lasciò squillare ancora una volta, la quarta, e poi rispose.

- Casa Butler.

-Pronto, Anita?

- Si. Chi è?

- Oh cara! Sono Laurel... Dempsey! - Ha usato addirittura il cognome per farsi riconoscere, pensò Anita. Sono io quella più importante delle due. Poi pensò che non conosceva altre Laurel, quindi, il cognome era superfluo.

- Ciao cara, come stai?

- Bene grazie, sei gentile a chiedere. Tu come stai? - Laurel si guardò intorno, anche se sapeva che non c'era nessuno, si avvicinò al telefono, come se cosi facendo le sue parole potessero arrivare più forti e chiare dall'altra parte del filo, e sussurrò:

- Puoi parlare?

- Si, perchè non potrei... - per un attimo Anita aveva dimenticato la situazione incresciosa che stava vivendo, talmente si era fatta prendere dalla gioia per quella telefonata.

- Oh... ti riferisci a...?

- Si! Lui è in casa?

- No, no, stai tranquilla. E' al lavoro. Possiamo parlare tranquillamente.

- Oh menomale. Anita, devo confessarti una cosa.

- Dimmi pure.

- E' da quando mi hai rivelato quel tuo terribile segreto che non riesco a pensare ad altro. Pensa che ieri notte non ho chiuso occhio.

- Oh Laurel. Ma non devi preoccuparti per me. Non è una situazione poi cosi grave sai...

- Si che lo è! Sai, mi sono documentata. Ho letto che in questi casi il più grande errore che si possa fare è minimizzare l'accaduto o ripetersi che non succederà più. Un violento rimarrà sempre un violento - concluse Laurel, con una foga e un impeto che rivelavano chiaramente quanto avesse pensato a quella conversazione e quanto fosse coinvolta emotivamente.

- Forse hai ragione tu. Ma ci sono i ragazzi. E' loro padre. Non voglio rovinare l'immagine che hanno di lui. Praticamente lo adorano.

- Mmm, che situazione difficile Anita cara. E dire che non avrei mai pensato una cosa del genere. Insomma, tu e John sembrate cosi felici insieme. La vostra sembra la famiglia perfetta. Fate una vita cosi... cosi...

- Tranquilla?

- Esatto! Una vita cosi tranquilla. Non avrei mai pensato che John fosse capace di una tale violenza.

Nemmeno io, pensò Anita, ridacchiando dentro di sè.

- Già, ma sai come si dice: non è tutto oro quello che luccica, no?

- Eh si, è cosi che si dice. Che cosa triste. Ora provo a tirarti su il morale amica mia - erano amiche? E da quando? - avevo pensato, se la cosa non ti crea fastidio, e se sei d'accordo, di organizzare un tea party a casa tua, cosi, per stare in compagnia. Potrei dirlo a Mindy, Caroline, Julia, e qualche altra ragazza. Che ne dici?

Dico che era esattamente quello in cui speravo, pensò trionfante Laurel che, prima di rispondere si schiarì un attimo la voce per non tradire l'emozione.

- Sembra una cosa carina. Va bene, magari mi servirà per svagare un po' la mente e pensare ad altro.

- Brava! Questo è lo spirito giusto. Che ne dici di lunedi pomeriggio... diciamo per le 17?

- Sarebbe perfetto. John rientra dal lavoro alle 19 quindi avremo tutto il tempo di chiacchierare del più e del meno.

- Oh si, meglio che non ci trovi in casa vero? Potrebbe avere una delle sue reazioni violente.

L'unica reazione violenta che Anita avesse mai visto in John si era verificata quando gli Eagles avevano perso di brutto contro i Dallas Cowboys nei playoff dell'anno passato. Aveva lanciato la lattina di birra, vuota, contro la tv. Tutto li.

- Dio non voglia.

- D'accordo cara. Mi ha fatto molto piacere sentirti. Allora ci vediamo lunedi alle 17. Avviso io tutte le ragazze. Una buona serata. Baci baci.

- Baci baci - ripetè Anita all'unisono, attaccando il telefono.

Quella conversazione appena avuta con la sua nuova pseudoamica non le sembrava vera. Era come se tutta la stanza fosse ricoperta da un'atmosfera sognante. Una strana sensazione la fece immediatamente ridestare da quella telefonata cosi anomala. Abbassò lo sguardo e se ne accorse: aveva ancora la sigaretta accesa in mano.

Finalmente era domenica, il suo giorno preferito. L'indomani Anita avrebbe ospitato quel tanto atteso evento che aveva inconsciamente sognato per anni: un tea party a casa sua con tante nuove amiche. Ma, strano a dirsi, adesso la sua mente era altrove.

Stava osservando John e Logan che giocavano a baseball in giardino, poco distanti dall'eucalipto sotto i cui rami pochi giorni fa lei stava fumando una chesterfield silver blue.

Erano cosi belli, gli uomini della sua vita, e cosi diversi tra loro. Logan non somigliava per niente a suo padre. Era gracilino, e andava male in tutti gli sport. Al contrario di John, che manteneva ancora la sua corporatura robusta, e che al liceo era praticamente l'idolo di tutte le ragazzette che andavano a seguire le partite, nonchè il beniamino dei suoi allenatori. Al plurale, già, perchè qualunque sport praticasse gli riusciva maledettamente bene. Gli bastava avere una palla in mano, poco importava se fosse da football, da baseball o da basket.

Tuttavia, nonostante fossero cosi diversi, o forse proprio per questo, John e suo figlio andavano meravigliosamente d'accordo. E, come ogni domenica, Logan accontentava suo padre, praticando insieme a lui un po' di attività fisica e illudendolo che avrebbe cominciato a farlo regolarmente. In realtà non ne aveva nessuna intenzione ma gli faceva cosi piacere passare del tempo col suo eroe che poco importava quello che avrebbero fatto, l'importante era stare insieme. Era semplicemente questo a renderlo felice.

Osservandoli Anita pensò che non aveva mai anelato a tanta felicità e per un attimo si pentì di quello che aveva raccontato a Laurel. Aveva gettato del fango sulla reputazione di suo marito, quell'uomo meraviglioso che non le aveva mai fatto mancare nulla e che, ancora oggi, nonostante le rughe, la amava ancora come il primo giorno. Avrebbe cambiato forse per sempre l'immagine che gli altri avrebbero avuto di lui. Ma, pensò, era il male necessario, una bugia a fin di bene. Tutto ciò che ne sarebbe derivato avrebbe reso lei una moglie più felice e soddisfatta e di conseguenza lui un marito più felice e soddisfatto. Era un ragionamento pieno di falle, e Anita in fondo ne era consapevole, ma in quel momento se ne accontentò e se lo fece bastare per mettere a tacere la coscienza. E poi, comunque sia, ormai il treno era lanciato.

- Hey mà, che c'è per pranzo? - disse Abigail irrompendo in cucina.

- Abi, tesoro, ma perchè devi vestirti come un maschiaccio? In confronto, tuo fratello sembra un lord inglese.

- Non lo so, forse inconsciamente tu e papà desideravate un maschio come primogenito, per cui i miei ormoni potrebbero in qualche modo esser stati contaminati.

- Non dire sciocchezze.

- Insomma, si mangia o no?

- Si si, ho fatto il pollo al curry. Chiama i due bambinoni che sono fuori a giocare.

Una volta a tavola tutti si fiondarono sul pollo e sulle patate al forno come animali voraci. Era questo il modo di cibarsi della famiglia Butler. L'ora di pranzo era una sorta di battaglia feroce. Alla fine restava sempre cibo in abbondanza e i vassoi e i piatti non rimanevano mai vuoti, tuttavia avevano questa usanza di ingurgitare il cibo il più velocemente possibile, come se non ce ne fosse abbastanza per tutti e volessero egoisticamente mettere al sicuro la propria parte. Una volta terminata la battaglia, placati gli appetiti e posate le armi, ovvero coltello e forchetta, si poteva iniziare a conversare. Quel giorno Anita sapeva esattamente di cosa parlare. Non riusciva più a trattenersi.

- Domani pomeriggio verranno a trovarmi delle amiche. Prenderemo il tè insieme in soggiorno. - Da quando in qua hai delle amiche? - rispose di getto Abigail. Non voleva essere scortese, era solo curiosa, tuttavia stava dicendo la verità.

- Che c'è? E' cosi strano?

- Si mamma, lo è - disse Logan.

- Beh, ho pensato che sarebbe stato gentile da parte mia invitare qualche vicina per fare due chiacchiere. Stiamo sempre per fatti nostri noi, chiusi come dei ricci. Tu che ne pensi John?

- Fai come ti pare amore. Io domani dovrò fare degli straordinari a lavoro per cui tornerò un po' più tardi del solito.

- Oh che peccato. Avrei voluto fartele conoscere. Sarà per la prossima volta.

- Io le posso conoscere mà? - dissero in coro Logan e Abigail prima di scoppiare a ridere entrambi.

- Non capisco da dove venga tutta questa vostra ilarità. - apostrofò Anita, che iniziava ad essere un po' risentita, nonostante la notizia dell'assenza prolungata di suo marito l'avesse messa di buon umore poco fa. - Comunque sia, dico a voi due, che programmi avete per domani?

- Io non faccio programmi, seguo l'ispirazione del momento - rispose Abigail - tuttavia, dalle 15 fino ad ora da determinarsi, sarò a scuola per quel progetto ambientalista di cui mi sto occupando e di cui vi ho parlato svariate volte nonostante la cosa vi risulti tremendamente tediosa.

- Amore non è vero, a noi interessa molto quello che fai - replicò ansiosa Anita. Ma poi non sapendo che cosa aggiungere guardò malamente John, chiamandolo in causa.

- E' vero Abi. Io e tua mamma non siamo mai stati degli attivisti di Greenpeace ma siamo sempre interessati a sapere quello che state combinando.

Non era stato molto convincente, ma Anita non si aspettava che riuscisse a dire qualcosa di meglio, per cui andò oltre.

- E tu Logan, che fai domani?

- Vado a casa di Marcus. Pranzo da lui e poi lavoriamo ad una ricerca di scienze. Credo che tornerò per l'ora di cena.

- Insomma mamma, hai casa libera. Vedi di non fare troppa baldoria. - disse Abigail ammiccando scherzosamente.

L'atteso lunedì, regalò ad Anita una bella giornata di sole.

Il cielo sereno e di un blu intenso, sovrastava le eleganti villette immerse tra le sempreverdi conifere, dando, alla tranquilla cittadina di Astoria, un senso di avvolgente e suggestiva cornice.

La mattinata passò in fretta, fra pulizie e fornelli. Mangiò delle crepes agli spinaci e ricotta sorseggiando del buon vino rosso e preparò dei pasticcini al burro da offrire alle sue ospiti delle h 17:00 e si assicurò che le varie miscele di the fossero presenti in dispensa.

Stava godendosi la sua sigaretta quotidiana, quando il campanello suonò.

Guardò l'ora e si compiacque della puntualità delle sue vicine di casa. Anita le accolse con un sorriso smagliante, falso come un ritratto della Gioconda venduto al mercatino della domenica mattina. La sua falsità contagiò anche le quattro donne che, entrando, ostentarono i loro sorrisi di cortesia. Una volta varcata la soglia d'ingresso, Anita indicò loro il salotto dove avrebbero trascorso un piacevole pomeriggio, accompagnate da chiacchiere e the con biscotti.

Fu Laurel a parlare per prima.

<<Anita, conosci le ragazze?>> Domandò, indicando le altre amiche venute con lei.

<<Solo di vista>> rispose la padrona di casa, presentandosi e stringendo la mano alle altre tre ospiti.

<<Mindy, Caroline, Julia>> dissero, una ad una, le tre donne, man mano che Anita incrociava i loro occhi.

Laurel si sedette per prima, facendo notare, alle sue accompagnatrici, l'accogliente e piacevole arredamento della villetta, cercando una complice intesa di falso gradimento. Mindy, Caroline e Julia l'assecondarono, sorridendo in modo sornione.

<<Se vi accomodate tutte, vado a prendere il the con i biscotti e poi chiacchieriamo un pò>> e mentre si spostò in cucina, Anita potè udire un vocio che smise quando ritornò con il vassoio pieno. I biscotti erano cotti al punto giusto e le varie miscele di the, classico o aromatizzate ai frutti di bosco piuttosto che zenzero e limone, misero tutte d'accordo sul gradimento.

<<Sono felice del fatto che siate qui, oggi è una bella giornata e tale deve restare>> e intanto che parlava, Anita incoraggiò le sue ospiti a versarsi, nelle eleganti e ricamate tazze di ceramiche, il loro the preferito, prendendo a sua volta quello aromatizzato ai frutti di bosco. Laurel decise per il gusto classico, mentre le altre tre si orientarono verso sapori alternativi.

Era passata già mezzora e Laurel non riuscì più a trattenere la frenesia nell'argomentare il motivo per il quale si erano riunite.

<<Anita, le mie amiche sanno già tutto!!!>> e soddisfatta della rottura del ghiaccio, guardò Mindy, Caroline e Julia, che nel frattempo avevano adagiato le loro tazze sul vassoio e si erano avvicinate ad Anita, guardandola negli occhi, commiserandola.

La padrona di casa si sentì accerchiata e, per superare l'imbarazzo iniziale, posò la sua tazza e, con calma, cominciò a parlare.

<<Non è piacevole parlare di cose che ti fanno stare male, ma è anche importante condividere il dolore con qualcuno che reputi tua amica, soprattutto se chi ti ascolta è vittima, a sua volta, di qualcosa che offuschi la propria esistenza. Poichè per me è difficile esprimere a parole il male fisico e psicologico che John mi sta provocando, volevo sapere se anche voi state vivendo esperienze, come dire, traumatiche.>> Anita non riusciva a credere alle parole appena pronunciate, stava per innescare un effetto domino su quattro perfette sconosciute, sapendo che ogni essere umano nasconde almeno un segreto di cui vergognarsi o da preoccuparsene, stava per intraprendere un viaggio nella propria mente ed in quella delle sue ospiti.

Il cadavere venne ritrovato la notte del 31 ottobre 2017. La notte di halloween.

Le strade di Astoria erano illuminate a giorno da zucche lucenti, torce elettriche e lugubri addobbi scelti appositamente per l'occasione. Scheletri, pipistrelli e fantasmi circondavano i vialetti delle case e i bambini trottorellavano allegramente da una porta all'altra elemosinando dolcetti e minacciando scherzetti.

Erano circa le 21:30 quando il telefono del detective Bass iniziò a squillare.

- Che cavolo vogliono a quest'ora? - apostrofò Perry, asciugandosi il mento sporco di grasso di pollo con un tovagliolo. Era a tavola e non aveva ancora finito di cenare. Sua moglie lo guardò con un'espressione addolorata. Non vedeva l'ora che suo marito andasse in pensione. Mancava poco ormai, più o meno un mese.

- Scusa amore, devo rispondere. - Prese con molta calma il cellulare che stava già squillando da almeno 20 secondi e si spostò nel salotto.

- Detective Bass. - tuonò, non cercando nemmeno lontanamente di nascondere quanto fosse infastidito da quella telefonata.

- Perry, sono Steve, dalla centrale. Scusa il disturbo, ma dovresti raggiungerci immediatamente.

- Che è successo?

- Hanno trovato un uomo... - seguirono alcuni secondi di silenzio. Il poliziotto al telefono non sapeva bene come proseguire ma poi si decise. - Ucciso.

- Stai scherzando? - per fortuna il detective Bass aveva abbandonato il suo pollo arrosto, altrimenti avrebbe rischiato di strozzarsi con un osso.

- No detective. L'hanno ammazzato sul serio. Deve venire di corsa. - dal tono impacciato della conversazione si comprendeva chiaramente quanto ad Astoria non fossero abituati ad affrontare scenari del genere.

- Merda! - esclamò l'anziano detective, pigiando maldestramente sul cellulare il tasto per mettere fine a quella chiamata.

- Che succede Perry? - chiese con evidente preoccupazione la signora Bass dall'altra stanza.

- Succede che qualcuno ha deciso di guastarmi l'ultimo mese di lavoro della mia vita. - disse il detective, tra sè e sè, mentre prendeva con foga il suo cappotto dall'appendiabiti.

La scena del delitto era già piena di pattuglie. I fari delle auto e le luci a intermittenza delle sirene davano a tutta la zona un'aria festosa. Da lontano poteva sembrare un lunapark.

I vicini curiosi iniziavano ad accorgersi di quanto era accaduto. C'era chi si era fermato sulla soglia di casa, e con una mano sul viso in segno di stupore si limitava ad osservare da lontano. E chi, con più coraggio, si avvicinava a piccoli passi alle auto della polizia, e chiedeva timidamente informazioni sull'orribile misfatto. Altri ancora, chi in vestaglia, chi in camicia da notte, conversavano rispettosamente tra loro, quasi bisbigliando, come si fa ai funerali, per confermarsi a vicenda la propria estraneità ai fatti. Ogni tanto si udivano delle brevi esclamazioni, frasi scarne, tristi sentenze, gettate lì quasi di riflesso, senza volerlo.

"Che scena orribile", "Ma chi potrebbe aver fatto una cosa del genere?", "Io in questo mondo non mi riconosco più", e cosi via.

L'auto del detective Bass arrivò in rispettoso silenzio, con le sirene spente. Un' accortezza che molti suoi colleghi non avevano mostrato. Scese lentamente, non riuscendo a nascondere gli acciacchi dovuti all'età. Si diresse deciso verso il vialetto della casa incriminata, la zona delimitata dal nastro giallo che segnalava la scena del crimine, e si chinò per passare oltre.

Un novellino gli si parò davanti.

- Non può passare signore, questa è una scena de...

- Detective Bass, spostati pivello.

Il giovane agente guardò scioccato gli altri colleghi i quali gli fecero segno che era tutto okay,

Nell'ingresso regnavano il buio e il silenzio. Alcuni agenti stavano già uscendo parlando tra di loro di quanto avevano appena visto. Appena vedevano il detective avvicinarsi smettevano di parlare e accennavano un timido saluto.

Perry Bass si trascinò su per le scale e raggiunse il piano superiore, poi la stanza da letto, dove lo aspettava il medico legale, e la scena del crimine.

- Buona sera detective.

- Le sembra una buona sera? - grugnì Bass.

Il dottore capì subito con chi aveva a che fare e rinunciò ai formalismi per passare alla spiegazione di quanto avevano davanti agli occhi.

- La vittima è un uomo di 42 anni. Come vede è stato ucciso con un solo colpo di pistola. Il proiettile è entrato da un lato del cranio ed uscito dall'altro. L'omicidio è avvenuto in questa stanza, il corpo non è stato spostato. Non ci sono segni di colluttazione indi per cui probabilmente l'uomo conosceva il suo assassino. L'arma del delitto non è stata rinvenuta, ancora.

Il medico si fermò un momento per valutare le sue parole e saggiarne la precisione e l'accuratezza e non potè che congratularsi con se stesso. Poi però si ricordò un ultimo particolare che stava per sfuggirgli.

- Ah, quasi dimenticavo. Il nostro assassino è stato molto generoso e ci ha lasciato un ricordo.

Prese una bustina sigillata dal comodino e la porse al rugoso detective.

- Che roba è?

Il dottore aspettava con impazienza questa domanda, cosi potè proseguire con le sue spiegazioni e concludere in bellezza.

- Una spilla d'argento. Una di quelle che si indossano per occasioni speciali o per indicare l'appartenenza ad una società di prestigio, un club esclusivo.

- E perchè l'assassino dovrebbe averla lasciata qui?

- L'avrà persa. In effetti ci sono molti particolari che indicano chiaramente quanto sia stato maldestro. Non stiamo certo parlando di un serial killer.

- O magari l'ha lasciata di proposito per portarci fuori strada.

Il medico alzò le mani come per dire che non era il suo campo.

- E' tutto dottore?

- Per ora si. Ma confido che dai successivi esami potremo ottenere altri particolari. Le ripeto che l'omicida è stato molto maldestro. Ha lasciato la sua impronta praticamente dappertutto. Troveremo di sicuro materiale genetico... capelli o altro. La terrò informato.

Perry Bass si limitò ad un cenno di assenso ed usci dalla camera da letto.

Tornando verso l'ingresso si guardò intorno. Era in una casa di completi sconosciuti. Si soffermò sulle foto appese alle pareti. Ritratti di vita quotidiana, scampoli di felicità familiare che non si sarebbero più ripetuti.

- Hey tu, dov'è il resto della famiglia?

L'agente smise immediatamente di bere il suo caffè.

- Erano fuori casa al momento dell'omicidio, signore. La vittima era da solo.

- Ti ho chiesto dove sono adesso.

- In centrale, credo.

- Porca miseria. - disse Bass, ma non era un'esclamazione rivolta al povero agente. Il detective si era già scordato di lui e stava ragionando tra sè e sè. Appena si rese conto di non essere più necessario il giovane poliziotto raggiunse i suoi colleghi vicino alle auto, e tirò un sospirò di sollievo.

Perry rimase sulla soglia, con l'oscurità della casa alle spalle e le luci sfarfallanti delle volanti di fronte. Si sentiva smarrito e allo stesso tempo nel posto giusto al momento giusto. Erano anni che non gli capitava un caso di omicidio. Ad un tratto si ricordò della bustina che aveva in mano. La rigirò e la osservò per bene alla luce della lanterna appesa sopra la porta.

Era un oggetto davvero carino. Piccolo e prezioso. Una spilla d'argento a forma di piuma.

Il giorno successivo all'omicidio l'alba spuntò su Astoria un po' più lentamente del solito, o almeno questa fu la sensazione che ebbero i suoi abitanti. Era come se anche il sole volesse mostrarsi dispiaciuto per quello che era successo, e sorgere un pochettino più tardi, senza far insospettire nessuno, ma come in segno di rispetto.

Perry Bass sorseggiava una tazza di caffè bollente guardando fuori dalla finestra della cucina.

- Tesoro, a che ora sei tornato stanotte? - gli chiese sua moglie, appena alzatasi e ancora in vestaglia. - Non mi sono accorta di niente. Potevi svegliarmi quando sei rincasato.

- Non era il caso. Sono tornato solo un paio d'ore fa. Mi sono messo un po' sul divano a guardare la tv e sono crollato lì.

- Oh Perry, fin quando dovrai fare questa vita? - lo implorò, abbracciandolo teneramente.

- Lo sai che manca poco alla pensione. Questo potrebbe essere il mio ultimo caso.

- Questo quale? - chiese curiosa Cristine, alzando lo sguardo su di lui.

Il detective finì di sorseggiare il suo caffè e poggiò la tazza sul lavandino, sciogliendosi dall'abbraccio di sua moglie.

- Non hai guardato la tv ieri sera?

- No, dopo che sei uscito ho lavato i piatti e sono andata praticamente subito a letto.

- Hanno ucciso un uomo, John Butler.

- Oh buon Dio! - esclamò l'anziana donna, rivelando allo stesso tempo tutto il suo stupore e il suo terrore.

Perry la guardò come se volesse decifrare quel comportamento così spontaneo ed estroverso che a lui proprio non apparteneva. Gli altri cittadini di Astoria avevano reagito allo stesso modo a quella triste notizia?

- Tu ci credi nel destino? - domandò con serietà l'anziano detective, scrutando attentamente gli occhi della sua dolce metà.

- Che vuoi dire? - rispose sorpresa la signora Bass.

- Sai, stanotte pensavo, prima di addormentarmi. Questo caso... non lo so, è come se mi fosse stato assegnato da Dio.

- Non dire sciocchezze Perry. Dio ha cose più importanti da fare che pensare a noi.

- Durante la mia lunga carriera ho avuto pochi casi di omicidio. Pochissimi, - continuò Perry, senza dare la minima importanza alla risposta puramente colloquiale della moglie. - e questo qui, mi capita pochi giorni prima di andare in pensione. E non è un omicidio qualunque, probabilmente si tratta di un caso di violenza domestica. Fino a 20 anni fa qui a stento si conosceva il significato di questa parola. E' un caso emblematico.

- Perry mi sembri strano. Forse ti farebbe bene dormire un altro po'.

- No, devo andare in centrale. Dobbiamo iniziare gli interrogatori. E poi ho dormito già abbastanza e non voglio mancare di rispetto ai colleghi che stanno facendo gli straordinari.

- Ma i tuoi colleghi sono quasi tutti più giovani di te. Anche tu alla loro età facevi un sacco di straordinari. E a quanto pare li fai ancora. - lo rimproverò.

- Già. Forse posso fare ancora qualcosa di buono. - disse, rimuginando ad alta voce e giocherellando con un cucchiaino.

- Tu sei un uomo buono. - replicò Cristine, dandogli un affettuoso bacio sulla guancia ruvida.

- E' che questo posto sta cambiando. O è già cambiato e non ce ne siamo accorti. Spero solo che non sia troppo tardi.

Lanciò il cucchiaino nel cestello della lavastoviglie e stranamente fece centro. Reputandolo un buon segno si incamminò verso la porta e verso un'altra giornata di lavoro.

- Fa' attenzione! - lo avvertì Cristine dalla cucina.

Anita stava impazzendo, la sua vita, quotidianamente normale, era sparita, dando il posto ad un vero e proprio incubo senza fine.

Logan e Abigail erano accucciati intorno a lei, con in mano dei bicchieri di latte caldo e qualche biscotto da mangiare, continuavano a dire che non avevano fame e, con insistenza, chiedevano di ritornare a casa. La loro mamma li coccolava instancabilmente, ma in realtà era lei ad avere bisogno di coccole maggiori, ma era tutto inutile, gli agenti del posto di polizia, dove erano stati portati, a turno si avvicinavano tranquillizzandola sul fatto che il responsabile della Centrale, il Detective Bass, sarebbe arrivato a momenti. Il gran mal di testa ormai si era impossessato di Anita senza lasciarle via d'uscita, la consapevolezza di trascorrere un'altra giornata immersa in ogni sorta di sofferenza, la angosciò ulteriormente, facendola piangere.

Il passo di Perry Bass era lento e pesante e tutti si accorsero che era giunto in centrale. Il detective andò subito nella stanza degli interrogatori, dove trovò Steve con gli altri tre componenti della famiglia Butler, in assoluto silenzio. Il corpulento poliziotto prese una sedia e si accomodò vicino alla donna che stava asciugandosi gli occhi, ancora arrossati per il pianto liberatorio avuto qualche minuto prima. Sapeva che il colloquio non sarebbe stato facile e dopo aver osservato uno ad uno i componenti della famiglia, Bass cominciò a parlare.

<<Signora, sono il detective Perry Bass e innanzi tutto accetti le mie più sentite condoglianze, e se qualora lo desiderasse, può aprirsi a me come ad un confessore>> esordì, con delicatezza, il poliziotto.

<<Signor Bass....mi scusi....detective Bass, mi aiuti ad uscire fuori da quest'inferno, non riesco ancora a credere che stia succedendo proprio a me e in un posto dove al massimo paghi una multa per eccesso di velocità>> implorò Anita, fidandosi dell'uomo che aveva difronte e assicurandosi che i figli stessero bene, ora che avevano chiuso gli occhi per la stanchezza, fisica e psicologica. Lo sguardo triste e sottomesso della donna suscitarono in Bass tanta tenerezza.

<<Signora Butler, entrambi vogliamo svegliarci da questo brutto sogno ma è necessario dare delle risposte alle domande che, malgrado noi, aleggiano nell'aria, intorno a noi.>> esortò, riflessivo, il detective, certo di una collaborazione fattiva della moglie di un uomo che era stato ucciso a sangue freddo.

<<Risponderò a tutte le domande che vorrà chiedermi, signor Bass e mi scusi se mi rivolgo a lei come uomo e non come poliziotto, la sua età mi ricorda quella di mio padre, scomparso solo un anno fa e di domande e risposte era costellato il nostro bellissimo rapporto e in questo preciso momento mi manca da morire, lui avrebbe avuto sicuramente una risposta giusta alle nostre domande>> e terminando la frase, Anita ricominciò a piangere.

<<Adesso si rilassi Anita, alla domanda che più tengo adesso voglio dare una risposta al più presto, e lei mi sarà molto utile a tal proposito>> sentenziò, serio, Perry Bass.

<<Quale domanda?>> chiese, ancora singhiozzando, Anita Butler.

<<Chi era John Butler?>> e con questa domanda, l'anziano detective, prossimo alla pensione, stava per addentrarsi nel percorso più tortuoso della sua vita.

Anita fissò per qualche secondo negli occhi quell'uomo anziano che avrebbe potuto essere suo padre. Non sapeva perchè, ma le ispirava fiducia. Poi si voltò verso i suoi due ragazzi.

- Per favore - disse, con una voce calma e bassa, che lasciava solo intravedere parte del suo dolore - potreste uscire qualche minuto?

Logan e Abigail non ebbero nè la forza nè il coraggio di replicare. Lasciarono la stanza in silenzio insieme a Steve, che con un cenno fece capire che avrebbe badato a loro.

Non appena la porta si chiuse alle loro spalle, il detective Bass prese una sedia sgangherata poggiata in un angolo e si mise a sedere. Non di fronte ad Anita, nemmeno davanti al più classico dei tavoli da sala degli interrogatori. No, si mise affianco a lei, come se volesse creare un clima più sereno ed informale, per quanto potesse essere possibile viste le circostanze.

Non voleva dare l'impressione del detective burbero e intransigente, visto che sapeva di essere fatto esattamente così. Prese dal taschino della giacca un pacchetto di Camel e lo porse ad Anita.

- Lei fuma signora Butler?

Era la più semplice delle domande ma Anita non sapeva cosa rispondere. Il confine tra verità e menzogna si era fatto sempre più sfocato nella sua vita. Si limitò a fare cenno di no con la testa.

Perry prese una sigaretta per sè e rimise il pacchetto nel taschino.

- Allora, perchè ha chiesto ai suoi ragazzi di uscire? Cosa vuole dirmi? - chiese, mentre armeggiava con l'accendino.

Anita alzò con fermezza lo sguardo e lo fissò dolorosamente contro quello del suo interlocutore.

- Ho commesso un grave peccato detective - disse, con la voce rotta dal dolore. Faceva fatica a non singhiozzare e a trattenere le lacrime.

- Ha fatto del male a qualcuno? Qualcuno a cui voleva bene?

- No,no - un lieve e amaro sorriso comparve sulle sue labbra. - E' inutile, lei non capisce.

Perry capì di aver sbagliato mossa. Era come una partita a scacchi. Bastavano 2 o 3 mosse errate per compromettere l'intera partita. Doveva fare un passo indietro.

- Mi scusi. Mi aiuti a capire.

- Lei legge la Bibbia detective?

Un brivido percorse la schiena di Perry Bass. Si ricordò della conversazione che poche ore fa aveva tenuto con sua moglie. Cercò di risistemarsi sulla sedia per mettersi a suo agio.

- Beh, no. Non ne ho mai avuto il tempo. Però ne ho una copia a casa, o almeno credo di averla. Dovrebbe essere una Bibbia del Re Giacomo. Perchè mi ha fatto questa domanda?

- Proverbi 10,19: "Nell’abbondanza delle parole non manca la trasgressione, ma chi tiene a bada le sue labbra agisce con discrezione."

Di nuovo quel brivido lungo la schiena.

Voleva dire qualcosa, fare qualche domanda, ma era come ipnotizzato dallo sguardo di quella donna.

- Il pettegolezzo, detective, è un peccato molto grave.

- Mi perdoni Anita ma non la seguo.

Anita, per la prima volta da quando era entrata in quella stanza, si mosse sulla seggiola. Si sporse verso il suo confessore.

- Le voglio raccontare una storia detective. Ero solo una bambina, avevo all'incirca 7 anni. A scuola quasi tutti mi prendevano in giro perchè ero grassottella e piena di lentigini. Altri invece, cosa ancora peggiore, mi ignoravano. Un giorno, per attirare l'attenzione di alcune ragazzine, raccontai una bugia su mio fratello. Dissi che faceva la pipì a letto. Già, fa ridere vero? Il fatto è che per quei pochi secondi in cui ero attorniata da quelle ragazzine di 5a mi sentii la regina del gruppo. Era una sensazione meravigliosa. Sapevo di essere stata cattiva ma non riuscivo a sentirmi dispiaciuta per quello che avevo fatto. La sto annoiando?

- No, affatto. La prego, continui.

Una nuvoletta di fumo prese il volo dal viso del detective e rimase lì per qualche istante, sospesa a mezz'aria. Poi sparì.

- Una volta tornati a casa, mio fratello, in lacrime, raccontò a nostra madre quello che era successo. Ma la mamma non si arrabbiò con me. Mi disse di chiedere scusa a mio fratello, cosa che feci, e poi mi chiese se secondo me era abbastanza. Dissi di si, cos'altro avrei potuto fare?

Ma lei non era soddisfatta. Vidi sul suo volto quella strana espressione che aveva quando pensava intensamente. Potevo quasi sentire le rotelle che le giravano in testa. Una piccola vena le comparve sulla fronte. Mi disse di andare nella mia stanza e prendere un cuscino. Lo feci.

Mi portò sul terrazzo e mi chiese di porgergli il cuscino. Poi, prese dal suo grembiule (era pieno di tasche e ci infilava di tutto) un paio di forbici e squarciò il cuscino. Sa cosa accadde?

Piume, piume che svolazzavano dappertutto. Poi mi chiese: "Vuoi veramente rimediare al danno fatto a tuo fratello? Allora, va. Raccogli tutte le piume." Io replicai: "Ma mamma è impossibile, il vento le ha sparse in tutte le direzioni." E lei: "Questo è il pettegolezzo."

Dopo tutti questi anni, detective, ancora non ho imparato la lezione, e oggi ne sto pagando le conseguenze.

Piume... pensò Perry Bass.

Erano le tre del pomeriggio quando il telefono iniziò a squillare.

La mano prese la cornetta e la portò all'orecchio destro. Le banalità miste alla notizia del giorno, ossia la morte di John Butler, si alternarono tra espressioni serie ed espressioni facete. Terminarono la conversazione ripromettendosi di risentirsi presto.

Una volta chiusa la comunicazione, la persona si diresse verso la camera da letto e guardando la cornice in siver, posizionata sul comò in noce massiccio, la prese in mano stringendola forte, rompendo il vetro che serviva a proteggere la foto sistemata all'interno.

<< Adesso tocca a te !!!>> pensò e, togliendo i frammenti di vetro sparsi per terra, si spostò in direzione del bagno, per medicarsi la mano, ferita in modo serio durante la sua reazione di poco prima, in balia della rabbia, in un primo momento, e di odio, subito dopo.

*******

Il detective Bass era uscito fuori dall'ufficio per permettere alla signora Butler di riflettere su quanto fosse successo alla sua famiglia e anche di concederle una fumata in santa pace, aveva intuito che la giovane vedova qualche sigaretta ogni tanto se la fumava.

Non potevano ritornare subito alla loro abitazione, pensò Perry, perchè scena di un crimine volento e fonte inesauribile di possibili tracce probatorie inerenti a modus operandi ed identità dell'assassino o dell'assassina, il rischio di poter inquinare tutto doveva essere scongiurato, soprattutto nelle prime ore, subito dopo il rinvenimento del cadavere. La possibile estraneità della moglie della vittima si stava facendo sempre più strada tra i pensieri del corpulento poliziotto, ma aveva imparato a sue spese che mai nessuna traccia si poteva definire, del tutto, esaustiva, in ogni caso, la signora Anita poteva diventare un faro, attraverso il quale utili indizi sarebbero stati illuminanti. Prima di rientrare nella sala degli interrogatori, Bass venne chiamato da Steve, che gli porse il file dove era stata scaricata la scheda anagrafica del defunto John Butler. Perry ringraziò il collega e lo lasciò tornare in direzione dei figli della signora Butler che, accucciati su una poltrona, stavano dormendo; il detective si augurò che non stessero facendo dei brutti sogni.

Anita, rimasta sola, controllò che i figli stessero dormendo e, nonostante la stanchezza, non riusciva ad accettare di dover dormire, non credeva giusto che lei potesse riposare mentre un assassino poteva girovagare indisturbato per la città, fingendosi preccupato dell'inaudita ondata di violenza che aveva colpito la tranquilla cittadina di Astoria. La donna non aveva parenti in città e nemmeno poco lontani, non aveva parenti e basta e l'idea di chiedere a Laurel di poterla ospitare per qualche giorno si stava facendo sempre più corposa, in fondo era diventata una sua amica o almeno questo sembrava. Quando sarebbe rientrato il detective glielo avrebbe chiesto, ma prima avrebbe dovuto telefonare alla sua vicina, in modo tale da poterle permettere di organizzarsi per il dormitorio d'emergenza. La donna stava per accendersi una sigaretta di nascosto quando entrò l'attempato poliziotto che autorizzò l'accensione della Chestefield silver blue, Anita era diventata tutta rossa per la figura di bugiarda che aveva appena fatto, ma Bass fece finta di niente e con la scheda davanti cominciò a leggere quello che c'era scritto sopra.

<<Butler John nato a Green Bay nel Wisconsin il 31.10.1977, figlio di Aaron e Lydia, deceduti entrambi nel 1999; Istituto frequentato: l'High School Flex, con voti poco incoraggianti tranne che per l'attività fisica, non a caso era il capitano della squadra di football della scuola; primo lavoro come pony-express; sposato nel 2001 con Anita Taylor, due figli, Logan e Abigail, residenza attuale Astoria, attività recente magazziniere ad una succursale del Marshall's, polizza assicurativa coperta, conto corrente bancario con delle voci da verificare; tra le passioni, seguire la sua squadra del cuore, i Green Bay Packers Football Club; poi piccola denuncia per rissa ad una partita di football e varie multe per guida in stato di ebrezza.

Bass, dopo aver terminato di leggere le notifiche, si accorse che Anita aveva abbassato lo sguardo e intristito gli occhi, tutte quelle notizie le avevano provocato uno stato d'ansia che l'avrebbe trascinata in un baratro, dove l'aspettava a braccia aperte la più profonda disperazione.

<<Signora Butler, mi scuso per il poco tatto ma quello che le ho letto è quello che conosciamo di suo marito, sarebbe ora di conoscere qualcosa che disconosciamo e, se ne è al corrente, ci renda pure partecipi, non deve dimenticare che c'è in giro qualcuno che voleva morto John e quello che voglio scoprire è il movente che l'ha fatto agire, e se non se la sente di parlarne oggi ne possiamo riparlare anche domani, piuttosto ha un posto dove poter trascorrere la notte?>> chiese, calmo, il detective.

<<Penso di chiamare una mia amica, Laurel Dempsey, se mi consente le faccio una telefonata>> disse Anita, con un'angoscia che la stava per divorare da un momento all'altro.

<<Certo, si accomodi>> esortò, Bass, indicandole il telefono fisso sulla sua scrivania.

L'indomani Perry Bass si stava dirigendo all'obitorio per incontrare il medico legale. Lo aveva telefonato quella stessa mattina per dirgli che c'erano delle novità dopo l'autopsia.

Finalmente potranno seppellirlo e farlo riposare in pace, fu la prima cosa che pensò Perry. I familiari di John infatti stavano ancora aspettando per poter eseguire il funerale e la successiva sepoltura.

Una volta entrato in auto Perry si allacciò la cintura e mise in moto. Fissò la strada per qualche secondo. Non aveva voglia di incontrare nessuno. Avrebbe voluto solo starsene sul divano di casa sua a scolarsi un bicchiere di whisky. Rivolse lo sguardo alla vecchia autoradio a cassette. Era ormai piu' che obsoleta ma c'era affezionato e non aveva nessuna intenzione di sostituirla con una moderna radio a cd o ancora peggio a wi-fi, bluetooth o qualsiasi altra insulsa trovata tecnologica. Il suo meccanico lo prendeva in giro ogni volta per quella radio preistorica ma a Perry in fondo faceva anche piacere. Era orgoglioso di quel pezzo di storia.

L'accese e nell'auto si diffuse il suono meraviglioso di Simple Man dei Lynyrd Skynyrd. Ronnie Van Zant aveva scritto quel pezzo poco dopo la morte della nonna e l'aveva dedicato proprio a lei con l'idea di ricordarne i consigli e i preziosi insegnamenti.

Perry guardò nello specchietto retrovisore per assicurarsi che non sopraggiungessero auto e svoltò a sinistra uscendo dal parcheggio. Non gli ci volle molto per sintonizzarsi sulla stessa frequenza emotiva del pezzo che stava ascoltando. Tutto l'abitacolo era intriso di una pesante malinconia. Ora Van Zant stava dicendo: "Prenditi il tuo tempo, non vivere troppo di fretta, I problemi arriveranno e poi se ne andranno. Và, trova una donna e troverai l'amore, E non dimenticare, figliolo, Lassù c'è qualcuno."

Già, lassù c'era qualcuno. Perry aveva l'impressione, da qualche anno a questa parte, di sentirsi più vicino al creatore. Forse perchè si stava avvicinando il momento in cui l'avrebbe raggiunto? Una triste e amara risata gli sfiorò il volto. Si concentrò sulla strada. Ormai era buio. Imboccò l'autostrada per raggiungere l'ospedale. La chitarra di Gary Rossington che incendiava la melodia sputata fuori dallo stereo, la strada deserta che si srotolava davanti ai suoi occhi come una lingua di fuoco.

Quando raggiunse il parcheggio dell'ospedale e scese dall'auto la fredda brezza notturna lo fece rabbrividire. Ma forse era la vecchiaia che lo aveva indebolito, o addirittura rammollito. Entrò nell'obitorio e trovò ad aspettarlo il medico legale.

- Detective, la stavo aspettando - esordì il dott.Solbakken.

- Salve dottore, mi scusi per il ritardo ma mia moglie oggi non si è sentita molto bene.

- Mi dispiace, niente di grave spero.

- No, per fortuna. Solo un lieve malessere. Al telefono mi diceva che ci sono delle novità giusto?- Si, è cosi. Le mie deduzioni di ieri hanno trovato dei riscontri sul corpo della vittima. - Cosi dicendo, Solbakken non potè far altro che inorgoglirsi giusto un pò, riempiendo d'aria i polmoni con un lungo e profondo sospiro. Bass glielo concesse, dopotutto stava facendo un buon lavoro. - La buona notizia è che abbiamo molto materiale genetico. La brutta è che non appartiene a qualcuno che sia schedato o nell'archivio della polizia. Si tratta di un cittadino senza precedenti e con la fedina penale pulita.

- Abbiamo almeno idea se si tratti di una donna o di un uomo?

Solbakken si sistemò gli occhiali con la montatura di guscio di tartaruga sul naso acquilino, forse per creare un pò di aspettativa, forse per ostentare le proprie capacità e darsi un'aria più professionale.

- Beh, non c'è la certezza assoluta, ma mi sento di sbilanciarmi e dirle che molto probabilmente si tratta di una donna.

Stavolta fu il detective Bass a creare un pò di suspense con i suoi profondi e rumorosi respiri.

- Mi dia una percentuale dottore.

- Io direi un buon 90%.

- Merda!

Solbakken sussultò all'imprecazione del detective e tutta la sua freddezza nordica andò a farsi benedire.

- Come sarebbe a dire detective? - chiese, provando a darsi un po' di contegno.

- Sarebbe a dire che dovrò chiedere alla moglie del povero defunto di sottoporsi all'esame del dna.

- Mi perdoni se dissento, ma credo che sarà del tutto inutile.

- Mi illumini dottore.

Solbakken ebbe l'impressione di essersi messo in una brutta situazione esprimendo il suo disaccordo. Stava navigando su acque pericolose.

- Anche se dovessimo trovare del dna della signora Butler sul corpo del marito o nella stanza dove è avvenuto l'omicidio, credo che sarebbe del tutto normale. Il dna sarebbe rilevante solo se si dovesse avere un riscontro con qualcuno che non fa parte dell'immediata cerchia familiare e che non aveva nessun motivo per trovarsi in quella camera da letto.

- E se dovessimo ritrovare l'arma del delitto?

- Beh, in quel caso potrebbe tornare utile un capello della sig.Butler.

- E' tutto dottore?

- Si, è tutto.

Perry Bass lasciò l'obitorio col suo caratteristico passo pesante e fece sbattere la porta alle sue spalle lasciando il dott.Solbakken nel desolato silenzio della stanza mortuaria che in quel momento per il medico era appena diventata fonte di sollievo e di serenità.

**************************************************

Laurel aveva accettato immediatamente la proposta di Anita e quest'ultima si era rintanata in casa sua subito dopo l'interrogatorio. Una volta a casa dell'amica non ebbe più la forza nè tantomeno la voglia di farsi vedere in giro nè di incontrare chicchessìa.

Era in uno stato di depressione e angoscia profonda. Svolgeva solo le attività casalinghe essenziali e anche per queste doveva comunque fare uno sforzo. Pensava ai suoi due meravigliosi ragazzi e questo le dava le motivazioni sufficienti per non sprofondare nello scoraggiamento.

Quel giorno stava stirando delle camicie di Logan, con molta, molta calma. Si muoveva in modo meccanico, come per inerzia, sospinta da una invisibile e sconosciuta forza interiore, quando sentì suonare il campanello. Il primo pensiero fu di non andare ad aprire, in fondo non era nemmeno casa sua, ma poi pensò che poteva essere qualcuno della polizia con importanti novità sull'autopsia di John. Era chiaro che nessuno avrebbe potuto riportare indietro suo marito ma il desiderio di scoprire chi poteva essersi macchiato di un crimine del genere era comunque molto forte. Non si trattava di curiosità, ma di soddisfare un inappagato senso giustizia. Anita avrebbe voluto solo guardare dritto negli occhi quel pazzo omicida e condannarlo al castigo eterno.

Andò ad aprire il portone di casa e si trovò di fronte Caroline Coleman accompagnata da una signorina che non aveva mai visto prima.

- Anita cara! - esplose Caroline, e si proruppe in uno slancio che si concluse con un abbraccio catartico. - Oh Anita, non sai quanto sia dispiaciuta per quello che è successo. Non ci sono davvero parole. Scusami se non mi sono fatta viva prima ma non sapevo se fosse il caso di disturbarti. Abbiamo pensato (io e le altre) che sarebbe stato meglio lasciarti per un po' i tuoi spazi. Ho resistito finchè ho potuto ma sono troppo preoccupata per te. Così eccomi qui. Come stai cara?

La domanda peggiore che si possa fare in queste situazioni, pensò Anita. Come stai?

- Non lo so. Come vuoi che stia?

- Scusami. E' una domanda idiota. Sono un'idiota e sono stata inopportuna. E' che non so proprio cosa dire Anita cara. Vorrei solo darti un po' di conforto.

Una volta tanto l'espressione sul viso di Caroline non aveva nulla di artificioso. Era realmente mortificata. Anita se ne accorse.

- Volete entrare?

- Certo! - Caroline si riprese immediatamente. Fece un passo verso la porta ma poi si ricordò qualcosa e si arrestò di colpo. - Oh ma che sbadata! Anita, lei è mia cugina June. Si è trasferita qui ad Astoria. Sta cercando casa e nel frattempo vive da me.

- Molto piacere. - disse Anita.

- Il piacere è tutto mio - replicò June, e si sporse in avanti per darle la mano.

Fu una stretta gentile. C'era molta delicatezza anche nel suo tono di voce. Anita sviluppò immediatamente una sorta di empatia per quella ragazza. C'era qualcosa nel suo sguardo, nel suo tono di voce, nei suoi modi, in cui si riconosceva. E non è forse vero che ci stanno simpatiche solo le persone che riusciamo a comprendere?

June Coleman aveva 31 anni, ma ne dimostrava almeno 4 in più. Non perchè non fosse bella, anzi, ma c'era qualcosa di sbagliato nel suo aspetto esteriore. Era trasandata, non si curava molto del suo fisico, ma non era solo questo. Si vedeva che aveva sofferto molto, era come fiaccata. Come se tutti i problemi della sua vita fossero diventati una sorta di peso, una zavorra che trascinava a forza sulle spalle. Non aveva la gobba certo, ma aveva una postura avvilita, scoraggiata, depressa. E si sa, la tristezza non è attraente.

Si accomodarono in cucina. Non era una visita formale, non c'era bisogno nè del salotto nè di caffè e cioccolatini. Erano solo tre amiche che avevano bisogno di parlare un po'. Bastarono tre sedie e il tavolo della cucina. La prima a parlare fu la nuova arrivata.

- Signora Butler, so che non ci conosciamo, ma ci tenevo ad esprimerle le mie più profonde condoglianze per la sua perdita.

- Ti ringrazio, e puoi chiamarmi Anita.

- Allora Anita, - intervenne subito Caroline - dov'è Laurel?

- E' uscita qualche ora fa. Ha detto che doveva sbrigare delle faccende ma non saprei dirti quali. Siete venute per lei?

- Oh no no, siamo qui solo per te cara. Come ti stai trovando qui da Laurel? E quando pensi che potrai tornare a casa tua?

- Laurel è straordinaria. Ha fatto di tutto per metterci a nostro agio, me e i ragazzi. Non so, spero di poter tornare a casa al più presto, entro pochi giorni, anche se non sarà facile, almeno all'inizio.

- Già, dev'essere tutto cosi difficile per te cara. Ancora nemmeno noi siamo riuscite a metabolizzare l'accaduto. E' inconcepibile che qualcuno volesse fare del male a John.

Ci fu un momento di pausa. Anita notò che June sembrava a disagio. Forse non era molto loquace ma anche restando in silenzio aveva comunque un'espressione strana impressa sul volto, come se si sentisse fuori posto. Pensò di includerla nella conversazione con qualche domanda banale, giusto per conoscerla meglio.

- Allora June si è trasferita qui ad Astoria.

- Si, per il momento starà da me ma sta cercando casa da queste parti. - si intromise subito Caroline.

June capì che era arrivato il momento di unirsi alla conversazione.

- Ho semplicemente deciso di cambiare aria.

- E da dove vieni? - domandò Anita.

- Milwaukee.

- Oh, io ho dei cugini a Milwaukee. E sei qui da sola June, o hai famiglia?

- Sono divorziata. Sono qui con mio figlio Elmore, ha solo 5 anni.

- Devi assolutamente conoscere Elmore - esclamò Caroline, come colta da un'illuminazione improvvisa. - E' un bambino davvero simpatico e intelligente. Potremmo organizzare qualcosa nei prossimi giorni Anita cara. Vorremmo tanto starti vicine. Sappiamo che non potremo mai colmare il vuoto lasciato da John, ma in momenti difficili come questo avere delle amiche affianco è una cosa che può aiutare tanto.

- Lo so, Caroline, e ti ringrazio molto per le tue parole di conforto e il tuo sostegno. Sono sicura che riusciremo a passare più tempo insieme nei prossimi giorni. E poi sono preoccupata per Logan e Abigail. Si sono chiusi in se stessi lasciando il mondo fuori. Devo assolutamente riprendermi così da far forza anche a loro.

- Questo è lo spirito giusto Anita - concluse, approvando, Caroline.

Lei e June si alzarono quasi all'unisono e abbracciarono a turno la triste e sconsolata Anita che una volta lasciate le amiche non potè far altro che continuare a pensare a quella nuova arrivata che l'aveva colpita così tanto e senza una ragione particolare.

Benoni.

Anche quella mattina la sveglia suonò come al solito alle 6:45 ma Perry Bass aveva già gli occhi aperti. Il suo sonno sempre più leggero era stato interrotto da qualche ora e non era più riuscito a riaddormentarsi. Aveva fatto uno strano sogno che non riusciva a ricordare e gli era rimasta in testa solo quella strana parola: Benoni.

Giurò di averla già sentita da qualche parte, ma dove? Non era uno che attribuiva ai sogni significati nascosti o che cercava in tutti i modi di dargli un'interpretazione con risvolti ultraterreni. Insomma, Sigmund Freud non sarebbe stato fiero di lui, tuttavia, Perry ultimamente stava rimettendo in discussione molte delle sue certezze. Quelle credenze fondamentali che avevano rappresentato dei pilastri ideologici nel corso della sua vita stavano gradualmente perdendo la loro stabilità e consistenza sgretolandosi sotto i suoi occhi.

Si chiese se quel sogno volesse dire qualcosa. Se qualcuno o qualcosa stesse cercando di comunicare con lui trasmettendogli forse informazioni di importanza vitale relative al caso di omicidio che lo stava ormai tormentando. Un sincero e genuino sorriso comparve sul suo volto. Pensò che stesse iniziando a perdere qualche rotella.

Spense la sveglia con la mano sinistra e si girò verso Cristine. Dormiva ancora, e dormiva serenamente e di un sonno profondo. Perry si prese qualche secondo per osservare sua moglie e notare sulla sua pelle le rughe e i segni dell'età che avanzava impietosamente. Pensò che l'amava ancora di più del primo giorno. Aveva sposato la sua anima, non il suo corpo.

- Tesoro, svegliati. - sussurrò Perry. Gli dispiacque terribilmente svegliarla ma non sarebbe riuscito ad andare al lavoro senza sapere prima come stava.

- Perry, scusami, - disse Cristine aprendo lentamente gli occhi - non ho sentito la sveglia. Vado subito a prepararti la colazione.

- No, no, non c'è bisogno. Prenderò qualcosa alla caffetteria vicino la centrale. Volevo solo sapere se ti senti bene. Ieri mi hai fatto prendere un bello spavento.

- Mi dispiace, tesoro. Adesso mi pare di sentirmi meglio. Comunque più tardi ti farò un colpo di telefono se la cosa ti fa stare più tranquillo, va bene?

- Vorrei restare a casa con te ma c'è quel dannato omicidio che...

- Perry non ci pensare nemmeno. Ti ho detto che sto bene - lo rassicurò Cristine e gli diede un bacio sulla fronte.

- Sicuro di non voler gustare le mie famose uova strapazzate prima di andare a lavoro?

Perry ammiccò alla maniera di Clark Gable in Via col vento.

- Sicuro. - diede un tenero bacio sulla guancia a Cristine e lasciò la stanza, prima, la casa poi.

Quando giunse in centrale con ancora in mano la tazza di caffè bollente, Perry Bass si ritrovò davanti la vedova Butler, seduta, o meglio, accampata, su una sedia piazzata di fronte al suo ufficio. Un giovane agente che stava trasportando dei fascicoli si ritrovò, suo malgrado, di fronte al detective.

- Da quanto tempo è qui? - chiese Perry, indicando la donna.

- Non saprei detective. Io sono arrivato da circa un'ora ma lei c'era già.

Il ragazzo intuì che era il suo giorno fortunato. La sua breve ed esaustiva risposta aveva lasciato soddisfatto il burbero detective. Sgattaiolò dietro al bancone all'ingresso e Perry si diresse incuriosito verso Anita.

- Signora Butler, buongiorno.

- Buongiorno a lei detective, - replicò Anita, e si alzò in piedi in segno di rispetto, porgendogli la mano e provando una sensazione familiare e confortevole al contatto con la pelle rugosa di quell'uomo che la rassicurava tanto col suo fare paterno.

- E' qui da molto?

- Oh, no, non poi così tanto. Ho ingannato l'attesa pensando.

- Ah, si? E a cosa, se posso chiedere.

- Alla nostra ultima conversazione. Lei mi aveva chiesto delle informazioni su mio marito. Beh, eccomi qui. Ho deciso di offrirle tutta la mia collaborazione e il mio sostegno.

Perry la fissò per qualche istante senza aprire bocca. Pensò di ritrovarsi di fronte ad una donna molto coraggiosa. Anita possedeva un carisma coinvolgente.

- La ringrazio per la fiducia signora Butler. Prego, si accomodi nel mio ufficio.

L'ultima volta la stanza degli interrogatori, ora il suo ufficio, pensò Anita. C'erano stati degli sviluppi positivi. Forse non era più tra gli indiziati.

- Mi chiami pure Anita, detective.

I due si accomodarono nel freddo e angusto ricettacolo del detective Bass. Era piccolo e pieno di scartoffie che minacciavano di crollare da un momento all'altro dall'armadio o dalla scrivania. C'erano pile di fascicoli accumulati uno sull'altro in equilibrio precario. Il tutto dava all'ambiente un aspetto spartano e stranamente accogliente. Non era disordinato. Ordo ab Chao, come dicevano gli antichi.

- Le posso offrire una tazza di caffè Anita? Il distributore qui in centrale non sarà come la migliore caffetteria della città ma non è poi così male. Steve lo trova addirittura piacevole.

- No, la ringrazio. Sto bene così.

- Come vuole. Allora Anita, da dove vogliamo iniziare?

E Anita iniziò.

Parlò di John per più di un'ora raccontando praticamente tutta la loro vita insieme. Rispose alle domande del detective e poi lo ascoltò attentamente quando quest'ultimo le comunicò le novità riguardanti l'autopsia.

- Nei prossimi giorni potrei avere bisogno di un suo campione di dna. Spero non sia un problema.

- Assolutamente no. Detective... non vorrei sembrarle scortese ma volevo ricordarle che io sto ancora aspettando di poter seppellire mio marito.

- Ha ragione, e le porgo le mie scuse per questo. Il corpo del signor Butler verrà consegnato agli impresari funebri entro oggi.

Seguì qualche secondo di silenzio.

- Anita, devo farle un'ultima, forse spiacevole, domanda. - Nella pausa che seguì, Perry si schiarì la voce. - Che lei sappia, suo marito ha mai avuto qualche... ehm... storiella extraconiugale?

Steve sussultò quando, pochi secondi dopo, la signora Butler lasciò di corsa l'ufficio di Perry Bass sbattendo con forza la porta alle sue spalle.

- Che diavolo è successo detective?

- Una mossa sbagliata Steve, solo una mossa sbagliata.

Una mossa.

Perry venne folgorato da un'improvvisa e inaspettata rivelazione. Si precipitò al computer del suo ufficio e cliccò sull'icona del motore di ricerca. Digitò la parola "Benoni."

Difesa Benoni, fu il primo risultato. Era una mossa degli scacchi, e lui la conosceva bene. Venne utilizzata da Bobby Fischer nel cosiddetto Match del secolo, la famosissima sfida che vide lo scacchista statunitense opposto al russo Boris Spasskij. Fischer aveva perso le prime due sfide come un novellino ma alla terza sfoderò la difesa Benoni, un'apertura di gioco semichiuso, e da lì in poi l'incontro prese tutta un'altra piega, come testimonia la storia.

Era tutto qui? Aveva semplicemente sognato una, seppur meravigliosa, mossa degli scacchi? C'era qualcosa che non tornava. Cliccò sulla freccia in alto a sinistra che lo fece tornare alla pagina principale del motore di ricerca.

Stavolta digitò "Ben-Oni."

Il risultato fu ben diverso:

Ben-Oni. Nome ebraico che Rachele, moglie di Giacobbe, diede al suo ultimo figlio, mentre moriva a causa del parto. Il nome significa "Figlio del mio dolore."

Un brivido percorse la schiena del detective Perry Bass, che in quel momento decise di spegnere il pc e tornare a casa.

Sua moglie non l'aveva ancora telefonato.

Anita fu sollevata del fatto che in casa di Laurel non ci fosse nessuno, aveva bisogno di stare da sola col suo dolore, reso ancora più violento a causa delle parole che aveva pronunciato, poco prima, il detective Bass.

Si sedette sul divano, appoggiò entrambi i gomiti sulle gambe e nascose il suo viso tra le mani, lasciando che le lacrime, scendendo, facessero spazio all'arrivo di silenziosi ma laceranti ricordi. La ferita di qualche anno prima, mai rimarginata, oggi si riapriva con forza, consentendo alla disperazione di uscire fuori, impossessandosi di una donna in bilico fra incredulità e follia.

Le immagini la riportarono al Maggio del 2011, quando John aveva ottenuto un incarico di capo magazziniere alla filiale di Milwaukee del Marshall's, la grossa catena di distribuzione per la quale il marito lavorava. Anita ricordò con dispiacere il momento in cui il suo uomo salutò con affetto i suoi due figli e con meno trasporto la propria moglie. Il loro rapporto stava attraversando un momento di difficoltà; le incomprensioni, anche se banali, stavano minando, seriamente, il loro equilibrio di coppia e familiare. Il distacco, anche se per cinque giorni a settimana, li aveva proiettati davanti ad un bivio, dove i due percorsi erano abbastanza nitidi.

Da un lato sarebbero andati verso una rottura, con tutte le conseguenze che una separazione comportava, dall'altro si poteva provare a ripercorrere un cammino dove il cuore, fungendo da faro, sarebbe tornato utile a recuperare la loro strada, momentaneamente annebbiata da false certezze.

<<Quando torno, ne parliamo!>> le aveva detto, con freddezza, John, uscendo di casa col trolley mentre si avviava verso la macchina parcheggiata in giardino.

Quelle poche parole lasciarono Anita con un senso d'inquietudine che niente e nessuno, in seguito, riuscì a scacciare.

Le giornare successive trascorrevano sempre uguali. I suoi due figli dovevano essere accompagnati a scuola e alle attività extrascolastiche, la casa andava gestita tra pulizie, spesa e bollette, sentiva John al telefono che continuava a mantenere un tono abbastanza distaccato.

In uno dei weekend di riposo del marito, Anita aveva notato un suo cambiamento e non solo nel taglio dei capelli e nell'abbigliamento decisamente più sportivo, ma nella strana euforia mostrata con atteggiamenti furtivi nel rispondere velocemente al telefono e nella distrazione che dimostrava quando i figli dovevano richiamarlo più volte per essere ascoltati. Fu un messaggio che arrivò sul telefonino di John, mentre faceva la doccia, a farla piombare nell'abisso più profondo che, solo un'anima inquieta può toccare.

"Amore, mi manchi", diceva l'sms, tre semplici parole ma con un significato che andava oltre ad un lungo romanzo d'amore.

Le gambe avevano cominciato a tremare come, successivamente, tutto il resto del corpo, il cuore era letteralmente impazzito e il rossore del suo viso non era passato inosservato ad Abigail che era entrata in cucina a prendere qualcosa da bere.

<<Devo avere qualche decimo di febbre>> le aveva risposto Anita, nascondendo, alla buona, il telefonino del marito.

Una volta rimasta sola e assicuratasi che John fosse ancora in bagno, Anita aveva continuato a verificare i messaggi precedenti e il dubbio che ci fosse un'altra donna nella vita del suo uomo, era diventato certezza.

I ricordi svanirono con la stessa velocità di come erano arrivati, furono spazzati via dal rumore della porta di casa che si apriva. All'uscio, entrando, apparve la sagoma, ben definita, di Laurel.

- Amore come ti senti? - chiese il detective Bass.

- Ho vissuto giorni migliori - rispose, accennando un sorriso stanco Cristine.

- E' stata colpa mia. Non avrei dovuto lasciarti da sola oggi.

- Oh no, non ci pensare. Tu hai il tuo lavoro da svolgere, e poi stamattina mi sentivo bene veramente, non ti avevo mentito. A proposito, come sta andando quel caso di omicidio?

- Mmm, non bene. Oggi stavo parlando con la moglie della vittima ma ho fatto un casino. Spero di poter rimediare. Tesoro, posso farti una domanda?

- Certo. Dimmi pure. - disse Cristine, rizzando la schiena e sistemandosi meglio sul cuscino.

- Ti dice qualcosa l'espressione "figlio del dolore"?

- Ehm, mi prendi alla sprovvista. Perchè questa domanda?

- Lascia perdere. Probabilmente sto iniziando a perdere il senno.

- No no aspetta. A me puoi dire tutto, lo sai.

- Lo so. - Annuì Perry, guardandola negli occhi. - Stanotte ho fatto uno strano sogno e l'unica cosa che ricordo è questa strana parola.

- Figlio del dolore?

- Si, esatto.

- Beh, non saprei. Potrebbe riferirsi ad un figlio indesiderato, frutto di una relazione extraconiugale. Oppure un figlio venuto al mondo con una gravidanza particolarmente problematica.

- Potrebbe essere.

- E' una cosa importante?

- Non lo so... proprio non lo so.

La porta della stanza n.41 del Merseyside Hospital si aprì in quel momento.

- Signora Bass, dobbiamo effettuare il prelievo del sangue - disse la giovane infermiera dall'andatura spedita e leggeremente barcollante.

- Oh certo. - rispose Cristine.

Perry strinse la mano di sua moglie,

**************************************************

I funerali di John Butler si tennero nel cimitero di Astoria alle 16 di quel martedi pomeriggio, sotto un diluvio scrosciante.

Erano presenti praticamente tutti gli abitanti di Astoria, e molti non avevano mai visto John. Anita pensò che la cosa avrebbe dovuto fargli piacere, e invece la infastidiva. Chi erano tutte quelle persone? Non avevano il diritto di stare lì, non volevano bene a suo marito.

Il suo John.

Solo lei sapeva quanto si erano amati. E ancora si amavano. Finchè morte non vi separi, recitava il giuramento matrimoniale. Ma in quel momento, Anita, avrebbe giurato che il suo amore per John avrebbe sconfitto anche la morte.

Mentre il prete recitava un passo tratto dai Salmi, Anita, completamente vestita di nero, come tutti i presenti, si diede uno sguardo intorno, ben coperta dal velo che cadeva dolcemente dal cappello di feltro.

Nelle prime file c'erano tutti i loro amici/conoscenti. In quel momento non avrebbe saputo fare una distinzione tra le due categorie.

C'erano i Dempsey (Laurel aveva il viso completamente inondato dalle lacrime), Mindy e Tommy Davenport, Julia e Sidney Theroux.

Anita si asciugò una lacrima con il fazzoletto che 5 minuti prima le aveva offerto Logan. Quant'era dolce quel ragazzo. Stava piangendo, ma anche in un momento così straziante sembrava soffrire con una dignità e una compostezza che non avevano nulla a che fare con la sua età. Abigail invece, sembrava totalmente impassibile. Non aveva versato nemmeno una lacrima. D'altronde, ognuno soffre a suo modo.

Anita si accorse che il prete aveva finito la sua lettura tratta dalle Sacre Scritture. Ad uno ad uno le persone iniziarono ad avvicinarsi, chi per dare le condoglianze ai familiari, chi per salutare John con un platonico bacio alla bara, chi per gettare un fiore nel fosso, dove di lì a poco l'amore della sua vita sarebbe stato seppellito.

Caroline Coleman stava avanzando lentamente. Era in fila come tutti quanti gli altri e reggeva, in una mano un ombrello nero, nell'altra una rosa rossa. Alle sue spalle c'era la giovane cugina proveniente da Milwaukee che Anita aveva conosciuto solo il giorno prima.

June Coleman.

Anita pensò che quella ragazza doveva essere davvero gentile. Teneva dolcemente per mano il suo figlioletto di 5 anni, Elmore, e gli stava sussurrando qualcosa all'orecchio.

Alla vista di quel bambino dagli occhi scuri e i capelli biondi, le sopracciglia di Anita si aggrottarono, seppur solo per un attimo.

Quel bambino era davvero bello.

Forse era troppo bello.

Aveva smesso di piovere da più di un'ora e tutte le nuove amiche di Anita si erano ritrovate a casa di Laurel per tenere compagnia alla donna che aveva da poco seppellito il marito defunto.

<<Tesoro, bevi almeno un pò di the caldo, ti farà sicuramente bene>> disse, teneramente, la padrona di casa, riferendosi ad Anita, che stava seduta sul divano e in un silenzio tale da preoccupare le altre donne accomodate insieme a lei.

Avendo già rifiutato una fetta del plumcake allo yogurth preparato da Julia, Mindy e Caroline si diressero in cucina per preparare qualcosa da mangiare, non se la sentivano di lasciare da sola la loro nuova amica. June, intanto, dopo aver baciato sulla fronte Elmore, lo aveva lasciato volentieri con Abigail e Logan, aveva avuto la sensazione che si fosse creata una sincera empatia tra i ragazzi. Una volta arrivata in salotto, guardò e sorrise la nuova e sfortunata donna, conosciuta il giorno prima.

<<Che stanno facendo i nostri figli?>> domandò Anita, ricambiando lo sguardo ed il sorriso della ragazza di Milwaukee, rassicurando, così, tutte le presenti di una sua ripresa emozionale, capiva che lo sforzo che stavano facendo tutte loro, nei suoi confronti, andava riconosciuto.

<<Si stanno conoscendo e il farsi delle domande e darsi delle risposte, appaga la loro curiosità, tipica della loro età e mi hanno anche promeso che tra poco ci raggiungeranno per cenare con noi>> rispose June, sedendosi vicino ad Anita e stringendole la mano destra.

Al contatto, Anita ebbe un sussulto, si irrigidì e staccò immediatamente la sua mano da quella della madre di Elmore. Quest'ultima assunse un'espressione meravigliata, non riuscendo a dare un senso a quella strana reazione, anche Laurel e Julia si guardarono stupite. A stemperare la palpabile tensione che si era creata, ci pensarono Mindy e Caroline, annunciando che la cena era pronta.

Il silenzio era nuovamente calato in casa Dempsey. Le uniche voci presenti erano quelle dei ragazzi, Laurel cercava di comunicare con tutte ma l'unica che non sembrava cogliere le buone intenzioni di un dialogo, era Anita.

Era scoccata quasi la mezzanotte quando tutte le ospiti lasciarono la casa. Anita fu molto fredda nei saluti, persino con Elmore e una volta mandati a letto i propri figli, disse a Laurel che l'indomani mattina avrebbe tolto il disturbo e che sarebbe ritornata nella propria abitazione.

Vano fu il tentativo della padrona di casa nel convincere la nuova amica a restare, anzi più insisteva e più l'allontanava da lei.

Jerry e Laurel, vinti dal sonno, non furono in grado di vedere Anita sveglia ed in piedi davanti la foto di John, che teneva in mano.

" E' bruttissimo pensare di te quello che io, adesso, ho nella mia mente, ma il contatto che ho avuto stasera con June mi ha lasciato con un grande ed insidioso dubbio", pensò tra sè e sè la vedova di John Butler.

Anita decise, prima di provare ad addormentarsi, che il giorno dopo avrebbe cercato il detective Bass, voleva riprendere un discorso che era rimasto a metà.

- Cara va tutto bene?

- Come?

Laurel stava scrutando curiosamente Anita che aveva l'aria a dir poco distratta. Continuava a mescolare col cucchiaio il latte coi cereali che ormai doveva essersi ridotto ad un'unica ed omogenea poltiglia.

- Tesoro, hai una pessima cera. Fossi in te resterei qui qualche altro giorno. Non c'è nessuna fretta di tornare a casa e poi a me e Jerry fa piacere avervi qui. Ieri Abigail, Logan ed il piccolo Elmore hanno restituito a questa casa un po' di vitalità e di gioia, per quanto sia possibile viste le circostanze.

- Laurel sei un tesoro, davvero. Ti ringrazio tanto. Ma ho bisogno di tornare a casa mia, tra le mie mura. Ho un estremo bisogno di respirare l'aria di casa. So che non sarà facile ritrovarmi in mezzo ai ricordi e alle cose di John ma devo vivere appieno anche la sofferenza, non posso sfuggirle e comunque sarebbe da sciocchi tentare di sottrarsi o di abbreviare il naturale corso del dolore.

- Come vuoi Anita cara. Sappi comunque che per qualsiasi cosa io ci sono.

- Lo so. Grazie ancora.

- Beh allora io vado. Devo accompagnare Jerry fuori città a vedere un terreno che potrebbe acquistare per costruire delle villette a schiera. Tu e ragazzi fate colazione con calma. Quando avete finito lasciate la chiave sotto lo zerbino ok?

- Certo.

Laurel diede un bacio sulla guancia ad Anita e dopo averle rivolto uno sguardo pieno di empatia e compassione raggiunse Jerry che la stava aspettando sull'uscio con una valigia in mano. Nell'altra aveva il cellulare con cui armeggiava distrattamente. Non aveva l'aria felice di chi stava per fare una gita fuori porta con la propria anima gemella.

****************************************

Perry Bass arrivò al distretto più tardi del solito ma nessuno glielo fece notare. Tutti erano al corrente del fatto che passava le notti in ospedale accanto a sua moglie.

Teneva in mano una tazza di caffè, come al solito, ma nessuno poteva sapere che nonostante fossero solo le 9 di mattina quella era già la sua quinta dose.

Se ne stava andando dritto per dritto nel suo ufficio, a testa bassa e senza rivolgere parola a nessuno, quando il comandante Fincher gli si parò davanti.

- Salve, Bass.

- Buongiorno capo.

- Ho saputo di sua moglie. Volevo dirle che mi dispiace molto. Spero che possa riprendersi al più presto.

- La ringrazio.

Se Perry non era loquace nemmeno nelle sue rare giornate buone, figurarsi oggi.

- Detective Bass volevo chiederle come stanno proseguendo le indagini riguardanti l'omicidio di John Butler. Mi scusi se mi intrometto ma mi è parso di notare che si sta andando un po' a rilento.

Perry lo guardò in cagnesco. Non sopportava quel ragazzino presuntuoso con la puzza sotto il naso che gli si metteva a fare la predica. Chissà quale pezzo grosso l'aveva raccomandato per permettergli di diventare comandante di un distretto di polizia a nemmeno 35 anni.

- Credo che si sbagli comandante. Ci sono stati dei passi avanti grazie agli esami del dottor Solbakken e alle indagini parallele svolte dai miei uomini.

- Che mi dice degli interrogatori? So che non avete ancora iniziato.

- Non so quali siano le sue fonti, ma la invito a rivalutarle capo. Ho personalmente avuto già diversi colloqui con la moglie del defunto.

- Per cui al momento c'è una sola sospettata. La signora Butler, giusto?

- Non esattament...

- Detective Bass come le ho anticipato sono consapevole delle difficoltà che sta affrontando a livello famigliare ma non posso permettere che nel mio distretto si verifichi una tale carenza di professionalità e di dedizione al lavoro. Inoltre, che rimanga tra noi, tra poco lei se ne andrà in pensione, quindi è comprensibile che non abbia più gli stimoli per lavorare ad un caso del genere. Stavo pensando di toglierle il caso e affidarlo ad un detective più giovane, qualcuno in rampa di lancio.

Che essere subdolo e meschino, pensò Perry. Se si fossero trovati in un altro contesto non ci avrebbe pensato due volte a rompergli quel suo brutto muso da pseudo-intellettuale di periferia.

- Mi perdoni comandante Fincher, ma non vedo come assegnare un caso talmente anomalo per la nostra cittadina ad un novellino possa in qualche modo migliorare le cose. Ammetto di non aver fatto forse tutto quello che era in mio potere fino ad oggi ma le garantisco che da ora in poi le cose cambieranno.

Fincher capì che non avrebbe ottenuto di più da quel vecchio dinosauro. Gli aveva già scucito più parole di quante gliene avesse sentite pronunciare da quando era arrivato ad Astoria. Si guardò intorno e notò che tutto il distretto si era fermato. Avevano gli occhi di tutti addosso. Se si fosse fermato ora avrebbe dato l'impressione di averla spuntata lui.

Fincher 1 - Bass 0.

Tirò un sospiro di sollievo e si reputò soddisfatto dell'esito dello scontro.

- Per ora va bene cosi detective. Buon lavoro.

Perry si rantanò nel suo ufficio con lo sguardo sconfitto, da cane bastonato, che però non vede l'ora di prendersi la sua rivincita.

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Anita quella mattina fece come le aveva consigliato la sua amica Laurel. Fece fare colazione ai ragazzi con tutta la calma e la tranquillità di questo mondo, poi portò i bagagli in auto, mise la chiave sotto lo zerbino e si avviò con Logan e Abigail verso casa.

Arrivati sul vialetto Anita fermò l'auto. I due ragazzi iniziarono a scendere ma lei non spense il motore.

- Mamma che fai, non vieni?

Anita abbassò lentamente il finestrino.

- Mi sono dimenticata di fare una cosa importante. Perdonatemi ma devo passare da un posto. Ci vediamo fra poco ok?

Non aspettò la risposta dei suoi ragazzi. Fece marcia indietro sul vialetto e partì sgommando.

Logan e Abigail fissarono l'auto fino a quando non svanì dal loro campo visivo, poi, si guardarono a vicenda e, con uno sguardo complice che era naturale conseguenza di anni e anni vissuti sotto lo stesso tetto, si comunicarono senza parlare che erano appena rimasti chiusi fuori casa.

Le chiavi se le era portate dietro la mamma.

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Anita entrò nel distretto di polizia che erano ormai le 11. Non appena entrata ebbe l'impressione che tutti la stessero osservando nonostante ci fosse un gran fermento generale. Un agente dall'aria gentile le chiese se le serviva aiuto.

- Sto cercando il detective Bass.

- Oh certo. - replicò l'agente, facendosi rosso in viso e iniziando a sudore in modo copioso. - Il detective è nel suo ufficio ma al momento è impegnato. Può aspettarlo qui se vuole.

Il ragazzo le indicò una sedia di plastica dall'aria triste e avvilita.

- Ok, grazie - rispose Anita, e crollò sulla sedia.

Passò un'ora, forse due. Aveva perso la cognizione del tempo. Se ne stava lì a pensare al suo John che ora riposava in pace sotto terra, o almeno così credeva. Aveva provocato lei il suo assassinio? Era un'idea terribile che le ronzava in testa da un po'. Doveva assolutamente parlarne col detective Bass, e pazienza se questo le avrebbe causato dei problemi.

I volti delle sue recenti amiche cominciarono a susseguirsi davanti ai suoi occhi:

Mindy, Julia, Caroline, Laurel.

Una di loro avrebbe mai potuto commettere un atto così atroce?

Anita chiuse gli occhi e li strizzò forte come a voler scacciare quel terribile pensiero.

Un rumore secco la riportò alla realtà. La porta dell'ufficio di Perry Bass si spalancò davanti ai suoi occhi.

Quella che ne uscì era una stanca e provata Mindy Davenport.

Bass aveva appena terminato di rileggere la testimonianza di Mindy Davenport quando sentì bussare alla sua porta, era Steve che annunciava la presenza di Anita Butler.

<<Falla accomodare>> disse il detective.

<<Buongiorno e mi scusi per il disturbo ma avevo urgenza di parlarle>> esordì la donna, ricambiando il gesto cordiale dell'uomo che, alzatosi, le porse la mano destra.

Era una stretta di mani tra due persone che non stavano attraversando un buon momento, l'uno si aggrappava all'altro anche se per motivi diversi, entrambi sentivano il bisogno di rendersi utili, era un modo per tenere lontani i loro diversi dolori.

<<Anch'io la stavo pensando, l'avrei cercata nel pomeriggio>> aggiunse l'uomo, facendo segno alla sua interlocutrice di accomodarsi.

<<Ho visto uscire Mindy dal suo ufficio poco fà, come mai?>> domandò Anita.

<<La signora Davenport è stata a terza persona ad essere ascoltata stamattina, prima di lei ho ascoltato la signora Caroline Coleman e ancora prima la signora Julia Espinoza e tra poco devo vedere la signora Laurel Dempsey, e sa perchè le sto dicendo queste notizie riservate?>> chiese, serio, Perry Bass.

<<Sinceramente no>> osservò Anita, intimidita dall'espressione del detective.

<<Tutte e tre mi hanno raccontato di alcuni vostri incontri pomeridiani durante i quali l'argomento principe era proprio il defunto John Butler, può dirmi qualcosa a riguardo?>> incalzò, determinato, l'ufficiale di polizia.

<<Si, era proprio di questo che le volevo parlare, ho omesso questo particolare perchè lo ritenevo irrilevante, ma poi è successo qualcosa che mi ha violentemente catapultata alla sua domanda dell'altro giorno, alla quale non ho risposto non perchè non ne fossi capace, ma per la consapevolezza di non riuscire a sopravvivere alla presunta risposta>> affermò, avvilita, Anita Butler.

<<A cosa si rifersce?>> domandò, curioso, il poliziotto.

<<Negli ultimi anni la mia vita scorreva tranquilla, forse troppo e in una delle solite mattinate trascorse a pulire casa e a preparare da mangiare mi venne d'impulso la voglia di emergere dall'anonimato che ormai aveva caratterizzato la mia esistenza. L'incontro casuale con Laurel Dempsey fece scattare qualcosa dentro di me che una volta uscita fuori sarebbe diventata, e in modo veloce, di dominio pubblico grazie alla formidabile arte della condivisione sociale della mia sopracitata vicina. La falsa notizia della violenza domestica perpetrata da John nei miei confronti si estese a macchia d'olio tra tutte le donne del vicinato ma quelle che seguivano più da vicino le varie evoluzioni di mio marito erano Laurel, Miny, Caroline e Julia. Sentirsi al centro delle premurose attenzioni delle mie nuove amiche mi gasava, mai potevo immaginare di diventare la NOTIZIA di questa piccola cittadina, per tutti sono la vedova del violento e scontroso John Butler>> e terminando la frase, Anita mise il suo viso tra le mani e iniziò a piangere.

<<Stia calma signora Butler>> e cercando di rilassarla, il detective le porse un fazzolettino con l'intento di farle asciugare le lacrime <<adesso rimettiamo tutti i pezzi a posto e lei deve essere gentile da aiutarmi, in giro c'è un assassino che va fermato e dai rapporti rilevati dai miei uomini si evince che la personalità di suo marito risulta mite e cordiale e poco incline ai pettegolezzi, di nemici neanche l'ombra eppure è stato ucciso. Tutto questo è uscito fuori parlando con i colleghi di lavoro e nei posti di aggregazione sociale presenti in città e che suo marito solitamente frequentava. Dopo quello che mi ha appena riferito non so se la falsa notizia da lei creata possa ricondurci a qualcosa di interessante ma ogni pista è buona fino a quando non viene smentita. Piuttosto a quale mia domanda lei non ha dato risposta l'altro giorno?>> aggiunse, molto stanco, Perry Bass, non vedeva l'ora di prendere una boccata d'ossigeno e correre dalla sua amata Cristine, in ospedale.

<<Ad una possibile relazione extraconiugale di mio marito>> disse, ferma, la donna.

<<Ebbene, se esiste oppure è esistita, abbia la bontà di parlarmene, potrebbe essere una pista utile da seguire e dando peso alle parole del medico legale il reato potrebbe essere catalogato come delitto passionale>> insistette Bass, guardando fissa negli occhi la donna che aveva davanti.

<<Deve darmi solo il tempo di passare da casa e controllare una cosa, appena fatto la chiamo e ritorno subito da lei, e in cuor mio spero tanto di sbagliarmi>> concluse, amareggiata, Anita e dopo aver avuto l'autorizzazione dal detective a lasciare l'ufficio si diresse verso l'auto parcheggiata nel cortile antistante il distretto, pronta a ritornare a casa dove l'aspettavano Logan, Abigail e lo spettro di John Butler.

Uscendo con la sua vettura, Anita non vide Laurel che stava varcando la soglia del distretto di polizia, dove la stava aspettando il detective Perry Bass.

******************************************************************************************

I sigilli al portone della sua abitazione erano stati tolti.

Quando Anita, insieme ai suoi figli, entrò in casa accusò una sorta di tachicardia, non era il suo cuore a stare male, ma la sua anima.

Aveva mille pensieri a cui badare, primo fra tutti l'incolumità emotiva dei figli, poi il proprio equilibrio psico-fisico e, ancora, la gestione del dubbio che la stava assalendo.

Ancora nitido era il ricordo della domanda che il detective le aveva posto. Il pensiero era andato al periodo più buio del suo rapporto di coppia, quello relativo all'incarico temporaneo di John nel Milwaukee. La certezza, che il marito avesse intrapreso una relazione al di fuori del loro matrimonio, era stata molto debole in quel tempo, oggi si stava delineando una nuova visione dei fatti. Anita era lieta che i figli fossero con lei, stavano rientrando in un luogo dove, con molta difficoltà, avrebbero ritrovato la pace e la serenità esistente pochi giorni prima.

Logan e Abigail restarono giù, Anita invece, salendo su per le scale, dovette constatare che le sue palpitazioni non l'avrebbero abbandonata, persino le gambe erano diventate pesanti, quasi a voler ritardare l'arrivo nel luogo dove la donna era diretta.

Ritrovarsi nel posto condiviso per tanto tempo con John, l'angosciava, tanto da affannarne il respiro.

Il cofanetto portagioie in legno intarsiato, comprato in un viaggio in Marocco, era posizionato

sul comò della camera da letto. La presenza, sia dei gioielli di famiglia che dei soldi conservati in uno dei cassettini laterali dell'originale contenitore, aveva portato gli investigatori ad escludere la pista dell'omicidio per rapina. Le mani di Anita stavano tremando ma la verifica andava fatta. Lentamente aprì la parte alta del mobiletto e suddivisi bene gli scomparti, mettevano in evidenza anelli, orecchini, bracciali, collane e altri monili di valore, quello che Anita constatò è che mancava un pezzo. Il gioiello in questione era un doppio bracciale per la coppia a maglia spessa d'oro bianco, con legate al centro di ognuna due lamine d'oro, rossa l'una e nera l'altra, con impresse su entrambe, le due metà di un cuore, risatato, nei contorni perimetrali, da sfavillanti e piccolissimi diamanti. La lamina d'oro rossa col cuore dimezzato ed indirizzata ad Anita era ancora posizionata nell'artefatto nord africano, l'altra metà del cuore stampato sulla lamina d'oro nero ed indirizzato a John non era presente, ma Anita era certa di averla vista e riconosciuta il giorno del funerale di suo marito a casa di Laurel, addosso al polso destro di June, la cugina di Caroline venuta da Milwaukee.

- Signora Dempsey, si accomodi. - disse Perry Bass, accendendosi la sua terza sigaretta giornaliera. - Le da fastidio se fumo?

- No, si figuri detective - rispose Laurel, che si adagiò con un'eleganza ostentata e fuori luogo sulla sedia in legno di noce.

- Credo sappia già perchè l'ho fatta chiamare.

- Penso che riguardi l'omicidio di John Butler. Oh, detective, siamo ancora tutti sconvolti.

Anche qui la signora Dempsey si prolungò in un sospiro che aveva poco di autentico e troppo di artificioso. Bass lo notò e iniziò ad indispettirsi. Gli erano bastati pochi secondi per capire il tipo di persona che aveva di fronte.

- Signora Dempsey, lei conosceva la vittima?

Laurel, visibilmente a disagio, si risistemò sulla sedia, improvvisamente diventatale molto scomoda, e si schiarì la voce.

- Vuole un bicchiere d'acqua?

- Si, la ringrazio.

Perry Bass prese la bottiglia che teneva sempre sulla sua scrivania, poi aprì il cassetto in basso a destra, ne tirò fuori due bicchieri di plastica e li riempì entrambi. Era Cristine che gli aveva imposto di tenere sempre una bottiglia d'acqua sul lavoro. Gli rimproverava di non bere mai abbastanza.

- Grazie - disse Laurel, sporgendosi in avanti per prendere il bicchiere e mettendo in mostra il decoltè.

Bass bevve il suo bicchiere d'acqua sempre più spazientito.

- Allora?

- Cosa?

- Conosceva il sig.Butler si o no?

- Mmm, non proprio. Conoscere è una parola grossa detective. Posso dire di conoscere Anita, questo si, ma suo marito, ecco, l'avrò visto si e no una manciata di volte.

- E in quali occasioni?

- Mi scusi?

Bass sospirò, visibilmente irritato.

- Signora Dempsey, oggi non è esattamente una delle mie giornate migliori. La prego di rispondere alle domande senza temporaggiare o prendersi il tempo per riflettere e scegliere la risposta migliore. D'altronde si tratta solo di dire la verità. Non dovrebbe essere difficile. O non vuole collaborare?

- Certo che voglio collaborare.

- Allora risponda e non mi faccia perdere tempo.

Laurel sfoderò la sua espressione inorridita condita con un po' di stupore e disprezzo. Poi assunse con un'abilità camaleontica un atteggiamento serio e composto.

- Ho visto il sig.Butler in occasioni dei party che tenevamo ogni lunedi pomeriggio a casa di Anita.

- E chi partecipava a queste festicciole?

- La sottoscritta, Anita ovviamente, e poi Caroline Coleman, Julia Theroux e Mindy Davenport.

Perry fece finta di annotare le informazioni su un taccuino ma in realtà si trattava di cose di cui era già venuto a conoscenza. Stava semplicemente mettendo alla prova la sua interlocutrice.

- Di cosa parlavate in queste riunioni?

- Un po' di tutto. Discorsi da donne, sa cosa intendo.

- No, effettivamente non lo so. Mi illumini.

Adesso Perry si era messo a fare proprio lo stronzo. Era una cosa che gli riusciva particolarmente bene.

- Beh... - Qui Laurel avrebbe avuto bisogno di prendere tempo. Fece vagare per qualche secondo il suo sguardo sul soffitto, poi si ricordò del precedente avvertimento del detective e capì che non era il caso di irritarlo ulteriormente. Sembrava già al limite della sopportazione. - Parlavamo di tante cose. Delle nostre passioni, dei nostri hobby, dei figli, per chi ne aveva ovviamente.

- E dei mariti, ne parlavate?

- Anche, certo.

- In che tono?

La situazione iniziava a farsi complicata per Laurel. Capì che il suo avversario era un osso duro. Non sarebbe riuscita a nascondergli molto. Forse, nulla.

- Positivo o negativo, a seconda delle circostanze.

- E quando parlavate di John Butler, come erano le circostanze?

- Detective, non so se posso parlarle di questa cosa.

- Preferisce parlarne in tribunale?

Era la goccia che fece traboccare il vaso. Da lì in poi Laurel fu un fiume in piena. Vuotò il sacco e raccontò tutto quello che sapeva al detective che, così, ebbe ulteriori conferme di quello che gli avevano già riferito le altre componenti del gruppo dei pettegolezzi.

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Anita era visibilmente sconvolta da quello che aveva appena visto, o meglio, non visto. Come aveva potuto John regalare ad un'altra donna un gioiello che per loro aveva un significato così profondo? E poi, quella June, quella poco di buono, con quale coraggio si era presentata a casa sua? Anita si accorse che le mani le stavano tremando. Probabilmente stava per avere un crollo nervoso. Rimise tutto di fretta nel mobiletto e si precipitò fuori dalla stanza da letto.

In cima alle scale ebbe delle vertigini così dovette sedersi sul primo gradino.

Chiuse gli occhi e si portò le mani a coprire il viso. Si ricordò di una cosa che le diceva sempre John quando la vedeva particolarmente stressata.

Cosa bisogna fare nei momenti difficili? Respirare. Stai respirando?

- Sto respirando. - rispose Anita.

- Cosa mamma?

Anita si voltò di scatto. Era Logan. Era convinta che fosse ancora al piano di sotto.

- Niente amore, scusami. Pensavo ad alta voce.

- Mamma, va tutto bene? - chiese Logan, visibilmente preoccupato.

- No. Come potrebbe? Ma ce la farò. Non preoccuparti per me. Piuttosto, tu come stai?

- Così così, penso che ci vorrà un po' per tornare alla normalità.

- Si, lo penso anch'io tesoro.

- Mamma... posso chiederti una cosa?

- Certo.

- Chi poteva odiare così tanto papà?

Era la domanda che si stava facendo anche Anita. Ma al momento non sarebbe stata in grado di fornire una risposta lucida. In fondo, ora come ora, un po' lo odiava anche lei.

- Non lo so. Proprio non lo so.

La conversazione tra madre e figlio venne interrotta dal suono del campanello. I due si guardarono chiedendosi chi poteva mai essere. Al piano di sotto Abigail spense la televisione e andò ad aprire la porta.

Dalle scale Anita e Logan sentirono pronunciare chiaramente le seguenti parole:

"Ciao, spero di non disturbare." Era June Coleman.

Abigail non sapeva se far entrare quella giovane donna che si era presentata a casa loro in un momento così delicato e senza preavviso. Si voltò a cercare lo sguardo della madre per capire come avrebbe dovuto comportarsi. Anita scese le scale per andare incontro a June, così Abigail si fece volentieri da parte lasciando sua madre ad accogliere l'ospite forse indesiderato.

Certo che ha una bella faccia tosta, pensò Anita, avvicinandosi all'ingresso. La stronzetta continua ad importunare la nostra famiglia senza ritegno.

June chiuse l'ombrello nero e lo appoggiò al vaso accanto alla porta. Un segno inequivocabile del suo desiderio di entrare in casa. Indossava un impermeabile nero e degli stivali di pelle, e portava i capelli legati in una lunga coda che le cadeva docilmente sulla spalla sinistra. Era davvero carina, pensò Anita. Se solo si fosse presa più cura di sè, avrebbe potuto dimostrare almeno 6-7 anni in meno.

- Ciao June. - esordì Anita, non lasciando trasparire un briciolo di emozione.

- Ciao Anita, scusami se mi sono presentata così, senza preavviso.

Anita si astenne dal replicare.

- Volevo solo vedere come stavi. Se ti va, potremmo fare quattro chiacchiere.

Anita pensò che l'avrebbe volentieri mandata a quel paese. La rabbia le ribolliva dentro. Poi un pensiero più lucido e consapevole le sfiorò la mente e lei non se lo fece scappare. Quella poteva essere un'occasione da non sprecare per acquisire informazioni sulla sua nemica. La vendetta sarebbe giunta, si, ma lentamente, e ponderata.

- Entra pure. Faccio una tisana.

June esibì il suo sorriso più smagliante e mise piede in casa Butler.

Si accomodarono in cucina. Anita mise subito l'acqua a bollire e poi prese due tazze dalla credenza.

- Allora - disse, mentre raggiungeva la sua ospite seduta al tavolo, - come ti trovi qui ad Astoria?

- Benissimo. E' davvero una bella cittadina. Ed Elmore sembra contento qui. Pare si sia ambientato bene anche nella nuova scuola.

- Mi fa piacere - replicò la padrona di casa.

- Anita, so che non ci conosciamo da molto, ma... come stai? Se c'è qualcosa che posso fare per te, qualsiasi cosa, non esitare a chiedere.

Ma come riusciva ad essere così falsa?

- Beh, non sto bene. Penso che si veda. Ma dubito che tu o chiunque altro possiate fare qualcosa per aiutarmi.

Alzò improvvisamente lo sguardo, che prima era rivolto in basso, alle mani poggiate sul ventre, e lo rivolse dritto agli occhi di June. La giovane ospite ebbe un sussulto. Anita in quel momento avrebbe potuto incenerirla con gli occhi.

- Mi manca mio marito.

June si sporse sul tavolo e prese le mani di Anita nelle sue.

Non portava il braccialetto.

- Anita, non so se è il momento giusto. Anzi, sono abbastanza sicura che per cose del genere non esista un momento adatto, tuttavia... devo confessarti una cosa. Non ce la faccio più a portare questo peso, e penso che sia un tuo diritto conoscere la verità.

Bisogna riconoscerlo, la stronza sapeva parlare col cuore in mano.

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Perry Bass spense la luce nel suo ufficio quando erano ormai le 21 passate. Non vedeva l'ora di andare a dormire. E' vero, doveva andare in ospedale da sua moglie, avrebbe dormito lì, ma, in quel momento, sebbene la cosa lo facesse sentire colpevole, il suo unico bisogno era quello di chiudere gli occhi e abbandonarsi in un letto caldo.

Mentre tutti questi pensieri affollavano la sua mente si diresse al parcheggio del distretto per prendere l'auto e dirigersi in ospedale. Giocherellò per qualche istante con le chiavi nella tasca del cappotto, poi le tirò fuori e disattivò l'allarme della sua Buick LaCrosse del 2008. Fece per aprire la portiera quando un rumore alle sue spalle richiamò la sua attenzione.

Kevin Fincher si stava dirigendo verso di lui.

Perry ebbe un moto di sconforto ma era talmente stanco, praticamente distrutto, da non avere nemmeno la forza di arrabbiarsi.

- Detective, ci sono novità?

- A dire il vero molte, comandante.

- Ottimo! Lei mi sorprende sempre in positivo. Cosa ha scoperto?

Il bastardo era su di giri. Probabilmente stava per andare a divertirsi in qualche night club.

- C'era un gruppo di amiche che si riuniva periodicamente a casa di Anita. Spettegolavano un po' di tutto ma in particolar modo dei rispettivi mariti. Sembra che la signora Butler, per attirare l'attenzione, abbia inventato di sana pianta di essere stata picchiata più volte dal marito.

- Però... queste donne di mezz'età ne sanno una più del diavolo.

- Il fatto è che questo potrebbe costituire un movente. Una delle donne avrebbe potuto uccidere il signor Butler per difendere Anita. Per cui dovrò proseguire con gli interrogatori e cercare di scoprire qualcosa di più su questo circolo per casalinghe.

- Bene, molto bene detective. Continui così e mi tenga aggiornato.

Kevin Fincher entrò nella sua lussuosa auto sportiva e fece manovra per uscire dal parcheggio. Perry rimase immobile a guardarlo con le chiavi ancora in mano.

Il comandante si affiancò alla vettura del detective e abbassò il finestrino.

- Perry! Gliela faremo vedere noi a queste stronzette in menopausa.

E sgommò via.

L'orario scritto delle visite era chiaro, dalle 18:00 alle 20:00, ma il detective se ne infischiò, aveva un'età che gli poteva permettere di mandare chiunque affanculo, solo Fincher riusciva a trattenerlo, ma il pensiero di allontanarsi dal traguardo della pensione lo bloccava e sistematicamente abbozzava sui commenti del suo "adorabile" comandante.

L'infermiera all'accettazione lo guardò e senza parlare gli fece segno che poteva salire dalla moglie, "ecco una donna che capisce quando si deve fare i cazzi suoi" pensò Bass, ricambiando il sorriso della sanitaria e imboccando le scale che l'avrebbero portato nella 25, camera di degenza di Cristine.

Perry avrebbe voluto portare una confezione di cioccolatini, quelli preferiti dalla moglie ma il monito dell'endocrinologo lo ricordava ancora bene, "stop con i dolci ".

Avendo trovato un fioraio aperto, optò per un'orchidea bianca, il fiore preferito della sua amata, da sempre. Il solo pensiero di riaddormentarsi e di risvegliarsi di nuovo da solo lo incupiva, era la prima volta che non divideva il letto con Cristine, il solo pensiero di perderla lo terrorizzava. Il diabete è una malattia curabile ma subdola, se sfugge al controllo medico può provocare molteplici danni ai vari organi, minando la qualità della vita del paziente e, spesso, si prefigge di eliminarla del tutto. Prima di entrare nella stanza, Bass sfoderò uno dei suoi migliori sorrisi. Trovò Cristine con gli occhi chiusi, stava dormendo. Il marito le si avvicinò e le diede un tenerissimo bacio sulla fronte, cercando di non svegliarla, ma invano. La donna si risvegliò senza grandi scossoni, guardò l'uomo che aveva difronte e gli sorrise, era felice di vederlo.

<<Sei riuscito a venire lo stesso, so che il lavoro ti sta trattenendo molte ore in ufficio, ma come stai?>> chiese, con dolcezza, Cristine.

<<Dovrei chiederti io come stai, sei tu che sei ricoverata in ospedale>> esordì Perry, sapendo in cuor suo che la moglie aveva ragione, lei era al sicuro nelle mani dei medici, lui, fuori, era da solo in mezzo a morti, assassini, e donne con una coscenza un tantino alterata.

<<Cosa ti turba?>> domandò la donna.

<<L'animo umano!>> rispose l'uomo che nel frattempo aveva sistemato il delicato dono floreale sul comodino al lato del letto dove Cristine era sistemata comoda e con una flebo collegata al braccio destro.

<<Perchè?>> s'informò la moglie.

<<In ognuno di noi alberga qualcosa di oscuro, si è fortunati solo se non si è costretti ad affrontarlo, quello che mi preoccupa è che lì fuori c'è più di una persona che sarebbe disposta ad uccidere pur di ottenere quello che desidera ardentemente, e il più delle volte si tratta di qualcosa di effimero, che tristezza amore mio....>> così dicendo, il detective si avvicinò alla moglie e le diede un grosso bacio appassionato.

<<Amore, torna a casa il più presto che puoi, mi manchi da morire!>> concluse l'uomo, non preoccupandosi di farsi scoprire commosso, con gli occhi lucidi.

Anita tamburellava nervosamente con le dita sul tavolo in legno massello. L'aria si era fatta pesante. Le due donne si guardavano dritto negli occhi senza paura. Ormai, era giunto il momento della verità.

- Allora? - intervenne Anita.

June prese un lungo respiro per farsi coraggio.

- Come ti ho detto il giorno in cui ci siamo conosciute, io vengo da Milwaukee.

- L'avevo capito.

- Questo non ti dice niente?

- No. - Anita aveva deciso di fare la finta tonta.

- Beh, qualche anno fa, conobbi un uomo fantastico. Si trovava a Milwaukee per lavoro. Ci incontrammo casualmente in un bar in un caldo pomeriggio di inizio estate. Ricordo tutti i dettagli. Io ero al bancone e stavo bevendo una birra fresca, una Miller, la mia bevanda preferita in assoluto. Avevo appena avuto un brutto litigio con mio marito per cui avevo bisogno di bere. Strano a dirsi ma tra i due ero io quella che affogavo i problemi nell'alcool, o almeno, ci provavo. Fatto sta che mentre ero lì ricevetti un suo messaggio in cui mi diceva che se fossi tornata a casa mi avrebbe ammazzata di botte. Ordinai un'altra birra. Quando quell'uomo entrò nel bar con 2 o 3 suoi colleghi credo che fossi sul punto di svenire, collassare o Dio sa cosa, e non per colpa delle birre. Si sedettero sugli sgabelli affianco a me ma solo lui notò che ero conciata davvero male. Si avvicinò e mi chiese se ero da sola o con qualcuno. Poi si offrì per riaccompagnarmi a casa. Non successe niente quella sera, e nemmeno nei due mesi successivi. Lui di sicuro non stava cercando una storiella extraconiugale, e nemmeno io. Fatto sta che... Anita... tu credi nel destino?

- Fino a qualche tempo fa no, ma ora non lo so più.

- Fatto sta che dopo due mesi ci rincontrammo, e non nello stesso bar, no, sarebbe stato quasi normale. Allo stadio. I Bucks stavano affrontando i Detroit Pistons nei playoff NBA. Io sono una grande appassionata di basket. Insomma, in uno stadio con una capienza intorno ai 20.000 posti ci ritrovammo seduti vicino. Non so, ci vidi un segno del destino. Chiacchierammo per tutto l'incontro, di basket ovviamente. Poi ci fermammo per una birra e due hot-dog dopo il match. Sembravamo due amici che non si vedevano da 30 anni e ora sentivano il disperato bisogno di recuperare il tempo perso. E' stato tutto cosi speciale, e del tutto casuale. Anita, credo tu abbia capito perchè ti ho raccontato tutto questo.

- Il bracciale.

- Cosa?

- Me ne ero accorta dal bracciale.

June si guardò immediatamente i polsi, poi si ricordò del regalo che gli aveva fatto John e che aveva indossato, scioccamente, nei giorni passati.

- Oh, ti chiedo scusa Anita, io...

- Scusa per cosa esattamente? Per aver indossato un bracciale che non ti appartiene o per esserti portata a letto mio marito?

June capì che non era il momento di replicare. Saggiamente rimase in silenzio e fissò un punto nel vuoto.

- Lo sapevo. Forse l'ho sempre saputo e ho fatto finta di niente. Quando è partito per Milwaukee le cose non andavano bene fra noi. Litigavamo spesso e ci eravamo allontanati. Ma, al suo ritorno, sembrava un uomo diverso, più solare, carismatico, scherzava sempre sia con me che coi ragazzi. Immagino sia stato merito tuo.

June continuò a preferire il silenzio. Percepì che la tensione si stava lentamente allentando e non volle alterare questo processo. Ma, purtroppo, non aveva ancora raccontato tutta la verità.

- Perchè sei venuta qui? Perchè proprio ora? - chiese Anita, e proruppe in lacrime.

June si disse che era quello il momento. Non ce ne sarebbe stato un altro.

- Anita, non ti ho detto ancora tutto.

La vedova di John Butler guardò la sua ospite con uno sguardo stancamente rassegnato, lo sguardo di chi sa che al peggio non c'è mai fine e di chi è rimasto ormai solo con una fievole curiosità di sapere cos'altro la vita ha in serbo per lei.

- John si trasferì a Milwaukee circa 6 anni fa. Elmore, mio figlio, ha 5 anni.

Anita chiuse gli occhi in un impeto di collera. Li strizzò così forte da provare dolore, tuttavia, non una sola lacrima cadde dalle sue palpebre.

- Esci immediatamente da casa mia.

June Coleman, la cugina di Caroline appena arrivata da Milwaukee, si precipitò in lacrime fuori da casa Butler.

Quando gli arrivò la telefonata, Perry Bass si trovava davanti al suo computer.

Era Anita Butler, che gli comunicava la necessità di un incontro per urgenti comunicazioni.

Il detective, dopo aver annuito alla richiesta della donna dicendole che l'avrebbe aspettata al distretto, ritornò, con lo sguardo, al monitor acceso. La spilla d'oro bianco a forma di piuma era l'immagine sulla quale stava dedicando la sua attenzione. La scientifica gli aveva fornito indicazioni riguardo al valore e all'azienda produttrice, ma al poliziotto interessava un proprietario e, qualora ci fosse, un possibile significato intrinseco relativo al gioiello ritrovato accanto al cadavere di John Butler.

Dal rapporto dei colleghi che avevano redatto la scheda, risultava che sull'oggetto non erano state rinvenute impronte digitali rilevanti, quelle trovate non risultavano registrate sui loro database. Bass continuava a porsi delle domande soprattutto dopo aver ascoltato tutte le persone che conoscevano, più o meno, la vittima. Nessuno sembrava aver mai visto quel monile dalla forma così originale. Le tracce digitali trovate, portavano ad escludere come proprietario John Butler, in quanto sarebbero state evidenziate le sue impronte, quindi restavano due possibili ipotesi. La prima, la più probabile, quella di appartenere all'omicida e presumibilmente di sesso femminile vista la fattura della spilla, la seconda ipotesi, molto azzardata, che qualcuno l'avesse lasciata di proposito al fine di indirizzare gli investigatori verso un'identità più precisa, che, al momento, restava ancora ignota.

L'emicrania stava cominciando ad impossessarsi del corpulento agente di polizia e mentre stava per avviarsi verso la macchinetta del caffè, per prenderne uno completamente amaro, fu fermato da Stave che gli annunciava la presenza della signora Butler. Bass la salutò e le chiese se gradisse qualcosa da bere. La donna declinò l'invito, ringranziando l'uomo, il quale, una volta ottenuto il bicchierino di plastica con dentro la bevanda nera ancora bollente, si diresse verso il suo ufficio, facendo accomodare la sua ospite.

<<Come mai questa premura?>> domandò il detective, sorseggiando lentamente il suo caffè.

<<Dovrebbe ascoltare June Coleman, la cugina di Caroline Coleman, arrivata da poco, qui ad Astoria e proveniente da Milwaukee>> disse, frenetica, la donna.

Il detective aveva molta esperienza e molta pazienza, in altri tempi non avrebbe permesso a nessuno di dirgli cosa doveva fare durante un'indagine in corso. Stavolta era diverso, primo perchè stava per andare in pensione e secondo perchè aveva difronte una donna che era stata privata, con drammatica violenza, dalla presenza di suo marito nonchè padre dei suoi due figli.

<<Perchè?>> chiese, calmo, Bass.

<<Si ricorda della relazione extraconiugale di cui parlammo qualche giorno fa? Ebbene la ragazza in questione intrecciò un rapporto di natura sessuale con mio marito, circa sei anni fa, dal quale ne nacque anche un bambino di nome Elmore, che ora ha cinque anni, quello che non capisco è il perchè della sua presenza qui e proprio adesso che mio marito è stato ucciso>> Anita concluse la frase con un atteggiamento diverso da quello assunto qualche minuto prima, quasi di sconfitta, rispetto ad una nuova dimensione dalla quale sentiva di non farne più parte.

<<La ascolterò sicuramente, questa June dovrà darmi delle spiegazioni...>> e mentre parlava, il detective prese il telefono e comunicò al collega di rintracciare la signora Caroline Coleman alla quale avrebbe dovuto chiedere il numero di telefono della cugina.

<<Signora Butler, stia tranquilla adesso, tutte le piste verranno setacciate e se questa donna è coinvolta nell'omicidio di suo marito lo scopriremo molto presto, ora vada a casa e stia con i suoi figli, hanno bisogno di lei, come lei, del resto, ha bisogno di loro, e poi non è il caso che io abbia un confronto con un teste con lei davanti, verrei meno alla mia etica professionale>> concluse Bass, alzandosi e stringendo la mano della donna che aveva difronte, congedandola.

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June Coleman era una donna piacevole, non molto alta ma ben equilibrata nelle sue forme, i capelli neri raccolti a coda di cavallo le davano meno dei suoi 50 anni, il trucco era appena accennato e i suoi occhi piccoli e neri cercavano continuamente quelli grandi e azzurri del detective, in attesa di una risposta alla domanda che si era posta più volte da quando la polizia l'aveva cercata.

<<Signora Coleman, il nostro è un colloquio informale, è libera di rispondere alle mie domande oppure rifiutarsi, ma se da alcuni confronti le risposte non risultino pertinenti mi sentirò obbligato nel consigliarle un buon avvocato, sia chiaro che questa procedura è prevista dal codice e l'ho proposta a tutte le persone che l'hanno preceduta in questi giorni, inclusa la signora Anita, consorte del defunto John Butler. Credo sia a conoscenza che c'è ancora in giro un pericoloso omicida e ogni vostra deposizione può esserci utile per trovarlo e catturarlo, solo così potremo consegnarlo alla giustizia. Spero di essere stato abbastanza chiaro e se c'è qualcosa che vuole chiedermi lo faccia pure.>> esordì l'agente, guardando la donna negli occhi, che esprimevano timore e disorientamento.

<<Detective, prima di iniziare devo confessarle una cosa molto importante, non so come verrà interpretata ma è giusto che io la dica. Tempo fa sono stata l'amante di John Butler, dal quale ho avuto un figlio, Elmore, che adesso ha cinque anni>> la donna si fermò, quasi annullata difronte all'omone seduto dall'altra parte della scrivania.

<<Qualche domanda è d'obbligo a questo punto, Signora Coleman. La vostra relazione era ancora presente fra voi due, ovvero prima che il signor Butler venisse ucciso?>> domandò per prima, Bass.

<<No, era finita da tempo, John non aveva accettato un altro figlio, amava, a modo suo, la sua famiglia>> rispose, sicura ma rassegnata, June.

<<Perchè si trova qui, ad Astoria?>> chiese, ancora, il detective.

<<Sono stata invitata da mia cugina Caroline, mi disse che aveva voglia di vedermi e sapendo della mia separazione voleva starmi vicino, consigliandomi di cambiare aria>> rispose, subito, la donna.

<<Il suo ex marito e sua cugina sapevano della sua relazione con John Butler?>> continuò Bass.

<<Mio marito si, fu la causa del mio divorzio, mia cugina credo di no>> aggiunse, incerta, June.

<<In che rapporti è col suo ex marito?>> incalzò, Perry.

<<Non lo vedo da molto tempo, ma so che ha ricominciato una relazione con un'altra donna e non vive neanche più a Milwaukee>> disse June, dando la sensazione che la nuova vita del suo ex compagno la facesse soffrire.

<<Aveva dei risentimenti nei confronti di John riguardo al fatto che non si assunse la responsabilità di riconoscersi come padre di Elmore?>> aggiunse, il detective.

<<All'inizio ci ho sofferto, ma poi ho capito che non potevo competere con la sua famiglia di sempre e poi lui sarebbe comunque ritornato ad Astoria, il periodo di Milwaukee era solo temporaneo>> disse, arresa all'evidenza, June.

<<Ha visto John prima che venisse ucciso?>> domandò, attento Bass.

<<No, non ho avuto il tempo, anche se mi sarebbe piaciuto, avrei voluto fargli incontrare Elmore>> disse, con mestizia, la donna.

<<Signora Coleman, credo che per il momento possa bastare, comunque se è gentile da restare ancora per un po ad Astoria le sarei grata, potrei avere ancora bisogno di lei, un'ultima domanda, ha mai visto questa?>> e mentre Bass chiedeva, mise il foglio A4,

con su impressa la foto della spilla d'oro bianco a forma di piuma, difronte a June Coleman.

<<Ho una spilla simile a questa, sembra proprio la stessa>> disse, stupita, la donna.

Il detective Perry Bass restò in silenzio per qualche secondo poi ordinò alla donna di accompagnarlo a casa della cugina dove era ospite e verificare la presenza della spilla simile a quella stampata sul foglio che la scientifica gli aveva fornito qualche giorno prima.

Nel tragitto verso casa Coleman il detective Bass continuava a pensare all'arrivo ad Astoria di June il giorno precedente l'omicidio di John Butler. Durante l'interrogatorio la sospettata aveva presentato la cosa come un evento del tutto casuale, come se non ci fosse alcuna relazione tra il suo arrivo in città e l'omicidio del suo ex amante nonchè padre del suo bambino. Poteva davvero essere una coincidenza? Perry giurò a se stesso di aver sentito dire da qualche parte che le coincidenze non esistono. L'universo non è così pigro.

- Siamo arrivati. Accosti quì a destra. - disse June.

La giovane lo precedette nel vialetto facendogli da Cicerone. La casa di Caroline Coleman era una bella e fastosa villa con un gran giardino ben curato sul davanti e un portone rosso mattone che contrastava con il bianco perfetto dell'esterno della costruzione.

June suonò il campanello in quanto non aveva ancora una copia della chiave.

Durante l'attesa Perry abbassò lo sguardo sullo zerbino verde con la scritta rossa "Welcome".

Tutto molto accogliente.

La porta si aprì dopo pochi istanti.

Sull'uscio comparve Mindy Davenport, con un'espressione visibilmente e comprensibilmente sorpresa stampata sul volto.

- Oh, salve. - riuscì a dire nel tentativo di nascondere l'imbarazzo, ma era perfettamente consapevole di non essere riuscita nel suo intento. Nel frattempo non si era scostata minimamente dall'ingresso non permettendo così alla strana coppia di entrare in casa.

- Ciao Mindy - disse June, con un tono curioso. Anche lei si era accorta di quanto fosse strana la situazione. Mindy non accennava a spostarsi, come se quella fosse casa sua e avesse il diritto di decidere chi far entrare e chi no.

Perry Bass non disse nulla. Era curioso di vedere come si sarebbe evoluta la situazione. Nel frattempo squadrò da capo a piedi la signora Davenport, che aveva già avuto modo di ammirare durante il suo interrogatorio. Era senz'altro la più carismatica del gruppo di amiche che si riunivano a casa di Anita Butler. Quel giorno indossava un tailleur rosso molto attillato che metteva ampiamente in mostra le sue amorevoli curve. I capelli, di un arancio quasi scomodo ad una prima occhiata, si abbinavano perfettamente con l'abito e col rossetto, sempre rosso smagliante.

Perry pensò che se avesse avuto qualche anno in meno si sarebbe trovato di sicuro in difficoltà di fronte ad una donna talmente attraente ed intrigante.

- Mindy, dobbiamo entrare. Il detective ed io dobbiamo prendere una cosa. - disse June, vedendosi costretta ad insistere per entrare in quella che effettivamente era diventata da qualche giorno casa sua.

- Oh, perdonatemi, sono la solita sciocca - azzardò Mindy, sfoderando il suo miglior sorriso, decisamente accattivante. Poi, porse la mano destra a Perry e la strinse con una insolita cura. - Detective Bass, è sempre un piacere.

- Salve. - si limitò a rispondere Perry. Era seriamente in difficoltà.

I tre si incamminarono verso la parte più interna dell'imponente abitazione. Se la villa sembrava grande da fuori, beh, dall'interno si aveva l'impressione di potercisi perdere dentro. Man mano che percorrevano l'ampio corridoio si potevano udire, sempre più distintamente, delle voci femminili provenire dal salotto in fondo.

- Detective Bass - gli sussurrò June, sfiorandogli con molta dolcezza un braccio, come si fa con i nonni - la lascio qui per un momento. Vado al piano di sopra, nella mia stanza, a trovare quella spilla.

Perry annuì.

Mindy Davenport gli fece segno di seguirla nel salotto. Una volta varcata la soglia di una porta a vetri di un bianco smaltato i due si ritrovarono in un ampio e luminoso salone delimitato da vetrate, librerie e rampicanti. Un' ambientazione degna di una scena del crimine di Sherlock Holmes.

- Detective Bass, che piacere averla quì - esordì Julia Theroux.

Oltre a lei, accomodata su una poltrona di vimini sorseggiando una bevanda che aveva tutta l'aria di essere alcolica, nonostante l'orario, c'era anche la padrona di casa.

Un bel trio, pensò Perry Bass. Mancava solo Laurel Dempsey.

- Signore, - disse il detective, accennando una specie di inchino reverenziale. - Spero di non aver interrotto nulla.

- Solo delle banali chiacchiere tra casalinghe annoiate. - replicò immediatamente Caroline.

- Sono sicuro che le vostre chiacchiere abbiano ben poco di banale.

Non aveva voglia di scherzare Perry. Mindy se ne accorse e, per stemperare la tensione, si offrì per riporre il cappotto del detective.

- Oh no, la ringrazio. Non penso di rimanere molto.

- Almeno beva un drink con noi. - intervenne Julia.

- E' un tantino presto per me. Di solito bevo caffè almeno fino al primo pomeriggio.

- Non sa cosa si perde - concluse la signora Theroux, finendo il suo drink.

- Signore, approfitto di questo incontro per avvisarvi di non lasciare la città nei prossimi giorni. Le indagini sono in una fase cruciale e conto sulla vostra piena collaborazione.

Le tre amiche si lanciarono delle occhiate e poi annuirono senza aggiungere nulla. Perry era convinto che stessero complottando su qualcosa prima della sua irruzione in casa. Sapevano di essere sospettate e si stavano coalizzando per organizzare una contromossa.

Era chiaro, lampante. Il branco era stato attaccato e ora doveva difendersi, tirando fuori le unghie. Ma come mai questo atteggiamento contrastante se, come avevano affermato durante gli interrogatori, non avevano nulla da nascondere?

- E dov'è la signora Dempsey? Come mai non è qui con voi? - chiese.

- Oh, lei è diventata così tediosa da un po' di tempo a questa parte - replicò Julia. - Sta tutto il tempo a parlare di Anita, di quello che è successo ad Anita, Anita di qua, Anita di là.

- Julia! - la rimproverò Mindy. - Non è così che si parla di una donna che sta affrontando un serio lutto.

- E' venuto solo per dirci questo, detective Bass? - chiese Caroline.

- No. A dire il vero ho accompagnato la signorina June a prendere una cosa.

- Come le sembra June? - azzardò sempre Caroline.

Era sua cugina, aveva tutto il diritto di chiedere. Tuttavia a Perry quella domanda sembrò sconveniente, come se volesse alludere a qualcosa.

- Non credo di poter esprimere un' opinione professionale in questo contesto, perdonatemi. La signorina Coleman, come voi tre, è implicata nelle indagini, per cui poco o nulla contano le mie impressioni personali. Quello che conta sono i fatti.

- Quanta professionalità - concluse Caroline, abbozzando un sorriso sghembo.

Perry stava iniziando a stancarsi di quella farsa.

- Cerco di svolgere il mio lavoro coscienziosamente.

- E grazie a lei le nostre strade sono più sicure - disse Julia, ma dal tono non si capiva se fosse un'affermazione o una domanda.

Perry stava per perdere la calma quando sopraggiunse, di corsa, June, con uno sguardo incredulo e un'espressione paonazza, allarmata.

- Non c'è. - disse, catalizzando l'attenzione di tutti i presenti. - La spilla è sparita.

<<Non sono stata io!!!>> disse June, gridando e piangendo, in preda ad una sorta di crisi isterica. Non riusciva a respirare bene e ogni secondo che passava le sembrava un'eternità.

Pensò ad Elmore, ora con Caroline a casa sua, pensò al vortice nel quale stava scivolando la sua vita, risucchiandosela totalmente, pensò che non conosceva nessuno ad Astoria e adesso che era stata accusata di omicidio, si sentiva ancora più sola.

<<Si calmi signora Coleman, la custodia cautelare è di prassi in casi come questo, le nomineranno un avvocato d'ufficio, qualora lei non ne abbia uno di fiducia>> disse, calmo e cauto, Perry Bass. Il caso sembrava avviarsi verso una risoluzione, doveva solo formalizzare la deposizione evidenziando il movente del delitto, era convinto che entro la nottata la donna avrebbe ceduto e confessato l'omicidio.

Il detective aveva chiamato il Procuratore di turno e ad attenderlo, insieme a lui, c'era Steve, che stava compilando, al computer, il verbale di fermo della signora June Coleman, digitandone le generalità.

<<Beva un pò di the caldo signora, credo che ne abbia bisogno>> disse, con modi gentili, il detective, al quale il mal di testa non era affatto alleviato, piuttosto si accentuarono le fastidiose pulsazioni alle tempie, facendogli chiudere gli occhi in più occasioni, pensò che sarebbe stata una notte lunga e pesante e il pensiero andò alla sua Cristine, oggi non l'aveva vista per niente.

<<Voglio solo uscire da quì.....sono innocente....ho un bambino che ha bisogno della sua mamma....>> June parlava a tratti e sempre piangendo, il suo equilibrio psico-fisico stava per essere compromesso molto seriamente.

Bass cominciò a preoccuparsi di quella reazione ma aveva le mani legate. Quando aveva chiesto dove si trovasse la sera del 31 ottobre intorno alle ventuno, June aveva risposto che si trovava a casa della cugina Caroline, la quale confermò aggiungendo che quella sera, con le altre amiche, avevano prenotato dei posti in un locale fuori città, per trascorrere delle ore in compagnia, la notte di Halloween. June non le aveva seguite perchè stanca del viaggio ed Elmore non voleva uscire. Il gruppo di donne aveva confermato la tesi di Caroline, ossia nell'ordine di Laurel, Mindy, Julia e Anita.

Adesso gli occhi di June avevano smesso di piangere e guardavano fisso il pavimento, il viso era molto pallido e il corpo stava cominciando a tremare. Successe tutto in fretta ma Bass riuscì a fermare in tempo la donna che, alzatosi di scatto, si era avviata velocemente verso la finestra con l'intento di farla finita, cercando di buttarsi giù dal balcone, situato al secondo piano del distretto.

I sanitari, accorsi in modo celere, somministrarono alla signora Coleman un sedativo, il cui effetto fu quello di farla addormentare subito.

Il detective, intanto, stava parlando col Procuratore, che era arrivato da poco e che, ascoltando la versione di Bass, cercava di farsi un'idea di quale percorso intraprendere.

Le certezze si alternavano ai dubbi.

Prima certezza, John Butler non avendo riconosciuto la paternità di Elmore, aveva sedotto e abbandonato la sospetta June Coleman.

Seconda certezza, la proprietà della spilla d'oro trovata accanto al cadavere di John Butler era imputabile a June Coleman.

Terza certezza, mancanza di conferma dell'alibi, rispetto all'ora del delitto, da parte di terze persone nei confronti di June Coleman.

Primo dubbio, assenza dell'arma del delitto.

Secondo dubbio, assenza di impronte digitali sulla spilla trovata sulla scena del crimine.

Terzo dubbio, mancanza di un movente auspicabile per un omicidio.

Perry Bass lasciò il suo ufficio quando erano ormai le 22:30. Tanti, troppi pensieri, affollavano la sua mente e si susseguivano in un ingorgo di confuse idee e probabilità. Pensò a sua moglie, Cristine, sarebbe dovuto correre da lei, come stava facendo ogni giorno con assidua regolarità, ma, quella sera non ne aveva voglia. Era davvero stanco, di tutto. Aveva bisogno di bere.

Prese il cellulare e fece il numero di Cristine. Le chiese come stava e poi si scusò e disse che quella sera non sarebbe potuto andare da lei in quanto c'era del lavoro urgente in ufficio e avrebbe dovuto fare gli straordinari fino a notte inoltrata. Non ricordò quand'era stata l'ultima volta in cui le aveva mentito. Cristine fece il possibile per nascondere la propria delusione, il che lo fece sentire ancora più in colpa. Si salutarono augurandosi la buona notte e Perry le promise che si sarebbero visti il giorno seguente. Cristine non rispose nulla.

Il detective non prese l'auto, aveva voglia di camminare, nonostante il freddo. Si diresse a piedi verso il bar situato a qualche centinaio di metri dalla centrale di polizia. Si chiamava "Sirens" ma tutti lo avevano soprannominato "Il bar degli sbirri", non perchè fosse frequentato da poliziotti ma semplicemente per la sua vicinanza alla centrale. Era da un po' di tempo che Perry non si faceva vedere lì dentro.

Entrò senza guardarsi in giro in quanto non aveva voglia di salutare eventuali colleghi o conoscenti. Voleva solo passare una serata lontano da tutto e tutti, solo con se stesso, una presenza già troppo ingombrante. Si piazzò al bancone su uno scomodo sgabello e si mise a guardare la tv. C'era una replica di una partita di football. Giocavano gli Eagles contro i Patriots.

- Cosa le porto detective? - chiese il giovane barista.

- Come fa a sapere che sono un detective?

- Oh, mi scusi. E' che ha tutta l'aria di esserlo.

Perry si arrese e capì che non poteva fuggire da quello che era. Ormai, a quell'età e dopo tanti anni di servizio, non era più un uomo qualunque, era diventato la personificazione del suo lavoro.

- Beh, si lo sono. Portami un Bourbon per favore.

- Subito.

Il ragazzo si allontanò momentaneamente per preparare il drink e una figura conosciuta si mise a sedere affianco a Perry. Il detective non ebbe bisogno di voltarsi per capire di chi si trattasse.

- Dott.Solbakken, che sorpresa vederla qui. Anche lei ad annegare i dubbi nell'alcool?

- Buonasera detective. Mi chiami pure Gunnar, qui non dobbiamo tenere toni professionali.

- Come dice lei, Gunnar. Viene spesso da queste parti?

- Non poi così tanto. E lei?

- Un tempo ero un cliente abituale.

- Ora non più ne deduco.

- Già, ora non più.

Il barista interruppe per un attimo la conversazione consegnando il liquore al detective Bass e una birra al medico legale.

- Ho saputo che sua moglie ha avuto un malore, mi dispiace. Ora come sta?

- Combatte con il diabete, niente di così grave, ma è comunque una rogna. In questo momento dovrei essere lì da lei - disse, e affondò le labbra nel bicchiere.

- Beh, sono sicuro che gli è stato accanto in questi giorni. Non c'è niente di male a prendersi ogni tanto un momento solo per se stessi. Non se ne faccia una colpa.

- Lei ha famiglia dottore?

- Una moglie e un figlio adolescente.

Bass si limitò ad emettere una specie di grugnito meditabondo.

- Come vanno le indagini?

Perry si rassegnò. Non sarebbe mai riuscito a scappare dal suo lavoro.

- Potremmo aver preso la colpevole, una donna di nome June Coleman. Attualmente è alla centrale in stato di fermo.

- Ma, se posso tirare a indovinare, c'è qualcosa che non la convince.

Quel bizzarro dottore con gli occhialetti alla Harry Potter iniziava a stargli simpatico. Era più intelligente di quello che dava a vedere, e questa è una dote che di rado capita di trovare in una persona. Di solito si fa di tutto per dimostrare l'esatto contrario, essere più intelligenti di come si è.

- Chiamiamolo sesto senso. Abbiamo delle prove ovviamente, anche se del tutto circostanziali. Tuttavia c'è qualcosa in quella donna, in quella ragazza - si corresse, - che mi induce a pensare che non sia lei l'assassina che stiamo cercando.

- Fossi in lei ascolterei il suo istinto. Dopo tanti anni in polizia avrà sicuramente l'esperienza e le capacità per farlo.

- Non è così semplice. C'è quel coglione del comandante Fincher che non vede l'ora di chiudere il caso.

Gunnar Solbakken per poco non si strozzò con la sua birra doppio malto. L'espressione colorita usata dal detective lo fece ridere a crepapelle. Perry lo guardò divertito, ma non riprese a parlare. Preferì aspettare che il suo collega tornasse in sè.

- Quello è davvero un imbecille - concordò il medico. - Non farti mettere i bastoni tra le ruote da quell'incompetente raccomandato.

- Facile a dirsi, ma è pur sempre il mio capo. Non posso spiegargli una decisione così importante dicendogli di averla basata sul mio istinto.

- Brutta gatta da pelare - sentenziò il dottore finendo la sua birra e comunicandolo praticamente a tutto il locale sbattendo la bottiglia vuota sul bancone.

- Anche in Norvegia ci sono gli stronzi?

- In abbondanza.

Perry prese una banconota da 10 dollari e la posò sul bancone alzandosi stancamente dal suo sgabello.

- Offro io - disse, come se avesse pronunciato una sentenza.

Gunnar Solbakken non osò opporsi.

- E' a piedi Perry? Le do un passaggio.

- Ok. Grazie.

I due uscirono dal locale in piena notte e vennero immediatamente investiti dal freddo glaciale.

- Cazzo! - disse il medico, sollevando il bavero del cappotto - sembra di essere tornati ad Oslo.

Dopo pochi secondi raggiunsero l'auto del dottore. Era una mercedes-benz SL 300 grigio metalizzata. Una sportiva d'epoca a due posti. Uno schianto.

Perry entrò e rimase ancora più colpito dagli interni, tenuti con cura maniacale.

- Per mantenere un'auto del genere dovrei lavorare anche la notte - disse.

- Pensavo che già lo facesse - replicò Gunnar, sorridendo.

Mise in moto. Il rombo del motore 12valvole era musica per le orecchie.

- Se vuole qualche volta gliela presto per un week end.

- Non saprei dove andarci - disse Perry.

E l'auto partì sfrecciando solitaria nella fredda notte di Astoria.

Fagioli, fagioli bianchi, fagioli neri, fagioli rossi...

Anita avanzava lentamente con il carrello tra gli scaffali del supermercato leggendo tutte le etichette dei prodotti che le si susseguivano davanti agli occhi. La musichetta in sottofondo suonata con lo xilofono e diffusa in tutto il supermercato dalle casse disposte lungo il perimetro avrebbe dovuto rilassarla, e invece la stava gradualmente esasperando causandole quasi una crisi di nervi. Si fermò un momento.

Non stava facendo la spesa perchè si sentiva meglio, anzi, era semplicemente una di quelle azioni che continuava a svolgere per inerzia, e in modo meccanico. Il corpo si muoveva e ripeteva quei gesti che aveva fatto per anni e anni senza sforzi particolari, come se fossero stati registrati in una qualche memoria interna.

Anita, dopo la breve pausa, sembrava aver ritrovato la calma. Fece un profondo respiro e strinse le mani sul carrello per rimettersi in movimento. Proprio in quell'istante il cellulare emise la sua allegra suoneria.

Anita aveva le mani occupate con del sugo di pomodoro in scatola, posò i barattoli nel carrello e aprì la borsa per prendere il telefonino.

- Pronto.

Era Laurel, in lacrime.

- Laurel, che succede?

- Oh, Anita. E' successa una cosa terribile. Il mio Jerry...

La voce si ruppe in un pianto sgraziato, evidenziando il profondo dolore che stava provando.

- Jerry cosa? Anita, dove sei? Stai bene?

- Sono alla centrale di polizia.

- Oh mio dio, cos'è successo?

- L'hanno arrestato. Il mio Jerry è stato arrestato.

Anita rimase senza parole.

Terminò la chiamata, lasciò il carrello pieno lì dove si trovava e uscì di corsa dal supermercato con rinnovate forze. Quando pensiamo di aver già toccato il fondo del baratro ma poi ci troviamo di fronte ad una nuova emergenza il nostro corpo a volte sembra attingere a riserve nascoste e inesauribili di energia vitale.

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La sveglia aveva già emesso il suo richiamo un paio di volte ma lui non l'aveva sentita. Ieri notte, rientrando dal bar, sentiva di non aver bevuto abbastanza, così aveva svuotato una bottiglia di rum che aveva trovato nella credenza in salotto.

Perry Bass si svegliò alle 10:25, imprecando sottovoce.

Si gettò sotto l'acqua fredda per riprendersi e poi si fece una tazza di caffè.

Alle 11:02 era pronto ad uscire di casa per recarsi al distretto, anche se ancora un po' intontito. Aprì la porta, constatando che il sole, ormai alto nel cielo, lo stava quasi accecando, e mise immediatamente a fuoco due sagome ritte davanti a lui.

- Ciao, tesoro.

- Cristine?

- Chi altri se no? - replicò la donna, posando il borsone con i suoi indumenti a terra, e abbracciando l'amato consorte.

- Amore, stai bene? Come mai a casa?

- Che c'è? Non sei contento di vedermi?

- Non dire assurdità. Sono solo preoccupato per te.

- Sto bene. Mi hanno dimessa questa mattina e ho pensato di tornare a casa senza dirti nulla per farti una sorpresa.

Perry pensò per un attimo alla sorpresa che avrebbe trovato lei una volta messo piede in casa. In cucina c'era una pila di piatti accatastati nel lavandino, in bagno il cesto della biancheria straripava e vomitava pantoloni e camicie dappertutto. Non era mai stato autosufficiente per quanto riguarda i lavoretti casalinghi.

- E' una sorpresa meravigliosa amore. Ben tornata. - concluse, ma non la baciò per paura che potesse sentire l'alito che ancora puzzava di alcool.

Cristine, più che mai sorridente, entrò in casa, e Perry rimase lì impalato sulla soglia a fissare curioso l'altra donna che quella mattina aveva deciso di fargli una sorpresa. Una mattina davvero densa di novità.

- Lei che ci fa qui?

- Ho accompagnato sua moglie. - rispose con prontezza, Mindy Davenport. Aveva approfittato del clima quasi primaverile per sfoggiare degli occhiali da sole firmati e un cappelletto beige estivo che le dava tutta l'aria di una turista appena atterrata alle Hawaii.

- Ma... - Perry era comprensibilmente confuso. - Lei come faceva a sapere...

- Oh, detective. Mi lascia quì in mezzo alla strada e non mi invita nemmeno in casa a prendere un tè? - chiese, quasi cinguettando, come un uccellino in primavera.

Perry la fece accomodare.

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Anita, appena giunta al distretto di polizia di Astoria, luogo che ormai conosceva molto bene, si stava affannando alla ricerca della sua amica. L'agente Steve Konaski si accorse della presenza della donna e che si trovava in evidente difficoltà.

- Signora Butler, buongiorno. Le serve aiuto?

- Salve agente, a dire il vero si. Sto cercando una mia cara amica, Laurel Dempsey.

- Ah.

- Che c'è?

- Temo che in questo momento non sia disponibile. La stanno interrogando in merito all'arresto del marito.

- Il detective Bass....

- No, non lui. Questo caso non è di sua competenza. Si tratta di frodi sul lavoro... - Steve si accorse, troppo tardi, di essersi lasciato sfuggire delle informazioni riservate.

- Merda. Non avrei dovuto dirglielo.

- Non si preoccupi agente. Con me il suo segreto è al sicuro.

I due si lasciarono dirigendosi ai lati opposti della centrale. Anita stava cercando un posto per poter aspettare Laurel senza essere disturbata quando le venne in mente una cosa. Si diresse nuovamente verso l'agente Konaski.

- Agente, mi scusi se la disturbo di nuovo. Sa dirmi dove si trova June Davenport?

- Ah, certo. E' sotto custodia cautelare. Ma credo possa ricevere delle visite... - poi, dopo qualche secondo di seria riflessione - ...anche perchè non è ancora venuto nessuno a trovarla. Venga, la accompagno io.

I due attraversarono un lungo corridoio con porte grigie e tristi su entrambi i lati. Sopra le loro teste si susseguivano delle fredde luci al neon, di cui almeno un paio era fulminate. Nel frattempo l'agente Steve comunicò qualcosa nel suo auricolare. Entrarono in una stanza completamente dipinta di bianco con un arredamento a dir poco essenziale: qualche sedia e un paio di tavoli.

- Aspetti qui. - disse Steve, e lasciò la stanza.

Anita si accomodò e accavallò le gambe in una posizione che credeva potesse trasmettere tranquillità e risolutezza. Dopo qualche minuto l'agente Steve fece ritorno nell'ampia e scarna stanza accompagnando June. Non aveva una bella cera. Era dimagrita ulteriormente.

La giovane donna si sedette di fronte ad Anita.

- Avete 5 minuti - disse Steve, sentendosi molto importante. Poi, temendo di sembrare scortese si corresse. - Facciamo 10. - E lasciò la stanza.

Oh buon Dio! - si sentì esclamare dalla cucina.

- Che succede? - chiese Mindy.

- Mia moglie ha appena scoperto che non riesco ancora a fare a meno di lei. - rispose, sminuendo la cosa, Perry. - Si accomodi, la prego.

I due si trovavano ora nel salotto di casa Bass. Mindy Davenport lanciò una rapida occhiata in giro e si rese conto, grazie alla sua mente analitica, di trovarsi in una sorta di museo. Era evidente che la stanza era stata arredata da parecchi anni e che da allora avesse subito ben poche modifiche. L'unico oggetto che tranquillizzava la donna sul fatto di non essere tornata indietro nel tempo era il televisore al plasma. Per il resto l'ambiente era ricoperto dalla patina di un'era passata, e dunque molto affascinante. A rendere il tutto più peculiare e fosco c'era la luce, o meglio, la mancanza di luce. Le tende erano abbassate e ad illuminare parzialmente la stanza ci pensava esclusivamente un raggio obliquo proveniente dalle finestre della cucina che la signora Bass aveva provveduto a spalancare appena entrata in casa.

Si era messa subito all'opera per recuperare il tempo perduto. Tuttavia, prima di iniziare a lavare i piatti, azionò il giradischi e mise su il suo disco preferito.

The great pretender dei The Platters iniziò a suonare e Cristine finalmente si sentì a casa.

A pochi metri di distanza, nella stanza adiacente, Perry Bass e Mindy Davenport erano appena stati sorpresi dalla musica e dalla colonna sonora, forse poco consona, scelta da Cristine per il loro colloquio confidenziale. I due si sentirono leggermente a disagio.

- Allora, signora Davenport?

- Si?

- Sto ancora aspettando che risponda alla mia domanda di poco fa.

- Oh, ha ragione. Mi scusi. Cos'è che voleva sapere?

- Come conosce mia moglie.

- Beh, io e Cristine ci conosciamo da diversi anni. Andiamo dalla stessa parrucchiera. Sua moglie ha un gran gusto per quanto riguarda il look.

Perry non pensava ad una spiegazione così semplice e scontata. Si rese conto forse solo in quel momento di quanto fosse piccola la cittadina di Astoria. In fondo, molte vite erano intrecciate, sotto la superficie.

- Capisco. E come faceva a sapere che oggi sarebbe stata dimessa?

- Ovviamente non lo potevo sapere. E' stata una pura coincidenza. Ero andata in ospedale a trovare mia sorella che è appena partorita.

Di nuovo queste maledette coincidenze.

- Oh, auguri.

- Grazie mille. Fatto sta che ho incrociato Cristine nell'ospedale e, una parola tira l'altra, abbiamo organizzato questa sorpresina.

I due vennero interrotti proprio da Cristine che portò su un vassoio due tazze di tè, delle lingue di gatto, del latte, e la zuccheriera.

- Vi servite da soli? Ho un po' di cose da fare di là. - chiese con la sua solita simpatia.

- Certo. Va pure - rispose Mindy, anticipando il detective che rimase spiazzato.

Cristine lasciò la stanza fischiettando il motivetto della canzone in sottofondo e i due si sporsero dalle rispettive poltrone per avvicinarsi al vassoio. Bass mise due zollette di zucchero nel tè, Mindy si versò del latte e prese anche un biscotto.

Si presero qualche secondo di pausa per gustare le rispettive bevande, poi, la conversazione riprese.

- Detective - esordì Mindy, - a dire il vero, c'è un altro motivo per cui oggi sono a casa sua. Avevo bisogno di parlarle in privato di una faccenda confidenziale.

- Riguarda le indagini?

- Esatto. L'omicidio. - disse, e fece attenzione a scandire bene tutte le lettere, come se ognuna avesse un'importanza cruciale.

- Mi dica pure.

- Credo che lei abbia notato la strana atmosfera che c'era l'altro giorno a casa Coleman quando è arrivato nel salotto.

- Beh, a dire il vero si. Mi era parso di aver interrotto una sorta di complotto o qualcosa del genere.

- La sua impressione non si discosta di tanto dalla realtà. Vede, io non so se una delle mie amiche, che lei ha inserito nella lista degli indiziati, sia veramente coinvolta nell'omicidio, ma... - si fermò un attimo per posare il cucchiaino sul vassoio. - Ma sono un po' troppo preoccupate per essere innocenti.

- In che senso?

- Quel giorno stavano parlando di lasciare la città.

- Sta dicendo sul serio?

Improvvisamente entrambi avevano iniziato a sussurrare.

- Si! L'idea è stata di Julia ma Caroline concordava su tutta la linea. Io lì per lì feci finta di assecondarle ma non ci penso proprio ad andar via da Astoria. Sono innocente e non ho nulla di cui preoccuparmi.

Perry si fece meditabondo e iniziò a girare e rigirare il tè col cucchiaino.

- E Laurel, è al corrente di questo piano?

- Non credo, cioè non lo so. Ultimamente si è un po' defilata dalla nostra compagnia.

- Mi dica un'ultima cosa. Cosa ne pensa di June Coleman? Potrebbe essere stata lei ad uccidere John Butler?

- Beh, era quello che pensavo. Ne ero abbastanza certa vista la storiella che c'era stata tra i due e come era finita. Ma dopo quello che ho visto e ascoltato a casa di Caroline, non ne sono più così sicura.

L'espressione sul viso di Perry si fece d'un tratto sospettosa.

- Come fa lei a sapere della relazione tra John Butler e June Coleman?

- Me l'ha detto Caroline, ovviamente.

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- Come mai sei qui? - chiese June. - Pensavo che mi odiassi.

- Il fatto che sia qui non vuol dire che non ti odii. - replicò Anita.

- Beh, allora che vuoi?

- Parlare.

- Questo l'avevo capito. Parlare di cosa?

Anita si rese conto di aver acquisito una nuova lucidità forse dovuta alla profonda sofferenza e disperazione che aveva provato nei giorni scorsi e da cui stava lentamente uscendo.

- June, io ti odio, è vero. Per quello che hai fatto a me e alla mia famiglia. Ma... non credo che tu abbia ucciso John.

June sembrò sorpresa da questa novità.

- Tu lo amavi?

- Si.

- Allora perchè avresti dovuto ucciderlo?

- Secondo loro - disse, indicando la porta e riferendosi ovviamente alla polizia - perchè John alla fine aveva scelto te e la vostra famiglia abbandonando me ed Elmore.

- Ed è vero?

- Si, è la verità. Lui non è mai stato combattuto. Mi ha sempre detto che non ti avrebbe mai lasciata, che stavate attraversando un periodo di crisi ma tutto sarebbe tornato apposto.

Gli occhi di Anita si fecero lucidi.

- Elmore non fu una scelta programmata. Accadde, e fu una cosa bellissima, per me, ma non era programmato.

- Ti chiese di abortire?

- No, no. Non l'avrebbe mai fatto.

In quel momento le due donne si sentirono stranamente legate dallo stesso potente sentimento: il profondo amore e l'orgoglio per un uomo che era da poco scomparso.

- Ne sono sempre più convinta June. Non l'hai ucciso tu. - concluse Anita, alzandosi e lasciando la stanza.

June rimase ancora lì seduta per qualche altro istante con la speranza, riposta nel cuore, che quella donna a cui voleva portare via il marito, l'avrebbe aiutata, e con l'auspicio, forse solo una fantasticheria, di aver trovato una vera amica.

Lasciato lo strano e asettico corridoio June si ritrovò nel bel mezzo della centrale, diventata ora decisamente affollata e frenetica.

Vide Laurel uscire in strada a passo veloce e con il volto rigato dalle lacrime.

Vide anche l'agente Steve Konaski parlare con un tizio che aveva tutta l'aria di essere dell'FBI. Riuscì a carpire solo una frase: "La soffiata era anonima."

<<Ho paura>> disse la donna, guardando negli occhi l'altra figura femminile che aveva difronte.

<<Devi stare tranquilla, amore, manca ancora poco e poi potremo vivere insieme, è questo quello che desideriamo e nulla ci può più fermare!>> e dopo aver terminato la perentoria frase, entrambe si abbracciarono cercando, ognuna, le labbra dell'altra.

Nel lungo bacio, che le due amanti si diedero, traspariva, senza alcun dubbio, una passionale complicità ormai sfuggita ad ogni sorta di controllo, nei loro confronti solo le forti emozioni sembravano avere la meglio, annebbiando totalmente due cervelli molto distanti da un rassicurante pensiero razionale.

Gli occhi si schiusero solo dopo essere state definitamente appagate dalla voglia di sesso che le rapiva ogni qualvolta che i loro corpi e la loro mente si trovavano così a stretto contatto tanto da non riuscire più a staccarsi.

La loro relazione era nata dopo pochi mesi dal loro arrivo ad Astoria. Galeotto fu l'incontro casuale presso una parrucchiera, nel corso principale della piccola cittadina. Fu amore a prima vista nonostante la più grande delle due fosse anche madre di due figli.

Le due diverse personalità si completavano giorno dopo giorno, portandole a progettare un futuro congiunto, dentro il quale poco spazio veniva dato agli affetti vissuti in precedenza.

Tutte e due erano coscienti delle molteplici difficoltà nel proseguire il loro rapporto di coppia, più trascorreva del tempo e più complicato diventava poter vivere alla luce del sole la loro storia d'amore, perchè di questo si trattava, di amore puro. Sia l'una che l'altra avevano avuto esperienze eterosessuali, ma poi la natura ci ricorda che la gioia più grande la puoi cercare e trovare solo se si è coerenti con se stessi e la giusta dimensione dove vivere a pieno l'amore reciproco, è quella dove non esiste alcun pregiudizio.

<<Stasera portiamo a termine l'obiettivo a te molto caro, tesoro mio e a breve non ci sarà più nessun ostacolo davanti al nostro amore>> esortò, la single delle due, e dopo aver spostato la ciocca dei capelli color mogano della sua amata, dalla guancia destra a dietro l'orecchio, le sussurrò dolcemente le parole "Ti Amo".

Distretto di Polizia h. 18:30

Perry Bass aveva appena finito di parlare al telefono con Cristine ed era felice del fatto che l'indomani mattina l'avrebbero dimessa dall'ospedale, i valori sembravano essere ritornati normali.

L'emozione che gli comprimeva lo stomaco, aumentandogli i battiti cardiaci, fu attenuata dall'arrivo, in stanza, di Steve, il suo vice, che aveva con se un foglio A4 con su stampato un elenco.

<<Cos'è?>> chiese, incuriosito, il detective.

<<La lista delle persone che detengono regolarmente un vecchio modello di Beretta 950 di piccolo calibro>> rispose l'agente, girando dietro la scrivania del suo comandante e mostrando il frutto della ricerca che il medico legale aveva loro consigliato, in quanto l'arma del delitto non era stata ancora trovata.

Erano ordinate, alfabeticamente, dodici persone, ma una volta letti i nomi, i due decisero che non avrebbero cercato oltre. Il terzo nome presente, lo conoscevano molto bene ed era il caso di effettuare una veloce verifica, c'era bisogno di un mandato di perquisizione.

Cella di reclusione, Distretto di Polizia h 18:30

June non si era mai sentita così sola, sapeva di essere innocente ma in cuor suo pensava che

questa punizione se la meritava. Diverse volte si era ritrovata a riflettere sulla propria vita e di errori, ne aveva riscontrati parecchi. L'unico faro, in un'esistenza fatta di smarrimenti continui, era sicuramente suo figlio Elmore. Frutto del peccato ma dono esistenziale. Per lui aveva abbandonato strade attraverso le quali scorrevano solo falsità, ipocrisia e cattiveria, solo l'amore di una madre ti fa aprire gli occhi, guardando oltre le apparenze e soprattutto nell'anima.

Gli occhi della donna erano lucidi ma le lacrime erano finite da tempo, avrebbe voluto riabbracciare suo figlio, fargli sentire il calore che una mamma può regalare, invece era rinchiusa lì dentro da troppo tempo ed Elmore avrebbe avuto bisogno di lei, soprattutto in quel preciso momento della sua vita. Non lo vedeva, praticamente, dal giorno del suo fermo, lo aveva sentito al telefono e con rammarico gli aveva detto di aspettarla, prima o poi sarebbe ritornata a casa e in quell'occasione l'avrebbe ricoperto di baci.

June non potè fare a meno di ripensare all'espressione di sconfitta e di rassegnazione dipinta sul viso di Anita, la riconobbe perchè simile alla sua, con l'aggravante che John, a lei, l'aveva abbandonata, mentre con Anita aveva trovato una sorta di equilibrio, al quale spesso viene associata la parola famiglia.

Era sollevata del fatto che sua cugina Caroline le stesse dando una mano in un momento difficile come questo, sapeva come trattare suo figlio nonostante avesse poca esperenza nel crescere dei figli, soprattutto adesso che aveva scoperto la sua omosessualità, alla quale aveva rivolto poco interesse, si disse certa che ognuno avrebbe dovuto vivere la propria sessualità come desiderava.

Il suo arrivo ad Astoria, pensò June, era stato un disastro, non solo non era riuscita a vedere John ma addirittura lo aveva trovato morto, ucciso da chi, poi. Chi poteva odiarlo così tanto da infliggergli una pena così definitiva.

I pensieri della donna furono interrotti dall'arrivo dell'agente che l'aveva arrestata qualche giorno prima.

<<Signora Coleman, è così gentile da dirmi se tra queste chiavi c'è anche quella del portone di casa di sua cugina Caroline?>> domandò l'uomo, mostrandole il mazzo di chiavi sequestratole nel giorno in cui le fu sottratta la libertà, impedendole di essere una libera cittadina.

<<Si, è quella più lunga di tutte, perchè?>> rispose la donna, informandosi sul il motivo della strana richiesta.

<<Grazie signora, la sua curiosità sarà soddisfatta presto e mi scusi ancora se l'ho disturbata>> disse l'agente, con garbo, prima di girarsi e correre dall'altra parte dell'edificio.

June rimase immobile a fissare il poliziotto che andava via correndo, non era riuscita a realizzare quanto stesse accadendo ma un malessere s'impossessò di lei portandola subito a pensare ad Elmore, ebbe il timore che gli fosse successo qualcosa.

Casa Butler h 18:30

<<E' tutto così surreale>> disse Laurel, poggiando la tazza di tè che Anita le aveva offerto.

<<Anch'io ho la sensazione di non riuscire a risvegliarmi da un brutto incubo>> aggiunse la padrona di casa, comprendendo lo stato d'animo della sua ospite.

Logan e Abigail erano al piano di sopra con Elmore. Caroline le aveva chiesto se poteva lasciarlo qualche ora con i ragazzi. Non era facile per Anita accettare quella situazione ma non aveva niente contro il figlio di June Coleman, invece provava molta rabbia per John, in egual misura col dolore che la sua assenza le provocava.

<<Cosa ci sta succedendo? Cosa sta accadendo ad Astoria?>> si domandò, senza aspettarsi delle risposte, Laurel, i suoi occhi lucidi evidenziavano una sofferenza che difficilmente sarebbe stata alleviata in breve tempo.

<<Mi sento in colpa, Laurel>> disse, incupendosi, Anita.

<<Per che cosa?>> s'incuriosì l'amica.

<<Per John....Sono stata molto cattiva con lui.......consapevolmente>> disse, titubante, Anita.

<<Cosa significa?>> incalzò Laurel.

<<John non mi ha mai messo le mani addosso>> continuò la Butler.

<<Ma......>> Laurel stava per ribattere ma fu interrotta dalla sua interlocutrice.

<<E' tutto falso! Avevo messo sù la storia della violenza per potervi raccontare qualcosa di scioccante tanto da essere accolta da voi, aspettandomi comprensione e solidarietà>> Anita concluse la frase, timorosa della reazione dell'amica seduta difronte.

<<Cristo, Anita! Cristo Santo! Ti rendi conto di che cosa hai innescato?>> disse, basita, Laurel.

<<Cosa?>> tentò di capire, Anita.

<<La nostra Caroline aveva preso a cuore il tuo problema e in uno dei nostri incontri si era candidata a paladina delle donne vessate e succubi dei propri uomini, col sorriso aveva aggiunto che a John avrebbe dato una lezione esemplare, poi sarebbe toccato anche agli altri uomini di Astoria, compreso Jerry, mio marito>> concluse Laurel, con un'espressione che poco spazio dava al dubbio, era rabbiosa.

<<Stai pensando che dietro la morte di John e l'arresto di Jerry ci sia la mano di Caroline?>> domandò Anita, avendo paura della risposta.

<<Non so più niente, Anita, so solo che Caroline detiene una pistola regolarmente registrata>> disse, esasperata, Laurel.

<<Dobbiamo parlarne col detective Bass e subito>> aggiunse, frastornata, Anita.

<<Chiamo anche Julia e Mindy>> incalzò Laurel, dopo aver provato a chiamare Caroline sul telefonino e trovando l'utente irraggiungibile.

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Casa Davenport h 19:00

Mindy stava preparando la cena quando il suo telefonino squillò.

<<Ciao Laurel>> esordì la donna, posando il mestolo di legno usato per mantecare il risotto che stava preparando.

<<Ciao Mindy, hai visto Caroline?>> domandò, subito, la donna dall'altro capo del telefono.

<<No, oggi pomeriggio non l'ho proprio sentita, perchè?>> rispose Mindy, non comprendendo molto la natura della domanda dell'amica.

<<Tuo marito è in casa?>> chiese, ancora, Laurel, continuando a non dare spiegazioni all'amica.

<<Si.....>> rispose, ancora titubante, Mindy, cercando di ricordare in quale locale della casa si trovasse Tommy, il suo compagno.

<<Bene, ci sentiamo dopo>> e riattaccando, Laurel lasciò con il telefono in mano, un'interdetta Mindy.

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Casa Coleman h 19:30

La villetta a due piani color verde pastello era illuminata solo nel giardino, forse l'accensione dei lampioni esterni era stata programmata. Le luci in casa erano tutte spente e al terzo tentativo di Steve nel suonare il citofono, i due uomini dedussero che l'abitazione fosse vuota e che Caroline Coleman non fosse in casa.

Bass aveva sia il mandato che la chiave del portone d'ingresso. Guardando bene avrebbe trovato anche quella del cancelletto, tra il mazzo di chiavi che aveva fatto vedere a June poco prima al distretto. Il detective decise che era opportuno entrare e cercare la pistola Beretta, era importante sapere se aveva sparato, se così fosse stato avrebbero avuto una nuova indiziata, scagionando così un'innocente June Coleman, ingiustamente reclusa.

Perry Bass stava per aprire il cancelletto, quando squillò il suo telefonino, era Anita Butler.

<<Mi dica signora>> esordì il poliziotto, una volta avviata la comunicazione.

<<Detective, ho urgenza di dirle che Caroline Coleman possiede una pistola, temo che l'abbia usata per uccidere mio marito>> disse, con impeto, la donna al telefono.

<<Come ha avuto questa notizia?>> s'informò Bass.

<<Ho parlato poco fa con Laurel Dempsey ed è venuto fuori da un discorso che stavamo facendo a casa mia>> rispose, veloce, Anita.

<<Se la sua amica è ancora lì da lei, le può chiedere chi altri è al corrente della pistola di Caroline?>> incalzò il detective.

Il silenzio che intercorse dalla domanda alla risposta fece capire che Anita stava chiedendo a Laurel e quest'ultima stava rispondendo.

<<Tutto il gruppo delle amiche e cioè Mindy e Julia>> rispose Anita.

<<Bene signora, grazie per l'aiuto, la richiamo io più tardi>> disse Perry Bass, chiudendo la comunicazione.

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Casa Theroux h 20:00

I due figli di Julia erano fuori, a casa di amici, e Sidney, suo marito stava uscendo dalla doccia. Aveva appena posato l'accappatoio quando, girandosi, si trovò la canna fredda di una pistola puntata dritta in viso.

<<Che cazzo fai?>> chiese, esterefatto ed impaurito, l'uomo.

<<Sai perfettamente cosa succede>> disse, perentoria, la donna.

Sidney fece per divincolarsi dalla minaccia che l'arma gli incuteva ma fu subito sedato da un colpo violento sullo zigomo sinistro, che cominciò subito a sanguinare.

<<Tu sei pazza!>> imprecò l'uomo, fissando gli occhi della donna che aveva davanti con una pistola puntata e con intenzioni poco rassicuranti.

<<No! Il pazzo sei tu se pensi di continuare a farmi vivere la vita di merda che hai deciso per me, sei un fallito ed io con uno come te non ho niente da spartire, ho altri progetti e tra questi tu non figuri per niente>> sentenziò la donna, con la canna della pistola sempre più poggiata alla fronte dell'uomo che ormai si era inginocchiato ai piedi della sua aguzzina.

<<Uccidilo, Julia, come hai fatto con John, non avere paura, questi stronzi pensano che la vita ruoti solo intorno a loro, non curandosi delle nostre emozioni, delle nostre idee, dei nostri sogni, solo io posso capirti, amarti, darti una vita nuova, coraggio spara!!> esortò Caroline, guardando negli occhi prima Julia, la sua amante, poi Sidney, il suo rivale.

<<Avete ucciso John, voi siete delle pazze, io chiamo la poliz....>> il calcio che la Coleman diede nello stomaco del marito di Julia non gli fece terminare la frase.

<<Non abbiamo più tempo, tesoro, dobbiamo sbrigarci, tra un'ora parte l'aereo che ci porterà lontano da Astoria, un'altra vita ci aspetta per essere vissuta, io e te, da sole>> disse Caroline, guardando intensamente negli occhi la donna con la pistola in mano.

Julia, tremando, cominciò a premere l'indice, pronta a sparare, quando suonò il campanello della porta di casa.

Bass e Steve avevano già suonato due volte e la non risposta li mise in allarme, anche perchè tutte le luci della casa erano accese, qualcuno in casa ci doveva essere.

Quando Anita e Laurel arrivarono sotto casa di Julia, videro il detective Bass col suo vice che stazionavano davanti al portone di casa, probabilmente stavano aspettando che qualcuno li aprisse.

Dalla macchina era scesa solo Anita quando da dentro la casa si sentirono due spari.

Bass e Steve si attivarono per entrare velocemente nell’abitazione. La porta finestra che dava sul soggiorno non aveva le persiane chiuse e rompere il vetro era la soluzione più immediata. Il primo ad entrare fu Steve, Bass sentiva il peso della sua corporatura e in operazioni come quelle era meglio far passare avanti qualcuno più agile, guardandogli le spalle, ovviamente.

Anita e Laurel seguirono il detective che intanto entrava dal portone che Steve aveva già aperto al suo superiore.

Con entrambe le pistole in mano, i due poliziotti gridarono il nome di Julia, che non rispose. Steve cominciò a salire le scale, attirato da alcuni lamenti che provenivano dal piano di sopra, Bass lo seguiva con la pistola puntata aldilà del collega e pronto a far fuoco se la persona che aveva sparato avesse continuato a farlo, una volta uscito allo scoperto.

Anita si trovava ad un passo dal detective quando Caroline uscì dal bagno e con la pistola nella mano destra, pronta per sparare.

<<Posi la pistola!>> intimò Steve, guardando, fissa negli occhi, la donna armata che aveva difronte.

<<Non è arrivato ancora il momento di arrendersi, agente>> disse, sprezzante, Caroline e sparò in direzione del vice di Bass, colpendolo alla spalla destra, cogliendolo di sorpresa, Steve non aveva considerato un’azione così fulminea.

Bass mirò al braccio destro, con l’intento di disarmare la donna, voleva catturarla viva consapevole del fatto che non aveva mai sparato ad una donna. Caroline fu più veloce e puntò la pistola all’altezza del petto di Perry Bass.

L’azione durò qualche frazione di secondo, Bass vide cadere a terra Anita Butler, colpita dal proiettile destinato a lui, la donna l’aveva salvato da un colpo sicuramente mortale, non per la sua salvatrice, fortunatamente.

In seguito allo sparo di Bass, Caroline cadeva a terra ferita e disarmata. Laurel aveva chiamato l’ambulanza, ma in effetti ne arrivarono tre, nonostante i caduti erano stati cinque, ma per i coniugi Julia e Sidney non ci fu più nulla da fare, erano già deceduti quando arrivarono i primi soccorsi.

Tutto era successo in fretta, Sidney aveva approfittato del suono del campanello per disarmare la moglie ma la pistola era finita nelle mani di Caroline che freddò immediatamente il marito della sua amante, quest’ultima, in preda al rimorso per aver perso il marito si era lanciata verso la sua amata, forse per disarmarla ma ricevette, invece, un proiettile in pieno addome, lasciandola senza vita in pochissimi secondi, quasi gli stessi che bastarono per il compagno di una vita.

Bass fu felice di liberare, scagionata dai fatti, June Coleman.

L’assassina, ora in carcere, aveva raccontato che covava già da tempo pensieri maligni nei confronti degli uomini, forte della sua ossessiva omosessualità, la storia di John Butler fu provvidenziale. Caroline, mai poteva immaginare che il violento marito di Anita avesse avuto in passato una storia sentimentale, sfociata con un figlio illegittimo, con l’odiata parente di Milwaukee, rea di averle rubato Clint, l’unico uomo che aveva mai amato. Facendo ritornare ad Astoria June, e rubandole la spilla che fece ritrovare sulla scena del crimine, Caroline riuscì a mettere in atto il suo piano di vendetta verso l’uomo e verso la cugina.

Il detective Perry Bass doveva essere felice per il caso risolto e soprattutto ad un passo dalla pensione, eppure non era così. Ogni volta che l'animo umano imboccava la strada del male, lui ne soffriva. Più volte lo aveva affrontato, e più volte lo aveva lasciato vuoto e pieno di amarezza. In molte occasioni, forse troppe, aveva provato ad arrendersi, sicuramente sarebbe stata la strada più comoda e più veloce, ma il rispetto conquistato da Cristine, sua moglie, lo appagava da ogni senso di frustrazione, facendolo ritornare il solerte poliziotto di sempre.

June era stanca ma ad abbatterla maggiormente era stata la delusione che Caroline, sua cugina, le aveva provocato. Quando prese tutti i suoi effetti, sottratti il giorno della sua reclusione, l'agente Steve l'accompagnò davanti al suo superiore. Quet'ultimo, inizialmente si scusò per l'errore madornale commesso nei suoi confronti, poi con garbo e vicinanza le chiese se poteva fare qualcosa, in più, le assicurò che il dipartimento avrebbe provveduto a mettere a disposizione del denaro, utile ad affrontare con serenità qualsiasi ripartenza, in fondo poteva considerarsi una sorta di risarcimento danni. La Coleman rifiutò l'aiuto ma chiese se potevano portarla, e subito, da suo figlio.

<<Non c'è bisogno di andare da Elmore, è lui che è venuto da te>> disse la voce femminile alle sue spalle.

<<Ma chi.......>> s'incuriosì June, girandosi verso la fonte della voce appena ascoltata.

Alle sue spalle c'erano Anita, Logan, Abigail ed Elmore che la stavano aspettando sorridendo all'uscita del distretto, che fino a pochi minuti prima la teneva rinchiusa, suo malgrado.

Il grido d'amore che la donna lanciò verso suo figlio, fece sussultare tutti gli occupanti del distretto. Qualche secondo dopo baci e abbracci, interminabili, erano diventati i veri protagonisti di quella serata, sicuramente violenta, ma anche trasformista.

La vera rivoluzione fu lo scambio di sguardi fra Anita e June, inizialmente teso, successivamente di comprensione, d'altro canto avevano in comune un uomo che le aveva amate in momenti diversi e che ad entrambe aveva lasciato qualcosa che difficilente le avrebbe lasciate insensibili, l'amore per i loro figli.

Fu Anita a fare il primo passo. La mano che tese a June spazzò via qualunque paura, ora c'erano due donne che avrebbero trovato, l'una nell'altra, la forza necessaria per andare avanti confidando nel coraggio e nella perseveranza, presenti in ogni buona madre.

Bass, nel salutare le due donne, pensò che i fatti accaduti ad Astoria ne avevano fuorviato

la reale convivenza, ma le parole ascoltate dalle due madri difronte a lui avevano rivelato una verità, c'è sempre spazio per l'amore vero e per il perdono.

Felice di questo, Perry salutò Steve e uscì dal distretto, non vedeva l'ora di riabbacciare la sua amata Cristine.

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