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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine La Rosa dei Nove Fati

Luna di miele o al fiele?

Capitolo 5

Pubblicato il 10 febbraio 2018 in Storie d’amore

Tags: Amore Fato LaRosaDeiNoveFati StorieDamore

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Il salone grande e centrale di palazzo Kadosh era ancora contornato di luci e banchetti, il profumo dei cibi, serviti a tavola, si disperdevano nell'aria. La servitù era intenta alle pulizie, mentre gli invitati, lentamente, abbandonavano la dimora dei Kadosh. Festeggiamenti finiti, era ora di andare a dormire.

Per tutta la serata Alessandra era stata snobbata dalla maggior parte degli invitati e aveva conversato soltanto con i vecchi Kadosh. Tra lei e Armando erano volate poche parole e, quasi tutte, erano di convenienza e dettate dalla situazione. Niente di spontaneo o di travolgente.

Paolo attraversava i vari corridoi del palazzo con estrema sicurezza, si vedeva lontano un miglio che era nato in quel palazzo, non c'era angolo o stanza che lui non conoscesse. Forte di questa sua conoscenza, guidava i giovani sposi verso la loro stanza, che Armando aveva fatto accuratamente preparare prima delle nozze. Aveva seguito di persona i vari aggiustamenti, ma senza stravolgere la stanza, che ancora conservava la sua antica bellezza. Si era limitato a far rinfrescare le pareti, ma mantenendo la stessa tinta che vi era impressa da secoli, a far ripulire la tappezzeria e i tendaggi, aveva ordinato delle lenzuola più nuove e raffinate, insomma, piccoli accorgimenti di cui non aveva mai sentito il bisogno nel corso della vita, ma ora era diverso, in quella stanza non sarebbe più stato da solo.

"Buonanotte signori, se avete bisogno di me sono nella mia stanza, a vostra disposizione". Paolo li congedò davanti a un enorme porta marrone dagli ornamenti antichi.

"Buonanotte Paolo", rispose il Kadosh, mentre Alessandra abbozzò un lieve sorriso di ringraziamento.

"Mi stupisce che Paolo non entri a rimboccarti le coperte...non si stacca mai da te", esclamò sarcastica Alessandra nell'attraversare la porta.

Armando non rispose alla provocazione, si limitò a fare i soliti gesti autonomi che segnavano ogni sua entrata nella stanza: si sbottonò la giacca, la tolse e la fece cadere sul porta abiti; si mise seduto sul letto per togliersi le scarpe, mentre Alessandra rimase sulla soglia a osservare la stanza sbigottita.

"Questa non è una camera da letto...ma un appartamento!". Esclamò di botto mentre gli occhi solcavano la grandezza di quel vano.

Il finestrone gigante, che aveva di fronte, si perdeva nella lunghezza della stanza e dava su un enorme terrazzo, con tanto di giardino rialzato, in un angolo Alessandra percepiva l'inizio di una piscina; le tende erano trasparenti con una tonalità sul rosa pallido e si estendevano per tutta la finestra fino a terra; a sinistra vi era un camino in marmo nero, rivestito nella cappa con una pietra rosa e luccicante, davanti a esso vi erano due poltrone e un divano, antichi nella forma e con la tappezzeria sul rosa antico; la scrivania, la libreria e il resto dei mobili erano in stile francese, forse del settecento, con ornamenti dorati; il letto era a baldacchino, con i tendaggi leggeri, trasparenti e anch'essi richiamavano quel rosa di un tempo; le lenzuola era bianche e ricamate a mano con motivi floreali, il copriletto era in seta, leggermente imbottito, nero e con motivi rosa sparsi qua e là; i due armadi costeggiavano il letto, lungo le pareti di fianco, erano antichi, in rosa e dorati nei contorni; i due comodini avevano le gambe curve che si chiudevano in un riccio dorato sul pavimento e presentavano la superficie in vetro spesso, dove vi alloggiavano due abat-jour in tela rosa molto raffinate. Lungo la parete sinistra vi era una porta, poco prima del camino e subito dopo il portabiti in cui Armando aveva lasciato cadere la giacca; in quella destra, dopo l'armadio vi era una finestra a porta, che dava su un terrazzino, di seguito vi erano due porte in legno e dipinte in rosa antichizzato. Alessandra provava, nel guardarla, sentimenti contrastanti: da una parte era meravigliosa, di una bellezza forse persa nel tempo moderno, di una raffinatezza ormai considerata fuori luogo ed emanava calore con tutto quel pallido rosa serpeggiante ovunque; dall'altra parte, però, vi rivedeva la faziosa mania dei Kadosh, la loro vena aristocratica che li poneva sopra agli altri, quel lusso sfrenato ed esagerato che era intrinseco nel loro DNA.

"Non ti piace?". Replicò Armando, seduto sul letto e intento a sbottonarsi la camicia.

"Oh beh...è enorme, più che una camera sembra un monolocale, di quelli spaziosi direi. Mi spieghi che senso ha il camino, le poltrone e il divano in una camera da letto? E quella piscina là fuori? Cioè d'estate avremo gente che, tra un tuffo e l'altro, sbircia nella nostra camera?". Nel dirlo usò un tono tra il sarcastico e il disprezzo.

"La piscina è accessibile solo da questa camera, non avrai nessuno che sbircia nella tua intimità, almeno che, non sia tu a invitarlo qui dentro". Rispose Armando alzandosi in piedi e mostrando un torace leggermente peloso che faceva capolino dall'apertura della camicia.

"Credo che sei l'unico al mondo ad avere una piscina privata in camera da letto, il che è assurdo! Non oso pensare cosa ci sia dietro a quelle porte...", con il dito indicò le due porte sulla destra.

"La prima è il bagno, la seconda è la sauna". Rispose senza scomporsi minimamente.

"La sauna? Cioè hai la sauna in camera? Lo vedi che sei assurdo? E lì - indicò l'altra porta sulla sinistra - cosa c'è eh? Un ristorante cinese privato? Oppure giapponese? A guardarti sei più tipo da sushi in effetti".

Armando mantenne la sua calma e il suo distacco dissacranti rispondendo:

"A dire il vero non sono amante né del cinese e né del sushi...e comunque quella camera, per il momento, è vuota".

"Oh capisco. Sei in attesa che ti venga in mente qualche altra trovata da infilarci? E prossima a far capire quanto i Kadosh siano dieci spanne sopra i comuni mortali? I quali in una camera da letto hanno, poverini, solo lo stretto necessario per dormire comodi...che indecenza".

"Quella camera sarà allestita in seguito e sul come lo sarà, beh dipende...da quale erede mi farai per primo, quindi immagino solo, per adesso, che sarà o rosa, o azzurra". Rispose portandosi di qualche passo più vicino alla moglie.

"Io, invece, immagino che rimarrà bianca, puoi scordartelo l'erede!". replicò inviperita Alessandra.

"Stai dimenticando le regole della Rosa, Alessandra". La guardò fissa negli occhi.

"Vai a farti fottere...tu e la Rosa". Gli rifilò portandosi con il muso sotto a quello del marito, in segno di evidente sfida.

"La Rosa stabilisce che il matrimonio venga consumato, Alessandra, quindi che ti piaccia o meno, dovrai fare l'amore con me. Inoltre, stabilisce che ci sia almeno un erede maschio, che vuoi che dica piccola Lewis? Spera di fare centro al primo colpo, così ti risparmi le altre fatiche". Le parole, seppur sarcastiche, uscirono dalla bocca di Armando seguendo sempre la sua fredda andatura di chi non si sente affatto colpito dal dire altrui.

"Ah bene, c'è la Rosa che lo dice, quindi perché opporre resistenza? E poi, piccola a chi? Detto da uno che si fa grande, solo in base alla fila di zeri che ha in banca, lascia il tempo che trova Kadosh! E poi, onestamente, piuttosto che concederti le mie grazie, così facilmente, beh preferirei un volo dal terrazzo!". Replicò con rabbia al marito.

Al suono di quelle ultime parole Armando cambiò, per la prima volta, espressione nel viso. Ora era duro, serio, visibilmente colpito da quel dire e Alessandra lo notò chiaramente. Il tutto era inusuale per come era Armando e nel cercare il perché, di tale anomalia, si ricordò di qualcosa: le venne in mente Caterina Black e si sentì, cosa inattesa per lei, fortemente in colpa per averle dette quelle parole.

"Sei piccola Alessandra e il mio conto in banca c'entra ben poco. Non è neanche una questione anagrafica, sebbene ho dieci anni più di te e ti hai solo vent'anni; da quando sei entrata in camera non hai fatto altro che attaccarmi, senza che ci fosse motivo, sei piena di rancore, posso anche capirlo visto che ti vado poco a genio. Parti però carica di pregiudizi e accuse, senza che io faccia nulla per meritarmele. Morale della storia: hai vent'anni, come dicevo, ma stai facendo i capricci come una bambina di due anni e, nell'essere il più cattiva possibile con me, fai paragoni fuori luogo ed esagerati. Vuoi che non ti tocchi? Bene lo farò, non ho tutta questa voglia irrefrenabile da voler costringere qualcuna a sottostare alla mia virilità. Odi la Rosa? Ok ci sta, ma ricordati che non perdona e quando ci sarà da tirare le somme, verranno a cercare te. Vuoi che mi vanti per forza di essere un Kadosh? Non mi ci vuole molto per farlo, posso farlo anche ora, e lo posso fare con il semplice dirti che non verranno a cercare me. Semmai venissero a sapere che non abbiamo consumato il matrimonio e per questo non arrivano figli, verranno a cercare te, ed è con te che prenderanno provvedimenti, con te e la tua famiglia. Vuoi farti carico di tutto questo perché ti sei impuntata con i piedi come una bambina, bene fallo. Ognuno ha diritto a fare le sue scelte, ma anche a farsi carico delle conseguenza che ne derivano". La voce di Armando risuonava severa, anche questo era inusuale per il giovane Kadosh. Alessandra, però, ben intuiva il perché di tale cambio. Era per sua madre, per tutto quello che le era successo e il senso di colpa aumentò in lei, fino a farle piegare la testa verso il basso.

"Ok, scusami, ho esagerato...giuro che non volevo...sì, insomma, non ho pensato di dirlo con l'intenzione che pensi...cioè non stavo pensando a tua madre....". Non fece in tempo a finire il suo mea culpa perché Armando la fermò di scatto.

"Mia madre lasciamola riposare in pace, per piacere".

"Sì, hai ragione su questo. Scusami di nuovo. Vado a togliermi il vestito in bagno, eh, mi aiuti con questa lampo? Non ci arrivo a tirarla giù da sola".

Armando si portò dietro alle sue spalle e con delicatezza le tirò giù la cerniera. Arrivato all'altezza del fondo schiena, Alessandra provò un brivido inatteso nel sentire le mani di lui che si intrufolavano nel vestito accarezzandole la pelle. Erano mani calde e delicate quelle che sentiva, mano mano, espandersi dai fianchi fino alla pancia. Si voltò di scatto, mezza imbarazzata e rossa in faccia, non sapeva cosa fare, come reagire, era tutto così nuovo quel mondo di sensazioni.

"Diventiamo rosse piccola Lewis...vieni qui". Armando l'abbracciò con sicurezza, come se volesse riscaldarla da chissà quale freddo assiderare imminente.

Lei si lasciò coccolare, inaspettatamente per come aveva immaginato quel momento. Forse valeva la pena renderlo il meno meccanico possibile, forse valeva la pena dimenticasi della Rosa, delle sue regole, del perché erano entrambi lì, con quel matrimonio imposto e pesante, forse, per tutti e due. Quando Armando le sollevò il viso e incominciò a baciarla, il calore sopraggiunse e viaggiò per tutto il corpo. Il suo primo bacio. Un'emozione che mai aveva sperato di provare. Sì, valeva la pena lasciarsi andare e lo fece. Poco dopo si ritrovò sdraiata sul letto, semi nuda e provava un misto tra vergogna e soddisfazione, ma impazziva per come Armando sapeva accarezzarla e baciarla, ovunque e in ogni luogo che fosse accessibile, anche quelli che mai avrebbe immaginato. La sua prima volta, qualcosa che aveva sentito come un atto dovuto, proprio per via della Rosa e le sue regole, si era trasformata in un miscuglio di sensazioni inaspettate e gradite. Il piacere, la passione, la voglia di restare per sempre incastonata in quel momento mai sperato e per fortuna giunto.

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