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Una storia di Ivanbavuso74

Letture d'autunno

Non si legge per piacere, ma per amore

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Pubblicato il 01 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: lago libri lovere racconto vita

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La bella stagione era ormai lontana e a novembre non erano solo gli alberi spogli a intristire la passeggiata fino a Piazza XIII Martiri, ma anche la quiete dei giardini pubblici, orfani del vociare dei bambini. Quella mattina, a increspare lievemente le acque del Sebino, erano i battelli di linea della compagnia di navigazione del Lago d’Iseo, che facevano scalo nei porticcioli della costa e in quelli di Monte Isola. L’aria era frizzante, ma senza vento: le anatre e i cigni sfioravano pigramente le rive.

L’anziano architetto si era svegliato alle sei e mezzo, in strada erano ancora accesi i lampioni. Aveva indossato la vestaglia di lana e si era trascinato in cucina. Dal pensile, posto sopra al lavello, aveva recuperato la caffettiera e l’aveva riempita di macinato. Si era seduto accanto al tavolo ad aspettare. Aveva bevuto il caffè da una tazzina raccattata sul piano di scolo; amaro come sempre, perché lo zucchero gli faceva male. O meglio, era quello che gli diceva sempre la buon’anima di sua moglie.

In bagno si era dedicato al solito rito della toletta. Davanti allo specchio l’architetto si era lavato i denti, poi si era rasato la barba alla vecchia maniera, utilizzando il pennello cosparso di crema. Lo aveva passato dapprima sulle guance rugose, poi sul mento spigoloso, per risalire, infine, a imbiancare la striscia di pelle sotto il naso aquilino. Dopo aver fatto scorrere la lametta sul viso, aveva fissato la propria immagine allo specchio: ciò che vide fu la faccia incartapecorita di un vecchio senza peli. Fuori iniziava a schiarire e i lampioni si spegnevano. Era tornato in camera e si era vestito: calzini grigi, pantaloni classici dello stesso colore, cintura nera, camicia bianca, cravatta rossa, pullover beige, giacca. Ai piedi un paio di mocassini neri. Dall’appendiabiti aveva preso il cappotto di cammello, dal portaombrelli il bastone… si era calato in testa il cappello di feltro e prima di uscire era tornato in bagno a fare la pipì. Poi di nuovo in cucina a bere. Alle otto in punto, l’architetto usciva in strada per ritrovarsi davanti al Circolo dei canottieri del Sebino in via Giorgio Paglia. Svoltò a sinistra per dirigersi verso l’Accademia Tadini.

Il passo dell’uomo non era ancora incerto e il bastone un vezzo, ma il solo fatto d’averlo con sé lo tranquillizzava. A contargli le primavere, quelle dell’architetto erano già settantaquattro. In prossimità delle piscine si fermò sulle strisce pedonali, fece sfrecciare alcune auto e attraversò la strada fino all’edicola, dove comprò una copia del Corriere della Sera. Tornò indietro e infilò il vialetto di piastrelle commemorative, con incisi i nomi degli attori e dei registi che avevano vinto il Festival internazionale del cortometraggio. Prima di arrivare in via Tadini fece una piccola deviazione sul lungolago. Dalla tasca destra l’architetto tirò fuori un sacchetto di plastica con dentro del pane secco. Prese una mezza rosetta, dura come il carapace di una tartaruga, la ruppe in pezzi e la gettò agli uccelli del lago: i più lesti ad afferrare gli avanzi erano gli svassi, i più prepotenti i cigni, le più tonte le anatre. Ma le anatre erano più grosse degli svassi e più numerose dei cigni e spesso ottenevano quel che volevano senza tanti sforzi.

L’architetto guardava gli uccelli che si contendevano il pane coi pesci. Gettò altre michette e ascoltò lo starnazzare degli animali e lo sciabordio delle onde contro la sponda. Il cemento della darsena era tutto cosparso di muschio e alghe, le funi che passavano a pelo dell’acqua erano viscide e sfrangiate. Il vecchio detestava quella putredine, ma non poteva fare a meno di osservarla e di pensare che in natura solo poche cose sono incorruttibili. Era questo il motivo per cui aveva disposto la cremazione dei resti della moglie: per preservarla dallo scempio.

Lasciò la balaustra e riprese su via Tadini. Erano quasi le nove quando l’architetto fece capolino nel bar sotto il porticato dell’Accademia di Belle Arti. Ordinò un espresso e lo riempì di zucchero. Anche questa era un’antica abitudine: prima il caffè amaro della moglie, poi quello dolce del bar.

Si fece servire a un tavolino e, dopo aver bevuto, cominciò a sfogliare il giornale. Era sua abitudine girare tutte le pagine soffermandosi solo sui titoli. Le sfogliava dalla prima all’ultima, poi tornava indietro a cercare gli articoli che lo avevano interessato. Dedicava poca attenzione alla politica perché si considerava troppo vecchio sostenere qualsiasi partito, e poi non capiva con quale, uno come lui, sarebbe dovuto stare. A sinistra? E quale sinistra? Quella moderata che assomigliava come una gemella alla destra? Una leggera simpatia, un paio di anni prima, l’aveva avuta per quel movimento fondato da un comico, ma anche quella sponda aveva finito per confondergli le idee. No! La politica non era per lui. Era più attento alle pagine estere. Quando leggeva i reportage di un corrispondente, l’architetto provava la sensazione di viaggiare alla scoperta di Paesi lontani. Poi c’erano le pagine di cronaca. Su queste ultime l’uomo si concentrava con particolare dedizione, bevendosi ogni singola parola che descriveva il delitto e l’arresto. Voleva sapere tutto sul conto della vittima e del suo assassino. Nelle notizie di cronaca, l’architetto percepiva tutta l’ossessione dell’umana natura. L’estenuante fatica di stare al mondo. Infine abbandonava la cronaca per sprecare qualche minuto con lo sport. La cultura, i libri, il cinema, erano argomenti che non gli interessavano. Erano quelli che invece aveva amato sua moglie.

Quella mattina, al caffè, davanti alla vetrina da cui poteva osservare i passanti e lo scorcio del lago, lo sguardo gli cadde sulla recensione di un libro. Si trattava di un romanzo che narrava la storia di una moglie tradita.

“Eh! Ma quante donne al mondo sono state tradite?” pensò. Anche lui aveva avuto le sue scappatelle, ma poi era sempre tornato dall’unica persona che contava davvero. E lei lo aveva sempre accolto come una Penelope.

Continuò a leggere la recensione con un po’ di distrazione, giusto per finire l’articolo, ma quelle righe, un po’ alla volta, lo coinvolsero. La protagonista del romanzo non si limitava a patire le pene dell’infedeltà, ma si era messa alla ricerca di tutte le amichette del marito. Alla donna non c’era voluto molto per risalire alla prima delle amanti e poi a tutte le altre. Le era bastato far scorrere le chat di WhatsApp sullo smartphone del coniuge. Una volta individuata la rivale, la moglie tradita proseguiva la sua ricerca su Facebook; e voilà, eccola lì!

L’architetto si grattò la testa: WhatsApp, Facebook, chat? Che cosa erano di preciso? Ne aveva solo una vaga e confusa idea, il mondo era proprio cambiato. Però la trama del romanzo lo aveva incuriosito. Piegò il giornale, salutò il barista e si diresse in Piazza XIII Martiri.

L’architetto si fermò a una decina di metri dalla vetrina dei libri. Il negozio era vuoto. Vuota era anche la piazza. Più tardi si sarebbe animata un po’ e qualcuno, forse, sarebbe persino entrato in libreria. Lui ci stava ancora pensando: per ora aveva deciso di osservare e basta.

Quei luoghi, pieni di libri impilati sugli scaffali o ammucchiati sui tavoli o in terra, lo avevano sempre messo a disagio. Le poche volte che era entrato insieme alla moglie, si era sentito come un forestiero sotto una lente d’ingrandimento. L’architetto non si sentiva osservato dalle persone, ma dalle copertine, dai titoli, dalle facce degli autori stampate sulle quarte.

Nel reparto dei tascabili, dove i lumi tutelari della letteratura erano diventati immortali, provava come una sensazione di autentico smarrimento. Aveva l’impressione che i libri, così accuratamente incastrati in uno spazio angusto, vibrassero. Un tremore di voci e pensieri impercettibile alla vista e all’udito, eppure tanto reale quanto l’ossigeno che si respira.

«Io esco. Ti aspetto fuori. Non metterci un secolo come al solito» diceva l’architetto alla moglie. La donna si limitava ad annuire, poi sprofondava di nuovo nella contemplazione del volume che stava sfogliando.

Dentro la libreria, due figure sembravano rincorrersi. A un certo punto le due ombre smisero di inseguirsi e si trovarono l’una di fronte all’altra, separate da un lungo e spesso scaffale. Estrassero un libro ciascuno, lo aprirono, e lo annusarono. Proprio così, lo annusarono! O almeno era quello che vide l’architetto da fuori. Aveva visto abbastanza per lasciar perdere: invece entrò.

«Buongiorno» disse.

I due commessi, un ragazzo con le rughe e una ragazza con i capelli corti e grigi, si voltarono verso la porta. «Buongiorno» risposero. E mentre lei andava incontro al cliente, il commesso continuò a inventariare i titoli dei libri.

«Desidera un libro in particolare?»

«Be’… Prima do un’occhiata… Semmai le dico.»

La ragazza si ritirò dietro il bancone e si mise a controllare qualcosa sul computer.

La libreria era abbastanza grande, ma non enorme. Sembrava ben fornita. Sulla destra, rispetto all’entrata, erano stipati i tascabili di narrativa; poi c’era una piccola area riservata alle case editrici indipendenti, mentre un’intera parete era dedicata ai classici della letteratura italiana e straniera.

L’architetto passava e osservava nomi e titoli; un passo più lungo dell’altro e avrebbe ignorato tutta l’opera omnia di Dostoevskij, soffocata nello spazio di un metro. Passò in rassegna i saggi. Arrivò in fondo seguendo la parete, svoltò di novanta gradi: spiritualità, manualistica, viaggi… L’architetto proseguì sulla stessa rotta e s’imbatté nella letteratura per ragazzi, all’improvviso si trovò al centro di una sala sgombra di scaffalature: su due tavoli enormi c’erano i best seller del momento.

L’architetto sfiorò con le dita le copertine. Chiuse gli occhi, certo che non appena li avesse riaperti avrebbero incontrato il sorriso della moglie. Li spalancò e si trovò davanti la ragazza dai capelli grigi. Solo allora si rese conto che quella donna non era più una ragazza da quasi vent’anni.

«Sì… ecco, sto cercando questo libro…» disse imbarazzato il vecchio mentre tirava fuori il giornale dalla tasca.

La commessa si allontanò e subito dopo fu di ritorno con il libro che l’architetto stava cercando. Aveva una copertina bianca e rigida, al centro c’era una fotografia in bianco e nero racchiusa in un riquadro, sovrastata dal titolo in rosso. L’architetto si rigirò l’oggetto tra le mani, lo aprì e fece scorrere le pagine. Quante parole poteva contenere? Quanto inchiostro era stato consumato per quell’unica copia? Perché l’autrice l’aveva scritto?

Si diresse alla cassa per pagare.

Era ancora mattina, quando l’anziano architetto uscì dalla libreria. Attraversò la strada e raggiunse una panchina che stava proprio di fronte al lago. Prese il libro dal sacchetto di carta che gli aveva consegnato la commessa e iniziò a leggerlo.

La scrittura era fluida, lo stile avvincente. C’era ritmo nelle pagine e ogni frase era perfetta. Pensò ai suoi progetti, una volta consegnati, rasentavano la perfezione anche loro. Se poi i lavori cambiavano in corso d’opera, non erano affari suoi.

Chiuse il libro e si voltò a guardare le case, che, racchiuse in un abbozzo di semicerchio, formavano la piazza. Erano abitazioni rimodernate, coi balconi a ringhiera. Si concentrò sulle finestre, pensò ai tramezzi interni, ai vani delle scale, ai muri portanti e alle travi. Tutti quegli elementi avevano una precisa funzione. Era lo stesso per il libro. Aggettivi, articoli, avverbi, congiunzioni, sostantivi e verbi avevano un loro valore che davano significato alla frase. Anche nella scrittura è necessario seguire delle regole per evitare che le parole si trasformino in superflue macchie d’inchiostro.

Quando l’architetto, leggermente indolenzito alla base del collo, sentì battere le campane, era già mezzogiorno. Aveva letto circa un terzo del romanzo. Decise di pranzare in un ristorantino non distante da lì.

Il vecchio si fece servire un risottino ai carciofi e per secondo delle scaloppine ai funghi, che accompagnò con mezza bottiglia di Chardonnay. Sapeva che il vino gli avrebbe fatto girare la testa e che sarebbe stato meglio ordinare solo dell’acqua minerale, ma volle fare un’eccezione. Niente dolce e niente caffè. Chiese il conto, pagò, lasciando al cameriere una discreta mancia, e tornò sulla panchina.

Il vino, come previsto, aveva avuto un effetto inebriante. L’architetto sorrideva senza motivo. Pensieri vacui veleggiavano leggeri nella testa ondeggiante. Scrutò il lago che brillava sotto i raggi di un sole tiepido. Osservò l’andirivieni dei pullman di linea e lo sfilare degli studenti che tornavano a casa sotto il peso degli zaini. Tentò di riportare alla memoria gli anni della sua gioventù, ma non per rimpiangerli, solo perché gli tenessero un po’ di compagnia. Prese il libro e si immerse di nuovo nella lettura.

Verso le quattro del pomeriggio si sentì improvvisamente stanco. La luce del giorno stava cambiando. Sentì un po’ di freddo: “La Tramontana” pensò. In realtà, se l’architetto avesse avuto nozioni di meteorologia avrebbe scoperto che la Tramontana non c’entrava niente. Anzi, era stata proprio lei, che aveva soffiato nei giorni precedenti, a rendere il clima mite.

Gli dolevano gli occhi e le ossa. Si tolse gli occhiali e con le dita si massaggiò la radice del naso. Provò a continuare la lettura, ma le parole gli ballavano davanti. Attese un po’ prima di riprendere: gli mancavano una quarantina di pagine, non di più. Se non fosse riuscito a leggerle entro un’ora sarebbe tornato a casa. Alle cinque e dieci l’architetto chiuse il libro: lo aveva finito. Era disorientato e affamato, ma aveva anche freddo. Si sentiva intirizzito, capì di avere qualche linea di febbre. In passato a prendersi cura di lui era sempre stata la moglie.

«Cara, non mi sento molto bene. Mi infilo sotto le coperte. Chiamami quando è pronta la cena.» Dopo un po’ che era nel letto, la moglie, mentre lui fingeva di dormire, gli sfiorava la fronte con le labbra, gli accarezzava i capelli e poi usciva dalla stanza. Verso le otto gli portava un brodo caldo, lo scuoteva appena per ridestarlo e gli sorrideva nel vederlo arruffato come un gatto. L’architetto godeva di quelle tenere attenzioni che gli venivano riservate.

Si alzò dalla panchina e si avviò verso casa. I lampioni si accesero di nuovo, il lago rumoreggiava contro le sponde. Il vecchio non aveva più pane da dare agli uccelli e ai pesci, zoppicava. Per fortuna si era portato dietro il bastone.

Il vecchio aprì la porta, ma rimase sull’uscio. Dentro era più buio che fuori, e faceva più freddo. Aveva dimenticato di programmare il termostato. Entrò, accese la luce, si tolse il capello e il cappotto. Infilò le ciabatte e si diresse in cucina. Aprì il frigo e tirò fuori un contenitore di plastica con del brodo, lo versò in una pentola che mise sul fuoco. Ruppe due uova in una ciotola, vi aggiunse un po’ di pepe e iniziò a sbattere il composto. Quando il brodo iniziò a bollire fece scivolare dentro le uova, vi aggiunse del parmigiano grattugiato e dei crostini, apparecchiò il tavolo con un tovagliolo e cenò. La sigla di un quiz televisivo risuonava da qualche parte nel silenzio.

Il vecchio depose il piatto nel lavandino e andò in soggiorno. La libreria in legno di ciliegio traboccava di volumi. C’erano libri ammonticchiati dappertutto. Quanti saranno stati? Più di mille, forse addirittura il doppio. Sua moglie li aveva letti tutti? Un giorno aveva provato a domandarglielo.

«Mi chiedo se riuscirai mai a leggerli tutti» la stuzzicò. Lei non si scompose e dalla borsa ne fece saltare fuori altri.

Era sovrastato dai libri: dal loro peso, dal loro odore. Non se ne era mai accorto fino a quel momento. Era come se la presenza di sua moglie glieli avesse resi invisibili, ma adesso essi reclamavano un’esistenza. Con le mani tremanti cercò una nicchia dove deporre il libro che aveva letto quel giorno. Non la trovò. La sua attenzione fu attratta da un piccolo volume da cui spuntava un segnalibro. Sulla copertina poté ammirare un felino maculato, una specie di giaguaro: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, era il titolo. Si sedette in poltrona e iniziò a divorare le sue pagine sotto la luce calda e concentrata di una lampada da terra. Si sentiva ancora la febbre, ma la fame e il freddo erano passati.

In un angolo una pendola oscillava tra un tic-tac e l’altro. Nella poltrona vicino, la figura di una donna era ugualmente avvinta in una lettura.

- FINE -

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