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Una storia di MirianaKuntz

Amore e stalking

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Pubblicato il 10 maggio 2018 in Giornalismo

Tags: amoremalato malattia psicologia stalking violenza

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Io lo amavo, l’ho sempre amato, come quelle cose che ti nascono dentro, e non come quelle che ci devi spingere a tutti i costi al suo interno. Lo amavo e basta, e lui sono sicura che per un po’ di tempo mi ha amata, forse a suo modo, forse in un modo che nessuno può giustificare o capire, ma voglio sperare che l’abbia fatto per almeno qualche secondo in cui è rimasto con me.

Avevamo una casa carina insieme, con un ingresso indipendente, un salotto grigio e una bella finestra che affaccia su un quartiere residenziale niente male. Un po’ di casino di sotto, a volte un po’ troppo, ma tutto sommato era un bel posto dove andare a vivere. Quando ho lasciato la casa dei miei genitori avevo diciannove anni, lui ventotto. I miei genitori non sono mai stati molto d’accordo sulla nostra relazione, mio padre spesso mi diceva che io ero una tartaruga troppo indietro per stare al suo passo, e che prima o poi la nostra distanza sulla pista da corsa si sarebbe fatta notare. Diceva che una tartaruga così grossa e furba mi avrebbe non solo battuta per velocità, ma che anche se l’avessi raggiunto, così, quasi con un colpo di fortuna, non avrei mai capito i suoi discorsi fin in fondo. -E’ troppo grande- mi diceva, io pensavo che fosse solo geloso, un po’ come tutti i padri.

Mia madre scrollava le spalle e tentava di mettere tutti d’accordo, quando lui non poteva sentirla però, mi diceva sotto voce- se ti rende felice va bene.-

Quando ho preso le mie cose per portarle nella nostra nuova casa, hanno pianto un po’ tutti, persino il mio gatto Bia. Pensavo che fosse un po’ tutto esagerato, che d’altronde non andavo a morire, e che anni prima ragazze molto più giovani di me prendevano marito in fretta. Io non ero mai stata una di quelle ragazze col sogno del matrimonio e dei bambini, in realtà neppure dopo aver conosciuto Jacopo ci ho pensato particolarmente a queste due cose, ma il fatto di addormentarmi accanto a lui non aveva prezzo.

Così quando ho lasciato casa mia, per raggiungere e mettere su –casa nostra- ho pensato che non si trattava di vestito bianco e marmocchi, ma solo di me e lui, nello stesso letto, ogni notte, per infinite notti, e questo mi sembrava una cosa molto entusiasmante.

Jacopo è stato il mio primo ragazzo, il mio primo giro in barca, il mio primo imbarazzante bacio, la mia prima minigonna, la mia prima bugia detta ai miei, le mie prime telefonate di notte dove non si sa chi deve attaccare prima. Lui è stato l’inizio di una vita – sentimentale- ma io ho sempre pensato che lui sia stato un po’ l’inizio di tutto. Prima di lui, ero una ragazzina tutta libri e cinema alla domenica pomeriggio, le mie due amiche di infanzia, e il mio gatto bianco, nient’altro che questo, al momento mi sembrava abbastanza, ma quando mi sono innamorata ho capito che quella era solo una porzione di vita di un intero meraviglioso.

Quando Jacopo mi ha proposto di andare a vivere insieme io ero un po’ spaventata: non avevo mai cucinato niente senza l’aiuto di mia madre, tranne la pasta al sugo, quella mi veniva bene, ma pensai che i pomodori non facessero parte di un ‘alimentazione varia. Quando raccontai questo dettaglio buffo al mio ragazzo, lui un po’ rise e un po’ sembrò preoccupato, poi mi disse che avrei imparato col tempo, e che comunque lui era un cuoco provetto.

Così gli dissi che non ero capace neppure di fare la lavatrice senza fare casini, che di notte mi muovevo in continuazione, che avrei riempito l’armadio dei miei vestiti, e che per fare la doccia impiegavo almeno quaranta minuti. Jacopo non era spaventato da questi dettagli buffi della mia persona, anzi, sembrava sollevato. Poi mi raccontò che d’altronde non era mai andato a vivere neppure lui con una donna, e che a pensarci aveva un po’ di paura, ma che in un modo o nell’altro ce l’avremmo fatta.

Quando hai diciannove anni, stai finendo il liceo, e stai insieme ad un ragazzo da un anno, non ci pensi ai guai, ai problemi, te ne stai dalla parte felice del discorso, dalla parte di riva con l’acqua calma, coi piedi penzoloni e le dita tra l’erba. In quei momenti le tempeste ti sembrano lontanissime, quasi come se non potessero toccarti.

Infatti, la tempesta del nostro amore mi sembrava una cosa lontanissima.

E invece, dopo una serie di eventi bellissimi, mi resi conto che un anno è poco per conoscere qualcuno, che a volte una vita non serve a trasformare un amore, un amico, un figlio, da sconosciuto a persona fidata. A volte non basta una vita per conoscere un’altra vita, e che il resto delle cose, quelle belle, quelle sicure, fanno parte solo della nostra personalissima illusione.

La prima volta che litigammo nella nuova casa io avevo su solo la biancheria intima, ero uscita dalla doccia in fretta perché avevo sentito Jacopo urlare, pensai che si trattasse di qualche sventura, di qualche cosa brutta, così misi addosso solo le mutande e il reggiseno e scappai in salotto. Jacopo aveva il mio telefono tra le mani, lo scuoteva come un ventaglio di plastica, gridò di avvicinarmi, e poi sottovoce mi chiese perché i miei amici su facebook da cinquantasette fossero passati a sessanta. Lui aveva tutte le mie password di ogni mio social, mi sembrava una cosa carina da condividere col proprio ragazzo, un modo per dire tra le righe: -non ho nulla da nascondere, perché voglio solo te- La sua uscita mi lasciò un po’ perplessa in verità, provai a dare una risposta, la prima che mi venne in mente, la verità insomma, lui con un colpo sordo mise il cellulare sul tavolo, lo fece trascinare sulla schiena brillantata della sua scocca, e poi mi rifece la domanda. Gli risposi che alcune amiche di mia madre avevano visto i miei disegni su facebook, li avevano trovati così graziosi, che avevano deciso di seguire le mie prossime pubblicazioni. Pensai che non ci fosse niente di male, pensai che non c’era bisogno di ricevere il permesso di Jacopo per accettare la richiesta di amicizia di alcune mamme.

-E se queste hanno dei figli? E se i figli si innamorano di te? E se si masturbano sulle tue foto?-

Le sue domande mi sembrarono così fuori tema, così senza forma, che non trovai una risposta diversa da un balbettio stupido.

-non rispondi eh?- mi chiese lui prendendo il telefono questa volta, e lanciandolo contro il muro.

-Sai che ho ragione, vero?- mi chiese ancora.

Il mio cellulare nuovo era ai piedi del tavolo col vetro distrutto.

-Non credo tu abbia ragione- gli risposi educatamente

Prima che potessi accorgermi di cosa stesse succedendo, Jacopo mi prese per una spalla, mi strattonò violentemente e mi piegò con la schiena. La mia fronte toccava i resti del cellulare.

-Vedi cosa mi hai fatto fare? Per la tua incoscienza…vedi?-

Non risposi, non riuscivo più a parlare, fissavo con gli occhi sbarrati il vetro del mio cellulare completamente distrutto. Poi, quasi come a svegliarsi da un coma celebrale, Jacopo mi rialzò delicatamente, mi abbracciò pettinandomi i capelli con le dita.

Era di nuovo il ragazzo dolce che amavo, quello con gli occhi buoni e risoluti.

-Scusami.. è che mi sono arrabbiato, ne compriamo uno nuovo, ok?- Con le sue mani si trascinò fino ai miei glutei, li strinse, poi mi diede un pizzicotto sulla faccia e tornò a guardare la televisione.

Quando raccolsi il cellulare dal pavimento pensai che ero stata una stronza, un’incosciente, che aveva ragione lui, che quelle persone avrebbero potuto minare il nostro amore, o mi avrebbero allontanata da lui in qualche modo, raggiunsi velocemente il portatile fermo sul tavolo della cucina, e cancellai quelle tre mamme dalle mie amicizie, pensando che in un modo o nell’altro aveva ragione lui.

Col tempo ho capito che non aveva ragione lui, che era solo il modo più semplice di mettermi paura, di allontanarmi dagli altri, il primo tentativo di mettermi in ginocchio, letteralmente, se si conta la posizione in cui avevo osservato il mio smartphone per dieci interminabili minuti.

Quando mi misi a letto, Jacopo era in salotto, l’immagine del televisore si rifletteva nei vetri della nostra camera, mi sentivo strana, ma non ancora in pericolo. Quando mi addormentai è come se avessi resettato tutto, il giorno dopo io ero seduta sulle sue gambe a sorseggiare il nostro solito caffè macchiato.

Da quel giorno susseguirono vari giorni di pace, e vari giorni di guerra. Nei primi ero speranzosa che potessero sempre durare, nei secondi mi sentivo sempre più afflitta e scoraggiata. Ero indietro con gli studi, non avevo ancora preparato la tesi di diploma, i miei erano in ristrettezze economiche, così decisi che nei week end avrei potuto servire caffè nel bar vicino casa. Ero brava a prendere le ordinazioni, porgere le tazzine, sorridere ai clienti e pulire i tavoli. La mia datrice di lavoro, una signora di cinquantanni, bionda e con gli occhiali, mi adorava, quando mi pagava mi ripeteva sempre che la mia grazia era una cosa sprecata in un bar. Io le dicevo sempre –non nel tuo-, e lei mi sorrideva. Ogni week end potevo guadagnare cento euro, i cento euro perfetti per pagare le utenze di casa. Così mio padre doveva pagare solo il resto.

Jacopo odiava il mio lavoro, quando facevo i turni di notte, lui metteva la sua auto parcheggiata da un lato, si poggiava con la schiena contro i vetri, e osservava ogni mio movimento e parola.

La prima volta che si arrabbiò per un sorriso di troppo ad un cliente abituale, scambiai il suo schiaffo con una dimostrazione di amore. Pensai che se non mi avesse detto nulla, sarei potuta andare via da lui in qualsiasi momento, e lui ne sarebbe stato anche felice. Al contrario, quello schiaffo era la prova che – io ero sua, e lui era mio- e che qualsiasi altra persona era solo un ostacolo.

Continuammo così, schiaffo dopo schiaffo, litigata dopo litigata.

Più prendeva a schiaffi la mia faccia più credevo nel suo amore, i miei amici su facebook da cinquanta sette scesero a sette, e non mi sembrava una cosa così folle, le mie amiche di infanzia non le vedevo più, trovavo sempre le scusa del lavoro, e rimbalzavo ogni invito al cinema, a scuola non parlavo con nessuno, se non con i professori tenendo comunque una certa distanza con quelli maschi.

Ero in un vortice inspiegabile in cui ogni follia sembrava esser giusta, se aggradava Jacopo e sembrava tenere in salute e al sicuro la nostra storia.

La cosa che mi fece svegliare da quello strano sogno imbevuto di finta ovatta però, fu il giorno del pranzo a casa dei miei. I miei genitori erano molte settimane che non avevano occasione di vedermi, se non per brevi momenti in cui accompagnata da Jacopo non passavo a casa per consegnare i famosi cento euro del lavoro al bar, così mio padre aveva pensato di invitarmi a pranzo dopo scuola, Jacopo era a lavoro, e non poteva raggiungerci. Non gli dissi niente, pensai che essere dai miei fosse una cosa naturale.

Quel giorno i miei genitori erano così felici di avermi seduta a tavola con loro, dopo tanto. Mangiammo le famose costine di maiale di mia madre, quelle con la salsa speciale, la cocacola zero, che non potevo comprare perché Jacopo soffriva di gastrite ed odiava che ci fossero bibite gassate in frigo. Mangiai anche la torta, quella dell’amica di mamma, la famosa torta fragole e cioccolato. Quando ebbi finito Bia, il mio gatto grassoccio mi saltò sulle gambe, e per accarezzarlo persi di vista il cellulare, quando lui si dileguò mi accorsi che il telefono stava vibrando.

Venti chiamate perse, a distanza di sessanta secondi l’una dall’altra.

Jacopo dall’altra parte del telefono era arrabbiato come non lo avevo mai visto, mi disse che aveva provato a chiamarmi a casa ma non avevo risposto, che aveva attivato la camera di sicurezza del salotto e non era riuscito a vedermi in nessun angolo della stanza, che aveva provato a chiamarmi sul cellulare, e non avevo risposto neanche all’ora. Mi disse che si era spaventato, che aveva pensato che all’uscita di scuola mi fosse successo qualcosa, che stava venendo a prendermi di corsa, e che non avrei mai più dovuto fare un’ improvvisata del genere.

Senza dire troppo ai miei, gli dissi solo che ero in ritardo per un appuntamento, presi il mio zaino e aspettai Jacopo nella strada accanto. Lui mi trascinò per un braccio fino a farmi entrare in macchina. Aveva lo sguardo di fuoco, la bocca mangiata dai denti.

-Cosa cazzo ti è passato per la testa?- mi chiese prendendo a pugni il volante

-Ho solo pranzato coi miei..-

-senza dirmi un cazzo? Senza invitarmi? Senza chiedermi preventivamente se fosse il caso oppure no?-

-sono i miei genitori, e non lo sapevo ieri, è stato un invito lampo.-

-un invito lampo? Un cazzo di invito lampo?-

Prima che potessi ribattere ancora, Jacopo prese la mia testa e con tutta la forza di un uomo di trentanni in salute, la rovesciò sul cruscotto della sua audi. Quando rialzai la testa, spostati i capelli finiti alla rinfusa, mi accorsi che un fiotto di sangue stava percorrendomi la navata della bocca, fino al mento.

Fu quella botta così forte a farmi capire che non era normale tutto quello che stava dicendo, che non era normale avere sette amici su facebook, non andare più al cinema con le amiche, essere controllata a vista sul posto di lavoro, ed essere schiaffeggiata ogni giorno per motivi stupidi.

Fu quel sangue caldo a farmi capire che quello non era amore, ma solo un surrogato di un sentimento con le mani chiodate, la testa spinata, e l’interno esplosivo.

Se mi fossi mossa, sarei saltata insieme a lui.

Non dissi una parola, ma quando tornai a casa raccolsi le sue cose e gliele misi in tre valige. Le scaraventai nell’angolo del salotto, lui le guardò come si guarda un regalo inaspettato, poi mi chiese dove avessi intenzione di andare. Gli risposi che le valige erano le sue, e che lui sarebbe andato via.

La tranquillità con cui le raccolse mi fece quasi rabbrividire, il ragazzo che da settimane sembrava così violento, in quel momento aveva una faccia rilassata, due braccia molli e uno sguardo normale. Girò le chiavi nella serratura per aprirla e andò via. Il rombo della sua auto era riconoscibile tra mille.

Il modo rapido in cui se ne era andato via mi aveva messo addosso una strana angoscia, come una spaventosa quiete prima di una tremenda tempesta.

Nello specchio del bagno vedevo la mia faccia riflessa dopo un po’ di giorni in cui avevo deciso di non specchiarmi. Quando lavai via il sangue, e venne meno anche la potenza del fondotinta, vidi che nel punto in cui mi schiaffeggiava abitualmente, si era formato uno strano ematoma sporgente sui toni del viola scuro. Provai a massaggiarlo, quasi a volermi ripulire da un trucco irremovibile, poi mi accasciai sulle gambe, piansi, per la prima volta stavo piangendo.

Le mie lacrime erano così pesanti e piene che quando toccavano terra sembravano formare delle voragini. Piangevo perché prima di quel momento avevo creduto che fosse tutto apposto, che lui era il principe della storia solo con un po’ di testa calda, ed io avevo creduto di essere una principessa dispettosa incapace di ubbidire e comportarmi nel giusto modo.

Una parte di me sapeva che avevo fatto delle cose giuste e che quindi Jacopo era in torto, ma l’altra parte di me aveva gli occhi bendati, e si affidava solo a ciò che il suo cuore aveva sentito.

Ma cosa aveva sentito il mio cuore?

Mi interrogai a lungo sui tempi, su quando Jacopo mi aveva dimostrato vero amore. Non riuscivo a ricordare una sana dimostrazione di amore che non avesse integrato botte, insulti e scuse conclusive.

Prima che potessi rispondermi, il telefono iniziò a squillare…una…due…tre volte.

Il nominativo di ‘’amore’’ adesso mi sembrava un nome così ridicolo da dare ad una persona del genere. Ma –amore- continuava a chiamare e chiamare.. fino ad inviarmi dei messaggi veloci, uno dopo l’altro, senza possibilità di replica.

-Michela io ti amo…perché hai distrutto tutto?-

-rispondi amore..-

-michi metteremo apposto tutto, so di aver sbagliato, non volevo farti del male.-

-amore dai.. fammi tornare a casa..-

-Michela non so dove andare-

-ho fatto delle brutte cose ultimamente.-

-amore rispondi.-

-cazzo ti senti così importante? Pensi di essere dio?-

-Michela se ti ho sbattuto sul cruscotto è perché lo meritavi, vedi quanto sei una stronza?-

-merda rispondi, mi stai facendo soffrire.-

- sai quante ne trovo di puttane? almeno sanno cucinare, non come te.-

- devi sentirti in colpa se mi succede qualcosa, ora mi butto da un ponte, puttana.-

-amore come fai a non preoccuparti per me? Io ti amo.-

-puttana sei stata solo una falsa e niente di più.-

-tu non mi ami, io amerò qualcuna più di te.-

-rispondi merda.-

-ok ho capito.-

Avevo letto i messaggi seduta sul pavimento del bagno, come uno straccio lasciato lì un po’ per caso, non avevo paura, in realtà non sentivo proprio niente, era come se le sue parole mi avessero anestetizzato la paura e il dolore. Scambiai il suo ultimo messaggio come una resa, al contrario Jacopo era in viaggio verso di me.

Non ci pensai quella sera, non pensai ad andare dai miei genitori, da un’amica, o barricarmi in casa, mi misi a letto prendendo una pasticca di melatonina pensando a qualcosa di bello. Pensai di stare sognando, ed invece Jacopo era lì a guardarmi.

La sua non era stata una resa, ma un – ho capito che devo venire a prenderti bastarda.-

Mi trascinò coi capelli giù dal letto, iniziò a prendermi a calci sull’addome, mentre mi calciava come uno straccio vecchio, abbinava degli insulti perfetti. Io mi sentivo stordita, complice il sonnifero preso poco prima. I suoi calci erano forti e veloci, mi mise le mani alla gola, la strinse forte, l’aria sembrava entrarmi quel poco per non morire soffocata, mi sputò addosso, sentivo la sua saliva scorrermi lungo la bocca, non riuscivo a difendermi, un po’ per il sonnifero e un po’ per la paura. Non capivo cosa stesse succedendo, ma sentivo cosa succedeva al mio corpo.

Jacopo si tolse i vestiti rapidamente, i miei me li strappò di dosso, iniziò un rapporto sessuale non consenziente. Avevamo fatto diverse volte l’amore, ma quella volta non era – amore- era vendetta e punizione, era violenza su un corpo lasciato lì senza una mente funzionante. Sentivo le sue spinte affondarmi tra le cosce, le mani stringermi fino a farmi male i seni. Mi teneva per le spalle per farmi del male, sentivo la sua rabbia rovesciarsi sul mio corpo.

Jacopo abusò di me senza che io riuscissi a muovermi, a parlare, o dire una parola. Eiaculò dentro di me senza nessun nobile motivo.

-Se rimani incinta stronza, nessuno ti vorrà, e questo figlio bastardo non è fatto con amore, ma con schifo per la donna di merda che sei!-

Jacopo sapeva che prendevo l ’anticoncezionale per regolarizzare il ciclo mestruale, forse in quel momento non volle pensarci, o forse gli sfuggì solo di mente, ma il suo piano diabolico, fortunatamente non andato a buon fine, era che io rimanessi incinta in modo che più difficilmente avrei trovato un ragazzo pronto a prendersi le responsabilità altrui, ed inoltre lo avrei per sempre ricordato, anche se gran parte di me voleva solo dimenticarlo.

Quando se ne andò, la corrente di casa mia non c’era più. Pensai si trattasse di un caso, col senno di poi ho capito che anche quello era opera sua. Lui sapeva quanto mi facesse paura il buio.

Quella sera ero da sola con l’addome nero dagli ematomi esplosi, il sangue sulla fronte, sul naso, i capelli spettinati, le braccia graffiate, senza mutande, con gli occhi bagnati di lacrime.

Quella sera se avessi avuto meno paura del buio, mi sarei incamminata per la casa e mi sarei uccisa.

Sentivo uno strano senso di vergogna e di vuoto pervadersi su di me e dentro di me.

Fortunatamente non ebbi coraggio e rimasi rannicchiata sul pavimento tutta la notte, fino al mattino.

Quella mattina mia madre, come tutte le –madri sensitive- passò per casa mia, e mi trovò per terra, tumefatta dal dolore, completamente persa, con le ginocchia piegate su me stessa e lo sguardo lasciato nel vuoto. Mi chiese cosa fosse successo. Alla prima domanda non risposi, ma quando mi chiese chi fosse stato, la risposta non tardò ad arrivare: Jacopo.

Quel nome che avevo amato per tanto tempo, adesso aveva solo il sapore di una bestemmia, e la violenza di una coltellata. Non volevo fare nulla, volevo solo tornarmene a casa e dimenticare, ma anche quella mattina il –buongiorno- di Jacopo non tardò ad arrivare.

-Troietta allora come vanno le conquiste?-

Mia madre lesse a voce alta il messaggio, le mie braccia erano penzoloni nel vuoto, continuava a parlarmi, ma io non riuscivo a sentirla, continuava a dirmi delle cose che non riuscivo a capire, fino a quando non mi prese la testa tra le mani e mi disse una sola parola che mi sembrò quasi la soluzione ad un rebus impossibile: -denuncia-

Quando arrivai in commissariato avevo con me tutte le prove, la mia lingua si sciolse da quell’ibernazione di paura in cui si era trovata. Parlai, raccontai tutto ai due agenti in divisa. Loro ascoltarono quasi annoiati. Mi resi conto che non ero né la prima né l’ultima a raccontare tali barbarie. Misi un paio di firme, lasciai un paio di deposizioni, e poi tornai a casa dei miei.

Mi resi conto che non era stato così utile raccontare i fatti miei a due uomini col berretto, ma una parte di me voleva credere nella giustizia e nella verità.

Passai un mese a casa dei miei, in verità non frequentai neppure più la scuola, i poliziotti mi consigliarono di limitare le uscite pubbliche, almeno per i primi tempi di accusa. Di lì a poco Jacopo, avrebbe ricevuto un ordine restrittivo.

Avevo lasciato casa dei miei per addormentarmi accanto a Jacopo, ed adesso un foglio di carta e le mie parole gli vietavano di avvicinarsi a me.

Ogni volta che mi guardavo i lividi sull’addome mi veniva in mente quella notte maledetta in cui io per lui ero stata solo un pezzo di carne con un buco.

La cosa più brutta di guardare negli occhi di chi ami è non vederci più chi ami. E’ come guardare in uno specchio che non riflette te stessa, e ti smarrisci, ti smarrisci tutte le volte.

Io non ricordavo più la nostra storia di amore, e a volte mi sembrava fosse meglio così.

Jacopo continuava a mandarmi messaggi sul telefono ogni volta che ne aveva voglia, mi avevano consigliato di non cambiare numero in modo che lui potesse sfogarsi così senza pensare a soluzioni peggiori, e che in qualche maniera, leggendo quelle cose, volta dopo volta, mi sarei rafforzata e non mi avrebbe più fatto niente.

In verità tutte le volte forse era peggio. Mi aspettavo delle scuse, non che servissero, ma le aspettavo lo stesso. Mi aspettavo che le sue parole di odio tornassero ad essere parole d’amore. Mi aspettavo che tutto sarebbe tornato apposto, ma quando nella rubrica del mio cellulare mi trovai a cambiare nome –amore- in –Jacopo- mi accorsi che una parte di me si era spezzata per sempre e si era allontanata da lui.

Pensai scioccamente che in un mondo diverso, in una realtà differente, noi eravamo ancora insieme, Jacopo non era uno stalcher, ed io non ero chiusa in casa. Pensai che la realtà sarebbe stata differente dalla vera realtà, che il male si sarebbe messo in pari col bene, e tutta quella somma di cose mi avrebbe dato indietro l’amore che meritavo, l’amore che possedevo una volta.

Persi l’anno. Mentre i miei compagni finivano il liceo, io finivo una delle ultime sedute dallo psicologo.

Ero diventata più forte, ma anche molto diversa dalla Michela che conoscevo. Non sorridevo più , e se lo facevo era per motivi davvero rari. Mia madre mi diceva che non sorridevo davvero, io le dicevo che si sbagliava, rinforzando il primo sorriso con un secondo, ma anche il secondo aveva il sapore della bugia.

Diciannove anni e un casino di guai nella testa.

Pensai che i miei compagni –avessero fatto la maturità- diventando di diritto maturi, mentre io avrei dovuto aspettare un altro anno per farlo, forse, se mi fossi ripresa abbastanza.

Avevo provato a studiare, ma molte delle cose che studiavo mi portavano alla mente brutti ricordi. I poeti romantici non mi sembravano mai abbastanza romantici per quelle donne perfette, la matematica mi ricordava il lavoro di Jacopo, la storia mi metteva in testa delle brutte idee di guerra, e il disegno beh, disegnare mi piaceva sempre, ma non avevo più cose belle da disegnare, la mia immaginazione era così pregna di guerra, che i miei disegni sarebbero stati solo un disegno fatto col sangue.

Quelle rare volte che uscivo mia madre era sempre con me, io ero un cerino nel vento, avevo perso molto peso, e molta luce. Mi guardavo sempre intorno, e quando arrivavo alla strada ai confini con la mia vecchia casa, mi piegavo in due in preda ad una crisi d’ansia.

La casa che avevo tanto voluto avere con Jacopo adesso mi tornava alla mente come una trappola di dolore.

Detestavo quelle quattro mura, quegli edifici grigi e quelle aiuole potate bene.

Mia madre camminava in un modo strano, un po’ a come a farmi scudo col suo corpo. Jacopo spesso se ne stava dall’altra parte della strada, aveva lasciato il lavoro, diceva a causa mia, e il suo unico scopo adesso era vedere la mia disdetta. La polizia era stata chiara, non si poteva procedere contro di lui, non ancora, non adesso, e che finchè sarebbe rimasto nella distanza stabilita da loro, la strada apparteneva a tutti, ed era anche suo diritto essere lì.

Non importava di come mi piangesse il cuore a vederlo dall’altra parte del marciapiede, per la legge era giusto che lui fosse dinanzi a me, ed era giusto che io soffrissi.

Tutto questo mi faceva arrabbiare. Tutto questo mi faceva credere che la giustizia non esistesse.

Col tempo ho capito che in verità, non esiste, o meglio esiste solo per i fortunati o i facoltosi, per la parte che resta, per quelli come noi, la giustizia è un fatto personale, un vestito sporco da lavare in casa, e una cosa da risolvere da sé.

Passarono cinque mesi, e il fatto che Jacopo non si fosse fatto più sentire, mi lasciava presagire che aveva mollato la presa. Ero felice, ma anche stanca, come dopo una lunga guerra in trincea. Mia madre comprò un grosso albero di natale, ed io, che ero sempre stata brava con le decorazioni, anche quella volta ci misi del mio. Adoravo le luci, mi ricordavano che il buio non è mai una costante.

Il male però, è sempre così, ti lascia giusto il tempo di riprendere fiato, solo per avere una preda più vispa al momento del boccone. I serpenti adorano che il topo si dimeni prima di ingoiarlo, allo stesso modo Jacopo voleva vedermi in piedi prima di rimettermi a sedere.

Fu quella sera di inverno, andando a comprare il latte, che ero un topo senza saperlo. Mia madre voleva accompagnarmi, ma io pensai che fosse giunto il momento di riprendermi la mia vita, che Jacopo si fosse scordato di me, e che mi aveva già tolto abbastanza aria.

Forse aveva ragione mia madre, o forse per un attimo pensai di non essere così sfortunata.

Quando mi incamminai per tornare a casa mi sentivo quasi felice, come se andare a fare spesa al supermercato fosse quasi una conquista. Mi stavo riabituando alle cose normali della gente, che per me non erano state più normali dopo quella sera. Saltellavo lasciando oscillare la busta con il latte accanto alle cosce, era buio, ma non troppo.

Prima che potessi accorgermene una mano mi trascinò nel vicolo cieco lì accanto. Di spalle, senza poter vedere, pensai si trattasse di un ladro, lasciai cadere la busta con il latte, e gridai che avevo dei soldi nelle tasche.

-Non mi servono quelli poveraccia.-

Quando quell’uomo mi rispose, la sua voce mi fece mancare il respiro.

Avevo amato la voce di Jacopo, esattamente come l’’avevo odiata nei mesi successivi, quando su whatsap mi arrivavano centinaia di messaggi vocali di minacce ed insulti.

-Ancora tu…-

-pensavi mi fossi dimenticato di te?-

-sarebbe stato giusto.-

-sarebbe stato giusto se tu fossi rimasta con me Michela.. ma ora… non mi interessa più-

Jacopo fece scorrere la punta di un oggetto, che riconobbi essere una pistola, lungo la mia schiena.

Non avevo mai pensato alla morte prima di allora, o meglio di morire per mano di un altro uomo, ma quella sera, con il latte capovolto sui miei piedi, con le mani fredde e la faccia contro il muro, ci pensai per davvero.

-Cos’è che vuoi?- chiesi

-Adesso niente-

-allora lasciami andare.. mi hai già distrutto la vita.-

-sei tu che hai distrutto la mia.-

-non puoi più darmi delle colpe, la mia psicologa mi ha aiutato a capire che è solo un gioco malato il tuo- balbettai

-Malato? Questa non è malattia, e digli a quella stronza di Elisabetta che quando ti psicoanalizza non ti deve mettere nella testa altre stronzate come questa.-

-come fai a sapere il suo nome?-

-nessuno può tenermi lontano da te michi… ce lo eravamo promessi, non ricordi?-

In quel momento, l’unica cosa intelligente che mi venne da fare, fu assecondare i suoi discorsi.

-Non mi ami anche tu forse?- chiese Jacopo girandomi di scatto

-Certo che sì..-

-non hai nessun altro vero?- chiese Jacopo ancora, annusando il mio collo

-No..- balbettai sottovoce

-Più forte cazzo, dillo!-

-No.. – gridai con un filo di voce

In quel momento non ero più il topo, ma un serpente che tenta di mangiare un altro, senza avere i denti giusti.

-Ma…siccome tu sei abituata a dire tante cazzate, facciamo che non ti credo, e la facciamo finita.-

-cosa significa?-

-significa che non meriti di vivere, amore.-

Jacopo prese la pistola dalla sua tasca posteriore, me la posò alla tempia con delicatezza, quasi a regalarmi un fiore, continuava a parlare a parlare. Io non riuscivo a pensare ad altro. Mi chiedevo se avesse fatto male morire, e se avesse fatto meno male di tutto quel male che mi aveva investita in quei mesi.

Pensai che non mi sarei mai diplomata, che non mi sarei mai innamorata, che non sarei mai andata avanti, che non avrei mai potuto nemmeno provarci.

Pensai all’amore, e quanto in un attimo può diventare odio, e a quanto l’odio può pesare sul collo di una persona, a quanto può sfregare contro la tempia.

La sua pistola era carica di odio oltre che di pallottole, mi avrebbe fatto saltare il cervello, e insieme alla mia testa sperai che sarebbe saltata anche tutta quella tristezza.

-Spara.- gli dissi ad occhi chiusi, quasi a non vedere la faccia dell’uomo che avevo amato perdutamente puntarmi un' arma alla tempia.

Esitò un attimo, giusto il tempo di aprire gli occhi e vederlo smarrito. Gli tirai un calcio, la pistola gli cadde dalle mani, mi rimbalzò sui piedi e arrivò poco più in là del mio corpo. Lui mi si rivoltò contro, il suo peso era maggiore del mio, mentre tentava di soffocarmi, come quella notte, mi aggrappai all’unica idea felice che possedevo della vita, pensai a mia madre, a quanto avrebbe sofferto per me, fu l’unico frammento di vita a cui potessi aggrapparmi per combattere ancora.

Allungai le dita, mentre l’aria iniziava a mancarmi, mi sentivo le vene del collo restringersi, la gola infiammarsi, quando raggiunsi la pistola, Jacopo aveva quasi finito il suo lavoro in modo pulito.

Prima che potesse accorgersi di cosa stavo facendo, senza vedere, un po’ alla cieca, sparai.

La morsa si allentò di colpo, l’aria sembrò rientrarmi nel petto tutto d’un fiato. Sentivo i miei occhi completamente bagnati. Stavo piangendo senza avere la forza di farlo.

Avevo il sangue di Jacopo sulla maglietta dei red hot chilli peppers, sulle mani, sul collo, tra i capelli.

Quella sera per salvarmi da un mostro ero diventata anche io un mostro.

Mi chiesi a lungo cosa fosse successo nella testa di Jacopo, cosa lo avesse trasformato in quella belva assetata di odio, cosa avessi fatto di cosi sbagliato, e cosa invece fosse l’amore, e cosa non lo fosse in realtà.

Per molto tempo sono stata insicura sulla risposta, in verità non so rispondere con esattezza neppure adesso.

Le uniche cose che so è che l’amore non è quello, non è pistole, non è sangue, non è violenza, non è lacrime, non è parolacce, non è distruzione, non è persecuzione, non è messaggi continui, non è chiamate senza sosta, non è schiaffi, non è lividi, non è controllo.

Per molto tempo ho anche pensato a come sarebbe andata se Jacopo fosse rimasto Jacopo.

Forse ci saremmo sposati, forse sarebbe finita e basta come mi aveva detto mio padre, forse avremmo avuto dei figli, o forse no.

La gente quella sera mi ha guardato come si guarda un cucciolo di cane, avevo appena sparato ad un uomo, e le persone provavano compassione per me, non li capivo, non li avevo capiti quella volta.

Ma l’ultima volta che sono stata dalla psicologa ne abbiamo parlato a lungo, ed ora so perché.

Ci vuole tanto coraggio per essere mostri davanti ad un mostro, per premere il grilletto prima di sentirsi lo sparo nella testa, per non mollare anche quando ogni parte di te vorrebbe abbandonarsi alla morte, e per uccidere l’unico uomo che io abbia mai amato in tutta la mia vita.

Non sono mai tornata in me, a volte penso che dentro di me, adesso ci viva un’altra, neppure essendo così coraggiosa, come mi ripetono tutti, riesco a riprendermi. Continuo a vedere i lividi quando mi guardo allo specchio, continuo a sentirmi perseguitata, controllata, spiata. Anche quando devo lavarmi non mi tolgo mai i vestiti.

Faccio la doccia coi vestiti addosso, si, questa è una risposta a tutte le domande della gente.

Come ci si riprende da una cosa così?

Non passa mai abbastanza per tornare apposto.

Jacopo, il mio persecutore, anche da morto continua a seguirmi, e compare, anche se non voglio, in tutti i miei disegni.

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