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Una storia di GianlucaDiMatola

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Il tempo aggiusta ogni cosa

Una vita che improvvisamente cambia. Un episodio irreparabile che stravolge l'esistenza. Poi l'amore. La rinascita. La rivalsa

Pubblicato il 11 marzo 2015

Il terrone è così, si sa. Nasce legato alle sue radici ed è impossibile trascinarlo via dalla sua culla. Poi gli stereotipi del sole, del mare e della pizza, come fai ad abbandonarli? Ed io ne ero rapito.

Avevo trascorso gran parte della mia vita, trentacinque anni, tra le venature di una Napoli che, secca come un vecchio tocco di legno, amavi esporla nel punto più in vista della casa.

Mi ricaricavo la vita con i suoi odori, sfumature. Con la disponibilità della gente. Con le contraddizioni. Con il loro menefreghismo. Io pigliavo tutto ciò che Napoli mi offriva. Ero accogliente e disponibile nei suoi confronti. La comprendevo. Evitavo di giudicarla. Non era colpa sua se gli puntavano tutti il dito contro.

Pure quel giorno ero in sua compagnia. Me ne andavo scarico di pensieri dove il mare arrotonda le fatture degli alberghi e regala baci tra gli innamorati. Ero con la mia amata Napoli quando si spense la luce.

Oggi il lavoro mi porta via gran parte della giornata. Lascio casa intorno alle otto e trenta per farne ritorno non prima delle cinque del pomeriggio. Vendo contratti telefonici. Cerco di prendere per il culo la gente sparando una raffica di vantaggi inesistenti. Si troveranno ad acquistare una scatola magica che di magico ha solo il premio che intascherò io. È inutile dire che le vittime migliori sono casalinghe e anziani.

La gente del condominio è tranquilla. Ci vivo da due anni e avrò scambiato al massimo un buongiorno e un buonasera con un paio di loro. Ne avessi mai visto uno affacciato ad una finestra. Pure in piena calura.

Da quando mi sono trasferito, con la mia famiglia natale ho avuto contatti sporadici. So che di questo ne soffrono. In particolare mia nonna Ada. Ma rispettano la scelta che ho preso. Ho bisogno di ripartire e di ricostruire. Non voglio tagliare ponti, ma ho bisogno di costruirne degli altri.

Gli amici hanno capito. Qualcuno, più caparbio, invia delle mail ripescando ricordi di vecchie bevute, viaggi e memorabili avventure. Le cestino subito dopo averle lette.

Spesso mi tormento chiedendo a me stesso se sono vivo o morto. Oppure se quel giorno in sala operatoria, mentre i chirurghi rimettevano apposto le mie ossa cercando di ricacciarmi dentro la vita a furia di scariche elettriche, avessero dimenticato di ricucirmi l’anima.

Nell’istante in cui le ruote del Suv scelsero di non fermarsi davanti a quel semaforo rosso ed io fui l’unico ostacolo a farglielo notare, probabilmente sarebbe dovuto finire tutto lì. Ma non andò così.

Furono necessari sei mesi d’ospedale affinché io potessi riguadagnare una parvenza d’uomo. Notavo la gente girarmi intorno sorridente. Felice. E non ne trovavo una ragione sensata. Poi qualcuno mi confidò che erano contenti perché ce l’avevo fatta. Malgrado tutto, ero lì. Ma io continuavo a non capire cosa cazzo avessero da compiacersi. Le gambe non mi giravano più. E non si trattava di una condizione temporanea. Me l’aveva detto un medico grassoccio e butterato durante un giro di visite. Teneva in mano una lastra e, contro la luce filtrata da una finestra, indicava alcune vertebre della mia colonna vertebrale. “Vedi qui?” Faceva. Poi spostava l’indice poco sopra e ripeteva – “E qui?” Gli risposi di sì soltanto per compiacerlo, per farlo tacere e dare un premio al suo ego. In realtà me ne sbattevo i coglioni di quel teatrino da fine accademico che aveva allestito, avevo compreso da un pezzo dove stesse andando a parare.

Da quel momento, a giorni alterni, due infermiere si occuparono della mia igiene personale. Toccavano il mio corpo come se stessero avendo a che fare con un oggetto inanimato. Sentivo, lì dove avevo ancora sensibilità, il lattice dei loro quanti che sfregava freddamente la superficie del mio corpo. Sfioravano il mio sesso, lo spostavano in giù, in su, a destra e a sinistra come due automi. Braccia robotiche. E fu quella la mia amara presa di coscienza, dopo mesi di coma, tra ciò che ero, e ciò che adesso rappresentavo per una donna.

Avevo scelto Varese non solo per la volontà di allontanarmi il più possibile, ma per l’opportunità lavorativa che mi consentiva di avviare un percorso di vita indipendente.

Tra le mura domestiche non riuscivo più ad imporre nulla che mi appartenesse. Mi sentivo privato di ogni volontà. Della facoltà di prendere anche la minima decisione. Riversavo le mie frustrazioni su chiunque mi passasse accanto. Non facevo alcuna distinzione. Colpivo nel mucchio.

I militari dell’arma furono incapaci di identificare il mio investitore. Le indagini durarono per circa un anno. Poi, attraverso l’avvocato di famiglia, fecero sapere che il caso sarebbe stato archiviato. Ne erano dispiaciuti, ma è così che stavano le cose.

L’appartamento in cui vivo è discreto, ma disegnato per le mie esigenze. Una cucina con bagno, camera da letto ed uno studio. Svolgo una vita alquanto riservata. Ogni tanto qualche collega di lavoro passa a bersi una birra, ma nulla di eccezionale. Preferisco tenere una certa distanza con le persone.

Renato è l’autista del pulmino che passa a prendermi la mattina. È un ragazzo di origini tunisine ma nato e cresciuto nel ventre della Lombardia. Insomma, uno dei tanti stranieri che sostiene il nostro paese senza curarsi del disprezzo di una certa classe politica.

L’italo-tunisino è filiforme ma tanto lungo che se alzo la testa rischio di bloccarmi la cervicale. È lui a caricarmi con tutta la sedia a rotelle sul pulmino. Ed è pure l’unico con il quale ho stabilito un dialogo.

Durante il tragitto che dura all’incirca venti minuti, ci facciamo delle grandi chiacchierate. È un profondo estimatore di Nino D’Angelo, e nonostante glielo ripeta tutti i giorni da ventiquattro mesi, chiede sempre se l’ho conosciuto. Quando gli rispondo di no, intravedo sul suo volto un’espressione delusa. Per lui è inconcepibile che un napoletano non conosca Nino D’angelo.

Ad Aprile di quest’anno ho conosciuto Giada. Rientravo dal lavoro. Il sole iniziava ad essere più presente e la penombra si era appena affacciata sul cortile antistante al palazzo. Mi ero incartato con le chiavi, e non riuscivo proprio a trovare quella giusta. Sembravo vittima della sindrome da film Horror, dove il protagonista non riesce mai ad aprire la porta al primo tentativo. Poi all’improvviso, dalle mie spalle, come un’eco proveniente da luoghi lontani, mi arrivò una voce: “fai provare a me, magari sono più fortunata.” In quel frangente non le dissi niente, un po’ per la soggezione che mi suscitò, e in seconda battuta per la figuraccia che avevo fatto. Va bene la condizione di disabilità, ma conservavo ancora un barlume di orgoglio maschile.

Prendemmo insieme l’ascensore. Volevo lasciargliela. Le dissi che avrei atteso il mio turno. Insistette per prenderla insieme. Riesco a percepire ancora il profumo che invase tutta la cabina. Era di una dolcezza unica. Mi ricordava i dolci di mia nonna che mettevano in me un’allegria mai più provata.

Lei giunse al suo piano, il secondo. “Sembro sfacciata se ti chiedo di conoscerci davanti ad una pizza una sera di queste? Abitiamo a pochi metri e non ci conosciamo. Che vergogna.” – aveva saputo spiazzarmi per la seconda volta in un impercettibile lasso di tempo. Feci un cenno d’approvazione con il capo cercando di farmi capire.

Da quel viaggio in ascensore, Giada trasformò la mia esistenza da una insignificante pallina di sterco ad una pepita d’oro. Quando non c’era, e capitava spesso per il lavoro che svolgeva, mi mancava come soltanto l’uso delle gambe, fino ad allora, mi era mancato.

Rientrava dal suo impiego di hostess presso una compagnia di voli di linea e, senza neanche metter piede nel suo appartamento, passava da me: “è mai possibile che neanche la distanza tra cielo e terra può allontanarci?” – diceva mentre piazzava il suo cappellino sulla mia stempiatura.

Con lei ero tornato a fare l’amore. Dall’incidente non c’avevo mai provato. Quella capacità, il Suv, non me l’aveva portata via. Mi era mancato però il coraggio di avvicinarmi ad una donna.

Ma con Giada fu tutto insolito. Non ci furono differenze. Barriere. Normalità o diversità. Nulla che potesse contrapporsi alla reciproca voglia di unirci. Ci venne normale. Naturale. Fu come avvicinarsi ad una persona che vuoi bene e desideri tenergli la mano.

Nell’intimità osservava i miei segni. Le mie ferite. La fonte di ogni dolore. – “Di queste me ne occuperò io, non devi più temerle.” – mentre sentivo i suoi capezzoli spingermi lo sterno.

Quella bambina la trovavo speciale. Di una tenerezza infinita. Poteva avere tipo cinque anni. Quando mi venne incontro nel cortile, senza badare minimamente alla mia condizione, mi ricordò la purezza. Anche sua madre era cortese, e con il suo papà, Maurizio, mi ero intrattenuto nel solito luogo dove avvenivano i miei principali incontri, l’ascensore.

Maurizio, oltre ad essere il rappresentante di una multinazionale del tabacco in giro per l’Italia, era un fissato delle questioni condominiali. Spesso dovevo accampare scuse strampalate per evitare che anche le ruote della sedia a rotelle si sgonfiassero per le troppe parole di scarso interesse.

Decisi di invitarli tutti a cena per suggellare questa nostra amicizia. La famiglia Augusti al completo.

Mi dedicai interamente ai fornelli. Creai uno schifo indicibile ma ne venne fuori un risultato soddisfacente. Preparai perfino un menù dedicato interamente alla piccola Anastasia, proprio come in un ristorante. Le piacevano tanto i tortini di mela. Gliene infornai uno da cuoco stellato.

Ci mettemmo a tavola intorno alle otto di sera. Era un sabato di settembre. La temperatura, gradevole, consentiva una cena sostanziosa. La tv trasmetteva una partita della nazionale italiana di calcio, ma Anastasia pretese un canale digitale dove sparano cartoni animati 24 ore su 24.

Sapevo che a Maurizio piaceva bere il buon vino. Acquistai per l’occasione un bottiglia parecchio pregiata. Rigorosamente italiana. Mi costò un botto ma feci un figurone. Le linguine ai frutti di mare e l’insalata di polipo fecero il resto.

Dalle loro smorfie goduriose, capii che non avevano mai mangiato così bene. Serena non doveva essere una patita dei fornelli. Aveva le unghie perfettamente curate. Nessuna scalfittura. Tipiche di chi non ha mai strofinato un piatto in tutta la sua vita.

Anastasia iniziò a fare i capricci. Non volle in nessuna maniera mangiare il suo piatto di spaghetti al pomodoro. Cominciò a battere i piedi a terra pretendendo di avere fin da subito il tortino alle mele. Per scongiurare il pericolo che sfondasse il pavimento, finendo al piano di sotto, la dovemmo accontentare.

Avrei servito il dolce ai miei ospiti soltanto qualche ora dopo.

Ad Anstasia il sonno sopraggiunse quasi all’istante. - È strano, di solito ci fa dannare l’anima per andare a letto. – spiegò Serena volendosi giustificare. Sdraiammo la bambina su una poltrona sistemata in salotto per farla stare comoda.

Arrivati all’amaro, anche Maurizio iniziò ad accusare un leggero cerchio alla testa. Poi uno stato di spossatezza accompagnato dalle gambe e le braccia pesanti. Stesse sensazioni, in breve, si manifestarono su Serena.

“Sarà stato qualcosa che abbiamo mangiato. C’avrà fatto male” – spiegò Maurizio sbiascicando le parole. Intanto, Serena, dall’alto del suo metro e settanta, era caduta dalla sedia. Giaceva sul pavimento priva di sensi.

Vidi la testa di Maurizio ciondolare come una molla sgangherata. I suoi occhi erano privi di direzione. Cercavano un punto fisso nel tentativo di avere un riferimento.

“Non ti sei mai ricordato di me, vero? In tutti questi anni neanche un dubbio, un sospetto. Niente.” Gli parlavo mentre la sua bocca schiumava saliva. Aveva perso il controllo muscolare e i succhi gastrici iniziavano a fare il resto.

“Hai creduto di poter sparire. Di goderti la tua fottuta vita senza pagare il conto. Fartelo succhiare da tua moglie mentre svogliato, col telecomando tra le mani, cambi canale alla tv.”

Non lo perdevo di vista. Lo osservavo, andava alla ricerca della sua Anastasia. Tentava di allungare il collo verso il salotto ma faceva fatica a restare dritto sulla sedia. Tra un po’ sarebbe crollato pure lui. Nella sua fetta di dolce avevo messo doppia dose di sonnifero e topicida.

“Conserva le energie, tanto sarà già morta” – dissi. “Avevo calcolato di farvi morire insieme. Ma quella maledetta ha insistito per avere la sua cazzo di torta.”

Veloce mi sfilai la maglietta. “Guardami” – gli urlai. “Queste sono le ferite che mi hai inferto. Centotrenta punti. Ho cuciture che partono dalla tesa e finiscono sulle gambe”. Accarezzavo i miei arti inferiori come fossero nazioni su di una cartina geografica. “La mia milza è finita nel sacco dei rifiuti. Era spappolata come una merda calpestata sul marciapiede. E le gambe, guardale… guardale” – mentre le punzecchiavo con i denti di una forchetta. – “Ormai sono carne morta”.

Si stava spegnendo. Il respiro si era trasformato in un rantolo e dalla bocca il sangue aveva sostituito la schiuma. L’emorragia interna era spietata.

Li avevo lì. Tutti e tre davanti. Il cuore mi batteva forte e l’adrenalina distribuiva un piacevole senso di onnipotenza. C’ero riuscito. Finalmente avevo riscattato il mio essere sopravvissuto. Con tremila euro ed un investigatore privato, ero arrivato dove l’ordinaria giustizia decise di mollare. E non provavo nessun rimorso. Anzi, in quella sopraggiunta sensazione di arsura, la gloria era l’unica fonte che mi dissetava.

Un rumore secco. Maurizio era a terra.

Presi il cellulare. Composi il numero di Giada.

- Ei, uomo bello. – rispose lei al secondo squillo.

- Mi manchi. – era proprio così.

- Poche ore. Riuscirai a resistere?

- Muoio ogni volta che vai via. Rivivo tutte le volte che ti rivedo tornare.

A queste mie parole Giada fece una lunga pausa. Riuscì ad avvertire un sospiro così lungo da durare diversi secondi. Era decisa, una donna consapevole. Ti ghiacciava con i suoi occhi verde cobalto. Ma l’emozione, l’imprevedibilità di un’emozione, la spiazzava come una dilettante.

- Come è stata la cena? – fece per uscire da quell’attimo di imbarazzo.

- È filata liscia. – spiegai in breve.

- Sono andati via? – chiese.

- Sì! Pochi minuti fa.

- Stanco? – era teneramente premurosa.

- Leggermente.

- Ho da farti un paio di confessioni, posso?

- Di che genere?

- Fin da quando quella voce dal vuoto mi entrò nella testa, la costante certezza di amarti non mi ha mai abbandonato. Sì, ho avuto paura di aprirmi a te. Lo ammetto. Avevo il timore di pagarla cara questa debolezza. Ma la morte già la conoscevo. E se pure si fosse nascosta dietro le tue sembianze, sarei tornato volentieri tra le sue braccia. Hai liberato il mio corpo, Giada. La mia mente. Se ti va, e se me lo permetterai, vorrei che tu avessi la consapevolezza di avermi sempre accanto. E che io ti avrò con me, nel tempo privo di intervalli, orfano di riferimenti.

- Non potrei volere altro. Però mi stai spaventando. – il timbro della sua voce si fece insolitamente sottile.

- È soltanto stanchezza, stai tranquilla.

- Andrea, lascia stare tutto come sta. Non toccare niente. Rimetto apposto io non appena rientro. Vattene a letto.

- Sì! Dopo aver mangiato l’ultima fetta di torta, amore mio.

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