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Una storia di LuigiMaiello

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Scrivere e riscrivere, come in una rituale imperfezione.

Pubblicato il 04 maggio 2017

“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”

Ludwig Wittgenstein

Come in una rituale imperfezione, la mia,

mi ritrovo a rileggere articoli e storie che ho scritto tempo prima, e mi viene sempre voglia di cambiare qualcosa: eliminare una parola, aggiungere una frase o chiarire un concetto.

La ricerca di una migliore forma letteraria si lega a una diversa “forma mentis”, a un modo nuovo di vedere le cose. Una condiziona l’altra in un corpo a corpo in cui le storie vissute, quelle lette o solo immaginate, riscrivono continuamente la mia biografia.

Cambiano le emozioni e i ricordi. Cambia la percezione delle cose.

Prendetela come la confessione di uno scrittore/lettore che a volte torna su ciò che ha scritto, forse perché una frase o una parola evocano sensazioni diverse a distanza di tempo e il cambio di stato mentale dipende più dalla sensazione evocata dalla parola, che dalla parola stessa.

Così il “sole” di un cielo sereno, che dà l’idea di benessere e libertà, può diventare ossessivo e bruciare sulla pelle, quando, di notte, ti rendi conto che di giorno, al mare, ti sei curato poco di lui.

Le parole hanno il potere di cambiare il mondo,

ma non basta che un messaggio sia vero, perché le persone lo credano tale. È la coerenza, non la completezza delle informazioni che conta per una buona storia; ma il mondo ha molto meno senso di ciò che crediamo e la coerenza deriva soprattutto dalla nostra mente.

Le idee vanno tradotte in versi che le facciano sembrare vere, quindi realizzabili, come nella più classica delle profezie che si autoavvera.

“Il cuore manda il sangue al cervello, che deve essere nutrito con vocaboli caldi”. (Andrea Fontana - Storytelling d’impresa).

Ogni parola si porta dietro una o più immagini,

che riassumono molto di ciò che sappiamo dei suoi significati. Perfino le parole astratte, quelle che non rimandano a niente che abbia consistenza fisica (ad esempio “gioia”) fanno pensare a delle rappresentazioni.

“Immaginare non significa altro che pensare per immagini” (Annamaria Testa).

Quando una persone scrive, è sempre alla ricerca di qualcosa.

Si scrive per essere letti, ma anche per colmare una lacuna, una mancanza, oppure per far provare emozioni al lettore, cercando di coinvolgerlo in una storia in cui possa rispecchiarsi.

Comunichiamo gli uni con gli altri perché la nostra conoscenza del mondo e il nostro uso delle parole sono in gran parte condivisi, ma ci sono parole che a volte cambiano senso. È necessario trovare sempre quelle giuste, perché un cercatore di parole è prima di tutto un cercatore di emozioni.

Ciò a cui tutti gli scrittori dovrebbero aspirare è la leggerezza,

che Italo Calvino ne Le Lezioni Americane ha definito come “precisione e determinazione, non come abbandono al caso”.

Ogni volta che scrivo c’è un lavoro di sottrazione di tutte quelle parole inutili e sgradevoli, una lotta che sembra non finire mai. Parole che sono come i sassi che calpesti per caso su un prato verde: non fermano i tuoi passi, ma trasmettono una sensazione fastidiosa, breve, che sale subito dal piede fino alla schiena e ti fa capire che c’è qualcosa che non va, qualcosa che non dovrebbe essere in quel posto.

Ricercare la leggerezza può sembrare un ossimoro,

ecco una di quelle parole difficili, che non si dovrebbero utilizzare, ma ora è la necessità di spiegarmi al meglio a prendere il sopravvento, perché, in questo tempo in cui non s’impara andando sempre di corsa, a volte bisogna anche approfondire dei concetti e usare dei periodi più lunghi, proprio come questo. E bisogna anche usare le parole giuste, ridando loro senso e qualità. Troppe volte infatti, come ha scritto il poeta greco Ghiannis Ritsos:

“le parole sono come vecchie prostitute che tutti usano, spesso male”.

Ogni storia è diversa dall’altra anche per il momento in cui nasce.

Questa riflessione, ad esempio, è stata scritta a mano, in treno, dopo aver riletto un articolo di qualche anno fa. Doveva essere solo un appunto, una frase da fissare con la penna su un foglio per ricordarla meglio, ma poi mi sono accorto che la mano non voleva fermarsi e la penna continuava a scrivere. A quel punto sarebbe stato un peccato non assecondare il flusso.

“Al massimo dopo elimino qualcosa” - pensai - “Anche se poi ci vuole molto coraggio per tornare indietro” - rifletto ora.

Ci vuole coraggio anche per trovare un finale risolutivo

e allora è meglio se rimane aperto, come un cerchio che non si chiude, come una storia che non finisce. Forse perché il finale giusto non c’è, oppure perché le storie belle non dovrebbero avere una fine. Ma questa in realtà non è una storia bella, è solo una riflessione, e allora tutto rimane sospeso perché, anche se cerco di scrivere in modo chiaro e semplice, non sempre ci riesco. Forse perché in tutto il resto sono complesso.

Se poi verrà il momento in cui troverò le parole giuste,

vorrà dire che sarò cambiato, ma il cerchio rimarrà sempre aperto ai cambiamenti, con un finale da scrivere e riscrivere.

Come in una rituale imperfezione, la mia.

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