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Una storia di LuigiMaiello

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La lancetta degli attimi

Giochiamo a sfiorare le cose, questo è il nostro destino.

Pubblicato il 18 settembre 2017

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Che poi a guardarti nel treno, assorta nei tuoi pensieri, nessuno penserebbe che uccidi tutti gli uomini che ci provano con te.

Questo mi avevi detto, e ora che ti rivedo, ci ripenso divertito.

Un modo per dirmi “Non voglio ballare”, un piano per restare da sola. A questo avevo pensato. Poi un passo indietro, un giro su te stessa, il fumo in pista e neanche un saluto.

I capelli ondulati ora sono raccolti intorno a una matita e una maglia di lana ha coperto il top a rete. Ricordo ancora come si muovevano le tue gambe e la tua testa, ora china su un libro da cui non distogli lo sguardo.

Qualcuno passa e ti urta il ginocchio, alzi la testa, mi vedi e accenni un sorriso, poi torni a leggere. La fugacità è la costante dei nostri incontri.

Ma uno sguardo attento nota che in mano stringi quel libro pericoloso. Sembri diversa, ma gli occhi sono gli stessi, grandi e immersi nella storia di cui sei l’unica protagonista.

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Mi avevi detto all'orecchio -Sono malata d'amore.

Mi era venuto da ridere. Adesso non più. Adesso che giri le pagine di Poe mi viene da pensare che anche tu come lui sia maledetta nell'anima. Come la pelle e i denti di Berenice quando provava ad amare qualcuno. Diventava bianca la sua pelle, fino a mostrare le vene, i denti diventavano affilati come quelli del demonio. Berenice aveva un buco nel cuore pronto a fare altri buchi. Sei tu quel demonio. Vorrei parlarti. Di cosa? Proprio del cuore, il mio, che è rimasto incastrato su di te in pochi attimi. Non so come. Ti vedo, ci sei e non sei qui. A guardarti meglio, sembri una collegiale, impacciata, che non vuole dare confidenza agli sconosciuti. Provo a sorriderti, io non sono uno sconosciuto. Mi hai incontrata tre notti fa, che te lo ricordi si vede. Abbassi gli occhi, dopo che hanno incontrato i miei, li ributti sulle pagine di Poe, e a me mi lasci immaginare tutto. Quello che potremmo fare, dire insieme, quello che io potrei farti da solo.

C'è buio, in galleria. Avevo bisogno del buio. Mi sento a disagio perchè avverto che mi stai cercando, vuoi un contatto. E' un momento in cui il respiro mi aumenta, il tempo di attraversare la galleria e di nuovo il paesaggio corre ad alta velocità fuori dai finestrini. Sono sicuro che nel buio ci siamo cercati. L'avrò immaginato? Tu leggi, leggi, e capisco cosa provi da quel sopracciglio che si inarca. Non c'è niente di reale, solo questo treno che resta incollato ai binari. Non so neppure il tuo nome. Ti chiamerò Berenice e voglio dirti che se vuoi mi puoi uccidere.

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Il treno sussulta e il ritmo s'incupisce, non è più chiaro e metallico, non è più in grado di continuare il suo moto ipnotico; anche il paesaggio invernale lì fuori rallenta progressivamente e i contorni freddi e lontani delle cose ora riescono ad essere più netti, sicuri, percepibili. Ci stiamo avvicinando alla stazione, ma tu non lo sai, Berenice. I capelli neri come ali di corvo cadono diritti sul profilo del tuo viso che non vedo più, ma intuisco ed immagino. Gli occhi sono sempre sulle pagine di Poe, come crateri spenti e neri, ma che risucchiano tutto quello che sta intorno. Mi sento così, avvolto nella spirale del tuo sguardo profondo, anche se non mi appartiene, anche se l'hai staccato da me. Sembra un sussulto inquieto del cuore, dell'anima, ma è solamente il treno che si ferma, che smette di dire la sua litania. All'improvviso ti alzi, prendi il tuo zainetto nero e così piccolo che sembra inutile come una mattina senza sole e scendi dal vagone. Il tumulto che provo nel vederti allontanare non mi lascia indifferente, e allora ti seguo. Non è la mia fermata, ma non posso farne a meno.

La stazione è grigia e polverosa, non ci sono colori, ma tutto è coperto da una patina di tempo, indifferenza e languore. Anche la linea gialla di sicurezza, sul marciapiede; anche l'obliteratrice verde come le speranze degli uomini che s'infrangono in un timbro stinto ed inesorabile.

T'incammini lenta, con il libro di Poe in mano, ma sembra che non ci sia nessuno ad aspettarti. La stazione è quasi deserta, solo qualche viandante con lo sguardo sparuto, di chi non sa dove andare. L'atrio è freddo, fatto di marmo giallo, su di cui i tuoi passi rieccheggiano come in un'anticamenra vuota, verso il nulla. Non sento il caos della città, sulla strada fuori dalla stazione. Automobili e tram, taxi e scooter. Tutto inutile ed insignificante, tranne la tua ombra, Berenice.

Il giardinetto vicino all'uscita della stazione ha alberi stinti aggrappati al cielo invernale. Ti siedi sull'unica panchina e riapri il libro di Poe, e come un messaggero venuo da chissà dove, una cornacchia si posa sul bordo del cestino per i rifiuti, lì accanto a te. Non so perché, ma questo mi da coraggio e sto per avvicinarmi. Sto per alzare lo sguardo, aprire la bocca, rivolgerti la parola, Berenice. Questo è tutto quello che voglio fare. Mi avvicino, ma la cornacchia muove il capo, mi guarda interrogativa, con il suo "cra", che non ammette repliche e trattiene il mio passo.

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Te ne vai, senza guardarmi, ma accompagnata dai miei occhi che ormai hanno la sola ragione di desiderarti. Hai lasciato dietro di te questo alone misterioso, questa sensazione di incompiuto, di bramoso e tenebroso, come i tuoi capelli, come le penne di quest'uccello da guardia che, mentre tu svolti l'angolo dietro alla stazione, se ne vola via silenzioso com'era venuto. Berenice, ti ho chiamata, come una strana malattia che entra nel sangue e mi fa scorrere nelle vene sensazioni strane, che mai avevo provato prima. Chi sei? Perché mi hai sedotto per dirmi "Non voglio ballare"?

Torno a quella sera, ora che ti ho persa di nuovo, e torno anche sui miei passi, a casa. Questa casa da single che è sempre grigia anche quando le giornate di primavera prorompono da fuori, per aprire un varco nella mia banale quotidianità, ma non ce la fanno. Ogni giorno sempre uguale, ogni ora è monotona, senza vederti. Il sole se ne sta lì, nel suo cielo, dal tramonto all'alba e non si cura di noi; non gli interessa se c'è chi vive, se c'è chi muore... e se c'è chi, come me, aspetta di vedere la lancetta degli attimi sull'orologio delle occasioni perdute. Sarà un'altra notte insonne.

Mi trascino per altri due o tre giorni nella solita quotidianità; un paio di amici mi chiamano, ma non ho voglia di sentirli. Se la ridono, e sembrano non capirmi, quando gli parlo di te. Allora, al diavolo! Ma a cosa servono gli amici, se non stanno ad ascoltarti? Solo attimi di dolore.

La terza sera esco, da solo. E' ovvio, per me, ormai. In centro ci sono le solite facce, le solite luci stinte, i soliti discorsi che scivolano sopra il tempo senza intaccarlo. Almeno c'è il buio. Non è la prima volta che ne sento il bisogno. Mi perdo in macchina, come la volta scorsa e, chissà come, torno nello stesso posto e forse anche nello stesso istante in cui ti ho vista la prima volta. E' una strana sensazione, come un rendez-vouz fuori dal tempo e dallo spazio.

Riconosco il posto, è lo stesso dell'altra volta, anche se non saprei ritornarci, così, a memoria. L'ho trovato e basta. La sensazione che tu ci sia è forte. Ti sento, Berenice. Anche stavolta c'è la musica, e penso sia la stessa (ho già vissuto questo istante). Luce e buio. Luci strobo. Nero assoluto. Istanti. Ecco la lancetta: tu che balli come una falena attorno al lampione, nella notte. Questa volta non voglio farmi ingannare dal fumo.

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Il rumore di una discoteca nelle vicinanze copriva il vociare delle persone, e il freno della mia auto con uno strido impiantò le ruote al suolo nell'istante che ti ho vista.

Vestita di nero, presa da una singolare euforia, rapita da una sinfonia che solo tu potevi sentire ballando con le braccia protese al cielo avvolta da nubi di fumo passivo, io stavo immobile, ancora aggrappato al volante, preda di una violenta vertigine, a fissarti e chiedermi se fossi vera o soltanto un sogno. In una mano reggevi un bicchiere mezzo pieno, birra o forse qualcos'altro, e il vestitino che indossavi lasciava intravedere l'incavo dei tuoi seni, scendendo e mostrando il candore della tua pelle, illuminata dalla luce dei faretti alogeni, che sui tuoi capelli dava vita a sfumature bluastre.

Chi sei? Dovevo saperlo.

Avvicinasti le labbra al drink per sorbirne un piccolo sorso: potei sentire il sapore del tuo rossetto nella bocca. Era naturale il rosso delle tue labbra?

Ero smarrito nel deserto dei miei pensieri, e tu eri la fonte d'acqua per placare la mia sete. Volevo bere, sentire la tua acqua cristallina giù per la gola, assaporare la tua freschezza e magari annegare ... sì, quale dolce supplizio.

Scesi dall'auto, la chiusi, e tenendo lo sguardo fisso su di te iniziai ad avvicinarmi.

Avevi smesso di ballare, guardavi pensierosa il vuoto ai tuoi piedi: eri tornata alla realtà, potevo leggere il disincanto nei tuoi occhi. Accelerai il passo, le persone di passaggio mi ostacolavano, ma quando fui a due passi da te il tuo telefono suonò. Fui costretto a fermarmi.

Rispondesti con voce neutra, dicendo a chi ti aveva chiamato che saresti tornata tardi e che ti avrebbero accompagnata. Chiusa la telefonata continuavi a guardare il cellulare: scorrevi il pollice sullo schermo, forse usando qualche app. Dovevo avvicinarmi, ma con quale scusa? Forse offerndoti qualcosa: cosa stavi bevedo? Sembrava Jack Daniel's con menta e ghiaccio.

Mi mossi per raggiungere il bar lì accanto, ma quando il tuo sguardo si levò incrociando il mio il mondo intorno a noi si fermò. Avevo gli occhi spalancati sul tuo viso, bellissimo, di una macabra dolcezza, di quel candore che hanno solo le statue di Canova, e sotto un ciocca scura che pendeva sulla tua fronte due pietre d'onice nera splendevano sui tuoi occhi. Ancora quella sete, quella voglia irrefrenabile di poggiare le mie labbra su quella fonte di petali di rosa che è la tua bocca. Anche tu mi guardavi assorta, interrogativa, e passò qualche secondo prima che la tua voce pronunciasse: «Ci conosciamo?».

"No, ma mi piacerebbe tanto" avrei voluto dire, ma non mi desti il tempo di rispondere.

«Mi ricordi qualcuno ma ... non credo proprio che tu sia la persona che intendo» accennasti un sorriso abbassando lo sguardo.

«Può darsi che sia io. Tu chi stai cercando?» dissi, mouovendo un passo ancora verso di te.

«Non credo -accennasti una risata- Sarebbe una follia» restavi vaga, misteriosa, non volevi che capissi, ma era proprio questa tua ombra ad attrarmi.

«Sei ad una festa?» ti chiesi guardando in direzione della discoteca.

«Più o meno. Sto festeggiando -mostrasti il bicchiere- ma per conto mio».

«Posso unirmi?» speravo che non mi avresti respinto.

«Tu perché sei qui?» domandasti.

«Passeggio» dissi di getto.

«Alle due e trenta del mattino?», giusta osservazione.«... Soffro d'insonnia» improvvisai.

«Interessante -bevesti l'ultimo sorso del drink- Ti capisco, capita anche a me».

«Posso offrirtene un altro?» ti chiesi.

«Mi fai compagnia?» eri maliziosa, e accettai di buon grado.

Prendemmo due Jack e menta e ci andammo a sedere più lontano, così che né la musica né la gente potessero disturbarci.

Le tue unghie erano dipinte di nero, e le tue dita erano adornate di vari anelli d'argento: eri una piccola bambola gotica, dolce e oscura. Cosa si nascondeva nella tua aura di tenebra?

«Cosa festeggiamo?» ti chiesi guardando i bicchieri colmi.

«È una sciocchezza -confessasti- non sto festeggiando nulla».

«Allora perché sei qui?» incalzai sorseggiando. Mi guardavi stranita, incredula di qualcosa nel mio aspetto: ti ricordavo qualcuno, ma ignoravo totalmente se questo fosse un bene o no.

«Gli assomigli terribilmente» sussurrasti.

«A chi?» volevo capire.

«Un mio ... amico» bevesti nel rispondere.

Provai una certa delusione. Le ricordavo un ex? Io provavo sensazioni così profonde e tutto si riduceva al più banale degli eventi?

«Avete litigato?» ti chiesi con scarso interesse, sorseggiando ancora.

«No. È morto».

Per poco non sputai. Mi portai una mano sulla bocca, ingoiando con sforzo:«Oh ... Mi dispiace», non ero assolutamente preparato ad una risposta del genere.

«Tranquillo, è successo molto tempo fa».

Rimasi in silenzio per qualche secondo, mentre tu continuavi a guardarmi. Eri stregata da qualcosa che non riuscivo a cogliere. Cercavi qualcosa in me, lo vedevo da come fugavi il mio sguardo, ma non osavi dirmelo.

«Scusa, potrà sembrarti strano ma ... gli somigli davvero tanto -guardavi le mie mani- i capelli, il viso, il colore degli occhi». Quale ingiustizia. Io volevo lei, nella sua unicità, mentre nella sua mente io ero il riflesso di qualcun'altro, di un suo ricordo.

«Se qui per il tuo amico?» ti chiesi. Avevo perso le speranze, eppure ti volevo.

«No. Sono qui per me. Volevo divertirmi e sono uscita. Dovresti farlo anche tu».

«Potremmo farlo insieme» suggerii.

«Non sai neanche chi sono» dicesti quasi con tono di sfida. Mi avvicinai, quasi sfiorando il tuo viso col mio: «Lo voglio sapere» sussurrai.

Non ti allontanasti, restammo immobili.

«Ne sei sicuro?» con un fil di voce potei sentire il tuo fiato sul mio viso. Pronunciai un flebile "sì". Con lentezza raggiungevo le tue labbra, aspettando che anche tu facessi un movimento.

Non avevo idea di chi fosti e non me ne importava: volevo quel momento, volevo te, volevo il tuo corpo, e non me ne fregava niente dei convenevoli. Era tutto lì, a quel tavolino, quella notte, carpe diem. Una tua mano mi sfiorò il viso e le dita mi solcarono le labbra, afferrando il mento e tirandolo verso di te che agguantasti la mia bocca con un morso. Poggiai la mia mano sulla tua nuca e ti avvicinai ancora di più, respirando il tuo odore, mischiando la mia saliva con la tua, sentendo i tuoi denti sulla mia pelle, eccitato dalla tua passione violenta. Mi alzai, per poco non rovesciai il tavolo, e ti avvolsi col braccio portandoti in piedi: scostando la mano sentii la pelle della tua schiena, calda e liscia. Aprendo gli occhi mi guardai intorno, constatando che non eravamo soli. Ci fermai: «Vieni con me» ti dissi prendendoti per mano.

Ci addentrammo nell'ombra degli alberi, lì non ci avrebbero visto, e quando fummo abbastanza lontani ti avvicinai ad un tronco e tornai a baciarti. Lo volevi anche tu, lo sentivo dalle tue unghie infilzate nelle mie spalle: mi facevi male ma non mi importava. Affondavi le fauci nella carne, quasi fino a strapparla come farebbe un lupo vorace, e con enorme sforzo trattenevo i gemiti di dolore. Ma mi stava bene, era un impulso troppo intenso perché mi fermassi. Ti sollevai il vestito sfiorando le gambe e le cosce, totalmente stordito dalla frenesia, ma ebbi un crampo allo stomaco quando mi strattonasti la testa all'indietro e sulla mia gola poggiasti la lama di un coltello.

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Mi ritrovai dove la pineta diventava selvaggia e l’aria più pesante. Davanti a me solo una casa di legno abbandonata e mal ridotta.

«Come fare per scappare?» - pensai per qualche istante, ma mi sentii come in un incubo, quando provi a scappare, ma ti mancano le forze per farlo. Lei era dietro di me, con il coltello puntato sulla mia schiena. Un topo scappò, uscendo da una trave, come se avesse avvertito anche lui il pericolo.

«Siediti qua» - mi disse, indicando una sedia in legno e cuoio. Poi con la bocca semiaperta, quasi come se stesse assaporando il cocktail di poco prima: «Ho qualche domanda da farti, ma stai attento a come rispondi, perché la tua vita dipenderà dalle parole che mi dirai».

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Cercavo di capire in che razza di luogo mi trovassi, è questo che fa un uomo quando si risveglia dentro a un incubo. Si guarda intorno cercando appigli che gli siano familiari e che lo facciano sentire meno solo e più vicino alla salvezza. Non ne trovai. Trovai solo te, che mi guardavi con un viso sfrontato, gli occhi incatenati sui miei. -Porca puttana, è uno scherzo questo..., fu la prima cosa che mi venne da dire. Una risata mi uscì da sola senza che potessi frenarla. Certo che era uno scherzo del cazzo, magari messo insieme da quei due scemi dei miei amici che l'altra sera mi avevano chiamato per uscire e io gli avevo raccontato di te. A pensarci bene, pareva quasi sapessero perchè non avevano fatto domande e un amico le domande le fa sempre se capisce che fai sul serio. Con te volevo fare sul serio. -Levami quel coltello davanti, stonza!, urlai.

Neanche ti muovesti.

-Domanda n.1..., che ci facevi sul treno?

-...come sarebbe a dire, che ci facevo sul treno?

Fuori c'era un rumore fortissimo, rami che si spaccavano, cedevano ai colpi del vento quelli secchi.

-Mi seguivi?

-Neanche per idea...

-Mi guardavi?

Mi era venuta l'ansia, come quando da bambino mio padre faceva le domande a mia madre e lei non ne azzeccava mai una, del tipo: "Dove sei stata stamattina?" e lei rispondeva "a fare spese" e lui le mollava un ceffone, che non era vero. Non era vero nemmeno se rispondeva "a casa di zia Maria", lui il ceffone glielo mollava lo stesso.

Alla tua domanda risposi con un sì.

-e perchè mi guardavi? Pronunciasti quelle parole, mostrandomi due dita.

Non volevo più rispondere.

-Tu sei matta...

Ci fu il silenzio. Dentro la stanza. Fuori, la pineta si piegava sotto i colpi del vento che da nord est viaggiava prendendo velocità dal mare.

-Ti piace Poe?

-Le domande le faccio io.

-Scommetto che non è vero un cazzo che somiglio a quello lì, al tuo amico morto, eh?!

-Vi somigliate tutti.

-Domanda 3. Sulla linea del tempo, cosa viene prima, il giorno o la notte?

Non vidi più, a quella domanda, i tuoi capelli scuri e le tue gambe da esplorare. Vidi una mente marcia e una lama davanti agli occhi.

In quel preciso istante realizzai che la lancetta degli attimi di un orologio era tutto un bluff. Nessun prima, zero dopo. Esisteva solo il momento in cui i polmoni tiravano aria.

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