scrivi

Una storia di FrancescoAltrui

I soprannomi degli allenatori

l'Uruguay e il suo maestro

205 visualizzazioni

Pubblicato il 07 luglio 2018 in Giornalismo

0

Se sei un allenatore e sei in gamba, ti danno un soprannome.
Come a casa mia, scusate il paragone, più sei seguito ed apprezzato più soprannomi hai.
Jose Mourinho è noto come lo 'special one' e se lo merita tutto.
Felipe Scolari, ex allenatore del Brasile che fu, è noto come 'felipao', il filippone, nient'affatto dispregiativo ma nomignolo affettuoso che i suoi giocatori e i brasiliani tutti gli han dato.
Hector Cuper è "el hombre vertical" che è un soprannome splendido, perché è vero che è alto e magro, ma anche un uomo che rimane verticale, tutto d'un pezzo, che non si piega.
Oscar Washington Tabarez è 'il maestro'. Vero che anche lui ad un certo punto della sua vita ha fatto l'insegnante, ma il soprannome gliel'hanno dato i suoi; e guai a chi lo tocca.

Io credo che sia risaputo che ho un debole (per l'Inghilterra, ma questo, adesso, non è in discussione, scusate) e per l'Uruguay.
L'Uruguay: hanno vinto tante di quelle Coppe America che ormai non ricordano più il numero neanche loro, credo.Due mondiali vinti solo nelle prime quattro edizioni e già nel '70 era lì con l'Italia e il Brasile a concorrere per portare a casa la coppa Rimet.
Questa è storia.
Cos'è la Coppa Rimet?
Va beh, allora bisogna proprio raccontare tutto, ma è una storia così bella e olimpica che la raccontiamo con piacere.
Quando nacquero i mondiali di calcio su idea dello svizzero Rimet, fu fatta una coppa con la statua di una vittoria alata. Ad ogni edizione, chi vinceva i mondiali la teneva per quattro anni e poi la restituiva, perché la Rimet era di proprietà di tutto il mondo, tutto il mondo che volesse competere nel calcio, of course. La si restituiva all'inizio del mondiale successivo, la si metteva lì e chi vinceva portava a casa la coppa per un po' in attesa del mondiale successivo eccetera...
Perché la coppa Rimet non è tua ma di tutti.
Spirito olimpico.
Con la piccola regola che chi la vinceva per tre volte la teneva con sé definitivamente. Nel '70 vinse il Brasile, tenne la coppa e il torneo Rimet finì.
Diventò Campionato del mondo di calcio, con quel trofeo con quella pallona che magari può anche non piacere...
L'Uruguay vinse due volte ed era - ed è una delle squadre storiche dei mondiali.

Jose Leandro Andrade, l'indimenticabile Juan Alberto Schiaffino, Rubén Sosa, Daniel Fonseca, Alvaro Recoba, Diego Forlan...

Io lo so - e lo sanno anche quelli che mi conoscono a cui ho tritato le gonadi in più occasioni ripetendomi - che tutte le squadre che hanno vinto il mondiale sono di stati che hanno avuto colonie e dittature a non finire.
Fateci caso e non ne sfugge una.
Forse l'Uuruguay che ha avuto molte dittature ed ora per fortuna è uno stato libero, ma la colonizzazione l'ha solo subita, da tutti gli stati confinanti, liberandosi ogni volta.
L'argomento all'ordine del giorno non è questo, però.
L'argomento è uno come Forlan, ad esempio, l'argomento è una filosofia, una dirittura morale di una squadra, l'argomento è la forza incredibile dell'uomo che li dirige e li guida.
Tutti sanno che Diego Forlan era un tennista di spicco, nel ranking mondiale.
Uno che ha deciso di lasciare il tennis per il calcio perché con il calcio da professionista poteva essere più ricco e finanziare le cure per la malattia rara e difficilissima della sorella.
Ha fatto il calciatore per amore della sua famiglia.
Perché nessuno ti regala niente e ti ci devi mettere, ricominciare, impegnarti e diventare Diego Forlan. Non per i riflettori ma per sé come uomo, soprattutto.
Ecco, "nessuno ti regala niente" credo sia la filosofia di base della nazionale Celeste.
Perché sono bravi, belli da veder giocare, forse un po' ruvidi, ma veri. Perché ci si impegnano e non è mai finita finché il fischio non ti dice che è finita.

Perché non è mai finita.

Chi più di Oscar Tabarez, il maestro, lo può sapere?
Quello che ha preso in mano una nazionale barcollante e l'ha ricostruita da cima a fondo, non dandosi per vinto, che li guida da decenni ed è amato dalla squadra, dal paese e un po' anche dagli altri.
Perché non è autoritario, ma autorevole.

Perché è un esempio di vita.

Ex calciatore, ex maestro di scuola, poi allenatore tutto d'un pezzo, uomo integerrimo.
Oscar Washington Tabarez ora ha una malattia rara che gli impedisce i movimenti e lo sta bloccando lentamente e progressivamente. Per la cronaca, non è la sindrome di nonmiricordo, che gli hanno attribuito i giornalisti, ma non cambia molto.
Ormai fa fatica a camminare, a muoversi in ogni modo, a fare cenni, persino.
Si lascia andare, uno così?

Si lascia andare, la sua squadra?

Col cavolo.
Ci potete scommettere.


Tabarez ha preso la stampella, si è messo in panchina ed ora è ai mondiali a guidare i suoi. Come prima. Ascoltato, seguito e amato, forse ancora di più.
Quando lo vedi prendere il bastone, alzarsi a fatica e andare sulla linea a dare indicazioni ai suoi ti viene da commuoverti e fargli l'applauso.
Ammirazione incondizionata.

Adesso, in questi mondiali se ne sono viste di tutti i colori.
Cristiano Ronaldo che sostiene Cavani contro cui sta giocando (e perdendo, mi dispiace dirlo) e lo aiuta ad uscire dal campo perché 'el matador' si è fatto male - e in quel momento non sono avversari - ma sappiamo che Cristiano Ronaldo è così, non è la prima volta che fa cose ammirevoli che per lui sono naturali, senza clamore, perché è giusto così.
I giapponesi sconfitti all'ultimo secondo che salutano tutti, mettono a posto lo spogliatoio, lo ripuliscono, lasciano un biglietto di ringraziamento (scritto in russo, ovviamente) e poi vanno via. Uscendo con classe.
Gl inglesi che si fanno fare gol (uno solo, però, chiaro) dai panamensi perché il gol della bandiera in un sei a uno ci sta ed è giusto così.

Cose umane e belle che fanno onore...

...ma comunque vada questo mondiale, comunque ne esca l'Uruguay (per me sempre vincitore, in ogni caso), rimane l'esepio umano della forza del maestro. Perché è giusto così.
I suoi hanno bisogno di lui e lui, con qualche anno in più e i movimenti quasi del tutto bloccati, c'è. Per sé stesso e per loro.

Perché non è mai finita.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×