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Una storia di Fiordaliso

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Ania

Pubblicato il 02 giugno 2017

Il parco era circondato lungo tutto il perimetro da un cancello in ferro, rovinato dal tempo e dalla calura. Solo sul di un lato corto del rettangolo un'apertura lasciava eterna la possibilità di entrare e uscirne indisturbati.

In altri tempi neanche quella sarebbe bastata.

In altri tempi, ricordava, un guardiano chiudeva e riapriva ritmicamente, tutti i giorni, nessuno escluso, la grande porta che poi era stata eliminata, come il guardiano stesso. Nessuno si sarebbe più preso personalmente cura del parco, se non la cittadinanza. Un giorno sua nonna ci sarebbe rimasta all'interno, nascosta come meglio poteva, con il suo ragazzo, da nascondere anche lui, mentre il coprifuoco si spandeva nell'aria e ricordava a tutti che no, la guerra non era finita. Non ancora. E non interessava a nessuno che né gli Americani, né i Tedeschi, nessuno degli Alleati, né i Fascisti avrebbero mai conosciuto quel paese sperduto. No, non interessava a nessuno, ma il coprifuoco era legge, per tutti, anche per i dimenticati.

Meno di un secolo dopo, Ania osservava il parco dal suo balcone e ricordava le parole di sua nonna che, fiera, narrava la punizione al rientro, il mattino dopo. Quando ormai la famiglia la considerava morta, incarcerata, persa, scappata. Tornò a casa, da sola; il fidanzato, suo futuro marito, avrebbe dovuto nasconderlo ancora un po'. E da sola subì contemporaneamente l'abbraccio disperato di sua madre e le terribili parole di suo padre. Non sarebbe mai più uscita di casa.

Ania sorrideva mentre pensava malinconicamente a sua nonna, la donna che più le somigliava, a detta della famiglia. Tanti i tratti comuni di un carattere indomabile e ribelle. Dal suo balcone Ania immaginava differenze e uguaglianze col cancello riflesso negli occhi di sua nonna. Non riusciva, tuttavia, ad intuirne la vera portata. Il cancello che aveva nascosto sua nonna non era lo stesso, meno di un secolo dopo. Forse il colore, la sua lunghezza perimetrale, ma non la forma, non il materiale, non l'odore di ferro bruciato al sole. Non la consistenza rugginosa e solida.

Ania socchiuse gli occhi e osservò nella sua mente il raggio di sole che le colpiva la pupilla. Giallo, marroncino, arancione e nero, qualche sfumatura blu. All'interno del fascio luminoso riconobbe una gazza che si stava posando in quell'attimo sul grande albero dell'aiuola centrale. Il tronco, robusto, possente, alto, deforme, si diramava in braccia bitorzolute e nervose. La chioma ricadeva morbida su quel corpo che, silente, osservava dall'alto il paese e ne controllava la quiete pomeridiana. La gazza trovò lì il suo riposo e la sua casa, conscia dello sguardo di Ania che, aperti gli occhi, individuò tra i rami il nido ricco e lucente.

Era stanca, Ania, di provare senza sosta a immaginare sua nonna. Non ci riusciva. Non le bastavano le foto, non i ritratti, non le parole né i ricordi. Avrebbe voluto esserci e vivere al suo fianco, quasi mezzo secolo prima, per uscire con lei quella sera e osservare il paese con occhi nuovi. Forse allora, in quell'epoca, si sarebbe sentita a casa.

Rimase sul balcone a respirare e vivere, respirare e ricordare, respirare e immedesimarsi. Le riusciva facile solo respirare. Non conosceva gli altri significati. Ci rifletteva e, più il pensiero si appesantiva e prendeva forma nella sua mente, più si sentiva schiacciare dal peso del nulla.

Ania aspettava che qualcosa la muovesse, aspettava che l'EVENTO si materializzasse, già compiuto, e che finalmente anche lei potesse dire: io ho vissuto, come mia nonna.

Pensò a quale tra i tanti fosse l'EVENTO di sua nonna, la storia della sua vita. Non seppe rispondersi e tornò a pensare al proprio di evento e tornò a scoraggiarsi.

Non sapeva a che età sua nonna fosse rimasta bloccata nel parco e non sapeva neanche più che età lei stessa avesse ormai. Aveva smesso di contarsi dopo i diciotto. Non per scelta. Semplicemente era avvenuto. Non sapeva più quanto tempo fosse passato dal raggiungimento della maggiore età, andava avanti senza contarsi, senza provare a bloccare il tempo. Ogni giorno si guardava allo specchio e controllava il sorgere delle rughe, delle macchie della pelle, lo stato dell'acne, i suoi punti neri e le sue labbra. Sapeva, lo riconosceva, di dover bere più acqua e, se ci pensava, lo faceva davvero. Poi però tutto tornava nell'oblio, dimenticava nuovamente e il giorno dopo ci riprovava.

Ania non era sola. Sua nonna, sebbene morta, le teneva compagnia, nei suoi discorsi, nelle sue riflessioni, era con lei che parlava e si confrontava. Ma non sapeva il nome di sua nonna. L'aveva dimenticato quando lei era morta. Non ci aveva più pensato a quel nome che le risuonava dolce. Ripeteva sulle labbra una melodica sequenza di sillabe prive di senso, il nome della nonna era l'armonia che ormai aleggiava sul parco, in primavera e in estate. Non le servivano le lettere, non un alfabeto qualsiasi. Un suono, quello sì, poteva bastare a colmare l'oblio della sua memoria. La Nonna era diventata un'entità-guida a cui aggrapparsi disperatamente nei momenti peggiori, quando l'EVENTO non solo tardava, come di consueto, ma sembrava perso per strada, forse aveva imboccato un'altra via e raggiunto un'altra Ania, in un altro mondo.

Ania, la nostra vera Ania, una famiglia la aveva ancora con sé, ma anche quella l'aveva dimenticata. A dire il vero Ania stava dimenticando anche se stessa.

Per questo motivo si aggrappò più forte al pensiero di sua Nonna e, sul balcone, decise di provarci. L'EVENTO non voleva più aspettarlo. Avrebbe provato a cercarlo.

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