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Una storia di SienLanoire

Storie dalle strade di Napoli

Diario di una tirocinante

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Pubblicato il 20 luglio 2018 in Storie d’amore

Tags: napoli musica mare storia diario

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Napoli è mille culure, si è sempre detto.​​​​​​​
È fatta di un intreccio complicato di gente, cultura popolare, tradizione, classi sociali, musica e un sacco di parole.
Alla gente a Napoli piace assai parlare, raccontare, giudicare, sentenziare.
​​​​​​​Quando fa caldo poi sembra tutto più vivo: la gente è assai e quando si riversa per strada, quelle strade strette del centro storico, pare tanto che non ci entra.

La musica che d’inverno si sentiva dentro casa, con le finestre chiuse, d’estate esce, invade le strade: è caotica, è arrabbiata, è forte.

Sono solo tre giorni che la osservo. La osservo seduta, nel mezzo di una piazza frequentata da migliaia di turisti e già ho scoperto un sacco di cose, già mi hanno raccontato mille storie, invaso di mille colori.

La gente che lavora lì vicino già mi chiama per nome, io mi sento trascinata in un turbine di familiarità, circondata e protetta dalle mille anime che già riempiono di vita il mio breve turno di lavoro.​​​​​​​

C’è don Gaetano che ogni giorno verso le tre del pomeriggio cerca nei cestini dell’immondizia i cartoni di pizza con qualche fetta dentro, la spezza e la lancia ai piccioni. E quanti ne corrono. Un po’ gobbo, con enormi orecchie a sventola, la camicia a mezze maniche, saluta tutti i negozianti della zona con un sorriso e, appena i piccioni hanno finito di pranzare, lui raccoglie quello che è rimasto per terra e lo butta.
Chissà se poi don Gaetano si lava le mani.



Poi c’è l’incognito. Ogni giorno dalla mattina presto c’è quest’uomo sulla cinquantina, brizzolato ma pieno di capelli, che gira con una borsetta, si siede dove capita, e fuma mille sigarette. Resta in piazza per ore, tra un caffè e una pizza e ancora non l’ho mai sentito parlare.Oggi mentre gli passavo accanto ho visto che stava disegnando un ballerino, in quella che mi è parsa una piroetta. Mi ha colto lo sgomento, perché all’inizio pensavo fosse solo un po’ strano. Adesso alla sua piccola follia associo l’arte e se lo vedo sorrido. Quando ho guardato la piazza, il viso del ballerino nel disegno somigliava molto a quello di un ragazzo seduto al tavolino di un bar. Chissà se l’ho solo immaginato e chissà l’incognito come si chiama.



Poi c’è Laura. Laura lavora al complesso monumentale, tutti i giorni dalle 9:30 fino alle 17:30. Avrà al massimo vent'anni e tiene tutto pulito e in ordine, ha dei lunghissimi capelli biondi, il viso bianco come il latte, gli occhi azzurri senza un filo di trucco. Laura è molto bella.
Ha detto che fa questo tutte le estati perché non trova un altro lavoro, lo ha cercato ma non c’è. ​​​​​​​
E l’inverno? No, d’inverno lavora, lavora assai.
E che fai? Eh, da ottobre ad aprile si fanno i pastori.
E tu? Io li dipingo, dipingo a mano ogni pezzo del presepe.
E così ho scoperto che Laura dipinge i pastori di San Gregorio Armeno, famosi in tutto il mondo, venduti in alcuni dei più famosi negozi della strada.
Ma è bellissimo! Bello sì, ma mi pagano ‘na miseria. Ogni due o tre mesi se sono fortunata e quando entro nei negozi e li vedo esposti coi prezzi, mi viene che glieli lancerei in aria tutti quanti!
E perché non te ne vai da qui? E perché il mio ragazzo sta trovando un lavoro stabile mo. Tu lo sai quant’è difficile qua, si campa a stenti, un po’ come capita, però lui è fortunato, gli piace quello che fa e piano piano, cu nu poc’ e pacienz, ce la facciamo pure noi.
Chissà quanta pacienza tiene una che dipinge delle statuette microscopiche a mano.

Poi c’è il barista, cioè i baristi: padre e figlio, Gino e Antonio.
Ovviamente la prima cosa che fa un napoletano quando sa che dovrà stare in un posto tutti i giorni è trovarsi il caffè buono e il barista simpatico. E io sono stata fortunata.
Per Gino già sono ‘Claudia amore’, ‘Bellezza mia’, ‘Caffè amaro in vetro’, eppure solo tre volte ci sono andata. Sarà che abbiamo parlato un po’, o che è abituato, fatto sta che il suo lavoro lo sa fare bene, e il sorriso che fa ti dà la voglia di tornarci.
Antonio, dalle sei e mezza del mattino alle nove di sera, tutti i giorni.
E ti piace questo lavoro?
Uh io l’ho sempre amato. Ma in generale lavorare a me m’ha sempre fatto sentire bene. Poi sono stato quattordici anni in giro per il mondo a fare questo, so’ abituato!
Quattordici anni dove?
Ma dappertutto: Budapest, Romania, Sharm e Sheikh, ho girato assai. Sono nato nelle favelas di Napoli io, com’era Forcella ai tempi d’oro e arrivat a nu cert punt, ho detto basta, me n’aggia ì. Poi, mentre stavo in Ungheria, m’ha chiamato papà e ha detto: se mi apro il bar devi venire a lavorare tu.
E io sono tornato.

Antonio si lamenta dei clienti che protestano di pagare il caffè al tavolo due euro. E io sono d’accordo. Se a Milano a piazza Duomo costa 7 euro e fa pure schifo, io due euro al caffè napoletano glieli do e ringrazio pure.
E così ogni giorno tengo il mio caffè amaro in vetro con affetto, e se questo dopo tre giorni, chissà quando passerà questo mese.

Poi c’è don Giuseppe, si è avvicinato e mi ha detto che il piercing fa venire le malattie e prende infezione.
Decisamente paffuto, bonario, sembra quasi un prete ma non lo è. Forse è sagrestano.
Ha detto pure che i tatuaggi fanno venire i tumori nel futuro, che la dottoressa glieli ha sconsigliati perché pure lui se li voleva fare. Poi ha cominciato a ridere dicendo che scherzava e se n’è andato.
Chissà se scherzava veramente, e su cosa soprattutto.


Ed eccoci arrivati a Peppino. Peppino suona la chitarra e il mandolino. Arriva in piazza alle 10 e comincia a suonare e cantare musica classica napoletana fino a che il sole non invade la sua postazione e allora se ne va.
La sua canzone preferita è O’ Vascio di Mario Abbate e infatti arriva a cantarla anche due o tre volte nella stessa mattinata. Alla fine dell’esibizione grida sempre ‘Grazie grazie, thank you very much, non vi affollate, uno alla volta’ anche se non c’è nessuno.
Tiene la custodia della chitarra aperta e la gente offre, per fortuna a volte anche assai, ma la parte migliore è quando vengono i suoi amici: uno la chitarra, uno il mandolino, uno l’armonica e nella piazza non si capisce più niente.
Queste esibizioni non sono organizzate o tutelate in qualche modo in giro per la città ma, se questi artisti non le facessero, Napoli sarebbe decisamente più povera e meno colorata.
Chissà dove va Peppino quando si mette la tracolla sulle spalle, il cappello di paglia in testa e gli occhiali da sole.


Tre giorni e già tutte queste persone che mi colorano.
Napoli è talmente forte che supera ogni aspettativa, anche di chi ci è abituato.
Chissà che cosa mi riserveranno i prossimi giorni, quante storie da raccontare, quanta follia c’è nell’ordinario.
Ognuna di queste persone costruisce nei miei ricordi l’essenza più pura di questa città, immortale, infallibile, difficile e meravigliosa.
E io aspetto, da brava spettatrice, attirando a me tutti i colori che sono in grado di contenere.



Glossario

  • Culure: colori;
  • Mo: adesso;
  • Cu nu poc’ e pacienz: con un po' di pazienza;
  • Me n'aggia ì: me ne devo andare;

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