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Una storia di emthirteen

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Evangeline

Tirarsi fuori

Pubblicato il 26 settembre 2017

C'è una cosa che devo proprio raccontarvi.

Quando avevo quattordici anni, ho creato una pagina scegliendo come nome Evangeline non solo perché si legava ad una storia che mi aveva emozionata molto, ma per evitare che gli altri sapessero che fossi io a scrivere.

Sono sempre stata caratterizzata da una particolare reticenza, da una riservatezza ai limiti dell'assurdo senza però, mai, allontanarmi dalle persone. Mi piacevano gli altri, mi piacciono ancora, quello che non mi piaceva era parlare di me, raccontarmi come se stessi sintetizzando qualche appunto preso a lezione. Di schematizzare l'anima non se ne parla! Però c'ero, ci sono sempre stata. Così tanto nel mondo ma anche molto al di fuori. Totalmente presa dai sentimenti più che dalle vicende ho iniziato a scrivere con la speranza che altri, al di fuori di me, percepissero le mie stesse emozioni. Non ho mai desiderato rivelare che scrivessi, che fossi io ad amministrare questa pagina, così per un lungo periodo, anni, molti anni, mi sono presa cura di questo piccolo segreto.

Oggi, all'età di ventiquattro anni, rivolgo lo sguardo indietro e provo molta tenerezza per la ragazzina che sono stata. Mi spunta un sorriso se ci penso, questo è vero, ma segue una stretta al cuore. Perché ero tanto ostinata da voler nascondere la mia sensibilità? Questa consapevolezza mi devasta, perché oggi non lo farei. Non più. E perché fino a poco tempo fa ancora lo provavo. Mi preoccupavano le domande degli amici, le intrusioni e le giustificazioni che avrei dovuto dare alle mie parole. Temevo i "perché hai scritto questo?" "ma stai male?" "cosa ti è successo?". E se non avessi voluto raccontarlo? Se avessi voluto custodire le mie speranze e le mie illusioni senza dover necessariamente spiegarle una ad una e, per questo, vederle morire in significati diversi? Eppure, sapete, allo stesso modo temevo che si potesse diffondere l'idea, sbagliata, che le persone sensibili siano deboli. Non lo ero, non lo sono mai stata: ero solo dentro al mio mondo, forse un po' troppo. Ma del resto che importa? Forse non ne sono mai uscita.

Ad ogni modo nascondevo, per quanto potessi, questo aspetto, come se la sensibilità potesse penalizzarmi, interrompere le forze che sentivo di avere.

Oggi comprendo che non importa, ed è per questo che vi scrivo. Non importa, non è fondamentale l'idea che gli altri hanno di noi perché, nonostante gli sforzi, la nostra immagine sarà sempre deviata da percezioni personali che non abbiamo la capacità né il potere di controllare. Non risulteremo mai, in alcun modo, perfettamente limpidi agli occhi degli altri. Però c'è una cosa che possiamo provare a fare, c'è un'opportunità in tutto questo. Si tratta dell'occasione che abbiamo per esprimere semplicemente e puramente quello che siamo destinati ad essere. E, attenzione, includo le debolezze, le fragilità, i timori. Includo tutto quello da cui nessuno di noi, per quanto ci possa piacere, è esente.

La sensibilità, di cui spesso mi sono già trovata a parlare, è un dono speciale, il livello principale per tentare la sorte al gioco della vita. Non vergogniamocene mai, mai più e, soprattutto, non vergogniamoci dell'immenso che ci appartiene, del nostro mondo tanto speciale e unico.

Miriam

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