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Una storia di LuigiMaiello

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“Intertwine Con. pt.62: “E tu perché non ti sei candidato?”

“Il sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo, "Gommalacca" di Franco Battiato e "La Repubblica" di Platone.

Pubblicato il 03 giugno 2016

Domenica 5 giugno si terranno le elezioni amministrative in molti comuni italiani e finora il dato più evidente è il numero spropositato di candidati.

Dal giovane stanco della “solita politica” a chi della politica fa una professione, le liste elettorali sono stracolme, perché questa volta, come da un po’ di anni a questa parte, si sono candidati proprio tutti. Manchi solo tu, forse.

“E tu perché non ti sei candidato?”

È questa la domanda provocatoria di oggi.

Le elezioni amministrative di domenica riguarderanno 1.363 comuni, e coinvolgeranno città molto importanti come Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Roma, Torino, ecc., ma anche paesi molto piccoli come Morterone (LC), che al 31 dicembre 2014 contava solo 38 abitanti.

Il numero di candidati è spropositato sia in città che nei paesi più piccoli.

Nelle città di Napoli e Roma, ad esempio, ci saranno rispettivamente 12 e 13 candidati a sindaco. In entrambi i casi ci sono in tutto 34 liste, e se considerate che per ogni lista ci sono circa 40 esponenti (numero massimo), questo significa che in ognuna di queste due città ci sono circa 1300 candidati al consiglio comunale.

Un problema per gli elettori che si troveranno in alcuni casi a fare delle scelte anche scomode dovendo scegliere tra amici, parenti, compagni di partiti, ecc.

Le tipologie di candidati sono varie.

C’è il giovane che si candida per “cambiare le cose”, perché “questi vecchi si devono togliere di mezzo!” e non importa se lui non capisce niente di politica, né di amministrazione; gli altri sono vecchi, questa è una motivazione valida a farlo votare. Secondo lui.

Poi c’è il parente che si candida, e tu devi votarlo perché gli hanno promesso un posto di lavoro. La promessa ovviamente è falsa, ma, nel caso, proprio tu vuoi averlo sulla coscienza?

C’è poi chi si candida "per riempire la lista" e prenderà solo i voti della sua famiglia, perché “almeno i voti nostri devono uscire”, mentre poi c’è chi si candida ormai da 30 anni e non viene mai eletto, forse è il caso di chiedersi perché?!

Altro fenomeno peculiare di questi periodi è l'aumento notevole di socialità da parte dei candidati che, in questi giorni più che mai, ti salutano, ti offrono il caffè al bar e ti aggiungono su Facebook, così dopo 3 minuti ti ritrovi taggato in un post con la loro foto.

Se posso darvi un consiglio, anche se ora è già tardi, impostate il controllo dei tag su Facebook, altrimenti vi ritroverete nelle foto dei candidati più svariati.

Dopo questa introduzione Intertwine Consiglia pt.62: “E tu perché non ti sei candidato?” inizia e per l’occasione tiriamo in ballo il maestro Eduardo De Filippo e il suo “Il sindaco del Rione Sanità”.

"Panettiere, a me fatevi i fatti vostri non me lo ha mai detto nessuno!".

Scritta nel 1960 e subito messa in scena da Eduardo De Filippo, “Il sindaco del rione Sanità” rappresenta, in modo simbolico e al tempo stesso realistico, uno spaccato di realtà napoletana esistente in quegli anni in cui lo Stato mancava di forza di fronte al dilagare di arbitrarie situazioni di potere.

Il sindaco è ispirato a una persona realmente esistita, un tale Campolungo, che spesso andava a trovare Eduardo De Filippo in camerino dopo le repliche e lo stimava al punto che organizzò un funerale in differita, dopo quello di Roma, con tanto di bara vuota.

Antonio Barracano, il sindaco appunto, è uno dei personaggi più complessi messi in scena da Eduardo De Filippo e una lettura superficiale dell’opera potrebbe portare a delle conclusioni completamente opposte alla volontà dell’autore stesso.

Barracano esercita nel rione Sanità una funzione di controllo, una sorta di detentore di un governo parallelo, amministratore delle vicende del quartiere. In un certo senso è la personificazione scenica di un camorrista vecchio stampo che distingue tra «gente per bene e gente carogna».

Per molti è una sorta di protettore, il salvatore di chi non ha santi in paradiso e non è in grado di difendersi. Per loro, il sostegno di don Antonio è l’unico modo per salvarsi.

Don Antonio ha un solo grande amico, il medico Fabio Della Ragione, a cui si rivolge quando qualcuno viene colpito da pallottole o coltellate.

Il passaggio centrale per capire l’opera è la morte di Don Antonio, che viene accoltellato nel tentativo di riparare a una lite tra padre e figlio.

Barracano in punto di morte strappa la promessa del medico di non denunciare il fatto e di farlo sembrare un collasso cardiaco, per evitare vendette dei suoi figli e altri morti in suo nome.

Ma qui c’è il vero cambiamento e la ribellione da parte del medico.

Il medico Fabio della Ragione, non manterrà la promessa fatta, e nel referto dirà la verità.

Il muro di omertà dilagante verrà rotto da lui, che parlerà della ferita, del testimone, ma non solo. Sarà lui a denunciare tutte le squallide vicende di cui era a conoscenze, e che fino a quel momento, erano rimaste coperte.

Come dicevamo in apertura, quest’opera ha dato vita a diverse letture.

Di sicuro, secondo l’autore, la commedia esprimeva la crisi della giustizia della società italiana di quegli anni, dove l’assenza dello stato ha portato automaticamente a forme alternative (illegali) di controllo del territorio.

Il vero, unico personaggio positivo della commedia era il dottore

«Noi possiamo rivalutare le nostre azioni, ma solo dicendo la verità».

Non si può costruire la giustizia se non con il rispetto della legge.

Da una parte emerge il “pessimismo di Eduardo”, perché la scelta del medico nell’immediato porterebbe ad altre morti, ma dall’altra c’è la speranza di una catarsi risolutiva del lungo periodo, in cui si realizzi alla fine un mondo che sia

«meno rotondo e un poco più quadrato».

“Ti muovi sulla destra

poi sulla sinistra

resti immobile sul centro

provi a fare un giro su te stesso,

un giro su te stesso”

Questa è “Il ballo del potere”, quarta traccia di Gommalacca, il ventesimo album di Franco Battiato, pubblicato nel 1998.

“Il Ballo Del Potere” mantiene fede al titolo esortando alla danza come gesto di liberazione, ma questa strofa sembra descrivere anche il “ballo del potere” di tanti politici nostrani, che spesso passano da un partito/schieramento all’altro solo per salire, volta per volta, sul carro del vincitore.

Gommalacca si apre con un suono a metà tra il mistico e l’elettronico, poi c’è una voce, un urlo disperato e solitario che racchiude in sé tutto il disprezzo contro il male contemporaneo:

“Shock in my town”

Battiato in questo disco lancia uno sguardo al passato per uscire dal vortice di alienazione e superficialità che coinvolge la popolazione mondiale alla fine del millennio scorso.

I reality show, la pubblicità, le droghe stanno creando una seconda realtà per le persone, che sembrano non volersi accorgere di quanto gli stia succedendo attorno.

Le tonalità si alternano e lo sguardo al passato assume un ritmo rock in Quello che fu.

“L'impero delle parole

la distinzione tra bene e male

la ripida discesa dal cielo alla terra

disperata verso l'incarcerazione

fu quello che fu”

Casta diva, la terza traccia, è un vero e proprio omaggio a Maria Callas, mentre ne Il mantello e la spiga, l’elettronica assume una connotazione più malinconica e oscura.

Vincitore della Targa Tenco come "Miglior Album dell'Anno" (1999), in questo disco trovano spazio sia la sperimentazione (soprattutto nell’ultimo pezzo E. Shakleton), che altri temi cari all’autore, in primis l’amore.

Come lui stesso ha cantato più tardi: “Tutto l’universo obbedisce all’amore”, e in questo disco, oltre alla denuncia dei mali della società di fine millennio, ci sono tante belle canzoni d’amore: "La preda", "È stato molto bello" e "Vite parallele".

“Ma già qui vivo vite parallele, ciascuna con un centro, con un'avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore”.

Sono passati settanta anni dal referendum istituzionale che chiamò i cittadini a pronunciarsi sulla forma di governo per il paese dopo la fine della guerra e del regime fascista e per chiudere l’articolo di questa settimana non poteva esserci titolo migliore de “La Repubblica" di Platone.

La Repubblica è un'opera filosofica in forma di dialogo in cui tutto ruota intorno al tema della giustizia, sebbene il testo contenga anche una moltitudine di altre teorie platoniche, come il mito della caverna , la dottrina delle idee, la concezione della filosofia come dialettica e il progetto di una città ideale, governata in base a principi filosofici.

In questo dialogo Socrate esprime - contro le tesi relativistiche di Trasimaco - la propria teoria politica, basata sulla tripartizione dell’anima (anima concupiscibile, anima volitiva, anima razionale).

Nel governo dello Stato, ai lavoratori (anima concupiscibile) spetterà sviluppare il principio della temperanza, ai guerrieri difensori dello Stato (anima volitiva) la virtù del coraggio, ai governanti (anima razionale) toccherà il primato della saggezza.

E i filosofi devono raggiungere l’idea somma, il Bene, per poi tradurla in giustizia politica.

Nel dialogo, Trasimaco sostiene che le uniche cose per cui vale la pena di vivere sono il denaro, il potere e la soddisfazione della lussuria; l'articolata replica di Socrate è che vi sono molte altre cose per cui vale la pena vivere, oltre ai beni materiali.

Il mondo, così come le persone, può invece essere migliorato con l'uso della ragione,

comprese la ragione teoretica e la filosofia pura.

A seconda dei casi "La Repubblica" è stata vista come ispiratrice di un mondo utopico (Gadamer) o addirittura di un'utopia totalitaria (Karl Popper), mentre molti altri hanno assimilato invece la visione di Platone a quella del liberalismo.

In definitiva, deve invece prevalere una lettura per cui Platone spinge a tornare a pensare ai termini generali della progettualità della politica, dei suoi requisiti normativi, giuridici e istituzionali, e alle condizioni della sua azione concreta, nella società e nella storia degli uomini.

Una politica che deve tornare a risolvere i problemi delle persone,

che deve tornare a dialogare, nelle piazze, sempre e non soltanto durante i periodi elettorali.

Tornando al tema iniziale, dobbiamo ricordare l’ennesima trovata geniale della Ceres, che visto il numero spropositato di candidati a Roma, ha lanciato la campagna: Ceres candida tutti – Mancavamo solo noi.

Ognuno si può candidare. I passaggi sono semplici: “INVENTA UN PARTITO. LANCIA UNO SLOGAN e noi TI CANDIDIAMO”.

Di certo il problema dei criteri di selezione della classe dirigente esiste e va affrontato in maniera seria. Con l’antipolitica che dilaga, bisogna fare delle scelte importanti e anche le candidature devono essere più accorte, puntando su persone competenti, preparate e motivate.

L'ultima precisazione riguarda l'onestà dei candidati, che non è (e non può essere) un programma politico, ma solo una precondizione necessaria da esigere da chiunque si candidi ad un ruolo pubblico e che, se scoperto, deve essere mandato a casa.

Voi che ne pensate?

Ora però è il momento di andare a votare. Fatelo sempre e comunque.

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