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Una storia di Maricapp

3

Dalla parte del manico

Pubblicato il 13 gennaio 2017

L’uomo è seduto sul selciato sporco, la testa fra le mani massacrate e rosse del suo sangue e di quello di lei ed appare come una maschera stravolta e vermiglia di un orrendo carnevale.

Lacrime inutili gli scendono rigando il viso stravolto, non sente e non vede nulla perso com’è nell’incubo che sta vivendo. Individuo spregevole che per sopravvivere ruba a chi ha meno di lui, ha d’un tratto saltato gli ultimi deboli ostacoli che nemmeno sapeva esistessero ed è approdato nella terra senza ritorno degli assassini.

Gli è piaciuto uccidere, riempirsi le narici dell’odore ferruginoso del sangue che scuro e denso sta ancora colando dal corpo della donna, lo ha riempito di esaltazione ascoltare prima le grida disperate poi il piagnucolio implorante dell’inizio della fine di una vita.

L’eccitazione l’ha trascinato, gli è scoppiata dentro come una grossa bolla rossa, facendolo diventare padrone assoluto di un’esistenza.

Anche se il merito e la colpa vanno a lei, alla Lama luccicante senza la quale non sarebbe mai stato capace di fare quello che ha fatto.

Eccola li’: viva, calda e immobile. Affondata fino al manico nel cuore della stupida sconosciuta, quel cuore che non voleva saperne di cessare il suo inutile battito, nonostante le ferite letali nella carne oscenamente molle, nonostante Lei lo avesse guidato, inconsapevole carnefice, con una ferocia, una sete, una passione al di là della comprensione umana, oltre la ragione e l’ignoto, nel tunnel infernale della pazzia pura.

L’aveva attirato, corteggiato, tentato con una voce sensuale che gli era penetrata nella mente avvolgendola in spire di fuoco ed infine, al pari di una splendida creatura femminile a cui nulla si potrà mai negare, l’aveva convinto.

Afferratala dal banco del negozio dove era stata riportata dal povero bastardo venuto prima di lui, l’aveva passata e ripassata sul palmo della mano: lunga affilata e fredda. Un brivido, poi l’aveva infilata di nascosto nella tasca posteriore dei jeans ed era uscito.

In caccia.

La donna era seduta là, anonima in un anonimo bar, sola, ad aspettare la fine della storia.

La Lama era divenuta incandescente, bruciandogli la pelle attraverso la tasca e lui ne aveva percepito tutto il fascino, il calore il richiamo. Gli aveva trasmesso il desiderio di quella vita inutile, la voglia di accanirsi senza pietà sul corpo sgraziato e pesante.

Le aveva sorriso.

Lo aveva invitato con lo sguardo.

Forse avrebbe voluto solamente rubarle la borsa e l’anello da quattro soldi. Ma il suo misero mestiere di ladro all’improvviso non gli era più bastato e, quando fuori dal locale, nella via buia l’aveva estratta per minacciarla, la Lama era divenuta non il tramite ma la guida e la protagonista dell’omicidio così simile ad un atto d’amore.

Velocissima la prima coltellata era affondata con facilità nel grasso morbido, rigirandosi una, due, tre volte con voluttà. Lei aveva iniziato a gridare ma la mano di lui l’aveva zittita quasi subito.

La sua mente sconvolta avrebbe preferito nutrirsi di quelle grida, riempirsi e nutrirsi del terrore che sconvolgeva la donna ed eccitava lui oltre ogni limite immaginabile.

L’aveva estratta dalla ferita per lasciarla libera di sanguinare e poi subito, senza respiro, due fendenti profondi allo stomaco con quel rumore a Lei ben noto, vera musica infernale per un concerto a tre.

Il sangue colava nero nel buio e lui se lo sentiva addosso, avrebbe voluto berlo tanta era la foga . Poi aveva cominciato a colpire a casaccio, ferita su ferita, colpo dopo colpo.

E Lei sempre più bollente, sempre più letale. Era arrivata al cuore, giù in fondo, poi fuori ed ancora giù a tagliare, lacerare, finire, uccidere in un amplesso senza respiro.

Per poi lasciarlo chino su di lei inebetito, immobile, esausto e soddisfatto.

Si alza, le spalle incurvate, la testa bassa, rughe di sangue sul volto di gesso, si china su quel che resta della donna, estrae la Lama con un colpo secco che emette uno strano risucchio e, tenendola nella mano che ora trema striscia, da verme qual’è, contro il muro umido fino alla fontana della piazza. Vuole lavare via l’atrocità commessa.

Pensa di cavarsela così?

No amico, per te non è ancora finita!

L’acqua è gelida e gorgoglia come il sangue che esce a zampillo da una vena appena recisa. Allunga la mano che tiene stretto il coltello ma, invece di lasciarsi pulire, improvvisamente la Lama scatta alla gola: un bel taglio netto e profondo da orecchio ad orecchio, l’ultimo sorriso di un povero ladro senza speranza.

L’uomo cade ai piedi della fontana e lì resta, carnefice senza corpo né anima, fino a che un ragazzo che sta rincasando scorge il cadavere con la gola che ride.

Fa un balzo, lancia un urlo e con un calcio la getta, senza accorgersi di nulla, nel tombino lì accanto.

La Lama precipita nel buio ed atterra sul cemento della galleria vicino ad un topo grosso come un gatto, che scappa via squittendo.

Una scia di aria calda, un rumore assordante ed il treno della metropolitana passa e scompare. Il tunnel si anima e quel popolo sconosciuto ai più che lì sotto si agita ricomincia la sua esistenza fatta di poca aria maleodorante, di vino scadente e di interminabili liti per un pezzo di stoffa bucato od un cartone asciutto.

Un essere senza sesso la raccoglie.

Un altro fantasma puzzolente lo vede tenere in mano il coltello e lo vuole, deve averlo, costi quel che costi.

Un fendente parte dal basso ventre e risale su, fino allo sterno Un grido, uno squarcio da cui fuoriesce l’intestino insieme ad un fetore infernale, un tonfo ed è tutto finito.

L’essere asessuato si guarda inebetito il braccio sporco di sangue e budella, lascia cadere la Lama e corre via lontano, la mente ancora piu’ sconvolta di quanto già non sia.

Il manico in gomma scuro rimbalza sul pavimento del tunnel, liberando il coltello dalle interiora umane di cui si è ricoperto e finisce ai piedi di un uomo infagottato in due cappotti luridi.

Incurante del cadavere ripiegato su sé stesso che giace a due passi di distanza, raccoglie la Lama, la pulisce sul davanti del cappotto, la infila nella manica e scappa via veloce quel tanto che l’età e le privazioni gli permettono.

Sale su, la’ dove le persone vanno e vengono da case, ambienti di lavoro, caffè e ristoranti, svelto esce all’aperto respirando l’aria per lui e solo per lui, pulita e fresca.

Sul marciapiede di fronte c’è lo squallido banco dei pegni a cui si rivolgono, quando riescono a rubare qualche cosa, i disperati che vivono sulle strade intorno ed anche quella fauna sotterranea a cui appartiene l’uomo dai due cappotti.

La Lama, magnanima e disinteressata, gli permette di continuare ad esistere così lui ritira i quattro spiccioli ottenuti e la abbandona sul bancone del negozio.

In attesa.

Una donna grigia nonostante la giovane età entra tirandosi appresso un bimbetto che frigna ed urta involontariamente due cappotti, che la insulta.

Indifferente, lei avanza stringendo una borsa senza forma in cui ha riposto una collana d’argento rubata alla donna che assiste ogni giorno in cambio di modi sgarbati e pochi soldi.

Mentre la madre contratta il figlio gironzola curioso in quello squallore.

C’è poco da vedere, ma la Lama dimenticata là in fondo, gli sorride e lo lusinga emettendo un lampo d’acciaio. Il ragazzino, abbandonato a sé stesso, si avvicina e la sfiora con un dito.

Tra i due si stabilisce un contatto, come quell’attrazione fatale che si crea tra un palato goloso ed una fetta di torta al cioccolato.

Il bimbetto sorride immaginando battaglie con orribili mostri alieni e duelli con cavalieri neri, mentre furtivo allunga la mano verso di Lei.

La madre continua a discutere con l’uomo dietro lo sportello e non si cura di lui.

Il proprietario del negozio non l’ha nemmeno visto entrare.

E’ solo con la Lama. E’ un momento sospeso, il loro momento.

“Vieni piccolo, non avere paura, vieni da me”

E' come la voce della mamma quando lo mette a letto la sera e gli racconta una breve storia per farlo addormentare: dolce come nessuna, piena di amore.

Ha il profumo buono della mamma.

“Prendimi, vedrai che bei giochi potrai fare con me, sarò la tua compagna fedele, colei che ti proteggerà, che racconterà favole mai raccontate, che ti farà vivere avventure mai vissute, saro’ l’amica che vorresti tanto avere, quella che ti starà sempre vicino”.

Il bambino esita, non sa, forse non dovrebbe, ma Lei è li’ disponibile e bellissima.

“Prendimi piccolo e portami a casa con te. Vedrai, sarà fantastico.”

E poi, in un sussurro:

“Cominceremo da mammina…”

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