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Una storia di AnnaCibotti

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UN FATALE IMPREVISTO

un viaggio mai cominciato

Pubblicato il 06 dicembre 2016

UN FATALE IMPREVISTO

E' una mattina di fine ottobre.

L'aria è tiepida e illuminata da un timido sole seminascosto da nuvole grigie.

Devo partire per un breve viaggio, ma mi sono svegliata tardi.

Dalla mia casa di campagna alla stazione di Ravetto, piccolo paese collinare, ci sono appena cinque chilometri di strada sterrata, tratto che spesso faccio a piedi o in bicicletta per godere del silenzio e della bellezza della vallata circondata da dolci colline, ma oggi ho fretta e per non rischiare di perdere il treno, prenderò l'auto.

La lascerò nel parcheggio incustodito antistante la stazione... la ritroverò?

Se andrà tutto bene mi tratterrò a Firenze qualche giorno, il tempo di assistere Martin impegnato in una delicata trattativa d'affari.

Me lo ha chiesto lui, scusandosi per avermi trascurata e pregandomi di raggiungerlo in ditta - ho bisogno di te per un supporto morale e... ho tanta voglia di vederti – si, quando mai, per il tuo tornaconto devi dire, mi dico ad alta voce mentre guido.

Egoista? No, peggio, opportunista!

La radio trasmette Autumn Leaves. Alzo il volume e la voce di Bob Dylan sovrasta i miei pensieri.

Ho il suo album, Shadows Of The Night, dedicato a Frank Sinatra e ne conosco tutte le canzoni.

E' un regalo di Martin e mentre sfumano le ultime note una struggente malinconia mi fa pensare a lui.

E quello che è. Ma io lo amo.

Presto lo rivedrò, sempre che riesca a prendere il treno in tempo!

Sono arrivata e scendo frettolosamente dall'auto, afferro la borsa al volo e sbatto la portiera.

La biglietteria è affollata e mi metto impaziente in fila. Sono le nove e il mio treno parte tra dieci minuti. Ascolto l'annuncio dell'imminente arrivo nel primo binario, ce ne sono due in tutto, del treno per Firenze e so che che non ce la farò mai. Aspetto qualche minuto ma ho ancora tre persone davanti a me.

Devo andare. Farò il biglietto in viaggio, non importa se dovrò pagare il supplemento.

Mi affretto sulla banchina, la fermata sarà breve e sono l'unica persona in attesa. Mi guardo attorno e mi chiedo dove siano finiti tutti quelli che hanno fatto i biglietti prima di me. In quella strana atmosfera silenziosa mi prende un'improvvisa agitazione e mi guardo intorno con la speranza di vedere qualcuno. Mi avvicino alla vetrata della sala d'aspetto e guardo dentro.

Non c'è nessuno.

Vorrei uscire dalla stazione, ma se arriva il treno? Resto a metà strada tra l'uscita e il binario. Ma cosa sta succedendo? E' una piccola stazione e di solito poco affollata, ma così deserta...

L'altoparlante mi fa sussultare.

“Il treno per Firenze non farà la fermata prevista, i passeggeri in attesa sono pregati di attendere il prossimo arrivo tra circa trenta minuti”

Ma quali passeggeri. Ci sono solo io... anzi no.

Seduta sull'unica panchina verde di ferro siede una donna. Ha la testa china e riesco a vederle appena il profilo coperto da lunghi capelli di un colore biondo opaco. Ha l'impermeabile aperto sulle gambe unite e le braccia appoggiate sulle ginocchia.

Vorrei avvicinarmi per scambiare due parole, ma quella figura è l'espressione della solitudine e del dolore e un senso di pudore mi impedisce di disturbarla.

Io la guardo, ma lei rimane immobile nella sua posa compunta mentre un rumore in lontananza annuncia l'arrivo del treno che non farà la fermata prevista.

La donna tiene i piedi uniti, stretti e dritti, coperti da scarpe nere scollate e senza calze. Non riesco a capire perché continuo a fissarli. Sono così fermi che mi fanno pensare a due pezzi di carne morta.

Improvvisamente li vedo muovere e correre verso il binario mentre il treno annuncia il suo arrivo fischiando.

D'istinto raggiungo quella figura in bilico sul bordo della banchina e l'afferro al volo. Lei mi resiste con una forza inaspettata e io sto cedendo.

Se non la mollo, finiamo tutte e due spiccicate sui binari.

Lo spostamento d'aria di quel treno velocissimo le fa svolazzare l'impermeabile che mi sbatte in faccia e non vedo più niente.

“Noo”, lei urla mentre cerca di liberarsi dal mio braccio che ormai è un arto senza forza. Sento la mia mano abbandonare la presa ma, fortunatamente, dopo il passaggio dell'ultima carrozza. Guardo il treno allontanarsi e con un sospiro di sollievo mi volto verso la donna. E' stravolta e ha uno sguardo cattivo che mi fa rabbrividire.

Voleva morire, perché mi sono intromessa?

“Non dovevi farlo, non hai idea di quello che hai fatto.” Mi apostrofa con una voce roca e un fare improvvisamente dimesso, quasi triste.

Siamo tutte e due sul ciglio della banchina, uniche artefici e testimoni di quanto appena successo. Vorrei replicare ma non riesco a dire una parola. Non riesco a sostenere il suo sguardo accusatorio, voglio solo andarmene via.

Non parto più.

Le volto le spalle e sto per allontanarmi ma lei mi prende per un braccio, scuote la testa e mi trattiene. Cerco di divincolarmi ma mi ferma la sua voce.

“Non tornerai a casa, non puoi”

Mi sento imprigionata in una realtà orribile che mi paralizza la ragione. E' tutto senza senso e non riesco a chiederle il perché. So che devo farlo, ma non ne ho più il tempo.

Sta arrivando un treno e improvvisamente, risucchiata in un vortice d'aria, mi ritrovo catapultata dentro lo scompartimento dell'ultima carrozza. Vedo svanire la figura della donna, distorta e grigia come una nuvola di fumo, rimasta a guardare il convoglio sfrecciare via.

Non posso credere a quanto mi sta accadendo e come un automa passo da uno scompartimento all'altro avvolta da una completa solitudine. Là in fondo mi sembra di vedere una sagoma scura appoggiata allo schienale. Ma in quel sedile non c'è nessuno. Né in quello, né in nessun altro.

Mi accascio desolata sull'ultima poltroncina della fila e guardo attraverso il finestrino un panorama che scorre anonimo e indistinto. Il treno corre ad una velocità supersonica, impossibile vedere in mezzo a cosa stia viaggiando.

Mi alzo incerta e passo dopo passo arrivo in testa al convoglio dove intravedo qualcosa di un bianco accecante che man mano si avvicina e diventa sempre più grande. Pochi attimi e lo vedo venirmi incontro enorme e impossibile da evitare.

E' un muro altissimo. L'impatto sarà inevitabile. Paralizzata dal terrore chiudo gli occhi.

Il trillo della sveglia è acuto e mi fa sobbalzare.

Sono le 7,30 e oggi devo partire. Che sollievo trovarmi nel mio letto e fuori dall'incubo appena vissuto! Devo sbrigarmi, il mio treno parte alle 9. Andrò alla stazione in auto.

Una doccia calda mi lava via la sensazione strana che il sogno mi ha lasciato e il caffè caldo e amaro, è un vero corroborante. Sono quasi euforica e mentre salgo in auto ripeto ad alta voce che va tutto bene, Martin arrivo!

Mi appello al buonumore come palliativo all'intima se pur leggera angoscia che riaffiora al ricordo del mio onirico viaggio. Sono brevi e scomposti flashback che mi distolgono dalla guida, ma il tratto è breve e sono già arrivata.

Non ho nemmeno acceso la radio...è tutto diverso oggi!

In stazione c'è l'andirivieni solito di tutti i giorni. Ravetto è una piccola fermata, ma a quell'ora c'è un discreto numero di viaggiatori in partenza. Davanti alla biglietteria mi precedono due coppie. Sono in orario e quindi posso aspettare il mio turno.

Mancano pochi minuti alla partenza e mi porto alla banchina adiacente il primo binario. In attesa ci sono una decina di persone. Un gruppetto di ragazzi scherza e ride allegramente e sono tranquilla.

Mando un sms a Martin. Parto tra dieci minuti... a dopo, ciao. Scorro le notifiche, cancello una e-mail e spengo il cellulare.

Leggerò un libro. Mi piace farlo, in viaggio.

“Il treno per Firenze è in arrivo sul primo binario”, avverte l'altoparlante e, chissà perché, facciamo tutti un passo avanti. Mi guardo intorno e, con un tuffo al cuore, vedo una figura che... conosco.

Indossa un impermeabile grigio e i capelli biondi e opachi le cadono lunghi e scomposti sul viso.

Mentre il fischio del treno avverte il suo arrivo si alza dalla panchina e velocemente si porta davanti a tutti.

Vuole buttarsi... come quell'altra!

Noo... non dovevi farlo, non sai quello che hai fatto!

Quella voce mi ronza nelle orecchie come un ricordo molesto e, memore delle conseguenze, rimango immobile. Poi all'ultimo momento, in uno slancio istintivo, corro verso di lei e la spingo a terra verso di me.

Lei mi strattona, resiste e... mi tira giù.

Apro gli occhi e tutto quel bianco intorno mi abbaglia.

Sento un rumore ansante che sembra il pesante e affannoso respiro di un uomo alla fine di una lunga corsa.

Quel respiro è il mio, ed è un sussulto.

Altri rumori circondano il mio letto dove sono sdraiata, immobile. Il monitor multiparametrico emette un sibilo leggero, fastidioso come la cannula che è dentro il mio naso.

Ho le braccia sforacchiate e non riesco a muovere le gambe.

Mi rendo conto con angoscia di trovarmi in ospedale, in una stanza di terapia intensiva. Roteo gli occhi per guardarmi intorno, la testa mi fa male e ho la bocca secca e amara.

Sento una grande stanchezza ma ho la mente lucida, sufficientemente lucida per rendermi conto di essere passata da un incubo all'altro.

Noo... non dovevi farlo, non sai quello che hai fatto!

Quelle parole non smettono di ronzarmi nelle orecchie, profetiche e crude come una sentenza. Ora che il sogno ha lasciato il posto a una realtà che ancora non conosco del tutto, mi attanaglia un'insana paura.

Riaffiora il ricordo di quell'attimo in cui nel tentativo di salvare una vita ho messo a repentaglio la mia. Quella lotta tra la vita e la morte mi ha vista scivolare dalla banchina e cadere malamente sui binari. Il dolore provato in quel momento lo sto provando ancora. Una sofferenza acuita dal timore che forse non camminerò più.

Non sento più le gambe.

Sento solo quel noo... non dovevi farlo, non sai quello che hai fatto!

Adesso lo so!

Ma la cosa più terribile è che non mi sono ancora chiesta se, alla fine, quella donna si è salvata.

Immersa nel mio dolore credo che non me ne importi.

Ma allora perché l'ho fatto?

In un agitato dormiveglia mi sembra di vedere qualcuno guardarmi attraverso il vetro superiore della porta. Ha una mano aperta a un accenno di saluto e mi sorride.

Mi sembra lei... dunque è viva!

Ho gli occhi socchiusi e le palpebre pesanti.

Ho troppo sonno e l'immagine sfuma tra le mie ciglia.

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