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Una storia di BaroneBirra

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9

O' clùb re' mazzate

Una storia inedita di Ciro Palanco

Pubblicato il 05 dicembre 2017 in Humor

Tags: cinema FightClub Napoli

1

La gente mi chiede sempre se conosco Totore Donofrio.

Seduto su un Tmax con un ferro in bocca non è facile pensare. Soprattutto se sai che sotto di te una massa di invasati ha installato esplosivi per far crollare la terrazza panoramica di Sant'Antonio, dalla quale sono obbligato a guardare il golfo di Napoli. E pensare che tutta questa storia è colpa di Maria Cantante. Comincio dall'inizio.

Erano 6 mesi che non riuscivo a dormire. Quella mattina, come ogni mattina, mi recai alle poste centrali, dove svolgevo il ruolo di responsabile dello smistamento alle filiali di Napoli. Il più classico dei posti fissi, un buon stipendio, la solita routine. Trovai o' mast ad aspettarmi. Voleva che l'indomani mi recassi ai camaldoli a controllare un problema alla filiale 257. Era così felice, doveva essersi finito il suo vassoglio di sfogliatelle per colazione.

Come tutti gli altri, ero diventato anche io schiavo della pornografia alimentare su Instagram. Se vedevo un ruoto di pasta al forno mettevo like. Avevo il bisogno di mettere like ad ogni foto di piatti nella mia home. E di foto ne caricavo tante anche io. Se vedevo una foto di una marenna con le polpette al ragù correvo nel posto che la faceva per scattargli una foto e pubblicarla sui social. Una pizza gourmet con i pomodorino del piennolo. Cheesecake al cioccolato fondente con peperoncino cayenne. Coccio di pasta e patate con frutti di mare ricoperto di pasta di pizza. Capesante scottate su un letto di crema di zucchine e mandorle. Devo essere onesto, oramai avevo girato quasi tutti i ristoranti e le trattorie della campania. Ero un vero e proprio esperto.

Nel pomeriggio, dopo il lavoro, andai alla base sotto casa mia. Avevo bisogno di qualcosa di forte per riuscire a dormire.

-L'amnèsia non mi fa più effetto, mi devi dare qualcosa di più potente, qualcosa che mi abbatte-.

-Uagliò, ma ca staje dicenne? Ringrazia ca fin e mò t'aggia rat a skunk!-

-Ma io ne ho bisogno...STO SOFFRENDO!-

-Saje chi sta suffrenn? Vai a piazzetta carolina il lunedì sera. C'è il gruppo di ascolto dei diffidati, chella è sufferenz!-

Quel giorno era lunedì. Dopo cena presi la giacca e andai al gruppo di sostegno. Fù lì che conobbi Genny. Genny era un chiattone pelato che quando andava allo stadio si toglieva la maglietta e tutto sudato saltava sui sediolini al ritmo dei cori. Ad ogni trasferta, col suo gruppo ultras, faceva gli agguati alle tifoserie avversarie negli autogrill sull'autostrada. Fù diffidato perchè venne beccato mentre scavalcava dalla curva inferiore alla curva superiore. Non aveva nemmeno il biglietto.

Mentre piangeva mi raccontava come stava cercando di superare la lontananza dalla curva. Mi raccontava che aveva bisogno di cantare, ma farlo allo stadio era l'unico modo che conosceva. Farlo fuori era da ricchioni. Mi abbracciò. E poi successe qualcosa. Mi lasciai andare, sentire quelle storie strazianti mi dava un senso di libertà, quella libertà che i diffidati non avevano più. Piansi anche io.

Ricominciai a dormire. Avevo trovato il modo di ricominciare a vivere. Iniziai a frequentare altri gruppi di sostegno. Il gruppo dei parcheggiatori abusivi cacciati dalla municipale. Quello dei tassisti senza licenza. Gli occupanti delle case popolari sgomberati senza figli a carico. I falsi invalidi scoperti dopo venti anni di pensione. Genny mi voleva bene perchè credeva che anche io fossi diffidato. Ero felice.

E lei, rovinò tutto!

-Qui è il gruppo dei diffidati, giusto?-

Quella tizia, Maria Cantante, non era una diffidata. Non aveva nessuno dei problemi dei gruppi che frequentavo e dove continuavo a vederla. Quella donna era una bugiarda, di conseguenza rifletteva le mie bugie. Di colpo non riuscii più a dormire. Se avessi una denuncia si chiamerebbe Maria.

Una sera, all'incontro dei falsi testimoni degli incidenti automobilistici, presi coraggio e le parlai.

-Senti. Maria. Lo so che stai fingendo. Ti ho vista. Ti ho vista a tutti i gruppi che frequento. Perchè lo fai?-

-Mi diverto. Faccio meno fatica di passeggiare a via caracciolo e scrocco più sigarette ...-

-E' una cosa importante, ne ho bisogno per dormire. Non riesco a farlo se c'è un altro fasullo presente.-

-E cac'c o' cazz!-

Se ne stava andando via, lasciandomi sul posto come un babbà. Decisi di raggiungerla.

-Uè, ascolta. Facciamo che ci dividiamo i gruppi. Io mi prendo diffidati, falsi invalidi e centri sociali. Tu tutto il resto. Ovviamente la domenica io mi prendo il gruppo dei travestiti che battono ad agnano, essendo uomo-

-Uè nennè, guarda ca ij teng cchiù pall e te!-

-Va bene, allora io mi prendo la prima e la terza settimana del mese, tu il resto-

-Finalmente inizi a ragionare...-

Senza dire altro attraversò via marina con il semaforo dei pedoni ancora rosso, mentre i motorini senza casco le sfrecciavano accanto con i relativi kitemmuort. Le urlai di scambiarci i numeri di telefono nel caso in cui avessimo dovuto scambiarci i giorni. Tornò indietro e mi scrisse il suo numero sull'iphone. Poi sparì. Fù così che conobbi Maria Cantante. La sua filosofia di vita era che poteva essere posteggiata da un momento all'altro. La tragedia, diceva, era che non succedeva.

Ti svegli alla stazione di chiaiano. Alla stazione di piscinola. Quella del frullone. Dante. Salvator Rosa. Quella di piazza municipio no. Non era ancora finita. Ad ogni risveglio la solita scena. Il criaturo che gioca a pokemon go che viene bullizzato dai guappi. Il venditore di cazettini. La famiglia di rom con i bicchierini di plastica in mano. Le vrenzolelle che si vanno a fare il giro al vomero. Le persone che incontro in cabina sono i miei amici di viaggio. Tra la partenza e l'arrivo passiamo un po' di tempo insieme, ci spetta solo quello.

Sul treno per gianturco conobbi Totore Donofrio.

6

Le porte del treno si aprirono. La stazione di Gianturco era deserta. Le porte stavano per chiudersi quando un uomo si gettò dentro all’ultimo. La giacca marrone gli si impigliò nelle porte. Dopo un paio di strattoni l’uomo riuscì a liberarsi, poi si mise a sedere davanti a me.

“Uà che ciorta, proprio davanti a me!’” pensai.

Guardando intorno notai che non c’era nessun altro nel vagone. Il tipo però non sembrava interessato a me, si faceva i cazzi suoi, bene così.

Il treno entrò in una galleria. L’uomo seduto iniziò a fissarmi, sfregandosi le grandi mani callose. Iniziai a sudare.

-fa cavr’ eh?-

disse l’uomo.

-eh?-

-fa caldo.-

-e grazi’ o cazz’ ch’ fa caldo si tenessero l’aria condizionat’ non si schiatterebbe qua dentro.-

L’uomo si mise a ridere.

“Coglione.”

-Pienz’ ca so strunz’ eh?-

disse lui con un ghigno che non vi sto a descrivere.

-Io? No.-

Guardandolo sentivo come una sensazione di déjà-vu, eppure non l’avevo mai visto. Aveva grandi occhi marroni incassati in una testa tonda piena di capelli brizzolati, il tutto sormontato da una coppola nera. Un fisico da Cattivik, insomma un’aria da perfetto malommo.

-Renà.-

Disse lui, sottovoce. Mi limitai a tossire.

-Vedi qualcun altro in questo vagone?-

Mi girai velocemente e notai che c’era una vecchia signora seduta proprio accanto a me. Cappellino da pescatore, una vaga barbetta bianca e una busta di verdure fraciche appoggiate sul mio ginocchio.

-Giovanotto, lei mi sta schiacciando le puntarelle, potrebbe spostarsi cortesemente?-

Feci uno scatto indietro e battei il ginocchio contro un palo. Nonostante il dolore mi alzai e mi appoggiai alla porta chiusa. Cercai una luce in fondo al tunnel, volevo uscire all’istante dal vagone. L’uomo con la giacca marrone si alzò e mi schiattò la testa contro il vetro, poi si avvicinò e sussurrò:

-Hai notato che sono venti minuti che non usciamo da questo tunnel?-

Aveva ragione.

-Chi cazz’ sij? Che bbuò a me?-

-Voglio solo portarti a fà ‘nu giro.-

L’uomo schioccò le dita e il treno si fermò dolcemente.

Uscimmo dal treno, io seguii a distanza l’uomo con la coppola, il quale camminava tranquillo attraverso i vicoli sotterranei.

-Dove siamo? Non ho mai visto ‘sta fermata.-

-Tu, amico mio, non hai mai visto un cazzo.- disse lui.

Dopo tre rampe di scale ci ritrovammo al centro di piazza Amedeo. La rotatoria era un tappeto di macchine a spirale. Un brusio assordante costellato da una fitta nube metallizzata rendeva l’ambiente inadatto alla vita, tipo Marte. Mentre Io mi prodigavo a tossire, l’uomo respirava a pieni polmoni, giovandosi delle polveri sottili.

-AAAAH! Sient’ ch’ profum’! La quintessenza della metropoli contemporanea. Individui che riempiono inutili macchine con il loro ego. Nessuno spazio per altri passeggeri, vite singolari trascinate da rotatorie segregazioniste!-

L’uomo mi tirò per la mascella, avvicinandomi agli scarichi delle automobili grigie. Notai che dentro ogni macchina c’erano uomini e donne che si maledivano a vicenda, tutti raccolti nei quattro vetri dei loro monovolume. Un trambusto infinito e indefinito. Dopo un ultimo boccone di anidride carbonica, l’uomo mi trascinò al di là del clusterfuck di automobili.

-A ‘ro m’ puort’?-

-Statt’ zitt’.-

Davanti a me si mescolò un’orgia di spritz e vodka tonic e negroni e duevodkalemoncinqueurograzie. Giovani obbligati a invecchiare facendo la fila per prendere cocktail a ragazze ricoperte di maschere di cera.Qui non c’erano polvere sottili, stavolta la purga era visiva. Una marea di esseri umani che si intralciavano in un’immobilità mobile.Mi mancava l’aria. Dietro di me apparve l’uomo con la coppola che portava con se una bombola d’ossigeno. Gli strappai di mano la mascherina e me la chiavai in bocca come “l’ultima” sigaretta di Pirandello: senza ritegno. L’uomo mi prese sottobraccio e mi portò a vedere le meraviglie della piazzetta.

-La scalata sociale continua qui, dove l’immobilità regna sovrana. Il locale attira tutti, come un buco nero. Quando vieni schiacciato devi sorridere, perché sei giovane e non te ne frega un cazzo. Tutti ti chiedono come stai, che cosa fai nella vita, ma in realtà si stanno misurando la palla. Ti stanno giudicando, per come ti vesti e come ti comporti. Prova a sgarrare e diventi un’ombra con la uallera.-

Succhiavo ossigeno dalla bombola manco fossi sott’acqua. A tratti mi piaceva pure, ogni boccata era come un tiro di Purple Haze. L’uomo mi tolse la mascherina dalle mani.

-Ecch—cccaz-z’!-

esclamai fra un colpo di tosse e un conato di vomito.

Venni spinto in una Fiat Uno mezza scassata e ci dirigemmo all’interno di una galleria che aveva tutta l’aria di essere una grotta. La strada davanti a noi si tinse di colori azzurri, ma anche un po’ di bianco e nero. Arrivammo di fronte a una grande arena in cemento armato. Tutt’intorno era il buio, l’unica fonte di luce era lo stadio e gli uomini vestiti d’azzurro. Mi girai verso l’uomo con la coppola, il quale aveva un caffè Borghetti in una mano e un panuozzo salsicce e friarielli nell’altra. Mi fece segno di avviarmi verso l’entrata.

Appena entrai: Bolgia.

Mi sedetti in curva, davanti a me sessantamila persone gridavano a squarciagola.

-‘E vir’? ‘E sient’?-

L’uomo mi prese per la nuca e mi tenne occhi sul campo.

-Questo è ciò che succede quando togli ossigeno e spazio alle persone. Esse si aggrappano a un rettangolo verde e lo trasformano in una questione di vita e di morte, di onore…-

I tifosi iniziarono a fischiare.

-…e di infamia.-

Alcuni giocatori entrarono in campo, le loro magliette non avevano colori, solo strisce bianche e nere. Tutti i tifosi azzurri iniziarono a insultarli. La violenza alla quale presi parte mi fece mancare l’aria, stavolta ero con loro, con la curva.

Per ultimo entrò in campo un uomo barbuto dallo sguardo arcigno, la testa china, come un bambino ribelle che sa di venire sgridato dalla Mamma.

L’INTERO stadio gridò in direzione dell’ultimo giocatore

.-Ma chi è chill’?- chiesi.

-Chell’ è ‘a Carogn’, ‘o Pennivendolo, l’Omm ‘e sfaccimm’!-

Cose terribili vennero dette contro di lui, contro la sua famiglia e la sua squadra. Non avevo mai visto ne sentito una tale rabbia collettiva. Presi l’uomo per la giacca e iniziai a sbatterlo.

-Perché mi hai portato qui? Voglio uscire, fammi uscire cazzo!!-

L’uomo si limitò a guardarmi e a sorridere. Poi mi rivolse delle parole che mi risuonarono nelle orecchie fin dentro il cervello.

-Questo è il momento! Il nostro momento!-

-Ma tu chi cazzo sei!?!?-

-Mi chiamo Totore e sono la tua salvezza.-

Totore pressò la sua fronte insevata contro la mia, mettendosi poi a ridere come un cane rabbioso. Totore scomparì nella folla e io sprofondai nel mio sediolino. Rimasi solo in mezzo al caos. Alcuni tifosi gridavano contro di me, mi dicevano di tornare al mio posto, di alzarmi e non mollare. Scivolai lentamente verso il basso, finché un’ombra si impadronì del mio corpo. Venni completamente sommerso dal buio.

Si aprirono le porte. Mi risvegliai alla fermata di Gianturco, seduto nel vagone del treno.

-Uagliò, rimm’ ‘a verità, ma tu nun staj bbuon’ eh?-

disse la signora anziana accanto a me.

La vecchia agitava la busta con le puntarelle, cercando di togliermela da sotto al gomito. Mi alzai disorientato, cercando una via d’uscita. Non feci in tempo a uscire che mi si bloccò il piede tra le porte e la scarpa sinistra mi si sfilò dal piede.

Bestemmiai, invano.

Vidi la mia scarpa scomparire nel buio del tunnel metropolitano. Rimasi immobile come gli Struffoli di Natale, volevo andarmene. Tornai all’ufficio postale zoppicando, il ginocchio mi faceva male e pure la testa non la sentivo messa benissimo.

Arrivai in ufficio e trovai ‘o Mast’ che vomitava in un cestino, probabilmente la ventesima sfogliatella la si poteva evitare.

-Capo, t’appost’?-

-Ma vafangul’ Renaat…oh!-

Entrai nell’ufficio del capo per prendere il foglio dei turni. Trovai Maria sbracata sulla poltrona con in mano una riccia.

-Che fai ccà?- chiesi.

Maria gettò la sfoglia nel cestino.

-La città s’è bloccata.-

-Bella scoperta.-

-Ma no quello, mezzo scemo, i gruppi di sostegno non si incontrano più, sta succedend’ c’cos.-

-Che succede?-

-Stanno tutti aspettando Domenica.-

-Domenica?-

-Oh! Ma stai bbuon’? Domenica c’è LA partita.-

“La Partita? che Part…?”

Mi misi le mani in tasca e scoprii di avere due biglietti per una partita di calcio. Sulla estremità dei biglietti c’era scritto: “Omaggi - Salvatore Donofrio”

Maria diede un colpetto di tosse per attirare la mia attenzione, con successo.

-Scusa ma…perché porti una scarpa sola?-

Mi guardai i piedi, avevo addosso un calzino nero che forse una volta era bianco, pensai di fare schifo al cazzo.

-Mo’ ti spiego.-

3

Dovete sapere che a me fanno schifo i bacherozzi. Ma non sono le zampette, il fatto che volino o il rumore che fanno quando li schiatti. A me i bacherozzi mi fanno schifo perché stanno sempre uno ‘nguoll all’altro, creando corpi informi che generano quel senso di non riuscire a capire che diventa terrore che diventa schifo. Solo a questo riuscivo a pensare mentre mi avvicinavo allo stadio. Giá lo stadio.

Lo stadio San Paolo di Fuorigrotta e’ una sacchetta infernale dove sessantamila persone una settimana si’ e una settimana no vanno a fare quello che fanno i bacherozzi. E’ un luogo che mi genera attrazione e repulsione allo stesso tempo, perche’ a me i bacherozzi fanno schifo e trovo interessante osservare le cose che mi fanno schifo.

- Ne’ ma che cazz’ e’ successo qui? -

Mi resi conto di stare camminando su dei vetri. Mi girai a guardare Maria appoggiata al muro, mentre tentava di togliere una scheggia incastrata nella suola dei tacchi.

Non lo so, sembra sia esploso qualcosa. - In questa citta’ di merda continuano a fare le cose a cazzo, guarda qua . -

Mi presento’ davanti agli occhi un pezzo di vetro grande come una noce. Dall’altro lato il suo volto veniva riflesso e moltiplicato, come attraverso gli occhi di un bacherozzo.

Signori’ qua e’ passato il pullman di quelle grandissime latrine della Juve. -

Ci girammo tutti e due verso l’origine della voce, dove un uomo di mezza eta’ vestito in maniera signorile ma dimessa fumava seduto fuori ad un negozio di articoli da casa.

Li stavano aspettando. Appena il bus e’ girato su Via Lepanto e’ partit’ nu burdell’ incredibbile. Uova, pomodori, monnezza, sassi. Non si e’ capito piu’ niente, la polizia ha dovuto cominciare a spingere la folla via.

- Quindi questi vetri sono del pullman della Juventus?

- No signori’ quelli sono i vetri delle macchine della polizia. -

Scrutai l’uomo che scrutava Maria. Ero sicuro di averlo visto da qualche parte, ma non riuscivo a ricordare esattamente dove, forse ad uno dei centri. Era una di quelle persone che sembra fatta con lo stampino e potrebbe abitare in qualunque città d’italia. Ma non lo fa e invece vive a Napoli, il che cambia tutto e niente allo stesso tempo.

- Ma state andando alla partita? Vi dovete muovere, quelli tra poco nun fann’ trasi’ cchiu’ nisciun’. -

Feci per guardare l’orologio, ma non ne avevo bisogno. Aveva ragione. Le strade erano gia’ vuote in quella maniera che a Napoli sono vuote solo quando gioca il Napoli e a Natale, e infatti per la via c’eravamo solo noi, lui e i vetri. Presi Maria per la mano per tirarla via dalla vetrina piena di mocio, sorprendendomi quasi subito di quanto sentissi naturale quel gesto, come se quella mano l’avessi già stretta centinaia e centinaia di volte.

Jammuncenn’. -

Eeee bello con calma, che qua sembra di stare camminando sui miniciccioli. Arrivederci.-

Arrivederci signori’, forza Napoli.

-Sempre. -

Risposi io, utilizzando un riflesso antico, seppellito sotto decenni di merda e ansiolitici. Maria protesto’ un altro poco lungo la strada, ma le sue rimostranze non durarono molto. Stava diventando sempre piu’ difficile parlare. Ogni passo concitato verso lo stadio era come alzare il volume dello stereo più grande che abbiate mai sentito. La terra tremava impercettibilmente, facendo saltare le schegge di vetro come i popcorn. Girammo l’angolo, fermi. Eravamo finalmente arrivati allo stadio.S uperammo i controlli agilmente, dato che eravamo gli ultimi rimasti. Un poliziotto eccessivamente zelante aveva qualcosa a che ridire sulla mia faccia (e tantotanto che non poteva sapere come mi sentivo dentro, altrimenti co’ cazz’ che ci faceva entrare) ma dopo due moine a gatta stramorta di Maria anche lui si rabboní. Salimmo le scale verso la Curva A e il San Paolo ci inghiottí come uno tsunami. Tremava tutto, incessantemente. I fischi erano talmente assordanti e prolungati da farti credere di essere veramente diventato sordo o scemo o tutt’e due. Con mio genuino terrore notai che la capienza era massima, e un paio di volte dovetti evitare di guardare in una qualche direzione specifica, paralizzato dall’effetto chiaramente bacherozzo che sprigiona una folla di quelle dimensioni. Il mondo comincio’ a ruotarmi attorno, con i timpani che mi scassavano le meningi e le luci dello stadio che si dilatarono fino a lasciare solo un piccolo, stronzissimo spiraglio di realta’. In quel momento i giocatori entrarono in campo. Apriti cielo. Sessantamila persone cominciarono ad urlare tutte insieme. Sono fottuto, pensai. La bile mi comincio’ a salire fino ad annebbiarmi gli occhi, ora mi sentivo come se dovess svenire e vomitare allo stesso tempo.

oooooooo, bello? Renato? Renato? RENATO! -

Mi risvegliai dal ciglio dell’abisso per trovare Maria che mi stava tenendo per il bavero della giacca mentre mi urlava in faccia.

Gesù, gesù, gesù! Proprio io l’aveva truva’ stu sciem’! Ci vogliamo andare a sedere? O amma sta ‘cca comm’ ‘e strunz’? Renato, Renato, RENATOOOO?

-Come fai a sapere come mi chiamo?

-Ma allora si tutt’strunz o’ver’, muoviti. -

Non mi chiedete come, ma Maria ci fece addirittura sedere. In Curva A. E potremmo anche sindacare sul fatto che in Curva A avrei dovuto direttamente svenire con quanta cazzo di gente si siede in una curva del San Paolo, dieci,quindicimila persone? Ma il miracolo non fu quello. Fu meglio. E peggio. Sei minuti dopo l’inizio, cioe’ alla fine sei minuti dopo essere quasi svenuto tre volte, Sami Khedira segna per la Juventus. L’intero stadio implode in silenzio, nella paresi quantistica del dolore che solo un gol della Juve al San Paolo puo’ causare ed io, finalmente, mi calmai. Il gol aveva gelato i cuori di questi sessantamila bacherozzi e disteso il mio. Ora tutto era chiaro e potevo permettermi il lusso di osservare il tempo che si dilatava all'infinito mentre lo stadio digeriva la nuova situazione. Come in un film al rallentatore le immagini apparivano belle, definite, interessanti anche quando non lo erano affatto: un bambino che seppellisce la faccia nella sciarpa azzurra, un uomo di mezza etá che urla sguaiatamente, migliaia di microespressioni del dolore, della sofferenza del rosicamento. I muscoli facciali tesi, pronti ad esalare l'ultima bestemmia. E fu allora che lo vidi. Limpido ed anche leggermente illuminato.

Totore Donofrio mi sta fissando seduto sulla balaustra della Curva A. Passa un secondo, lunghissimo. Ne passa un altro, ancora piu’ lungo, e lo stadio si libera dal torpore con una pioggia di kitemmuorti all'indirizzo di qualsiasi cosa sia bianconera. Totore mi fa segno di seguirlo. Mi alzo dal posto e mi avvio dietro di lui. Maria Cantante mi guarda, sconcertata, ma non dice niente.

3

Alla fine ce ne siamo andati da sopra lo stadio che io stavo più di là che di qua. Quella sfaccimma di Juventus aveva vinto e quello sfaccimma del Napoli ha perso e tengo a questa che mi sta martellando le orecchie perché ci stanno ancora i cazzo dei vetri a terra e si lamenta e dice che è colpa mia e che tien più bisogno di me di andare agli incontri e io ci dico che non è il momento di pensare a questioni così importanti perché l’unico fatto importante è proprio quello. Sto camminando e sto sudando come un pazzo perché ci stanno cinquemila gradi e a Napoli ci sta quella cosa infame che si chiama umidità che pure se stai all’ombra di insegue fino a dentro la cervicale che poi ti fa bestemmiare manco tenessi settant’anni. Il medico mio, quando ci vado, me lo dice sempre che la devo finire di fare lo stronzo e aggia metter’ a cap a fa bene e l’aggia smetter’ e pijà fridd a sera tardi

- che ci sta quell’umidità che a quelli come te li distrugge -

E io ogni volta devo stare là con quella faccia di culo a sentirmi la cazziata a cui non posso rispondere in nessuna maniera, uno perché non sono un medico, due perché il mio medico c’ha ragione, quello alle volte manco mi asciugo i capelli dopo la doccia e puntualmente vado da lui pensando che chissà tengo dietro la testa e quello senza proprio pietà

- perché tu si nu strunz e nun m staje a sentì -

Ma a uno co tale saggezza che gli vuoi rispondere? Quindi puntualmente faccio il cesso, mi compro il Moment, me lo chiavo in canna prima di andare a dormire e prego iddio che sta merda il giorno dopo non si presenta n’altra volta. Ma poi ce la fa sempre, la cervicale non ti lascia, è peggio della suocera quando si è incaponita che ti deve rompere i coglioni e come tua moglie quando ha deciso che tu per due mesi non devi chiavare perché ce lo tiene lei, il mal di testa. E quindi tu stai là e sei obbligato a fartelo in mano e a volte non tieni manco il genio per fartelo in mano e non riesci a dormire perché quella stronza oltre ad averti tolto la possibilità di farti sentire un poco più uomo ogni tanto ti ha tolto pure il genio di divertirti da solo. Camminando camminando vedo un bacherozzo, ve l’ho già raccontato quanto mi fanno schifo i bacherozzi e quelli co questo caldo escono fuori da tutti i tombini di 'sta città. Io ce li vedo che si organizzano durante la stagione per andare a Mappatella Beach o a Giuseppone o a Marechiaro. Quello dipende da dove stanno di casa. Ce li vedo tutti assieme che stanno là e pensano

- wagliù l’at jurno hanno scamazzato a Gennaro e chili ha cacciat nu sacco e Gennarin mamma mì chi schif. Quindi wagliù statv accort perché o sapit ca bel e buon chill là bell e buono cacciano quelle cose che fanno le fiamme rosse e pigliamo tutti quant per. E allò là tien vogli e t fa a marenn pe jì a Giuseppon a mar. Sì già bell che ghiut acit -

Comunque, uno di sti bacherozzi ha pigliat e m’è sagliut ‘ngopp a scarp. A me quanto mi fanno schifo i bacherozzi già ve l’ho detto trenta volte e allora piglio e scuoto la scarpa che manco m’avessero preso con la scacciacani. Tengo il laccio slacciato e quindi mi calo e mi allaccio le scarpe; io poi quando mi allaccio le scarpe penso sempre che se lo devo spiegare a qualcuno non lo so manco per il cazzo come si allacciano quei lacci di merda. Tu fai due tre giri con le mani e quelli so allacciati e rimani là co quella faccia di cazzo a dire a te stesso - ma comm cazz agg fatt - quei fatti che quando arriverà il giorno in cui ce lo devi spiegare a tua figlia com'è che si allacciano i lacci rimani lì con lo sguardo imbambolato che manco c’hai una fessa davanti e l'unica cosa che ti viene da pensare è - e mo che cazzo ci dico a questa io non lo so come si fa o facc e basta - ma poi alla fine ti rendo conto che ti devi arrendere alla sincerità e l'unica cosa che c'hai da dire è

- piccerè, i so 30 anni che cerco di capire come mi allaccio le scarpe e ancora non c’agg capito nu cazz, mo vai da tua madre che sicuramente lo sa -

Bell e buono Maria

- oh ma stai durmenn? - io un poco na pausa me l’ero presa, in realtà

- oh e nun scassà e pall -

Intanto Totore sta camminando avanti a noi e lo seguiamo manco fosse il capo branco. Chissà a ‘ro c sta purtann.

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