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Una storia di chi813

Vedrai vedrai

Pubblicato il 11 dicembre 2017 in Storie d’amore

Tags: amoregelosiadolorefollia

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Quando io e Anna ci siamo lasciati, qualche anno fa, è stato quasi un sollievo, per me, anche se ancora non lo sapevo.

In quell’occasione mi sono ripromesso che non mi sarei più legato a ragazze come lei, che avrei dovuto costruirmi una storia più tranquilla, per cercare di non soffrire più.

Eppure io l’amavo, l’amavo terribilmente, e quello di cui avevo paura costantemente era che lei non provasse lo stesso per me, e questa insicurezza mi spezzava il cuore.

La conobbi al ristorante di mio cugino dove lavorava come cameriera e ne venni subito colpito. Quello che mi rapì fu il suo sguardo, passava dall’essere estremamente malinconico all’incredibilmente vivace in una frazione di secondo. La osservavo muoversi tra i tavoli mentre con la testa vagava altrove e non riuscivo a fare altro che pormi mille interrogativi ed esserne affascinato.

Piano piano riuscii a stabilire un contatto: qualche sguardo incrociato, un sorriso, una battuta. Lei era molto disponibile e gentile ma schiva allo stesso tempo. Non si tratteneva mai più del dovuto, provava sicurezza nel potersi allontanare dal tavolo appena lo ritenesse necessario.

Dopo svariate cene finalmente cominciai a percepire una certa disponibilità da parte sua. Cominciai allora ad aspettare che finisse il turno per attaccarle bottone e riuscire a fare due chiacchiere per conoscerla un po’. Nel frattempo il mio interesse nei suoi confronti non faceva che aumentare e se all’inizio delle nostre brevi conversazioni si era dimostrata essere molto timida e riservata, a poco a poco riuscii a scavalcare quel muro che portava attorno a sé come un’armatura, o almeno così credevo.

Una volta la invitai al cinema, glielo chiesi così a bruciapelo prima che salisse in macchina per tornare a casa. Lei parve per un attimo perplessa, e forse anche imbarazzata, poi, con un sorriso, mi disse di sì.

Da quel momento iniziò la nostra storia.

Avevo scoperto che era appassionata di film e il mio vantaggio su di lei era di avere cinque anni in più e pile di dvd sparsi per la casa. A quel tempo ero un vero maniaco, ero capace di guardare anche tre film in un giorno solo e così avevo sempre qualcosa da raccontarle e qualche novità da proporle. Finito il lavoro spesso veniva a trovarmi e sdraiati sul divano ci guardavamo qualcosa fino a tarda notte, lei attentissima alle scene che si susseguivano mentre io spesso mi perdevo ad ammirare le sue forme.

La accarezzavo, le percorrevo il fianco e scendevo fino alla coscia mentre lei se ne stava di lato con la testa appoggiata al mio petto. Quando il film finiva si girava verso di me e mi guardava per un po’, dritto negli occhi, senza dire nulla, e si limitava a sorridere. Io rimanevo spiazzato e non osavo quasi respirare per paura di rompere l’incantesimo di quel momento. Allora allungava una mano verso la mia guancia e la sfiorava, raggiungeva la nuca e mi avvicinava a lei per potermi dare un bacio. Senza mai nessuna fretta rimanevamo nudi l’una fra le braccia dell’altro.

Sul mio lungo divano di pelle marrone lei si lasciava andare completamente a me, si muoveva tra le mie mani mentre con la bocca seguiva un disegno tutto suo che immaginava sul mio corpo, partiva sempre dalle labbra per poi arrivare delicatamente, ma ogni centimetro più decisa, in mezzo alle mie gambe.

Non rimanevamo comunque sempre a casa. A volte ci vedevamo anche durante il pomeriggio quando lei era libera e io … io mi arrangiavo con gli orari al lavoro e non di rado facevo tardi perché ero in sua compagnia da qualche parte. La caricavo in macchina e la portavo a fare un giro, non era mai importante la meta ma trovare un posticino appartato dove rimanere nascosti da occhi indiscreti. Le sue giornate preferite per queste uscite pomeridiane erano quelle nebbiose, che aumentavano l’intimità e il silenzio attorno a noi. Parlavamo tanto, le piaceva raccontarmi le sue cose e io l’ascoltavo come se il tempo non passasse mai, finché lentamente, o velocemente a seconda dei casi, non cominciavamo a toglierci i vestiti di dosso. Lei non aveva problemi a svestirsi completamente davanti a me e a farsi vedere per come era, mentre io ero più timido e mi lasciavo sfilare la maglietta solo perché sapeva essere convincente.

Anche quando eravamo insieme poteva essere al settimo cielo oppure sottoterra, a seconda di quello che le era successo durante la giornata o di quello che aveva in mente in quel momento, però se ci ritrovavamo in una situazione problematica era lei, dei due, quella positiva. Una volta ci fermammo lungo una strada decisamente poco trafficata, in mezzo alle colline e lontano da qualsiasi centro abitato. Avevo parcheggiato la macchina nel campo e rimanemmo lì qualche ora. Quando fu l’ora di ripartire non riuscii a spostare l’auto di un metro, le ruote erano affondate nel terreno e ad ogni tentativo di retromarcia affondavano sempre di più. Aveva piovuto nei giorni scorsi, e in alcuni punti la terra era diventata fango; ovviamente non me ero reso conto quando eravamo arrivati e nonostante Anna mi avesse avvertito a riguardo io non avevo prestato attenzione a quei particolari … Vista la situazione scese subito dalla macchina e cercò di aiutarmi in tutti i modi, la vidi raccogliere dei rametti che trovava qua e là e infilarli sotto le ruote posteriori in modo che non scivolassero ma erano troppo piccoli e risultarono inutili. Mi feci prendere dal panico e m’incazzai, dovevo andare a un appuntamento a cui ero già in ritardo e non mi potevo presentare in quelle condizioni, con le scarpe e la macchina coperte di fango. Non sapevo neanche più cosa dire, lei tentava di tranquillizzarmi e si stava facendo buio quando vedemmo due fari gialli arrivare verso di noi. Mi misi subito in strada per farmi vedere e chiedere aiuto, scese un signore sulla sessantina che venne a darci una mano, disse ad Anna di salire in macchina e di dare gas come le avrebbe suggerito lui mentre noi due ci posizionammo con le mani sul cofano a spingere. Dopo alcuni tentativi riuscimmo a spostarla e a rimetterla in strada, ringraziammo e ripartimmo. Io ero ancora su di giri, l’auto era un delirio, e così le scarpe. Passammo di fianco a un cimitero e lei mi disse di accostare. La vidi andare dentro velocemente, non sapevo cosa volesse fare, e poi tornare subito fuori con un contenitore pieno d’acqua. Prese i suoi fazzolettini e un bastoncino da terra, poi si chinò ai miei piedi e si mise a pulirmi le scarpe. Era come se si sentisse in colpa per quello che era successo e volesse cercare di rimediare e di tirarmi un po’ su il morale ma io non ce l’avevo assolutamente con lei, sapevo che ero stato un cretino ed ero solo arrabbiato con me stesso. Apprezzai tantissimo comunque quel suo gesto che mi fece ripartire col sorriso.

Con il proseguire delle nostre uscite scoprii che le piaceva fumare qualche canna ogni tanto e io, che ero invece un fumatore incallito di sigarette, non mi tirai indietro quando mi chiese di farlo insieme, anzi, avevo un amico che spesso se ne procurava a cui chiesi di passarmene un po’. A me non faceva impazzire, soprattutto perché mi portava spesso in una fase depressiva, ma avrei fatto qualsiasi cosa per farla contenta e a lei quello piaceva. In macchina oppure in casa mia, mentre ascoltavamo qualche cd, lei si lasciava andare a quell’inspiro ed espiro profondo, e io avrei voluto entrare nei suoi occhi per vedere quello che vedeva lei. Mentre Anna fissava qualcosa di sconosciuto nello spazio io fissavo lei, fino al momento in cui non prendevo coraggio e la riportavo da me.

L’amore però, non lo facevamo. Certo poteva chiamarsi amore il nostro stare insieme, i nostri baci e le mani che andavano ovunque, i nostri corpi attorcigliati … ma il vero e proprio atto sessuale … quello no, ed ero io a rifiutarmi. Più che un rifiuto la mia era un’incapacità a fidarmi completamente di lei e a darle tutto me stesso. Avevo paura che una volta superato quello scoglio sarei entrato nella via del non ritorno, non sarei più riuscito a fare a meno di lei. Avevo paura che mi lasciasse per qualsiasi motivo, un altro ragazzo, un ex, una malattia, persino alla morte pensavo come possibile causa del suo abbandono e della mia conseguente solitudine. Come avrei potuto sopravvivere a un simile dolore? Se da un lato la desideravo con tutto me stesso, dall’altro non riuscivo a superare questo blocco per averla davvero. Lei non insisteva mai più di tanto ma cercava sempre di tenermi a mio agio e di farmi rilassare, in modo da non pensare a nulla. Ogni volta che eravamo nudi l’uno tra le braccia dell’altro però la mia testa non staccava la spina un secondo e non riuscivo mai a lasciarmi andare del tutto.

Forse anche per questa mia mancanza iniziai ad essere geloso, sapevo che in tanti le stavano dietro e potevo essere sostituito con un altro in pochissimo tempo, con qualcuno che magari le avrebbe dato subito quello che io insistevo a trattenere per me. Ma più di tutti ero infastidito dal suo ex. Sapevo che si sentivano e si vedevano spesso, me ne parlava lei tranquillamente rassicurandomi che da quando si erano lasciati non c’era stato più nulla fra di loro, però erano rimasti molto legati. In cuor mio sapevo che non mi stava mentendo ma ero entrato in una fase in cui la testa viaggiava più veloce del cuore. Trovai occasioni per litigare, spesso stupidi pretesti, come una maglietta troppo sexy per andare a ballare o il suono di un messaggio che arrivava mentre eravamo insieme. Ero serio, scontroso, passavo le giornate davanti al computer concentrato in giochi di ruolo online e con la sigaretta in bocca, non aprivo le finestre né tantomeno alzavo le tapparelle, mangiavo qualcosa quando mi andava, fuori dai pasti, e a volte non mi rendevo nemmeno conto di che ora fosse, era ancora giorno o già notte?

Una sera Anna venne a trovarmi. Le aprii la porta dal citofono e non le andai incontro come facevo di solito, la lasciai salire le scale da sola ed entrare nella stanza a soqquadro. Non la guardai neppure, me ne stavo seduto sulla mia sedia girevole blu rivolto alla finestra, piangevo. Mi chiese subito cosa avessi e se fosse successo qualcosa, era tranquilla come sempre, e io la odiavo. Le dissi di andarsene via, di tornare a casa, che doveva uscire dalla porta e dalla mia vita. Lei non sapeva che dire e la sua faccia incredula mi fece ancora più imbestialire. Iniziai a urlare, le spiegai che un mio amico l’aveva vista in discoteca mentre se ne stava appartata col suo ex, e io non avevo voluto sapere nient’altro perché tanto lo sapevo che cosa poteva aver fatto. Ovviamente iniziò a dire che non era successo nulla, che avevano fatto due chiacchiere davanti al bar ma poi ognuno si era fatto i propri e che sicuramente mi avevano raccontato in quel modo per farmi arrabbiare. I miei amici si divertivano sempre a prendermi in giro, quello lo sapevo, ma in quel momento non volevo ascoltare nulla delle sue parole, potevano essere solo menzogne. Le dissi anche che le avevo trovato un messaggio sul telefono in cui lui le diceva che gli mancava e avrebbe avuto bisogno di lei. Allo stesso tempo le continuavo a urlare contro di andarsene ma lei non voleva, se ne stava lì impietrita ad emettere suoni privi di senso, allora le presi la borsetta e la gettai in strada fuori dalla finestra, poi iniziai a spintonarla, l’afferrai per il collo del maglione e la spinsi giù dalle scale sbattendo la porta. Mi rannicchiai di nuovo sulla mia sedia, immerso nel mio dolore.

Qualche minuto dopo mio zio, che abitava al piano di sotto, aprì la porta ed entrò insieme ad Anna. I suoi begli occhi sconvolti erano l’ultima cosa al mondo che volessi vedere ormai e quando mio zio chiese spiegazioni e ci intimò a parlare in maniera ragionevole, io ricominciai a sputarle addosso tutto quello che pensavo mi avesse fatto, la dipinsi come un mostro e le affibbiai gli appellativi più terribili. Lei cercava di intervenire, soprattutto con mio zio, il quale però iniziò a prendere le mie difese finché io le voltai le spalle e lui l’accompagnò fuori.

Passarono i mesi e non ricevetti nessuna sua notizia, ugualmente io non mi feci mai vivo eppure, non facevo altro che pensare a lei. Per andare al lavoro facevo un’altra strada per non passare davanti a casa sua e rischiare di vederla o incrociarla, non mi fermavo più a mangiare al ristorante di mio cugino, evitavo qualsiasi possibile occasione d’incontro. Mi ero reso conto di essermi comportato in maniera folle e imperdonabile, come avrei potuto ritrovarmela di fronte un’altra volta. Sicuramente era lei ora ad odiarmi.

A Natale però mi decisi a scriverle un messaggio. Poche parole, per quanto potesse valere le dissi che mi dispiaceva e che avrei voluto vederla. Accettò.

La aspettai il sabato sera finito il lavoro, in macchina, fuori dal ristorante. Quando salì sul seggiolino di fianco a me fu come se tutto quello che era successo negli ultimi mesi si fosse cancellato, le sorrisi come avevo sempre fatto e nonostante mi fossi preparato un sacco di cose da dire non riuscii ad aprire bocca. L’amavo ancora. Capii dal suo sguardo che mi aveva perdonato ma qualcosa si era decisamente incrinato. Le chiesi un po’ di lei, come stava, cosa avesse fatto, e nella sua chiusura lessi che non potevo fare finta che non fosse accaduto nulla. A mia discolpa cercai di spiegarle che quello era stato decisamente un periodo nero per me, su tutti i fronti: il lavoro, gli amici, l’amore, i soldi … non c’era nulla che andasse per il verso giusto, mi ero sentito un fallito e un insicuro, avevo messo in dubbio ogni cosa. Mi disse che era stata molto male dopo quella sera e non sarebbe mai riuscita a dimenticare come l’avevo trattata. Provava ancora del sentimento per me ma qualcosa si era rotto, tra di noi e dentro di lei, e probabilmente non si sarebbe mai più aggiustato. Mi sfiorò la mano per qualche istante, in silenzio, e poi scese dalla macchina.

Per un po’ di tempo cercai di riavvicinarla a me, le scrivevo, le chiedevo di vederci, le telefonavo … finché non capii che non c’era nulla da fare, scoprii anche che aveva cominciato a vedersi con un altro, rischiai di riaffondare nella gelosia ma questa volta lei mi fermò subito e non mi permise di andare avanti. Era davvero finita.

Tempo dopo mi fidanzai con una ragazza, lo feci con leggerezza, non ne ero stato catturato ma era più lei a cercarmi e a volermi suo. Il nostro era un rapporto normale, senza picchi alle stelle o sotto terra, non mi sentivo mai al settimo cielo ma allo stesso tempo non cadevo in nessun baratro, e quello per me divenne la cosa più importante. Lei non era Anna, non le somigliava in nulla e questo era quello che volevo. Mi faceva stare bene, senza problemi.

Abbandonai l’idea di quell’amore così pericoloso che prende e toglie tutto, anima e corpo, e la rinchiusi nei miei ricordi per riportarla alla luce ogni volta che incontrai Anna, negli anni che seguirono.

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