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Una storia di PatriziaPat

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La stanza verde acqua

Tra sogno e realtà

Pubblicato il 22 ottobre 2016

“Non basta un foglio per raccontare una vita, non basta un libro per raccontare una vita, non basta una vita per raccontare la vita”

Un urlo assordante nella notte, poi il silenzio assoluto, e due lunghissimi giorni sono già passati rannicchiata in posizione fetale sul letto, ora a fissare il soffitto, ora a fissare una crepa al muro proprio sotto la finestra, un piccolo segno, quasi invisibile tra lo spatolato giallo della parete, sembra un capello crespo, attaccato in quel punto per sbaglio. Chissà da quanto tempo è lì, forse da sempre, da quando quel pittore ha tinteggiato la stanza, tanti anni fa, eppure solo ora lo noto, solo ora ci faccio caso, e mi domando perché? … Semplice! Perché, non voglio pensare, non ho la mente per pensare, e allora rimango inerme, incapace di alzarmi, da due lunghissimi giorni subisco passivamente tutto ciò che stanno facendo per me. Tutti cercano di far qualcosa per me, ma a nulla servono i loro sforzi, sebbene dettati da tanto amore, a nulla servono le parole, i gesti, le delicatezze, se non si ha voglia di riceverle e di accettarle, se manca la forza anche solo di parlare, e di dire “Grazie a tutti”. La mente è vuota e piena allo stesso tempo, una sensazione di calma e soffocamento insieme, il caldo e il freddo addosso. Mi hanno chiesto se volevo andare da Lui in ospedale. Ho annuito con il capo, l’unico movimento che son riuscita a fare e tra poco andremo, mi devo preparare, almeno vestire, con qualcosa di pesante, perché fuori sarà molto freddo; come un robot mi muovo usando una lentezza innaturale, mi infilo i pantaloni e butto su il primo maglione che mi capita senza neanche guardare se i colori stanno bene insieme. I colori, ma cosa importa dei colori adesso? Il mio cervello ha davanti solo il nero, un nero opaco o nero lucido non saprei, e meglio ancora nero lavagna, se mi sforzo un po’ forse arrivo al grigio con tutte le sue sfumature, argento, ardesia, topo, antracite, fumé, cenere, ma non sarà mai colorato abbastanza, non sarà mai un arcobaleno; mi tiro su il cappotto e un cappello beige, tolgo i capelli dal viso e con le dita, alla rinfusa cerco di sistemarli tra le pieghe della lana; in tempi normali mi sarei vestita davanti al grande specchio dell’armadio, non per vanità, non lo sono mai stata, ma solo per vedere il risultato finale e ottenere una sorta di beneplacito, oggi proprio non vedo neanche l’armadio, non m’importa se sto bene, se faccio schifo, se ho messo il marrone con il blu, se i pantaloni dentro gli stivali danno fastidio alla caviglia, se non sono proprio il massimo della femminilità. Certo è, che quando uscirò da questa stanza, le persone che sono di là, mi guarderanno, ma sono quelle stesse persone che mi conoscono da bambina, che mi vogliono un bene dell’anima, e non guarderanno proprio me, ma il mio cuore, quel cuore spezzato, che non trova modo di ricomporsi, loro vorrebbero alleviare in qualche modo il mio dolore, questo lo sento, ma non c’è modo per ora, non so se ci sarà mai un modo, una sorta di soluzione, una scusa qualsiasi per tornare indietro e cancellare tutto, questa non è una scena scritta a matita, non si può passare la gomma e togliere quei piccoli residui di amarezza con le mani, per trovarsi con una pagina pulita, bianca su cui ricominciare tutto da capo.

Muovo un passo, le gambe mi tremano, non mi reggono, le forze sembrano essere svanite nel nulla, forse sono rimaste tutte, dietro quell’urlo struggente. Faccio un bel respiro profondo, cercando in quell’aria, che sa di chiuso e di bucce di mandarini, rimaste sul comò, l’energia per affrontare anche questa prova, esco, la macchina è già pronta, l’ho sentita prima, con il motore acceso, proprio sotto la finestra. In silenzio attraverso il salone, gli sguardi addosso però non stanno in silenzio, li sento tutti, mi sfiorano la pelle, mi toccano l’anima, un silenzio che mi accompagnerà per quella mezz’ora di viaggio, un silenzio che sembra infinito, che ha una resistenza incredibile, che pesa a me, come agli altri, più di una montagna, un silenzio che non si sopporta, ma che c’è e non se ne va, perché non se ne andrà mai da solo.

Una mezz’ora che sembra non passare mai, il mondo scorre attraverso il finestrino, un mondo che va avanti, malgrado tutto. Io l’ho fermato il mio mondo, anzi forse è meglio dire che, me lo hanno fermato violentemente, sottratto e travolto prepotentemente, la notte di due giorni fa, quando il mio adorato papà ha perso il controllo dell’auto e …. e ora è il bilico tra la vita e la morte, sospeso da una minuscola e invisibile ragnatela si seta.

… Scendo dall’auto e resto lì immobile tra la portiera e il marciapiedi, fino a quando non mi prendono sottobraccio e mi spronano a muovere quel piede davanti all’altro, come si fa per i bambini che devono imparare a camminare; l’aria è gelida e tutt’attorno c’è solo una bianca coltre di neve che brilla sotto i raggi di un tiepido sole. So che mi porteranno da lui, so che lo rivedrò, che potrò toccarlo, che gli starò vicino, ma solo questo mi sarà concesso; non so dirvi quanti passi ho fatto, cosa sto pensando, cosa vorrei dirgli, non so nulla, non mi rendo conto neanche di quello che provo, non riesco a focalizzare nessun pensiero, cammino sorretta dagli altri e basta. La stanza è sempre più vicina, di colpo sento un leggero mormorio, delle parole bisbigliate, indecifrabili, poi … la porta aperta e il silenzio improvviso, quasi imbarazzante. Ci sono delle persone che conosco da anni, lancio uno sguardo veloce sotto gli occhiali neri come la pece, alcuni abbassano gli occhi, altri si guardano tristi, uno di loro si alza e vorrebbe avvicinarmi, ma forse un cenno dello zio lo ha fermato, ed è rimasto lì in piedi, con le mani penzoloni senza sapere cosa fare. Si apre la porta di vetro, un vetro verde acqua, con una scritta blu, una signora vestita di abiti verde acqua mi tende la mano, l’afferro mentre sento che chi mi sorreggeva ha lasciato la presa, rimanendo al di là di quella porta che si chiude alle mie spalle. Mi blocco lì, dietro quella porta, ho davanti una vetrata, tutto è verde acqua, le pareti, il pavimento, il soffitto, i mobili sono bianchi ma i cassetti e le maniglie sono verde acqua, anche i carrelli lo sono, i tubolari delle sedie, le lampade, i macchinari, i tubi, le lenzuola, il lettino, tutto verde acqua. Non c’è nulla di un altro colore, tutto è solo verde acqua. La signora mi porge un grembiule, dei calzari ed una cuffia, tutto rigorosamente in tinta con l’ambiente, verde acqua. Con una delicatezza infinita mi toglie il cappotto e il cappello di lana, liberando finalmente la massa di riccioli neri che cadono confusi sulle spalle; appende tutto in un portabiti rotondo, una pallina verde acqua fissata al muro, proprio a fianco della porta; poi mi aiuta ad indossare tutto ciò che aveva preparato, e son lì, con una mano appoggiata al vetro di quella parete che mi divide da lui. Ora, immobile cerco di respirare quell’aria che sa di disinfettante, mentre mi dicono di avere qualche minuto di pazienza. Certo posso aspettare, attenderei una vita pur di uscire da lì con lui sottobraccio, sorridendo scherzando come abbiamo sempre fatto, abbracciandolo al collo fino a soffocarlo. A volte basta una parola che passa fugace nella testa ed ecco che riaffiorano momenti vissuti, momenti che non spariranno mai, che potrebbero restare latenti nella mente fino a quando non senti il bisogno impellente di riportarli in superficie, di ridar loro ossigeno, di riviverli, per cercare di provare di nuovo le stesse sensazioni, emozioni, dolci o tristi che siano state. Ho le mani fredde e sudate, il cuore mi batte a mille, mi appoggio con forza a quel vetro mentre le dita scivolano lentamente verso il basso; sei immobile, coperto con lenzuolo fino al collo, mi sembri colorito, gli occhi son chiusi, un braccio fuori con un ago infilato al gomito, e quel tubo in bocca, sicuramente ti da fastidio. Non credo che riuscirò a muovere un passo verso di te, non è come quando tornavi a casa la sera e ti correvo incontro, non è come quando ho ti aspettato per giorni perché volevo dirti che mi stavo innamorando; Ti ricordi? Mi stringesti la testa tra le mani quella sera, e poi mi hai baciato tra i capelli, con una tenerezza infinita, non hai chiesto nulla, né il nome, né gli anni, mi hai solo detto che te ne eri accorto e che eri felice per me. Ma tu sei sempre stato così, mai una domanda di troppo, e poi non servivano le domande visto che a noi donne di casa, non mancavano certo le parole. “Ma, state un po’ zitte, che sembrate due comari al lavatoio!” dicevi con tono deciso ma il sorriso sulle labbra, ci si guardava insieme e si scoppiava a ridere. I guantini della nonna mi tornano in mente ora, quelli che tenevi nella scatola sopra il comò, con quei guantini avrei voluto giocarci da piccola, non me lo hai mai permesso, non si potevano toccare, ma quel pomeriggio di giugno sei entrato in camera, eri già vestito a puntino, l’incredibile eleganza del tuo abito nero e la gardenia al taschino, mi hai guardata da capo a piedi, in silenzio, mi hai teso quei guantini corti di pizzo bianco, dicendomi solo: “Da oggi sono tuoi, conservali con cura”.

Un regalo bellissimo, li ho infilati subito e mi sono guardata le mani sorridendo, mentre tu mi tenevi le spalle, ci siamo guardati allo specchio, avevi gli occhi lucidi, tra noi non servivano le parole, noi avevamo gli occhi per parlare, il rumore del silenzio e i sussurri dolci ed infiniti del cuore. Ora lo sento il tuo cuore, c’è una macchina accanto a te che mi fa sentire il tuo cuore, un ticchettio, una nota suonata al pianoforte, un “la”, no forse un “re”, non mi sembra tanto regolare, a volte è più lento a volte veloce, anche il grafico che si vede dal monitor è verde acqua. Dio, non so quanto tempo è passato, e non so per quanto posso ancora resistere, sono un lago di sudore, non credo di riuscire ad avvicinarmi, vorrei fuggire lontano, non voglio vederti così, non doveva succedere, non è giusto, non voglio restare sola, perché è successo a me. D’istinto mi copro il viso con le mani, ma non ho lacrime, non ne ho avute, non le ho trovate le mie lacrime, gli occhi sono rimasti impietriti, freddi, non sempre la disperazione ti fa piangere e urlare, la mia disperazione mi ha stritolato in silenzio, all’asciutto.

Ecco, mi sembra di sentire la tua voce:

“Piccola gioia mia, vieni accanto a me, abbracciami ancora una volta, forte, forte.”

Di colpo, le mie gambe si muovono, mi avvicino, prendo la tua mano ed accarezzo il viso, non so se mi senti, se ti sei accorto di me, lo spero, lo spero tanto. Due sole parole riesco a dire …. Svegliati Papà! … poi la prima lacrima riga il mio volto.

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