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Una storia di IuriVit

L'Ospedale

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Pubblicato il 11 febbraio 2018 in Altro

Tags: figli malattia ospedale padre

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La porta automatica si chiuse alle mie spalle lasciando fuori il primo gelo dell'inverno. Appena mossi i primi quattro passi, l'odore di disinfettante si arrampicò sulle mie narici, ricordandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, che avrei voluto essere ovunque tranne che li.

Avanzai verso le scale, disorientato dalla luce al neon che rendeva grigia la pelle delle mie mani e si rifletteva sull'incolore pavimento rivestito di materiale gommoso. La suola delle mie scarpe scricchiolava ad ogni passo.

Percorsi i gradini due alla volta, più per abitudine che altro. In realtà non avevo alcuna fretta di raggiungere la destinazione. Anzi, non avevo proprio alcuna voglia di raggiungerla, la destinazione.

Ero li solo perché ormai mancava poco. Lo sapevamo tutti. E qualcuno un segno di presenza doveva pur darlo. Così son capitato io. Cosa beffarda, dopotutto.

Mi inoltrai nel corridoio racchiuso dalle pareti verde menta verniciate fino a metà. Lo sciame di personaggi in pigiama e gente soffocata dentro i propri abiti invernali sembrava scorrere compatto nella direzione opposta rispetto alla mia. Giusto un paio di infermiere in camice celeste e zoccoli del dottor Scholl si muovevano controcorrente. E, a giudicare dall'andatura, anche controvoglia.

Nel mio risalire incrociai una signora anziana dai capelli viola che si trascinava dietro un carrello per le flebo. Attorniata da un gruppetto di nipoti si prese la briga di lanciarmi uno sguardo pieno di compassione. Mi chiesi perché, visto che li il malato non ero certo io.

Ma poi capii. Sia lo sguardo della vecchietta che il moto della corrente umana verso la saletta all'inizio del reparto. Nessuno poteva sentire quelle urla e stare sereno in quel posto.

Già cinque stanze prima rispetto a quella in cui ero diretto, le imprecazioni e le preghiere disperate di quell'essere umano invadevano il corridoio.

Rallentai il passo, pronto a immettermi nella corrente e a farmi trascinare fuori di li. Ma poi vidi chiaramente una delle tre puttane bionde gesticolare al cospetto di una delle due infermiere. Quella infame mi aveva già visto. Fosse per me, me ne sarei anche fregato, sono sincero. Ma non volevo dare a quelle tre arpie e a quello sterco di persona della loro madre una scusa in più per sputare su ciò che restava della mia famiglia.

Così mi avvicinai. La sentivo la stronza chiedere qualcosa per il dolore, che quell'uomo soffriva così tantooo! Non ho sbagliato, è che proprio prolungò la “o” con un fare piagnucoloso che mi fece venire voglia di darle una sberla.

Affiancai le due, sentendo l'infermiera cercare di districarsi, spiegando che, in quello stato, si poteva far poco per il dolore, che per la morfina ci voleva ancora un'ora e tutte quelle cose mediche che si sentono spesso in luoghi come quello. Sembrava sinceramente affranta, povera donna. Volevo dirle di non preoccuparsi più di tanto, che a quella bionda li non gliene fregava davvero nulla. Ma a che sarebbe servito?

Lanciai uno sguardo alla strega, di sfuggita, giusto per vedere se le venisse in mente di salutare, di fare un cenno. Ma nulla. Per lei ero un ectoplasma.

Avrei voluto poter dire lo stesso di quelle persone che costituivano il capannello all'interno della stanza. Che poi erano le altre due bionde con la loro madre. La famiglia di Cenerentola, ma senza Cenerentola.

Invece le tre si voltarono tutte verso di me. Elena, la più giovane, ruotò talmente la testa da sembrare la bambina dell'Esorcista. Feci un cenno. Loro nulla, solo espressioni scandalizzate. Pazienza. Mi appoggiai alla parete di fronte al letto dal quale provenivano quei lamenti strazianti e tutti e quattro ci voltammo verso il malato. La strega madre gli reggeva persino la mano. Da non credere.

Così finalmente lo vidi. Non andavo a trovarlo da due mesi e non ci sarei nemmeno tornato se non avessi saputo che era in scadenza. Trovai un essere tutto gonfio, giallo come un limone, che chiamava la mamma e piangeva disperato.

Chissà, forse se fossi stato solo mi sarei sentito diverso. Ma l'unica cosa che provai fu una sorta di soddisfazione nel vederlo così.

Quell'uomo per tutta la vita aveva tentato di sopraffare tutti. Era stato stronzo con chiunque l'avesse conosciuto, perché, sosteneva, quello era l'unico modo di essere un vincente. Non s'era fatto nemmeno un amico, tranne quelli che gli ronzavano attorno con la bottiglia. Amici che lo aiutarono parecchio a finire nelle condizioni in cui versava in quel momento e che, come avrebbe fatto lui del resto, ora si tenevano ben alla larga dal risultato dei loro sforzi.

Guardavo quell'essere contorcersi a causa del suo fegato scoppiato. Lo vedevo mentre con gli occhi cercava lo sguardo di chi gli stava intorno, senza riconoscere veramente qualcuno.

Ciò mi dispiacque. Perché volevo che mi vedesse mentre, con la schiena sulla parete e le braccia incrociate, ridevo di lui. Non una risata sguaiata, ma un sorriso. Il sorriso di chi stava pensando: “Che fine ha fatto quel senso di grandezza adesso? Dove metti la tua forza? Il tuo rifiuto della malattia, perché tanto a te non può succedere? La tua brutalità verso gli altri? Adesso vuoi che tutti si curino di te immagino. Magari stai anche pensando che cambierà tutto. Non cambierebbe. E comunque dovevi pensarci quando avevi ancora una scelta.”

“Ti fa tanto felice vederlo soffrire?” la voce era quella di Elena. Mi voltai a guardare quella figlia dell'esorcista. Sorrisi anche a lei.

“Ho più diritto io di odiarlo di quanto ne abbiate voi di amarlo.” le risposi.

Poi lasciai la parete sulla quale mi ero appoggiato e me ne andai fuori dalla stanza, con le urla di quell'uomo che mi seguirono fuori dalla porta. Mi lasciai sulla destra l'infermiera che ancora discuteva con quella imbecille. Sperai di aver fatto un'uscita di scena degna di un film.

Certo, loro avrebbero sparlato di questo atteggiamento. Ma non mi importava proprio nulla di quello che potevano dire.

Dopotutto era pur sempre mio padre quello che giaceva sul letto.

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