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Una storia di Jelena

Pesce rosso

Pubblicato il 02 gennaio 2018 in Altro

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Aspettare appositamente un preciso giorno, trattenersi, temporeggiare, restare lontana da carta e penna, lasciare che il labirinto di pensieri diventi sempre più intracato, impedendo vie d'uscita. Tutto questo ha un senso per una mente che è abituata a volteggiare persino sul filo spinato, che scappa di continuo dalla realtà per rifugiarsi in un mondo parallelo tutto chiuso nella testa. Disciplinarsi, autocontrollarsi, imparare che le astrazioni creano danni collaterali nella realtà quotidiana, attenersi a ciò che è e non a ciò che ne ho immaginato.

Così, proprio per questo spirito anarchico della mia testa, tendo a ricoprire le persone di meriti che non hanno, a giustificare comportamenti frivoli, ad incassare delusioni mandandole giù come fossero confetti. Viaggio in questo loop da sempre, un binario circolare che fa salire a bordo sempre le stesse illusioni, le stesse tipologie di persone, ed è proprio a causa di una persona che oggi ho finalmente posto fine al lungo periodo di silenzio autoimposto.

Chiamiamolo A. che sta per amnesia, una delle sue più nobili virtù oltre a quella di farti completamente rincretinire. Sono fermamente convinta che un pesce rosso abbia più memoria, che riesca a ricordare il mio compleanno senza ripeterglielo milioni di volte, che riesca a ricordare quando ho un impegno importante, e che al mio rientro mi possa persino chiedere come è andata. O forse non è questione di memoria, ma di interesse.

Inutile negarlo, ero invaghita di lui già al primo ciao, il mio cuore ballerino aveva messo le scarpe da tip tap, i miei pensieri avevano già creato il nostro futuro e 5623 finali alternativi, avevo dato il nome ai nostri due figli, il cane avrebbe mangiato le sue pantofole, avremmo litigato per la spesa e da anziani avremmo guardato il tramonto sulla veranda, come nelle migliori commedie romantiche. Mentre questo avviene negli angoli più vivaci del mio cranio, nella vita di tutti i giorni accade che lui sparisca per ore, che diventano giorni che diventano settimane, ed io minimizzo, giustifico, piango poi chiamo un'amica, ritrovo lo spirito combattivo, raccolgo la dignità e "io non lo cerco più" diventa un mantra quasi credibile. Ma la sera, quando tiro su le coperte fino al naso si scoprono le fragilità, il senso di abbandono torna ad aleggiare come un avvoltoio, le mancanze che si amplificano, i respiri che diventano corti e l'ansia mangia tutto quello che resta. Ho perso il sonno, il cuore, la testa e qualche sentimento di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza, e dal suo acquario il pesce rosso mi osserva, sa che sono una povera cretina, mi ha visto distruggere un rapporto, sì, meno fantasioso ma più sano per uno che è una tempesta che ti trascina via e se ha buon cuore ti fa riemergere, ma come un relitto.

A. mi ha fatto scoprire una nuova parte di me, quella più incoscente, mi ha palesato che la ricerca della propria felicità investe ogni cosa come un carro armato, calpesta ricordi, progetti e rapporti, diventa egoismo nella sua forma più primitiva, distrugge tutto ciò che incontra e dopo resta solo che guardare le macerie provocate da una scelta sbagliata, da un attimo di leggerezza che si sconterà per tanto, troppo tempo.

Adesso è facile parlarne, è facile rendermi conto di ciò che ho rischiato di perdere, è persino più facile credere a quelle amiche che mi dicevano che lo avrei dimenticato, ma con tutto il bene che vi voglio amiche mie, diciamocelo, queste cose non le scordi. Lui c'è sempre, c'è il suo sorriso furbo, le sua battuta pronta, il suo cinismo forzato, i muri che io stessa ho innalzato come dighe ma che non hanno evitato il rompersi degli argini e ho superato i limiti che mi aveva chiesto di superare, mi sono lasciata andare alla nostra complicità. Gli ho concesso il tempo per raggiungere i suoi traguardi, ogni volta restavo dieci passi indietro per lasciargli strada, sono rimasta ad aspettare ed è arrivato solamente un altro autunno ed ho capito che il giallo è il colore delle foglie stanche come le mie speranze, e che avrei voluto far riposare quel mare di contraddizioni e insucurezze che infuriavano nella mia testa. Avrei voluto restarmene in silenzio, muta come quel piccolo pesciolino chiuso in un cubo di vetro, avrei voluto fermare le idee, chiuderle tutte in un ripostiglio lontanissimo.

E così ho fatto.

Non ne ho più scritto, non ne ho più parlato, ho stipato i pensieri tutti insieme uno sull'altro senza una logica da seguire, ho fatto sì che la mia mente potesse viaggiare, che potesse esplorare tutto quel mondo astratto ma che non potesse mai raccontarlo, un iteneriario da seguire in completa solitudine, senza appigli, senza scorciatoie. A. non c'era in nessun posto, era svanito da quel groviglio di sensazioni indefinite, nè dentro nè fuori i miei respiri.

Poi, un giorno come un altro, mi avvicino all'acquario e trovo il piccolo pesce rosso adagiato sul fondo e mentre mi rendo conto di non aver nessun ricordo che mi tenga ancorata a quel piccolo animaletto, se non la condivisione dello stesso pianeta, lo lascio andare giù per lo scarico.

Il nuovo anno a volte non è solo un inizio ma il ritorno di ciò che mancava e l'andar via di ciò che è di troppo.

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