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Una storia di arakne

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Nel paese degli autistici

un racconto processuale per un progetto universitario.

Pubblicato il 13 giugno 2017

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Le linee guida per partecipare a questa storia le trovate qui: Nel paese degli autistici - Linee Guida

Il primo passo per collaborare, è il punto 1 de "Lo sviluppo" nelle Linee guida

Incipit

Ore 07:21

Ancora non ha imparato a non tirar fino a tardi il giorno prima di partire. Avere un figlio non equivale sempre a responsabilizzarsi e questo era il suo caso. Il treno sarebbe partito tra sedici minuti, ma nonostante abitasse a pochi isolati dalla stazione, è già in ritardo. Avrebbe voluto stampare il biglietto, avendo lo smartphone scarico, ma a quell'ora il tabaccaio è ancora chiuso. Il caffè bollente gli ustiona le dita e rinuncia anche a quello. Entra in camera di Johnny per salutarlo e scrive frettolosamente il posto e il codice del treno su un post it azzurro che giace impilato agli altri sulla scrivania.

Ore 07:32

Il post it azzurro sventola dalle mani di George a ritmo della corsa che incalza sempre più: tra la folla intercetta con sguardo rapido un operatore ferroviario. Con ancora più immediatezza costui, senza neppure parlare, gli indica il binario. George si affretta, sale sulla prima carrozza, il suo ingresso è segnato da due passi pesanti sugli scalini, seguiti da un consistente tonfo delle porte che si chiudono dietro di lui.

Ore 07:37

Il treno parte. Un respiro di sollievo. George chiude gli occhi e si apre in un soddisfatto quanto incredulo sorriso. Neppure pochi minuti dura questa sensazione che già il volto di George ne sta facendo posto a un'altra.

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Il Sole è sorto da più di un'ora senza che lui l'abbia ancora visto, ed adesso scintilla sul dorso metallico del vagone che a fatica prende velocità, lasciando la stazione, la città, slanciandosi nelle campagne. Qualche raggio di luce attraversa le tendine semichiuse ed illumina i sedili sporchi mentre granelli di polvere danzano al centro dello scomparto come stelle illuminate di giorno. Appena salito sul treno, George si era incamminato per il vagone e si era seduto una volta che aveva deciso di aver camminato il giusto; dopodichè si era lasciato cadere sul sedile (rigorosamente lato fisbagliatonestrino) ed aveva chiuso gli occhi, sorridendo. Non gli sembrava vero di essere riuscito a salire su quel treno, di aver fatto tutto così velocemente e, apparentemente, senza alcun errore o dimenticanza, acerrimi nemici di viaggiatori, pendolari o di chiunque abbia scadenze da rispettare.

Ore 07:39

C'è uno strano odore lì dentro, come di aria viziata mista a sigaro, o qualcosa del genere. Comunque non ilbuon odore che di solito si sente sui mezzi di questa compagnia; ed è tutto stranamente silenzioso: George non è abituato a quel silenzio in treno, specie a quest'ora che sa essere "di punta", orario d'ufficio per colletti bianchi e pendolari della prima ora.

Il suo sorriso spavaldo, tracotante, si rimpicciolisce pian piano, le labbra si serrano solo all'atroce pensiero di - non dirlo - aver - non pensarlo neppure - sbagliato treno.

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Ore 07:40

Il volto di George cambiò radicalmente quando, affacciandosi al finestrino, si rese conto che l’ambiente stava cambiando in maniera diversa rispetto alle altre volte che aveva preso quello stesso treno. Dopo un secondo di panico, si limitò a pensare che lui non era nessuno per poter dire quale strada il treno doveva prendere per raggiungere la destinazione e si accusò di presunzione - Cosa ne posso sapere io, di quali strade devono percorrere i treni, che stupido! - pensò. La sua espressione non ebbe il tempo di tornare normale perché, dopo aver spostato il proprio sguardo dalla finestra al vagone, toccò per sbaglio uno dei divisori di ferro che, freddo, lo fece rabbrividire da capo a piedi, dandogli per un momento un senso di nausea. La smorfia sul suo volto era evidente, l’angolo destro della sua bocca si mosse verso il collo. Pensò a una cosa che aveva letto su di uno stupido giornale - i muscoli impiegati per arrabbiarsi sono 72 mentre 12 sono quelli che si contraggono per sorridere - non credeva veramente a queste cose, pensava infatti che, soprattutto quando si parlava di cose tecniche, ci volesse sempre l’aiuto di qualcuno che fosse in grado di confermarne la fonte. Pensò anche, però, che probabilmente ne poteva fare una questione d’economia e risparmiare un po’ di muscoli da muoverne ed usarne solo 12. Per la terza volta la sua espressione era cambiata, nell’arco di pochi minuti e probabilmente stava per succedere di nuovo.Si accorse, infatti, che gli altri passeggeri del treno avevano degli atteggiamenti inusuali. Non erano molti e non parlavano tra di loro. George continuava a stringere il suo post-it blu nella mano destra e uno degli altri passeggeri ne era ossessionato, continuava a fissarlo senza sosta e, usando i 12 muscoli, George pensò di chiedergli il perché di questa sua curiosità nei confronti di un oggetto così comune. Il passeggero accusò George di aver maltrattato quel post-it e, guardando in alto e muovendo nervosamente anche il resto del corpo, allungò la mano verso la sua come per chiedere il post-it. George glielo diede. Il passeggero si allungo la manica della giacca e iniziò a stirare il post-it poggiandolo sulla sua gamba, facendo avanti e indietro con la testa, borbottando.

Ore 10:39

Il viaggio stava durando più di quanto sarebbe dovuto effettivamente durare e George era oramai giunto alla definitiva conclusione di aver - decisamente sbagliato treno -. In quelle ore, però, non aveva visto nessuno che gli potesse dare un’informazione in merito alla destinazione e né l’aveva cercata; era affascinato dagli altri passeggeri, dal paesaggio che vedeva fuori e decise che, quel giorno, i suoi impegni avrebbe potuto aspettare. Aveva deciso di farsi guidare da uno sbaglio, quel giorno.

Ore 11:00

Il treno aveva percorso circa 300km a sud e il paese che aveva raggiunto era sul mare, che si vedeva già dalla stazione. Una lunga costa, incontaminata. I passeggeri scendevano uno ad uno dal treno in maniera scomposta.George si avvicinò al passeggero cui aveva dato il post-it e chiese se potevano fare la strada insieme. Il ragazzo gli rispose borbottando di sì ma a condizione che gli stesse lontano e che non lo toccasse nella maniera più assoluta. George decise di stare al suo gioco e disse che potevano stare a 4 post-it di distanza, cosa che il passeggero ritenne un’ottima idea. George ora si trovava su di un tram, diretto non so dove, legato semplicemente al fascino del mistero di tutto quello che stava succedendo.E questa cosa gli piaceva tantissimo.

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Ore 11,30

Scese nello spiazzo che guardava il litorale. Poche centinaia di metri, e fu attratto da quella distesa senza fine, oltre ogni logica.

Si avviò dimenticandosi i quattro post it di distanza concordati con il compagno di viaggio. Lo aveva lasciato molti passi indietro, sorridendo al meraviglioso panorama sconosciuto, isolandosi dalle persone, dai rumori e dalla fastidiosa sensazione di disorientamento che lo aveva attanagliato sino a quel momento.

Nessuno che lo avesse guardato negli occhi o dimostrato interesse nei suoi confronti, pareva che ciascuno vagasse per conto proprio: in gruppo o solo sarebbe stata la stessa cosa.

George, però, aveva deciso di scendere a riva respirando quella brezza salmastra, ne era estasiato e la tentazione di toccare l’acqua verde e cristallina era davvero forte.

«No, no fame, fame…» ripeteva una voce femminile dietro di lui, ma intendeva ignorarla e avvicinarsi al mare quanto prima gli fosse possibile: solo pochi passi.

Una mano lo afferrò per il braccio e questo gli tolse immediatamente il sorriso. Si voltò di scatto molto innervosito per quel contatto improvviso, rimanendo subito incantato, ammutolito dalla presenza di una fanciulla.

Si guardarono qualche istante entrambi e George assunse sorprendentemente un sorriso diverso, raggiante.

Ore 12,30

George e Kate, la ragazza che lo aveva fermato, ora camminavano a piedi nudi sulla spiaggia e al di là di ogni previsione, tenendosi per mano.

Erano bastati i loro sguardi a trasformare la situazione e ora, insieme, forse sarebbero stati in grado di affrontare con maggiore disinvoltura ciò a cui stavano andando incontro. Ora erano forti, lo avrebbero trasmesso anche agli altri, in qualche modo.

Gli occhi di giada supplichevoli di Kate, gli riportarono il tono della richiesta fatta pochi minuti prima. Quindi decise, compiendo un grande sforzo organizzativo per uno come lui, sino a quel momento connesso in ogni azione da quegli stupidi post it: dovevano saziare quel vuoto nello stomaco che cominciava a tormentarli.

L’unico bar ai margini del paese, data l’ora, brulicava di gente. Alcuni seduti ai tavoli, altri in piedi ma tutti intenti a sbocconcellare qualcosa, in anomalo sienzio.

Il banco proponeva ancora qualche piatto di pasta e dei panini, George era diffidente riguardo al cibo e questa volta fu lei a comprendere, aiutando l’amico nella scelta. Si appartarono mettendosi a sedere seduti a fianco di un tizio solo: nessuno li avrebbe disturbati. George osservava i movimenti ritmati del giovane sconosciuto, nel rigirare la forchetta che impugnava maldestramente, senza mai portarla alla bocca.

Ore 14,00

D’improvviso George ricordò il post it azzurro con il numero segnato, bisognava recuperarlo ad ogni costo: ma dov’era finito il suo compagno di viaggio?

3

ORE 15,00

Avrebbe voluto mollare Kate, starsene un po' da solo a rimirare il paesaggio.

Lui e il mare avevano uno stretto rapporto: gli ricordava i giochi d'infanzia, le lotte con le onde a combattere il vento, le gare a chi era più forte.

Sì, tanto tempo fa...

D'un tratto si accorse che la vita così programmata non gli stava più bene. Aveva voglia di libertà, di un tempo più flessibile, che sentisse suo, che non gli sfuggisse, che non sferragliasse come quel treno su cui era salito.

- Tu... amico...me...

Kate lo riportò alla realtà. Di bella era bella, forse un po' strana e con un linguaggio minimal.

Cominciò a prestare attenzione ai dettagli. Nessuno che lo circondasse si muoveva in maniera coordinata. Azioni ripetute e risate riempivano ogni angolo.

Mutismi e silenzi assordavano l'anima interrogandola.

Kate schioccava le dita e incrociava le braccia come se abbraciasse l'aria o un fantasma. Sembrava bisognosa d'affetto.

Dopo pranzo andarono di nuovo a fare una passeggiata.

Rivoli d'acqua brillavano come diamanti. Notò che la spiaggia era affollata ora.

Come se tutti o quasi si fossero dati appuntamento.

- Tu... amico... me... Io ...bene... Io felice...

Era disarmante la sua tenerezza. Kate piantò i suoi occhioni imploranti.

Cosa poteva dirle?

- Kate, io... io...

Gli schioccò un bacio sulla fronte come se si conoscessero da sempre.

Più in là dei bambini schiamazzavano alterati pronunciando parole incomprensibili: nei loro giochi c'era un senso di solitudine. Tanti frammenti da ricomporre: chi agitava le braccia, chi saltava su e giù, chi faceva smorfie con la faccia, chi girava su se stesso come se avesse vertigini.

Kate li seguiva e batteva le mani: -Come me... come me. Ripetè all'infinito.

0re 16:30

Il mare era caldo, lambiva i piedi e le caviglie piacevolmente. Kate sollevò il vestito e ballò col mare.

George non aveva ancora messo a fuoco il vortice di emozioni in cui era precipitato. La vita aveva un odore diverso lì. Come se il tempo si fosse fermato a riflettere.

Kate era bella così, semplice come una bambina e assomigliava al vento, a tutte le cose che non erano mutate. Aveva un cuore, Kate, più grande del suo. Grande come il mare.

Più li vedeva insieme, più si sentiva slegato dal resto. Dal viaggio che lo aveva condotto lì. Dai post-it, dall'ansia di scandire se stesso.

- Tu... amico... me?

Chissà se lo domandava a lui o al mare e i capelli danzavano insieme alle onde e i lembi della gonna si gonfiavano salendo.

- Sì... Sì...

Kate cominciò a ruotare veloce, portando la testa all'indietro goffamente.

Poi all'improvviso lo vide. Il suo amico era immobile, come ipnotizzato: più in là qualcuno si strappava i capelli e batteva le palpebre sempre più velocemente aggrottando le ciglia. Una donna urlava al cielo tutto il suo dolore.

Quel paese doveva essere sotto l'effetto di un incantesimo. Sì, forse era proprio così.

2

Ore 16.00

-Le 16.00- pensò George, - Già le 16.00 e nessuna campana a battere l’ora.- Ma questo fatto non lo turbò, poiché ormai sembrava aver capito che quel paesino sul mare pareva essere un posto ben strano.

Ripensò al tragitto fino alla piccola spiaggia e nella sua testa si affollavano velocemente le immagini di case colorate e di strade prive di automobili, lastricate di tappeti morbidi. Improvvisamente un ragazzo dai capelli scuri spuntò alle sue spalle e prendendo il cappello di piume colorate che Kate aveva posato accanto a lui, corse via. Subito George, che era un gentiluomo, decise di rincorrere il giovane che procedeva a tutta velocità lungo la via principale del paese, che si presentava affollata di gente che camminava lenta, ondeggiando sui tappeti rossi che ricoprivano le strade. Al suo passaggio veloce i passanti impauriti si ritraevano con lamenti incomprensibili, alcuni gridavano infastiditi, altri si portavano all’angolo e si rannicchiavano su se stessi. George, intrappolato nella folla, non riusciva più a scorgere il ragazzo, e prima di inoltrarsi verso il centro, rimase un attimo lì, fermo, senza capire.

Ore 17.00

Almeno un’ora ormai era passata dal furto e le ombre iniziavano ad allungarsi lungo la piazza principale. George iniziò allora a preoccuparsi su come sarebbe tornato a casa.

Provò allora a chiedere ad un passante la strada verso la stazione, ma questo passò avanti indifferente. –Che uomini strani e scontrosi - pensò. Proprio in quel momento una giovane donna con i capelli rosso fuoco e una vaporosa gonna viola gli passo accanto, e George riprovò con la stessa domanda rivolta al passante precedente, ma ne seguì la stessa reazione. -Che assurdità! - bisbigliò offeso tra sé.

Ore 17.20

Il nostro eroe camminava e camminava alla ricerca disperata della stazione dei treni, fino a quando, esausto, arrivò in un grande parco verde popolato da grandi querce ombrose e da minuscoli fiorellini colorati che inondavano l’aria di profumi sublimi.

George si sedette allora, lui solo, con la testa tra le mani su una panchina. Lo circondavano persone accovacciate a terra, altre rannicchiate accanto ai cespugli, altre ancora in piedi con la fronte contro un albero, e tra loro, alcuni lo fissavano con uno sguardo tra il perso e il perplesso. Fu allora che nella mente di George, che a questo punto iniziò a guardarsi intorno attonito, balenò un pensiero: - e se in questo singolare luogo quello strano fossi io?

2

ORE 17.30

George si stese un attimo sull’erba che appariva molto soffice, perfettamente uniforme e tagliata con minuziosa precisione. Bastarono pochi minuti per sprofondare tra le braccia di Morfeo, d’altronde era stata una giornata impegnativa e piena di novità.

Ore 19.30

Tic Tic Tic, George sentì un gran fastidio alla spalla, aprì gli occhi e vide un distinto signore che lo punzecchiava con l’ombrello. Infastidito dal brusco risveglio tirò un occhiataccia al signore. Quello, evitando il suo sguardo e subito puntando gli occhi a terra, continuò a ripetere in una specie di cantilena “O tutto all’ombra, o tutto al sole!”. George allora alzò il busto per mettersi seduto, lasciò passare qualche secondo per strofinarsi gli occhi assonnati con le mani e notò che i deboli raggi del sole che tramonta gli colpivano le gambe, mentre il resto del corpo era all’ombra, mentre quell’altro continuava con la sua cantilena.Quel pisolino lo aveva messo di buon umore e subito ritrasse le gambe all’ombra accontentando il signore e quello entusiasta se ne andò soddisfatto camminando curiosamente, evitando di calpestare le fughe del pavimento del sentiero che attraversava il parco. Era stata una giornata speciale, ma alla fine non era la cosa più curiosa che gli era capitata, quindi si alzò e sentendo un certo languorino si decise a mettere qualcosa sotto i denti.

Ore 20.00

Era ormai un quarto d’ora che aspettava il tram alla fermata e con precisione svizzera il mezzo si fermò esattamente a livello della colonnina con l’insegna della ditta di autotrasporti. Era il più strano tram che avesse mai visto: c’erano due file di sedili ai lati della carrozza che guardavano verso il centro, ma la fila di destra era rialzata di circa cinquanta centimetri in modo che George potesse guardare di fronte senza avere contatti visivi con gli altri passeggeri. Mentre il tram procedeva rumorosamente sui binari George pensò che non ricordava il colore degli occhi dell’uomo fissato col suo biglietto, né quelli di Kate, anzi si stupì di non aver visto gli occhi di nessuno. “Che strane persone”, pensò, “tutti così schivi e riservati, ma forse sono io quello troppo espansivo e chiacchierone…”. Un’insegna coglie la sua attenzione - Ristorante -, scende alla fermata ed entra nel locale. Non c’è nessuno ad accoglierlo all’ingresso e dopo qualche secondo di imbarazzo nota un cartello con scritto “Benvenuti, accomodatevi al primo tavolo disponibile”. George allora si affaccia nella sala principale e vede che ci sono solo tavoli per uno con un separè che li divide dagli altri, un po’ come il suo ufficio, pieno di cubicoli. Sul tavolo c’era il menù con una matita, perfettamente temperata, e accanto ad ogni piatto c’era una casella da sbarrare per ordinare. Scelse velocemente e un po’ a caso, aveva davvero una fame da lupi e in fondo bastava riempire lo stomaco. Mise il menù in un contenitore sopra il separè e in un attimo un cameriere l’aveva già fatto sparire. Aveva ordinato degli spaghetti allo scoglio e rimase basito all’arrivo del piatto: c’era da una parte la pasta e dall’altra il condimento rigorosamente organizzato seguendo la scala dei colori. “Bah in fondo ne ho viste di cose strane”, pensò George prima di iniziare a mangiare.

1

Ore: ???

George aprì un pugno nel tessuto morbido della materia multidimensionale, che si rivelò essere la membrana celebrale di George stesso, essendo nel suo stesso sogno. Uscì, e un fiume di materiale organico cascò come una cascata e inondò la stanza di viscere e liquido grigio. Si ritrovò nella sua stessa stanza, non era mai uscito da lì, non aveva mai vissuto quella giornata, e d'avanti a lui gli si parava se stesso, che dormiva. Cercò di svegliarsi, ma la stanza tremò. George era entrato in uno stato della realtà che andava oltre alla realtà stessa. Era come se avesse aperto una bolla fatta di cartavelina, ed avesse creato un microverso in essa. Provò ad uscire da lì, ma dietro la porta illuminata dalla luce della tv, un ipotetica tv, che doveva stare al di dietro della porta, gli si parò davanati un altra di quelle maledette legnose legne chiamate porte. Era un loop, non sapeva neanche da quanto stava lì, il passaggio del tempo era sconosciuto, anche se lui lo percepiva in una curiosa maniera. Continuava ad aprire porte, senza risultati.

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