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Una storia di thirdmoon

Nuovamente me stesso

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Pubblicato il 07 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: alcool amore dolore passione violenza

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Ti senti il sangue ribollire quando non sai come uscirne.

I muscoli tesi come se volessero congiungersi uno con l'altro, quelli del collo con quelli delle spalle, che a loro volta spingono con forza verso la schiena.

Ti sembra che tutto si muova al rallentatore mentre il tuo cuore e il tuo respiro corrono una folle gara verso la fine.

E quando sei quasi a fondo valle, ti rendi finalmente conto di quanto sei caduto in basso e di come ti sembri lontana la luce.

«Ti amo» mi dicevi un tempo. Ora sento riemergere quelle parole come un eco distante, una voce quasi sconosciuta persa nei meandri della nebbia cerebrale.

Vago in cerca di un ricordo più nitido, e vedo riaffiorare un viso.

Il tuo viso.

Dei lunghi capelli scuri che corrono lungo un corpo snello e sinuoso e si schiantano sul mio viso colmo di sudore.

Ora ti vedo sopra ti me, nuda e sorridente.

Eppure io sono inerme e immobile, sudo freddo cercando di recuperare il controllo che ho perso troppo tempo fa.

«Perché continui a farmi questo?» ti chiedo, ma le mia labbra non si muovono.

Finalmente decidi di scendere e stenderti accanto a me.

Sento il tuo alito che mi sfiora il lobo dell'orecchio e rabbrividisco.

Ho sempre sognato di riaverti accanto dopo quel giorno.

Ma non così.

Non ora, ti prego.

Vorrei che tu te ne andassi, che mi lasciassi qui a soffrire come troppo volte io ho fatto con te.

È da questo pensiero che scaturisce una valanga pronta a sommergermi e soffocarmi.

Il tuo dito punta verso l'alto, sul soffitto sporco e ricoperto di gialle macchie d'umido.

«Guarda» mi dici.

È così strano risentire la tua voce.

Guardo il soffitto, e vedo comparire me stesso. Il me stesso che ancora si veste con giacca e cravatta, il me stesso che non pensa al presente, il me stesso che, con una stupida bottiglia di Gin in mano, sta distruggendo il suo futuro.

Mi vedo camminare per casa barcollando, con in mano il telecomando nonostante la tv sia spenta. Nell'altra stringo quella maledetta bottiglia di vetro blu.

Blu. Dello stesso blu delle mie vene che fanno capolino dal collo ossuto mentre ti urlo contro.

«Vai al diavolo! Lo so perché lo stai facendo! Tu vuoi di più! Vuoi sempre di più! E nulla di quello che farò andrà bene, fottutissima principessa che non sei altro!».

E tu piangi, piangi e piangi ancora.

Ed ora, a rivedere quelle immagini, vorrei intervenire, fare un tuffo nel passato e prendere a pugni quell'uomo che odio con tutto me stesso.

Quel me stesso che odio con tutto me stesso.

«Ti prego, basta» ti imploro, cercando di distogliere lo sguardo dalle immagini proiettate sul soffitto.

«Continua a guardare» mi ordini tu.

Sul soffitto la scena non si ferma.

E vedo quel maledetto idiota che sono io lanciarti il telecomando addosso e colpirti in pieno volto.

Vedo il tuo labbro sanguinante.

Vedo il tuo sguardo deluso, ed è questo quello che più mi ha fatto male: la delusione nei tuoi occhi.

Ti vedo alzarti e correre verso la camera da letto.

Vedo le lacrime scendere sul volto di me stesso passato e me stesso presente.

Ti vedo uscire di casa senza dire una parola, con una piccola borsa bianca macchiata del sangue che ti cola dal labbro.

Ti sento dire: «Tu non sei l'uomo che ho sposato».

Parole che hanno rimbombato nella mia mente per ogni secondo della mia restante e inutile esistenza.

Ti vedo partire sgommando, ed uscire dal vialetto senza curarti di fermarti allo stop.

Vedo sopraggiungere una Volvo bianca alla tua destra.

Mi vedo correre e urlare verso le auto distrutte, mettermi le mani tra i capelli ricci e arruffati e estrarti dalla lamiere bollenti.

Ti vedo morta.

Eppure tu sei qui, accanto a me, adesso.

«Sono forse morto anche io?» ti domando, voltandomi verso di te che mi guardi senza sfiorarmi.

«Non ancora» mi rispondi con un sussurro che a malapena percepisco. «Devi guardare ancora una cosa».

Ritorno a fissare il soffitto, e vedo me e te sdraiati sulla scogliera di Lesvos, con il sole che ci scalda e il mare che si infrange contro le rocce e ci rinfresca la pelle.

Ci teniamo per mano, e tu sorridi.

Siamo giovani e spensierati, neolaureati che non hanno paura del futuro perché sanno di poterlo affrontare insieme.

Ti vedo mentre avvicini la tua mano alla mia e la stringi. Ti volti verso di me e non capisco se mi stai guardando attraverso gli occhiali da sole.

Finalmente te li togli, così che io possa vedere quei meravigliosi occhi color verde smeraldo.

«Un tuffo?» mi chiedi.

«Un tuffo!» ti rispondo senza pensarci.

Ci tuffiamo nel mare cristallino e tiepido. Mi guardo attorno. Tu non ci sei più.

Ti cerco terrorizzato sott'acqua. Sento il battito cardiaco che accelera. All'improvviso qualcosa mi sfiora il piede, e ti vedo riemergere proprio davanti ai miei occhi.

La tua pelle sfiora la mia. Tu ridi.

«Ti sei spaventato, eh?» mi domandi.

«Non farlo mai più!»

«Altrimenti?» mi chiedi, sorridendomi con sguardo malizioso.

«Altrimenti...».

E senza concludere la frase comincio a farti il solletico, e la smetto solo quando vedo che cominci a avere difficoltà a stare a galla.

Ti stringo a me.

«Ti amo» mi dici.

«Ti amo» ti dico.

Il soffitto diventa nuovamente buio e le macchie gialle sostituiscono l'immagine di noi due abbracciati nel mare.

«Perché?» ti domando. Vorrei muovermi e avvicinarmi a te, ma non ci riesco. La schiena nuda sembra incollata al pavimento gelido.

«Ecco chi sei. Tu sei quell'uomo. Quello della spiaggia. Quello che sa ridere, quello che sa amare. Quello che sa andare avanti e non ha paura del futuro. Smettila di pensare che la mia morte sia stata colpa tua. Puoi ancora vivere. Salvati».

E solo allora ti avvicini a me e mi accarezzi i capelli. Ti amo Mia.

Vorrei parlare ma non ci riesco, sento gli occhi che si chiudono, e prima di addormentarmi ti vedo alzarti e andare verso il telefono.

Poi il silenzio.

«Mia... Mia... Mia...»

«Dottore, si sta svegliando»

«Eccomi»

«Signor Marconi... Signor Marconi»

«Mia... Mia... Mia...»

«Apra gli occhi, Signor Marconi».

Una luce accecante avvolge una stanza candidamente bianca. Mi porto una mano davanti agli occhi e cerco di non far caso alla lancinanti fitte che mi perforano la testa.

Provo a concentrarmi e capire dove sono.

«Buongiorno Signor Marconi»

«Che è successo?» domando ad un uomo in camice, ben piazzato, con corti capelli bianchi e occhiali fondo di bottiglia.

«Oh, beh, per farla breve lei si è appena svegliato da quello che chiamiamo coma etilico. Se non fossimo riusciti a intervenire prontamente con una lavanda gastrica lei... ehm... lei non sarebbe qui».

Ora ricordo tutto. L'ennesima bevuta, ma questa volta con l'intenzione di farla finita.

E Mia...

Deve essere stata un'allucinazione, ovviamente. Che altro?

«Bene Signor Marconi, ora si riposi. Parleremo della sua terapia questo pomeriggio. Le ho fissato un incontro con una nostra bravissima psicologa».

E mentre il dottore sta per uscire non posso fare a meno di fermarlo.

C'è una domanda senza risposta.

«Mi scusi... posso chiederle come avete fatto a trovarmi? Insomma... ero solo a casa. Sono sempre solo a casa, e io non vi ho chiamati».

«Abbiamo ricevuto una telefonata anonima. Una ragazza. Non ci ha detto il suo nome. Quando siamo arrivati non c'era più. Arrivederci».

Una lacrima mi riga il viso.

Mia.

Ed eccomi qui, davanti alla tua tomba, dove mai avevo messo piede in questi ultimi tre anni.

Appoggio una rosa bianca, la tua preferita, sul cemento freddo. Un piccolo fiore in mezzo a mille altri. Eppure so che lo vedrai.

Mi sdraio a terra e accarezzo il prato verde, rigoglioso per le piogge intense degli ultimi giorni.

Voglio starti accanto e accarezzarti così come tu hai fatto con me fino all'ultimo istante.

Mi accorgo che c'è un unico modo per ripagare la tua vita.

È la prima volta che lo dico da quando tu non ci sei più.

È la prima volta che io, per davvero, voglio ricominciare a vivere.

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