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Una storia di Massimo.ferraris

E' d'obbligo un saltello ad occhi chiusi

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Pubblicato il 09 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: amore futuro speranza

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Le scale si snodano verso l'alto, come è giusto che sia, in modo lineare, una serie di zig zag che si perdono sul piano superiore. Trentotto gradini in tutto, li ho contati più di una volta e conosco benissimo ognuni di essi, il colore, le venature e quei tre più consumati che portano addosso il peso degli anni. Un lieve assottigliamento dato dai passi di chi prima di me li ha calpestati.

Una lampada rischiara la rampa, non una luce al neon a quanto mi sembra di capire, non quelle fredde illuminazioni che rendono asettico l'intorno; questa sa di caldo ed accogliente, come se un pezzo di casa mia si fosse materializzata qui.

La ringhiera in ferro è sormontata da un corrimano in legno verniciato, consumato in più punti; mani che sfiorano eppure riescono a modellare. E' come il bacio dato alle statue dei santi che consuma la pietra, il lento strofinio di ogni credente che vuole entrare in contatto con il divino e ne accarezza il simbolo.

Sono sudato, fuori ci sono quasi trenta gradi e, anche se all'interno l'aria condizionata pompa senza sosta, il senso di malessere permane. Dovrei bere, farlo di più, eppure ogni volta che penso di prelevare una bottiglietta dal distributore automatico demando a dopo.

"Troppo fredda" penso, "la mamma diceva sempre che può provocare il blocco della digestione" aggiungo. La verità è che l'acqua di per sè non mi ha mai attratto, ho sempre preferito dissetarmi con succhi di frutta o bibite gassate e caloriche. Risultato? A quindici anni pesavo più di cento chili, e a quell'età si sa che gli ormoni giocano brutti scherzi ed un rifiuto o una battuta fatta da chi ti piace può essere un buon punto di partenza per decidere di cambiare

A sedici anni venti di quei cento avevano abbandonato il fisico, rendendomi più felice e meno complessato. Il compromesso all'acqua sorda era stato l'uso di tisane con aggiunta di dolcificante a impatto zero.

Trentotto gradini non sono tanti, dovrei essere felice di salirli, ma a quarantadue anni suonati, con un'attività fisica ridotta al minimo (tragitto casa-lavoro di un chilometro tra andata e ritorno fatto a piedi) e l'afa che opprime i polmoni è una sfida ardua da vincere.

La prima volta che sono stato qui era ancora fresco e ricordo che indossavo la giacca; un appuntamento fisso che non ho mai interrotto. Poi ho pensato che se avessi continuato a farlo, come accade nei piccoli miracoli che ognuno si propone, le cose sarebbero andate bene. Sembra sciocco, lo sò, ma chi in vita sua non ha mai fatto promesse in vista di una felice conclusione?

Da piccolo, per evitare di essere interrogato e prendere brutti voti, promettevo a me stesso che, se non mi fossi mangiato le unghie, oppure mi fossi alzato ogni giorno posando per primo il piede sinistro, sarei rimasto promosso. Crescendo le cose si sono evolute, raggiungendo livelli più accurati; ad esempio, in occasione di un mio compleanno, una settimana prima mi ero prefissato di raggiungere casa percorrendo l'ultimo tratto di strada che va dal cancello d'ingresso al portone al contrario, a mani aperte. In questo modo Mara, mia moglie, non si sarebbe arrabbiata per l'acquisto del nuovo cellulare che avevo intenzione di regalarmi. A parte un paio di risate da parte di un gruppo di ragazzini e lo scontro con la vicina di casa che mi ha bollato come perfetto idiota, il rituale si è concluso senza altri incidenti. Effettivamente la cosa sembra aver funzionato, anche se non del tutto, poichè quando il giorno esatto del compleanno sono entrato in casa con il cellulare stretto in mano, un pacchetto delle stesse dimensioni si trovava già sul tavolo.

Forse dovrei inventarmi qualcosa pure ora, magari salire ad occhi chiusi o saltellando su un piede solo; ma i giochi sono già fatti e nulla può cambiarli. Forse è la prima volta che vado incontro al destino senza amuleti virtuali o gesti scaramantici.

Penso al panico, alla paura provocata dall'ignoto, ma mi rendo conto che nulla di tutto questo mi attraversa, anzi, è come se una pace interiore si fosse seduta sul mio cuore, rendendomi felice. Eppure ci sono stati giorni in cui avevo dato tutto per sbagliato, che gli errori potessero ripetersi all'infinito minando quella crosta di certezza che noi chiamiamo vita. Te ne accorgi solo quando le cose tendono a rotolare e non possono essere fermate, quasi che gli occhi e la mente si chiudano nel momento stesso in cui tutto inizia e si svegliano all'improvviso rendendoti protagonista.

Con Mara mi sono sposato dodici anni fa; lei ne ha otto meno di me, un divario che non ha mai creato particolari problemi, dato che né io né lei abbiamo mai dato retta ai giudizi degli altri. Una compagna di vita perfetta, conosciuta in modo casuale durante una visita dal medico. Si era fratturata un polso e aveva bisogno di una impegnativa per una serie di applicazioni. Io invece mi trovavo là come tutti gli inizi del mese per far segnare le pastiglie a mamma. Fu il caso, presente in tutte le cose belle e brutte.

Scende una bella donna sui trent'anni, mi sorride ed accenna ad un saluto mormorato, io faccio altrettanto, sempre fermo davanti alla scalinata. Non si domanda perchè mi trovo fermo, o forse non lo da a vedere. Passa oltre, io appoggio il piede sul primo gradino, poi lo ritraggo. Scaramanzia?

Alcune voci, quindi silenzio, ancora movimenti che non riesco ad associare a nulla, quindi due uomini che discutono di politica; non riesco a scorgerli,ma capisco benissimo le parole e il malcontento che da sempre associa vita sociale e amministrazione statale. Forse dovremmo essere più cauti, evitare di dare per scontato ciò che è solo un sentito dire, aprire di più le orecchie e mettere in moto il cervello. Purtroppo è difficile, l'abitudine a percepire il lato negativo è parte predominante, così come lo è il dare per scontato ciò che ci infastidisce e non vogliamo cambiare.

Mara voleva un figlio, sin da quando ci siamo sposati. Io ero d'accordo, ma avevo deciso di prendere tempo, promettendole che per i primi tre anni ci saremmo divertiti. In fondo eravamo giovani, lei di sicuro pronta ad aspettare quel lasso di tempo senza rischiare di non poterne più avere. Invece di anni ne erano passati cinque, trascorsi all'insegna del divertimento; il mondo sembrava perfetto, almeno lo percepivo così. Era bello uscire con lei, fare viaggi, la sera ritornare a casa e ritrovarci a cena raccontando la giornata.

Una sera, una delle tante in cui le pantofole avevano preso il posto delle scarpe ed un bel film ci attendeva in salotto, lei si era fermata in cucina davanti al frigorifero, rimanendo immobile.

-Ce lo siamo promesso- disse ad un tratto, mentre io, incapace di reagire, le fissavo le spalle. -Tre anni, ricordi?-

Non ci volle molto a capire di cosa stesse parlando, e una stretta al cuore mi prese. Mi avvicinai, cingendola con le braccia.

-Invece ne sono trascorsi cinque e nonostante io ti dica da tempo che sarebbe bello avere un piccolo per casa, tu fai finta di niente.-

Le sue parole mi spiazzarono, sapevamo tutti e due che ci eravamo fatti una promessa e in verità di tempo ne era passato di più, ma nulla era perso. Sentirle dire che io non la ascoltavo e che mi avesse espresso più volte il desiderio, mi colpì.

-Non ricordo- risposi, sbagliando completamente la frase. Intendevo solo che mi era sfuggito, non certo che avevo dimenticato la promessa di avere un figlio.

Mara divenne un'altra persona, le cose tra noi cambiarono in modo radicale, da quella sera il gelo si insinuò trasformando l'amore in una sorta di convivenza forzata. Parlavamo il minimo sindacale, non progettavamo più nulla e le uscite si fecero sempre più rare. La sera io rimanevo solo sul divano, mentre lei in camera, alla luce della lampada, leggeva libri e quando la raggiungevo lo posava e si girava di lato, ignorandomi.

Non me la sentivo di avvicinarmi, provavo il timore di rompere definitivamente una bella storia d'amore in cui ancora credevo.

Le scrissi delle lettere, a parole non sono mai stato bravo ad esprimere sentimenti; le giurai che nulla era cambiato e che ero pronto a donarle un figlio. Lei la prese nel modo sbagliato.

-Vuoi solo legarmi a te, non lo vuoi veramente!- mi gridò, sulla porta di casa, in mano un borsone e il viso rigato di lacrime.

Anche allora la mia goffaggine, questo senso di impotenza che mi trascino dietro da sempre, impedì di reagire e la osservai scendere le scale, sparendo dalla mia vista.

Passarono due anni, senza sue notizie e senza nemmeno avere il coraggio di cercarla. Non un messaggio, una telefonata, un semplice incontro. Due lunghi anni, ventiquattro mesi in cui imparai che un uomo solo è destinato alla rovina senza una donna accanto. Iniziai a mangiare in modo disordinato, le bibite gassate tornarono a riempire il frigorifero e ritrovai il gusto del fumo, perso prima di conoscere lei.

Misi su peso, il lavoro ne risentì parecchio. Alcuni colleghi e un paio di amici cercarono di venirmi in aiuto, ma io non ne volli sapere e alla fine smisero di cercarmi. Passavo le giornate libere a girovagare senza meta, arrivando a fumare quasi due pacchetti al giorno. Mamma era morta e non avevo fratelli o sorelle; ero solo al mondo, con la testa perennamente in confusione. I piccoli miracoli erano scomparsi, perchè di loro non avevo più bisogno, perso nell'inutilità dell'esistenza.

Quando la vidi stavo cercando una pizzeria dove cenare; era in compagnia di un uomo più o meno della sua età. Non si tenevano per mano, ma sembravano felici di passeggiare accanto. Lei apparve ancora più bella di come la ricordavo, più snella e tonica. la lontananza da me aveva avuto effetto contrario: io sfatto ed irriconoscibile, lei luminosa e felice. Mi nascosi dentro il locale e li guardai passare oltre, quindi l'istinto mi spinse a seguirli. La fame era passata di colpo, così pure la voglia di tabacco che solo fino a pochi secondi prima bussava alla mia testa.

"Una bella coppia" pensai, dando per scontato che stessero insieme. Credevo se ne fosse andata, invece viveva ancora qui. Dopo una decina di minuti di passo veloce mi sentivo quasi morire, sperai che rallentassero, che la meta fosse vicina. Invece dovetti procedere un altro quarto d'ora e, proprio mentre i polmoni bruciavano e le gambe gridavano pietà, li vidi avvicinarsi ad un portone. Si guardarono ed iniziarono a parlare, poi lui le afferrò le mani e dolcemente la baciò. Crollai a terra, ricordo ancora la schienata contro il muro e le sbucciature che mi procurai ai palmi. Io ero distrutto e loro non smettevano di baciarsi. Ebbi l'istinto di gridare, di dire a quel tipo che lei era mia, ma non ce la feci. Che diritto avevo di intromettermi nella loro vita, anche se in verità eravamo ancora sposati? Lei era felice, potevo percepirlo a distanza, io ero un capitolo chiuso della sua esistenza.

Un ultimo abbraccio e l'uomo si allontanò; lei rimase ad osservarlo, quindi entrò nel palazzo e sparì all'interno. Non potevo crederci, per mezz'ora fissai il portone, incredulo di quell'incontro inaspettato e devastante.

Eppure, nonostante il dolore, l'averla incontrata mi fece bene, volli smettere di piangermi addosso e cercare uno scopo per andare avanti. Se lei c'era riuscita, perchè non io?

Il fumo fu la cosa più dura a cui rinunciare: dopo una settimana di astinenza totale arrivai a procurarmi dolore pur di non cedere. D'un tratto capii cosa prova un drogato e piansi, lo feci per giorni, sino a quando le lacrime si seccarono e la mente si liberò. Il frigorifero tornò a riempirsi di frutta e verdura, di alimenti sani e le bottiglie furono sostituite da acqua naturale.

Ripresi a camminare, la pancia lentamente scese e i polmoni così massacrati dalla nicotina tornarono ad ossigenare gli organi.

Ma il pensiero era sempre rivolto a lei, non c'era giorno che non passassi davanti a quel portone con la speranza di incontrla. Il suo nome era sulla pulsantiera all'interno dieci. Calvi Mara, solo lei, nessun altro nome, segno che viveva sola. Eppure un uomo era presente nella sua vita, e non ero io.

Tre mesi dopo ero una persona diversa, e tutto grazie a quel fortuito incontro. Mi guardavo allo specchio e ritrovavo l'uomo di un tempo, quello che aveva giurato amore eterno, che si era ripromesso di far passare tre anni e dopo fare un figlio, quello allegro ed innamorato, quello completo. Ero io, ma mancava il pezzo più importante.

Conobbi Laura durante un colloquio di lavoro. Lei, mia coetanea, separata e con un figlio di otto anni, si presentò sorridente porgendomi la mano. Quando la afferrai provai un brivido: era lo stesso tocco di Mara.

Il lavoro ci portò a frequentarci, dapprima per semplici caffè, sino a quando un giorno decisi di chiederle di uscire. Non aspettava altro, quando accettò le tremavano le gote e le mani. Sembrava una adolescente al primo appuntamento. Il tempo passò in fretta, la nostra frequentazione si trasformò in convivenza e al ritorno ad una normalità che credevo aver perso per sempre.

Stavo bene con lei, mi sentivo appagato sia fisicamente che di testa, ma c'era sempre quel piccolo tarlo che rodeva quando pensavo che il matrimonio con Mara fosse sempre valido. Ne avevo parlato con Laura, ma ogni volta lei glissava, sembrava quasi non le importasse. E anche quando cercavo di saperne di più sull'ex marito, si richiudeva a riccio. Non conoscevo i motivi della separazione, le uniche volte che lo incontravo era quando veniva a prendere Roberto, loro figlio.

Questo non volerne parlare mi agitò profondamente, capii che se non ne avessi saputo di più rischiavo di creare ombre sul nostro rapporto. Un amico carabiniere mi venne in aiuto; sapevo che era sbagliato usarlo per questo scopo e che nemmeno lui avrebbe agito con professionalità, ma quando gli raccontai gli ultimi anni della mia vita non potè non farlo.

-Brutte notizie- mi disse la prima volta che ci incontrammo, -davvero non sei fortunato in amore.-

Lo disse quasi con riluttanza, ma con una crudezza che mi fece male. Laura non aveva mai smesso di frequentare il padre di suo figlio, lo faceva regolarmente e le foto che mi mostrò fugarono ogni dubbio.

-Mi dispiace...- disse con sincerità, mentre davanti agli occhi l'immagine dei due che si baciavano mi fece tornare alla mente Mara e quell'uomo davanti al portone.

Quanta vita dovevo ancora buttare via prima di essere felice? Ma davvero lo sarei mai stato?

Presi le cinque foto, strinsi la mano all'amico e tornai a casa. Mi ero trasferito da Laura, con l'intento di farlo definitivamente, mettendo in vendita la mia. Per fortuna la possedevo ancora, e quando lasciai le foto sul tavolo della sua cucina e ritornai al vecchio appartamento mi sentii avvolgere come da un abbraccio.

Non la sentii più, la storia si sciolse perdendosi tra i pensieri. Erano passati altri tre anni, un lustro da quando Mara mi aveva abbandonato sulle scale, in mano il borsone e il viso rigato di lacrime. Io ero diverso, non mi sarei più buttato su cibo e sigarette, la cicatrice si era indurita e non si sarebbe più potuta riaprire.

Ero destinato a rimanere solo, forse questa era l'unica forma di amore che conoscevo, quello verso me stesso.

Mi venne l'idea di prendere Bill quando al parco davanti all'ufficio osservai un uomo sulla quarantina passeggiare con un cane a guinzaglio. Era solo, ma sembrava felice; parlava all'animale, lo accarezzava, lui rispondeva ai suoi gesti e gli trotterellava a fianco senza perderlo. Quello era il vero amore, quello senza condizioni o dubbi.

Il canile era gestito da Arturo, un ex alcolista dal carattere scontroso, ma che amava follemente quei poveri animali abbandonati. Fu Bill a scegliere me, non io lui, lo fece iniziando ad abbaiare nella mia direzione, mentre gli altri animali sembravano fregarsene della mia presenza.

-Strano, non lo fa mai- disse Arturo, -o gli è antipatico oppure vuole la sua attenzione. Vada, provi ad avvicinarsi.-

Nonostante il proverbio dica che can che abbaia non morde, trovarmi ad un passo da quel bastardino di taglia media mi spaventò. Non avevo mai avuto animali in vita mia, a parte un pesce rosso vinto al Luna Park, e mi domandai se stavo facendo la cosa giusta. La risposta arrivò immediata quando iniziò a leccarmi la mano. Lo accarezzai, lui rispose mugulando e facendo le feste.

-Direi che non ci sono dubbi: vuole lei!- sentenziò ridendo Arturo. E così Bill entrò nella mia vita, in quella quotidianità che cercavo di rendere vivibile. Si dimostrò affettuoso, difficilmente faceva danni quando lo lasciavo solo, e nemmeno i vicini si lamentavano. Arrivavo a casa e, dopo la consueta dose di feste, lo portavo a fare una passeggiata. Sentivo di non aver bisogno di nulla, Bill era un adorabile ascoltatore a cui confidavo ogni più intimo segreto. La mia pelosa valvola di sfogo, lo chiamavo, dopo avergli vomitato addosso i problemi. Diventammo una coppia fissa, grazie a lui conobbi molte persone, per lo più donne, ma nessuna di loro mi dava lo stimolo di approfondire di più l'incontro. Quella cicatrice non voleva saperne di sparire e lasciare spazio alla fiducia.

Passo la mano sulla fronte, il sudore ha formato delle goccioline che elimino passando poi il palmo sui pantaloni. E' ora che mi decida a salire questa benedetta scala, non posso passare il resto della giornata inchiodato qui, e poi ho un appuntamento importante al piano di sopra.

Di nuovo il ricordo di Bill riappare, le corse che mi obbligava a fare quando gli lanciavo la pallina e allungava il guinzaglio fino al limite per poi sentirmi strattonare. E' sempre stato una testa matta, non l'ho mai potuto lasciare libero perchè l'unica volta che l'ho fatto è scappato come un fulmine e per fortuna un ragazzo è riuscito a fermarlo. Credevo non potesse più accadere, invece dopo quasi sei mesi che stava con me, quel maledetto collare ha ceduto agli strattoni e Bill si è sentito libero di correre via felice. Fu di nuovo come se il mondo si abbattesse su di me, una nuova perdita mi lasciò solo, e questa volta il dolore fu atroce.

Cercai in tutti i modi di rintracciarlo, chiesi aiuto ai negozianti, stampai foto che appiccicai ai pali e ai muri, ma nulla. Bill era sparito, e con lui la mia voglia di continuare a lottare. La mia paura più grande era quella che fosse rimasto ucciso.

Ma il destino ha mille porte da aprire, per fortuna non tutte buie, a volte il sole riesce a penetrare illuminando chi ormai si sente sconfitto.

Dopo due settimane senza di lui capii di essere tornato solo, e questa volta l'istinto a lasciarmi andare era qualcosa di difficilmente controllabile. Giravo ancora con la speranza di trovarlo, e così facendo finivo col passare davanti al tabacchino in cui avevo versato centinaia di euro. Stavo sulla porta quel giorno, osservando da dietro la vetrina il banco delle sigarette, sul quale passavano le immagini riflesse delle auto alle mie spalle. Ne sentivo il gusto, il caldo e denso fumo che scendeva nei polmoni causando una leggera vertigine; sapevo di aver toccato di nuovo il fondo e che entrare sarebbe stato il nuovo inizio della fine. Non avevo più stimoli, ma mi aggrappai a quell'ultima speranza che compiendo un piccolo miracolo Bill sarebbe tornato da me.

"Devo restare qui davanti tutti i giorni un'ora per una settimana, e lui comparirà" mi promisi, provando un magone. Le ultime briciole di volontà, pescate chissà dove. Presi un periodo di ferie arretrate e iniziai a frequentare il tabacchino tutti i giorni alla stessa ora. Il tabaccaio mi vedeva arrivare, faceva un cenno di saluto, ma poi tornava al suo lavoro. Io continuavo a guardare le immagini riflesse col cuore pieno di speranza.

Il quinto giorno provai per la prima volta il cedimento di entrare e comprare un pacchetto di Marlboro.

"Sei un coglione!" mi dissi. "Credi che possa davvero funzionare? Fregatene ed entra!"

Ma non lo feci, chiusi gli occhi e pensai a lui, alle tante ore passate insieme sul divano. Quando li riaprii sul marciapiede opposto vidi l'immagine di una donna di spalle: era Mara! Non potevo sbagliarmi, quei capelli che le scendevano sulle spalle li avrei potuti riconoscere tra mille. Era lì, dopo un tempo lunghissimo in cui non avevo mai smesso di amarla.

Mi voltai, proprio nello stesso istante in cui anche lei lo fece. Quegli occhi, le labbra sottili e gli zigomi leggermente pronunciati, nulla era cambiato. Alzai la mano, lei rispose e mi sorrise. Ricordo ancora come il cuore prese ad accelerare, come frenai l'istinto di attraversare la strada, perchè notai che in mano stringeva qualcosa: un guinzaglio. Seguii il filo, che si allontanava di qualche metro alle sue spalle e alla fine comparve Bill. Urlai il suo nome, lui si girò e fu grazie all'istinto di Mara che non si buttò sulla strada attraversata dalle auto.

Corsi verso di lui, mi inginocchiai a terra e lo strinsi tra le braccia, mentre Bill non smetteva di leccarmi. Mi ricordai di Mara solo dopo parecchi secondi, era in piedi, incredula. Mi avvicinai a lei e le spiegai tutto, senza smettere di parlare, stupito di poterla avere ancora accanto. Ero un fiume in piena, feci un resoconto di tutti gli avvenimenti che avevano riempito la mia vita da quando ci eravamo separati, dalla volta che l'avevo vista baciarsi con quell'uomo, alla convivenza con Lura, il suo tradimento e i mesi felici con Bill.

-E poi mi sono ripromesso che se fossi venuto qui tutti i giorni l'avrei ritrovato- dissi, quasi urlando. -Ma mai avrei creduto che potessi trovare anche te...- poi mi accorsi che lei non aveva ancora parlato. -Dimmi di te, del perchè Bill è con te- le domandai.

E parlammo, un sacco, non bastò quel semplice incontro per capire che tra noi l'affetto non era mai scomparso, che le storie che intrecciamo a volte non servono per perdersi ma per ritrovarsi. Seppi che Mara viveva sola da tanto tempo, che aveva avuto quell'unica storia con un uomo che pensava solo a divertirsi, che non l'avrebbe mai resa felice veramente. Lo stesso era accaduto a me con Laura. Bill lo aveva trovato davanti a casa, sembrava perso e aveva deciso di tenerlo con se. Anche lei per non rimanere sola.

Iniziammo a frequentarci, con calma, come vecchi amici che non si incontrano da un secolo. Parlare ci univa, ero cambiato e se ne accorse pure lei; non rimanevo mai muto quando qualcosa mi turbava, quei silenzi ci avevano allontanato, le parole non dette dovevano essere rispolverate.

Fu così che tornammo insieme, tutti e tre di nuovo nella nostra casa, senza più dubbi sul futuro, ma solo con la gioia di esserci ritrovati.

E' il momento di salire, affrontare quegli scalini e guardare al presente. Afferro il corrimano e mi aiuto, anche se in fondo pensare positivo è riuscito a galvanizzarmi. Uno dopo l'altro, contandoli a mente arrivo all'ultimo e mi trovo davanti la vetrata.

Intorno a me persone passano, qualcuno mi guarda, i loro sguardi mi scivolano addosso. Una promessa è una promessa, anche oggi, qui, forse la più importante di sempre.

"E' d'obbligo un saltello ad occhi chiusi, anzi meglio farne qualcuno in più, per fare in modo che tutto vada bene" mi dico e abbasso le palpebre. Sollevo un piede e comincio a saltellare, mentre una risata echeggia. Una decina dovrebbero bastare e quindi mi fermo e riapro gli occhi.

Lei è lì, bella come non mai, proprio come la sua mamma, Beatrice, nostra figlia, la rinascita di un amore, il dono più bello che la vita potesse donarmi, dorme beata nella culla e sul biglietto che porta il suo nome il muso di Bill sembra guardarla, pronto a proteggerla.

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