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Una storia di Writer

Perché si scrive?

Risposta a Jelena

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Pubblicato il 26 luglio 2018 in Altro

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Perché si scrive? Per dare parole agli altri, intendendo con “altri” i lettori. Lo scrittore - ma si potrebbe allargare il concetto a qualsiasi forma artistica - dalle proprie e altrui esperienze ricava spunti per riprodurre, inventandole, situazioni, sentimenti, emozioni che poi farà provare e vivere ai personaggi che animeranno i suoi scritti; e anche qui mi mantengo sul generale (ma non generico); scritti che possono utilizzare uno - quello che l’Autore ritiene migliore, che gli è più confacente - dei tre principali generi letterari (e i loro sottogeneri naturalmente): Prosa, Poesia e Teatro. Dietro a ogni personaggio, a ogni vicenda, a ogni emozione espressi c’è sempre l’Autore/Scrittore ma non personalmente, nel senso che non parla di sé e dei fatti propri (tranne eccezioni come il genere diaristico o epistolare oppure quello particolare di Emmanuel Carrère che si posiziona tra il saggio e le vicissitudini personali, anche intime che al lettore, in genere non interessano granché per non dire mai: forse una momentanea quanto temporanea curiosità). I lettori leggono e amano uno scritto e/o un Autore più di un altro perché in quello che leggono si ritrovano: lo scrittore, poeta, drammaturgo dà loro quelle espressioni, quelle parole che avrebbero voluto avere per esternare, spiegare ciò che provano, han provato o vorrebbero provare (si pensi, in quest’ultimo caso, ai generi d’avventura, polizieschi, rosa, fantastici e simili) “La grande arte”, ha affermato il pittore statunitense Edward Hopper (1882-1967), “è l’espressione esteriore di una vita interiore dell’artista, e questa vita interiore risulterà nella sua personale visione del mondo.” (“Great art is the outward expression of an inner life in the artist, and this inner life will result in his personal vision of the world.”). Se in quella “visione del mondo” (espressa ed esternata - si badi bene - dall’opera artistica, non da una semplice opinione - si rispecchiano, si ritrovano le persone che ammirano/vedono, assistono, ascoltano l’opera (e, per questo, ameranno l’Autore: “immortalità significa esser amati da tanta gente anonima” diceva Freud), l’artista (per cui anche lo scrittore) è riuscito nel suo intento creativo.

Lo scrittore che con la propria attività persegue altri scopi: successo - anche economico - fama, (forse potere e ascendenza tramite la visibilità mediatica): tutto legittimo e umanamente comprensibile, intendiamoci - esula dall’ambito strettamente letterario e può tutt’al più ritagliarsi un gratificante posto in quello circoscritto di genere.

Il processo creativo è - o può essere - emozionante e gioioso. La scrittura no. Già di per sé solitaria, scrivere è un’attività tra le più tristi e amare. Ogni cosa si tenti di pubblicare equivale a mettere il classico messaggio nell’altrettanto classica bottiglia e affidarlo al mare magnum dei possibili lettori da cui ci si vuol tacitamente illudere sia raccolto e letto. Scrivere è l’ultimo disperato, maldestro, tentativo di un naufrago dell’esistenza di mettersi in in contatto col mondo. Può non essere sempre così. Ma spesso lo è.

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