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Una storia di AlessandroCiviero

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Legami di sangue

Tre.

Pubblicato il 07 luglio 2017

Il secondo turno iniziava alle quattro del pomeriggio, ma il breefing tenuto dal sergente di guardia era sistematicamente anticipato, perché gli agenti che montavano servizio si trovavano sul posto anche un’ora prima. Alla Divisone Newton, la saletta delle riunioni era ampia e illuminata da finestre che davano ad ovest, per cui le veneziane erano state quasi completamente abbassate:

“Che vogliamo fare, un pisolino?” Disse ironico il sergente. “Fate entrare luce.” Qualcuno si prodigò per sistemare le alette delle veneziane, tra il brusio generale. Le sedie a scrittoio erano quasi tutte occupate. C’erano gli agenti in uniforme che avrebbero sostituito le autopattuglie in rientro e c’erano i detective, che avrebbero rilevato i colleghi in ufficio e fuori.

C’era anche Jeanie Ayala, seduta a metà della saletta, un po’ distante dai suoi colleghi detective che si piazzavano di solito in fondo alla stanza. Lei era tra gli agenti in uniforme, che tenevano il berretto d’ordinanza sopra lo scrittoio della sedia o sotto il braccio. La sua maglietta bianca spiccava tra le divise blu notte. Guillermo Perez la tenne subito sottocchio.

Il sergente di guardia stava dando le direttive e gli ordini di servizio per il turno dalle quattro a mezzanotte. Perlopiù erano disposizioni e aggiornamenti sulla situazione, indirizzati agli uomini delle auto di base. Tutto sommato, la mattinata era stata tranquilla, e non c’erano particolari segnalazioni o denuncie. Un paio di furti ad auto in sosta, un paio di danneggiamenti, chiamate per qualche alterco tra vicini di casa e le solite “ramazze”. Gli agenti chiamavano così gli interventi per raccogliere gli ubriachi e i senzatetto che avevano girovagato l’intera notte per le strade del quartiere, e magari davano fastidio a qualcuno. Tutto nell’ordinario.

“Qui ho un paio di indentikit diramati dalla centrale,” il sergente passò quindi alle notizie per gli agenti in borghese: “si tratta dei soliti sospetti per tentata rapina a un distributore di benzina, e tentata aggressione. Sono membri noti di una gang. Non credo bazzichino da queste parti… comunque tenete gli occhi aperti.” Raccomandò il sergente. “I detective di ronda sono Jackson e Hernshaw. In ufficio per le chiamate Ayala e Perez… ci sono domande?” Concluse il sergente.

La gran parte degli agenti si stava già alzando dal posto, con rumore di seggiole spostate e commenti sommessi. Perez si avvicinò dove sedeva ancora Jeanie, e quando le fu accanto la salutò: “Sembra che ci tocchino le scartoffie.” Quando lei lo guardò dal basso all’alto, alzando gli occhi, lui sorrise e le chiese: “Passato un bel fine settimana?”

“Non proprio, Perez.” Rispose Jeanie, e lui capì che non era giornata. Non sarebbe stato simpatico arrivare a fine turno con la collega che usava il suo cognome, mentre di solito lo chiamava Guiche. Mentre anche Jeanie si alzava per raggiungere la propria scrivania nella sala investigatori, il sergente di guardia richiamò l’attenzione dei detective, che stavano uscendo dalla sala riunioni.

“Ah, scusate. Un’ultima cosa, ragazzi.” Alcuni si erano già allontanati, ma gli altri si fermarono ad ascoltare il sergente anziano: “La Divisione Rapine e Omicidi ha diramato la segnalazione di un omicidio nella zona del porto. La vittima è un uomo di colore di cinquantasei anni. Si chiamava Dylan Roney, ed era titolare di uno scalo merci al molo di Wilmington. Non ci sono sospetti, ancora, e stanno cercando qualsiasi collegamento che possa rivelarsi utile. Okay, ora è tutto.”

Quando i detective giunsero alla loro postazione di lavoro, Perez si offrì per andare a prendere del caffè, ma Jeanie, sedutasi alla scrivania e presi in mano i fascicoli che giacevano da alcuni giorni nel portadocumenti, glieli mise sotto il naso, impedendogli di allontanarsi: “Non ho voglia del caffè. Dammi una mano con questi.” Con una smorfia di sufficienza, Perez prese i fascicoli, li posò sul suo tavolo, e chiese alla collega: “Di che si tratta?”

“Furto con scasso, tra la San Pedro e la Dodicesima: è un emporio di vestiti. Furto d’auto sulla South Broadway e infine violenza domestica, sulla West Gage.”

“Bene,” disse Guiche: “da dove dovrei cominciare?” Il suo tono era tendenzioso, e anche l’espressione con cui scrutò la collega seduta di fronte a lui.

“Da West Gage, mi sembra la denuncia più grave. C’è da sentire la donna. Ci sono anche minorenni coinvolti.” Perez incrociò le braccia, in segno di protesta silenziosa, poi disse: “Comincerò dal caffè! Non ci rinuncio solo perché non ti va.” Jeanie guardò Perez con sorpresa, e lui aggiunse: “Si può sapere perché ce l’hai con me?”

“Non ce l’ho con te.” Si sbrigò a dire Jeanie, ma la risposta non fu sufficiente per Guiche, che non cambiò atteggiamento, continuando a guardare la collega negli occhi, silenzioso e arrabbiato: “Okay, scusami.” Si arrese lei, alla fine, spiegandosi: “Ho avuto una fine settimana difficile. Non ho potuto nemmeno salutare i miei, a Pasadena.”

“Perché?” Chiese Perez, sapendo quanto Jeanie ci tenesse a vedere i famigliari che da qualche anno abitavano fuori città.

“Un’amica di famiglia mi ha chiesto di rintracciare i suoi figli che sono spariti da qualche giorno da casa…”, il sospiro profondo che fece Perez, esprimeva tutta la disapprovazione del poliziotto nei confronti della collega.

“Non dovresti lavorare anche nei giorni liberi. Già facciamo i doppi turni.” Aggiunse in tono grave. “Hai fatto la spesa, venerdì? Sei andata in piscina? O al cinema? Ti sei vista con le miche, almeno?” Chiese ancora lui, con una certa premura.

Jeanie si alzò da tavolo, guardò con distacco Guiche, e prese le tazze dal ripiano della scrivania: “Vado a prendere il caffè. Ah, Perez, sembri mia madre, quando parli così… quindi lascia perdere, okay?”

“Ma che dici? Io mi preoccupo solo per te…”

“Ecco, non farlo.” Disse Jeanie con un mezzo sorriso, allontanandosi con le tazze in mano, mentre Guiche, in tono abbastanza alto per cui tutte le persone che c’erano nella sala avrebbero potuto sentirlo, concluse: “Ehi, collega, dopo il turno ti invito a cena, e stavolta non puoi dirmi di no, capito?”

Dopo un paio d’ore di lavoro fatto di telefonate, accertamenti nei database, ed alcune segnalazioni pervenute da fuori, Jeanie guardò l’orologio e chiese al partner di quel lunedì di assentarsi qualche minuto per parlare con un collega che si occupava principalmente di narcotici e spaccio di droga.

“Okay, fai pure…”

“Si tratta di quei due fratelli di cui ti parlavo prima,” si giustificò Jeanie, poi, scrivendo qualcosa su un post-it lo allungò a Perez sopra la scrivania, chiedendogli: “quando hai un attimo mi controlleresti cosa abbiamo su Ricardo Varela?”

Perez alzò gli occhi distrattamente e vide il foglietto giallo attaccato al suo planner già pieno di appunti e scarabocchi. Egli stava per fare un’altra telefonata, ma lasciò la cornetta e staccò l’appunto.

Mentre osservava di sottecchi Jeanie Ayala di spalle che si allontanava dal loro posto per andare a parlare col detective della narcotici, Guiche fece una sorta di sorriso compiaciuto. Non poteva nasconderselo, Jeanie gli piaceva, anche se spesso faceva la scontrosa con lui, ma sapeva che prima o poi lei avrebbe ceduto. Erano entrambi due bravi agenti della Divisione Newton, entrambi erano single, e soprattutto erano entrambi di origine messicana. Vero che esisteva il regolamento del Dipartimento di Polizia che scoraggiava i rapporti intimi e le relazioni sentimentali tra colleghi, specialmente se lavoravano a stretto contatto, ma questo non demoralizzava Guillermo Perez. Avrebbe fatto breccia, prima o poi, nella dura scorza di Jeanie, anche se era pronto ad ammettere che erano molto diversi tra loro. La sua partner professionale era ambiziosa, molto più di lui. Era determinata, e quel che si dice un peperino. Lui invece era un tipo posato, un po’ ritroso e che si accontentava di fare al meglio il suo lavoro. Sapeva già che avrebbe fatto quel favore che Jeanie gli aveva chiesto, ma stava rimuginando il sistema per trarne un tornaconto personale.

Perez si mise al terminale del computer e, collegandosi con il database centrale del Dipartimento di Polizia, digitò il nome che la detective Ayala gli aveva fornito. Non c’era un solo Ricardo Varela tra i risultati che scorrevano sul monitor, ma molto presto, il detective ridusse il numero attraverso la selezione dei campi che potevano essere consoni alla sua ricerca. In effetti, un giovane Ricardo Varela, alias Rico, di vent’anni, residente a Florence, contea di Los Angeles, aveva una segnalazione per detenzione di sostanze stupefacenti. Una volta era anche stato arrestato ed interrogato dagli agenti della Divisione Settantasettesima Strada. Era stato più facile del previsto, pensò Guiche. Il detective stampò la scheda di Varela in pdf e, mentre stava per mandarla alla sua collega tramite la casella di posta elettronica interna, ci ripesò mordicchiando l’estremità della matita che aveva in mano. Avrebbe aspettato, facendo credere a Jeanie di non essersi subito dato da fare per lei. E poi, voleva vederci chiaro. Jeanie sicuramente gli aveva nascosto qualcosa di ciò che faceva durante i weekend di riposo. Se lo sarebbe fatto dire quella sera a cena. Aveva già in mente di portarla in un posto in cui facevano piatti tipici messicani, sulla Jefferson, vicino al distretto, così che lei non avesse modo di trovare una scusa per rifiutare. Una semplice pausa pranzo tra colleghi di lavoro. Ci sarebbero state altre occasioni per un ristorante coi fiocchi.

Jeanie Ayala stava tornando alla postazione, mentre Perez vagava di fantasia. Quando lei si fu seduta, egli si schiarì la voce: “Allora, trovato niente?” Come a suscitare la curiosità della donna, che si limitò a rispondere: “No.” Poi però, cercando gli occhi di Guiche, lei aggiunse: “Non hanno niente su Hernan Varela. Forse mi sono sbagliata. Però la madre dei ragazzi mi diceva che Ricardo ha problemi con la droga: hai verificato?”

“Sì, ho verificato, ma facciamo un patto…”, Jeanie inarcò le sopracciglia, attendendo le parole del poliziotto: “Se quello che ho trovato ti sarà utile, tu verrai a cena con me domani sera”, egli sorrise con tutta la dentatura bianca che risaltava sul colore olivastro del viso.

Jeanie rispose in tono stupito: “Non ho mai sentito una scusa più cretina di questa per rimediare un appuntamento.”

“Allora cancello il file…” disse Guiche accennando con le dita sulla tastiera del PC.

“Sei patetico, Perez.” Lo apostrofò Jeanie: “Mi arrangerò da sola…” e si mise alla console.

“Al diavolo!” Masticò sotto voce il detective, poi riprese: “Hai vinto, ti mando il file.” E digitò i comandi per inviare l’e-mail.

Jeanie cominciò a studiare la scheda di Rico Varela, mentre Guiche Perez l’osservava con un piglio più distaccato, ora, e facendo finta di rivedere i documenti nel fascicolo per violenza domestica che languiva sopra la scrivania. Ad un certo punto, Perez si alzò come se fosse intenzionato ad allontanarsi, quando la voce di Jeanie lo trattenne, come se lei avesse aspettato un movimento del suo partner per ricominciare a rivolgersi a lui: “Hai notato, qui?” Chiese, mentre lui le passava accanto. Guiche si volse verso lo schermo del PC, cercando di capire: “Varela è segnalato come consumatore abituale di sostanze stupefacenti, da oltre due anni. È stato fermato da quelli della Settantasettesima Strada per un interrogatorio, una volta… qui dice che l’ultimo lavoro dichiarato è un impiego al porto per una certa ditta… la Roney Landing Service.” A quel punto gli occhi scuri di Jeanie cercarono quelli di Perez: “Non ti dice niente?”

“Roney Landing Service…”, ripeté Guiche con intonazione sospensiva. Jeanie Ayala gli venne incontro: “Dylan Roney è il nome della vittima dell’omicidio al molo di Wilmington.”

“Hai ragione.” Perez ammise di non ricordarlo.

“Chiamo il sergente di guardia… devo sapere chi sono i detective della RHD che seguono il caso.” Mentre lo diceva, Jeanie aveva già sollevato la cornetta.

Era ancora al telefono quando la porta a vetri dell’ufficio in fondo alla sala si aprì e ne uscì il tenente Prokop, comandante della squadra dei detective, e chiamò Jeanie a gran voce. Preoccupato, Guiche fece notare la cosa alla collega. Lei prese appunti su un foglietto e ringraziando il sergente in modo precipitoso, riattaccò.

“Ayala! Vieni subito nel mio ufficio…”, stava ripetendo Prokop. Jeanie si alzò, guardando Guiche interrogativa, ma lui scosse la testa in un gesto di diniego. Prima di lasciare il suo posto, Jeanie lesse al collega quello che aveva appena scritto: “Il caso Roney lo stanno seguendo i detective McFarlane e Tancredi della Divisione Rapine e Omicidi.”

Quindi Ayala coprì a grandi passi il corridoio tra le scrivanie dei colleghi incuriositi da quel trambusto, e superò il tenente che l’attendeva sulla soglia. Questi chiuse la porta, ma dalle vetrate si poteva vedere tutto ciò che succedeva all’interno dell’ufficio del responsabile.

Sia Perez, sia alcuni altri detective, seguirono la mimica delle due persone che sembravano pesci immersi in una boccia di cristallo che cercavano muti di comunicare tra loro. Prokop stava sbandierando un foglio di carta, mentre Jeanie non si era seduta di fronte alla sua scrivania, ma rimaneva in piedi, accanto alla porta, con le mani sui fianchi. Sembrava, più che altro, stesse ascoltando con disappunto la tirata del tenente, per poi ribattere con frasi brevi e concise, dette a mezza voce. La luce al neon troppo forte accesa dentro l’ufficio del tenente faceva apparire la vetrata della stanza come una specie di vetrina, su di cui era ormai focalizzata l’attenzione di tutti i presenti.

“Ma che diavolo…?” Commentò dopo un po’ il detective Perez, apparendo del tutto avulso da quello che stava accadendo tra il responsabile e la sua partner. Qualcuno dei colleghi si avvicinò a lui, ed in tono confidenziale annunciò:

“Non lo sai, Perez? Ayala ha chiesto di accedere all’esame per essere ammessa alla Divisione Rapine e Omicidi. Vuole fare carriera.” Ci furono dei sorrisi e dei gesti di approvazione fatti da qualcuno con un cenno di capo.

“Solo che con Prokop non è così scontato,” aggiunse un altro detective che passava accanto a Guiche in quel momento, mettendogli una mano sulla spalla: “…lo sanno tutti che qui dentro fa carriera solo chi gli lecca il culo, e Jeanie non è una di queste persone.” Il tono allusivo di quel poliziotto non lasciò Perez del tutto indifferente. Egli lanciò ancora uno sguardo alla porta a vetri in fondo alla sala, poi si allontanò verso la toilette.

Quando Jeanie Ayala uscì dall’ufficio del tenente Prokop, Guillermo Perez era appena tornato dai servizi igienici, dove aveva fatto una lunga pisciata meditativa e poi si era rinfrescato il viso ed il collo con l’acqua gelida, scrutando il suo volto per lunghi istanti sullo specchio un po’ untuoso sopra il lavello.

“Perché non me lo hai detto?” Esordì immediatamente Guiche, senza che lei desse il minimo accenno a voler parlare con lui, infatti lei ribatté: “Chiamo la Divisione Rapine ed Omicidi…”

“Jeanie… perché non mi hai detto di aver fatto richiesta di passare con loro?” Fu più esplicito Perez.

“Perché non ti riguarda.” Disse lei seccamente, mentre già attendeva in linea.

“Certo che mi riguarda…”, cercò di protestare Guiche, ma la voce di lei lo interruppe, parlando al telefono:

“Sì, sono il detective Ayala, della Divisione Newton. Chiamo per il delitto del Roney Landing Service. Detective McFarlane? Ah, bene. Sì. Sì… ho un’informazione per lei, probabilmente. Stavo indagando sulla scomparsa di una persona, quando dagli archivi è emerso che il fratello di questa persona ha lavorato per un periodo ai magazzini giù al porto.” Fece una breve pausa, poi confermò quello che McFarlane le aveva detto dall’altra parte del filo: “Esattamente al Roney Landing Service”. La giovane detective della Divisione Newton stava ascoltando ciò che diceva la persona con cui era al telefono. Poi confermò: “Okay, sarò lì alle otto in punto.” La detective Ayala mise giù, attendendosi il commento di Guiche, che non tardò ad arrivare: “Avevo pensato a El Gallo Giro, per la pausa cena…”, ma il tono di sconforto che usò ammorbidì l’atteggiamento di Jeanie nei suoi confronti:

“Mi dispiace, Guiche, ma prenderò il mio codice sette per andare a parlare con i detective della omicidi. Penso che possa essere una pista importante.”

“Quindi ti stai dando da fare, evidentemente,” rispose Perez, tornando sul discorso sospeso prima della telefonata: “Non mi avevi detto che era tua intenzione lasciare il distretto.”

Jeanie sospirò serrando le labbra in una smorfia tesa; abbassando la voce e sporgendosi sul piano della scrivania verso il collega, disse: “Dovresti fare qualcosa anche tu… non tira una buona aria da queste parti. Io voglio cambiare, e se fosse la Divisione Rapine ed Omicidi, tanto meglio.”

“Non sono d’accordo…” le rispose Guiche: “qui c’è un sacco di lavoro,” accennando con il mento ai fascicoli nel portadocumenti: “e la Divisione sta anche organizzando un fondo di solidarietà per la comunità locale.”

“Non mi fido di Prokop,” ammise Ayala: “Comunque io intendo andare avanti con questa traccia. È una cosa che mi ha chiesto una cara amica di famiglia, e a me dispiace che i suoi figli si siano allontanati da lei senza lasciar detto niente… del resto, è una brava donna.”

“Fai come credi,” alzò le spalle Guiche, e guardando l’orologio disse: “hai ancora un’ora prima di recarti all’appuntamento con i tuoi detective della RHD. Potremo tirare fuori qualcosa di buono da queste scartoffie, nel frattempo.”

Jeanie fece scorrere sopra di sé la vena polemica del suo partner per quella giornata di lavoro. Era più importante cercare di capire perché la gente fosse così violenta fuori nelle strade su di cui loro avevano il compito di vegliare.

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