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Una storia di Massimo.ferraris

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Come un supereroe

Un caso del Commissario Andreoli

Pubblicato il 21 ottobre 2016

Dalla finestra vedo le auto della Polizia schierate a barriera, mentre uomini armati tengono sotto tiro l'entrata. Singhiozzi, preghiere, parole di pietà si levano da queste quattro persone sedute a terra, a un passo dalla canna della pistola. Non doveva andare così, non è la prima volta che entro in un locale e prelevo il contante. La colpa è di quel fottuto bastardo che ora giace senza vita accanto al bancone, uno stupido eroe a guardia di duecento euro, che non mi bastano nemmeno per tirare avanti due giorni. Due uomini e due donne, sulla sessantina e negli occhi il terrore. Quella bionda non stacca gli occhi dal cadavere, forse è la prima volta in vita sua che ne vede uno. Io invece ho avuto a che fare un paio di volte con gente stupida, che ho dovuto eliminare. Non provo rimorso, ma non per questo mi considero una bestia. Un professionista, forse... Uno degli uomini, quello più tarchiato, dal forte accento torinese ha cercato di convincermi a rilasciare le donne. Si fotta, gli ho tirato un pugno in pieno viso, spaccandogli di sicuro qualche dente. Il sangue gli copre la faccia e il labbro superiore è così gonfio e teso che ho paura possa scoppiare da un momento all'altro. Non ho idea di come muovermi, di come uscire da questa maledetta situazione, ho gli ostaggi, posso negoziare, ma so già che la resa è sinonimo di sconfitta e che porta solo alla prigione. Non ci sono mai stato e non ho intenzione di finirci ora, piuttosto la morte che il gelo di una cella. Farla finita non è comunque contemplato nelle mie priorità, di sicuro mi verrà in mente qualcosa, ho tempo, cibo disponibile e una testa che funziona.

L'agente Marsella bussa tre volte, poi altri due colpi brevi, quindi entra nell'ufficio del Commissario. Andreoli sta fumando, la finestra chiusa e l'aria irrespirabile; ha gli occhi gonfi, segno di un'ennesima nottata passata in bianco. Dovrebbe farsi controllare da un medico, non può andare avanti così per sempre, col rischio che un giorno un dolore al petto lo faccia crollare a terra. Quanto tempo è che non fa le analisi, che non misura quella pressione ballerina che tiene sotto controllo con un paio di pastiglie che butta giù con un sorso di birra? Una delle menti più brillanti della Polizia, era stato considerato qualche anno prima, uomo dall'acume impareggiabile, soleva definirlo il compianto dottor Pastorino, il primo Questore con cui collaborò. Tempo andato, neuroni bruciati e annegati nel fumo, alcool e caffè. L'agente lo informa di una rapina ad un distributore all'imbocco dell'autostrada, una cosa spiacevole con conseguenze che cerca di non immaginare. Forse quattro persone all'interno, più il gestore dell'impianto. Non si sa niente altro, da un primo esame è risultato che il rapinatore è un uomo solo del quale non si conoscono i connotati. La foto mostra il tipo davanti ad una finestra con il passamontagna in testa. E' l'arma che ha in mano che lo preoccupa, una Glock G43 di cui conosce bene l'efficacia e la potenza. Si alza a fatica, il ginocchio destro geme, quindi segue Marsella. Sul posto ci sono già tre pattuglie, ora tocca a lui coordinare l'azione.

Dovrei andare in bagno, la vescica è da un po' che si fa sentire. Quasi tre ore che sono barricato in questa stazione di servizio e nessuna idea buona. Prendo una bottiglia di Coca Cola dallo scaffale, la vuoto dentro una pianta e poi mi libero del problema. Le donne hanno voltato la testa, gli uomini hanno solo abbassato gli occhi. Non sono certo attratto da loro, un branco di vecchi che potrebbero essere i miei genitori. A casa ho Luana che mi aspetta, la mia ragazza dolce ed affettuosa che riesce a dare un senso a questa vita dissoluta. Ho provato a cercare lavoro, lo ammetto, insieme a lei ho scoperto il piacere di una famiglia, ma è durato poco; i soldi non bastano mai e un impiego di autista non regala la felicità. La prima volta che ho indossato il passamontagna mi sono sentito un supereroe. Una cosa semplice, l'assalto ad un tabaccaio che mi ha guardato con gli occhi supplichevoli mentre vuotavo la cassa. Ero esaltato, come i cattivi nei polizieschi americani che le telecamere riprendono per poi trasformarli in protagonisti di reality show. Gli ho puntato la pistola in faccia intimandogli di non muoversi nei prossimi cinque minuti, poi d'istinto ho esploso un paio di colpi vicino alla sua testa. Sono scappato gridando, mentre l'adrenalina pompava a tutto regime rendendo il mio organismo scattante. Ho corso a perdifiato per quasi due chilometri, fino a quando i polmoni hanno iniziato a farmi male. Trecento euro di bottino, la paga di una settimana in un minuto. Cosa c'era di più semplice e redditizio? Luana non doveva saperlo, per lei ero sempre il semplice autista che la fortuna aveva voluto farlo salire di grado, mettendolo a capo di una serie di fattorini che gestivo. Bugia grossa, che però giustificava i soldi in più che si tramutavano in cene, gite e piccoli regali che la rendevano felice. Lo sto facendo per lei, me ne rendo conto, è la mia droga, l'isola a cui sono approdato e che non voglio lasciare. Un'auto senza scritte si avvicina alle altre, ne scendono due persone, un agente e un uomo sulla sessantina dai capelli bianchi e occhiaie marcate. Gli altri sembrano portargli rispetto, questo significa che è un pezzo grosso. Gira tra gli uomini armati, fa domande e più di una volta appoggia la mano sulle loro spalle. Sembra un padre affettuoso che loda i figli, non come il mio, quel bastardo che Dio l'abbia in gloria. Storia di violenza come tante, una famiglia alla deriva persa nel tunnel della droga e dell'alcool. Ma non voglio farmi rapire da questi pensieri che portano solo rabbia e frustrazione: io sono ben altro, non ho mai picchiato Luana, mai assunto droghe, nemmeno fumato uno spinello. Una birra ogni tanto, nulla di più. Sembra quasi la fisionomia di un bravo ragazzo, quelli tutti casa e lavoro che possiedono un cane, fanno jogging con regolarità e sono attenti allo stile di vita. Mi scappa da ridere mentre osservo un'altra auto avvicinarsi. Scendono tre persone, uno di loro si poggia la telecamera sulla spalla. Pure la tv! La cosa si sta facendo interessante, ma anche parecchio complicata.

La notizia ha fatto presto a finire nelle orecchie della locale pagina di notizie web, la giornalista si avvicina ad Andreoli, vincendo la resistenza degli agenti. Il Commissario fa cenno di lasciarla entrare, conoscendola è inutile cercare di bloccarla, alla fine riuscirebbe in ogni caso a passare. Lo bombarda di domande alle quali non sa dare risposte. Chi è l'assalitore, il modus operandi, i nomi degli ostaggi, se ci sono feriti. Andreoli scuote la testa, e così facendo si procura una fitta al cervello che provoca un mal di testa di quelli che sa dureranno ore. Le assicura che sarà la prima a conoscere le notizie a caldo, concede il permesso di riprendere la scena e torna a parlare con Marsella. Il ragazzo è in gamba, in più di una occasione si è rivelato prezioso nel risolvere casi e in lui rivede se stesso sveglio e brillante. Questa patina degli anni che si è depositata senza che provasse a scrollarsela di dosso lo hanno ridotto ad un vecchio prima del tempo. Le notizie sono frammentarie, si parla di un ferito grave all'interno; uno degli agenti è riuscito a fotografare la parte del locale in cui si trova la cassa e nell'immagine sul display della fotocamera si vede un uomo riverso a terra. La osserva, mette a fuoco i particolari, la sua esperienza fa prudere quella parte della mente in cui vanno a finire le certezze. L'uomo è morto, non ci sono dubbi. Ha un moto di stizza e si allontana, sotto gli occhi degli agenti che si guardano tra loro. Maledizione, non ci voleva, non bastava una rapina con ostaggi, qui ci è scappato pure il morto. Decide di avvisare il Questore, che risponde immediatamente. Gli profila un probabile scenario, l'altro lo sta ad ascoltare; non ama molto il tipo, anzi lo detesta proprio, ma sa che in fondo è uno tosto, forse un po' troppo amante della scena e delle interviste. Risolvere il caso senza ulteriore spargimento di sangue potrebbe donare nuovo lustro a questo burocrate. Gli da carta bianca, conosce le capacità del Commissario. Andreoli chiede di essere messo in comunicazione con il rapinatore, Marsella lo guarda con occhi sgranati non capendo come fare, fino a quando si illumina. Cerca su internet il numero dell'impianto, lo compone e lo porge al suo capo. Tre trilli, poi una voce di uomo risponde. Si presenta, sembra per un momento che la loro sia una telefonata di cortesia, sino a quando il Commissario non gli dice che sa che l'uomo è morto. Silenzio dall'altro capo, un sospiro e l'ammissione che ha dovuto sparargli per legittima difesa. E' allibito, come può parlare di legittima difesa quando è lui l'assalitore? Non dice nulla, continua ad ascoltare il fiume di parole che sgorgano dalla bocca di quel folle. E' in stato confusionale, si sente, ma è anche sorretto da una notevole euforia che potrebbe fargli fare altri gesti sconsiderati. Con lui ci sono altre quattro persone, già identificate tramite la targa delle auto parcheggiate all'esterno. Quanto poco ci vuole a finire in un vicolo cieco che può portare alla morte, anche solo la voglia di un caffè. Gli dice di stare calmo, che lo capisce e che prima o poi dovranno giungere ad una conclusione per evitare che altri possano morire. Lui ride nuovamente, dice che non gli importa e detta le condizioni. Un'auto col pieno, un ostaggio con lui che libererà una volta accertato di non essere seguito; non chiede soldi, ma per Andreoli è comunque inaccettabile. Gli propone invece di costituirsi, che così facendo potrebbe avere una riduzione di pena. Sente la comunicazione interrompersi e capisce che la questione gli darà dei grossi grattacapo. Sfila una sigaretta, restituisce il telefono a Marsella e si appoggia al cofano di un'auto. Gli occhi del rapinatore si piantano nei suoi, lui regge lo sguardo, mentre nuvole di fumo passano tra loro.

L'aria si fa pesante, le parole del Commissario mi risuonano in testa. Non voglio andare in prigione, la mia vita finirebbe e con lei la storia con Luana. Lei è una a posto, onesta sino al midollo; non sopporta la violenza, la giudica un'offesa verso Dio. Io invece nel peccato ci sguazzo e tanto anche... ho già ucciso tre uomini nel giro di un anno, l'ho fatta franca per troppo tempo e ora rischio di finire la carriera ad un passo da casa. Furti sempre ad almeno cento chilometri di distanza, i luoghi raggiunti a piedi dopo aver parcheggiato l'auto nelle vicinanze. Oggi ho voluto sfidare la sorte e compiere la rapina a nemmeno un chilometro da casa. Luana mi ha baciato, come tutte le mattine e mi ha dato appuntamento per pranzo. Ormai è sfumato, è quasi pomeriggio e io non ho il coraggio di chiamarla, anche se è un'ora che mi bombarda di messaggi. E' preoccupata, a quest'ora avrà già chiamato la ditta e le avranno detto che è una vita che non sono più loro dipendente, quindi avrà chiamato la Polizia per denunciare il fatto. Non è una stupida, anche se mi ostino a pensare che posso fare ciò che voglio senza destare sospetti. L'uomo col labbro rotto farfuglia qualcosa, la moglie gli sorregge la testa e mi guarda con gli occhi supplichevoli. Allontano lo sguardo e fisso il cadavere a terra: un uomo che fino a poco prima cercava di tirare avanti lavorando tutti i giorni qui dentro. Magari ha una famiglia, degli affetti, desideri che ho cancellato. Che mi succede? Non sono più così sicuro di essere un supereroe, loro lottano per il bene, lo fanno senza pretendere nemmeno un grazie. Non sono nemmeno Robin Hood, i soldi non li dono ai poveri, ma li sperpero in spese folli. Mi siedo a terra, le spalle alla finestra e cerco di capire se ci può essere una via d'uscita. Sono sempre stato il tipo a cui non piace mollare, sempre sicuro di se stesso e mai debole.

Gli uomini scalpitano, si guardano tra loro, hanno paura che possa succedere il peggio. Andreoli chiude la comunicazione dopo aver informato il Questore sulle richieste del rapinatore. Prendere tempo, è stato il suo consiglio. Facile per lui, chiuso nell'ufficio all'ultimo piano con vista sul porto, dovrebbe essere sul posto e palpare la tensione con mano. L'uomo all'interno è sparito dalla visuale, lo ha visto scivolare di schiena a terra dopo essersi guardati per quasi un minuto. Non ha idee, ma solo il timore che possa fare del male ad un altro ostaggio. Così fa come gli è stato detto: prende tempo; deve essere convincente quando lo richiamerà. Uno degli agenti gli propone un'irruzione, lui lo taccia malamente e si rimette a pensare. Arriva Marsella insieme ad una donna in lacrime. E' la moglie del gestore, vuole a tutti i costi entrare, sincerarsi della salute del marito. Il Commissario prova pena per lei, ogni volta che deve comunicare la morte di un congiunto ad un parente è come se dovesse scalare una montagna. La donna gli dice che c'è un ingresso sul retro che porta direttamente in una cantina e da lì è possibile salire nel locale. Le si avvicina e preme delicatamente una spalla dicendole di farsi forza. Sgrana gli occhi, inizia a tremare e Marsella si vede obbligato a sorreggerla, per poi trascinarla via. Grida, urla strazianti che perforano l'aria di quella giornata tiepida di fine inverno, sino a quando l'Agente non la carica in macchina. Lo vuole segnalare per un encomio, se lo merita davvero dopo tutto quello che sta facendo. E non solo per la donna, ma anche per lui quando lo rimprovera per le troppe sigarette fumate o lo invita a casa sua per una cena normale, che lui rifiuta sempre. L'ingresso sul retro... potrebbe essere l'unico modo per farlo ragionare. Dice agli uomini di coprirlo, si levano mormorii ed offerte di affiancamento. Dice loro di lasciarlo fare, non ha nemmeno la pistola d'ordinanza, non ne ha mai avuto bisogno. Mal che vada morirà da eroe, nessuno ne sentirà la mancanza, forse solo Flavia piangerà. Sua figlia, il dono più grande della sua vita, un rapporto che viaggia su un terreno brullo e pericolante. Prende coraggio, si stacca dal gruppo e raggiunge il retro: alla finestra nessuno.

Li fisso uno ad uno e penso che potrei lasciarli andare senza altro spargimento di sangue. Le donne piagnucolano, l'uomo dal labbro rotto si tampona con la manica della camicia, ormai zuppa, l'altro ha il respiro affannato e ho paura che possa essere cardiopatico. Un nuovo messaggio: ho perso la voglia di leggerne il contenuto, è sempre Luana preoccupata dal mio silenzio. Mi sono reso conto troppo tardi che ogni volta che li aprivo apparivano le spunte sul suo cellulare. Lo metto silenzioso, solo vibrazione ed aspetto che il telefono del locale suoni. Se riesco ad accordarmi posso ancora farcela, nessuno conosce il mio viso nascosto sotto questo passamontagna madido di sudore. La Polizia avrà scattato mille foto, ma sono tranquillo di non avere nessun segno che possa farmi riconoscere. Non porto anelli, braccialetti ed orologi, nessun tatuaggio, corporatura nella media e abbigliamento casual. Forse posso ancora farcela, basta che mi giochi la situazione al meglio. Il momento di debolezza mi sta abbandonando, ora mi sento più forte e decido che porterò con me una delle donne. Mi accorgo che di me possiedono due cose, una volta che saranno entrati: le impronte e la voce sicuramente registrata. Ci penso su, poi realizzo che in questa stazione di servizio passano talmente tante persone che sarebbe impossibile identificarmi, e poi non sono mai stato in prigione, nemmeno segnalato, quindi perchè preoccuparmi? La voce è l'unico elemento certo; chissà se al giorno d'oggi riescono a prelevare il DNA anche da quella? Rido, attirando l'attenzione dei presenti. Pensavo ad una barzelletta, dico loro, procurando un'ondata d'odio che mi attraversa. La stazione di servizio è costruita a ridosso della collina, quindi non è possibile che entrino da un punto non visibile, a meno che in questi ultimi minuti, da quando sono a terra, qualcuno non ci abbia provato. Mi alzo di scatto e ritrovo le auto, gli agenti ed i giornalisti. Tutto è a posto, volgo lo sguardo sui due lati e non vedo nessuno. Decido di aspettare in piedi, in modo da tenere sotto controllo la zona, in attesa che il Commissario mi richiami per... Un attimo, ma che fine ha fatto? Non lo vedo, è sparito, a meno che non sia salito a bordo di qualche auto. La vista non mi inganna quando metto a fuoco gli abitacoli: di lui nessuna traccia. Mi prende il panico, non so se oltre a lui si sia allontanato qualcuno, magari il locale ha un'entrata secondaria, forse un ingresso dall'alto! Punto la pistola e la spiano in tutte le direzioni, minaccio i quattro di ucciderli se solo muovono un muscolo, poi raggiungo la stanza attigua. E' la cucina, pulita ed ordinata. Sudo copiosamente e il cappuccio mi si stringe addosso come una morsa. Lo sfilo dalla testa e respiro velocemente, appoggiandomi al lavandino. Mi irrigidisco quando sento un rumore provenire dalla porta posta sul fondo; non ho tempo di rimettere il passamontagna e mi scosto, mettendomi di lato. La serratura gira e una testa sbuca fuori. Mi vede subito e riconosco il Commissario. Accidenti è proprio mal preso, occhiaie profonde che gli contornano due occhi chiari, i folti capelli bianchi spettinati e la barba lunga di un paio di giorni. Alza le mani, gli pianto la pistola in faccia. Non fare cazzate, dice con voce bassa, sei giovane e puoi ancora uscirne. Senza pensarci lo afferro per la gola e gli punto la Glock alla tempia, facendolo zittire. Voleva fare lo splendido, il poliziotto senza macchia e paura? Ora vedrà che cosa lo aspetta: ho già deciso che sarà lui l'ostaggio, un pesce ben più grosso di quei quattro sfigati di là. Lo spingo nel locale, una donna grida e io esplodo un colpo verso l'alto per farla zittire. So di aver fatto una cavolata, gli agenti si saranno già messi in allarme. Meglio far vedere loro che il capo è ancora vivo, così lo spingo alla finestra, sempre tenendolo sotto tiro. Mi sento stranamente bene, sono pronto a tutto, fuggire via e tornare dalla mia Luana. Troverò una scusa, in fondo ci amiamo e tra noi non ci sono segreti... o quasi.

Marsella vede il Commissario con la faccia premuta contro al vetro e teme il peggio; lo sapeva che non era una buona idea, il voler fare l'eroe a tutti i costi lo ha portato in una situazione precaria, dalla quale potrebbe non uscirne vivo. Anche Andreoli lo pensa, non sa come andrà a finire, ha agito solo spinto dall'istinto. Anche se dovesse ucciderlo chi gli dice che gli altri quattro non lo seguiranno nella tomba? Inutile parlare, peggiorerebbe la situazione. Il rapinatore gli sibila all'orecchio frasi folli, minacce di morte e poi l'idea di usarlo come ostaggio. Tutti gli uomini sono fermi, hanno deposto le armi, sembrano quasi un picchetto al suo funerale. L'auto blu del Questore appare nella visuale, lo vede scendere, la telecamera si gira inquadrandolo, la giornalista lo avvicina e lui non si sottrae alle luci della notorietà. Gli dice chi è, lui sembra ancora più euforico, la sua testa ha smesso di funzionare e l'esaltazione ha preso il sopravvento. Ci vorrebbe un miracolo, qualcuno da lassù che si muova in fretta per mettere le cose a posto. All'improvviso sente esclamare il nome Luana e la pistola scivola dalla tempia al collo. Andreoli non capisce, pensa ad un crollo, invece l'uomo gli indica una ragazza che si fa largo. E' la fidanzata, moglie, compagna o qualcosa di simile, ne è sicuro. Il rapinatore le grida di andarsene, che non vuole che lo veda così, chiede perdono, inizia a piangere, sino a quando il fiato gli si blocca in gola e crolla a terra. Il Commissario sente sparire il peso che lo schiaccia alla finestra e si volta incredulo. In piedi una delle donne, regge in mano una bottiglia di vetro. Si guardano senza parlare, poi la vede piegare le ginocchia e finire sul pavimento in lacrime. Il rapinatore non si muove, ma respira, nonostante una ferita profonda alla testa dalla quale fuoriesce un rivolo di sangue. Si gira verso la finestra ed osserva la scena, tutti sono fermi in attesa di sapere qualcosa. Deve tranquillizzarli, anche se il suo fisico gli chiede di sedersi, ma con grande sforzo raggiunge la porta, toglie la spranga che la tiene chiusa ed esce. Il sole è tiepido, gli occhi della ragazza, di Luana, lo guardano smarrita. Ci sarà un futuro per loro? Sarà così forte l'amore per perdonare gli sbagli? Corre verso di lui, un agente cerca d bloccarla, ma Andreoli fa un cenno con la mano. Entra e sparisce, la seguono i suoi uomini, il Questore gli sorride, stringendo l'occhio. Una nuova stella al suo tabellone da burocrate brillante, un encomio per lui, ma forse pure una lavata di capo per essere entrato disarmato. Non gli importa, ha solo voglia di fumare e camminare per un po' da solo, prima di tornare in ufficio, la sua tana, quello che è rimasto del mondo.

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