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Una storia di StefaniaCastella

Favola nera e rosso scarlatto

c'era una volta e poi non c'è più

Pubblicato il 17 dicembre 2017 in Fiabe

Tags: amore favola noir strade vicoli

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Secchiate di acqua lasciavano schizzi come lacrime rosso scarlatto sui muri scrostati. Il capannello di gente stentava a lasciare la strada già stretta, claustrofobicamente inondata di urla e schiamazzi. Un dito tra gli altri indicava lo scempio portato via da poco, ancora nell’ombra del vivido sangue che si allargava lentissimo e restava negli occhi di chi raccontava.

“L’ho vista stava là sembra che stava dormendo”

“Che dici? Si vedeva che era morta Marì” voci di strada si contendevano il primato di chi si era accorta per prima del tonfo del corpo sul grigio asfaltato. Nel rumore distante, Michele non si era staccato dall’eco rumorosa del pallone che andava e tornava dal segno nel muro al suo piede di calciatore improvvisato. Tanto a quel caos c’era abituato che ogni giorno c’era un morto ammazzato o tirate di urla e capelli, parole di maschi contesi da mogli furiose o da amanti gelose. Meglio il pallone di tutto il casino là fuori. Non fece caso nemmeno al portone scostato da una mano di donna che spingeva per entrare.

“Piccerì mi daresti un sorso di acqua non mi sento molto bene” la voce lo fece voltare facendogli perdere il giro dal muro al piede e così la palla rotolò infondo all’androne. La donna da cui proveniva la voce era sottile e biondina sembrava trasparente per quanto era secca e bianchissima, vestita un po’ strana, una gonna copriva anche i piedi, una roba svolazzava a coprirla sul seno, il cappotto lunghissimo sfiorava la strada, sembrava un pastore del presepe di sua nonna. Gli venne da ridere ma poi si trattenne che la faccia della donna era seria e sembrava sul punto di piangere. “Aspettate un momento che vado e torno sto qua dietro vi porto un bicchiere” Michele scoprì che sapeva essere gentile volendo, pure con le femmine, cosa che non gli riusciva sempre specie con quelle della sua classe che da femmine avevano solamente il nome.

Tornò a passo svelto portando un bicchiere pieno fino all’orlo. “Ma scusate cercate qualcuno? Sembrate come una che ha fatto un incidente. Vi è successo qualcosa?” Cercò di capire Michele tenendo il pallone vicino, fermando un po’ il gioco. “Non hai sentito le voci, le grida?” risposero labbra rosate.

“Qua fuori? E se volessi correre ogni volta che sento gridare ...” Michele sorrise e sembrò che anche lei rispondesse al sorriso. “Stava proprio là. Quella caduta dalla finestra.” Raccogliendo la veste ingombrante la donna si mise a sedere sui gradini che portavano al grande scalone del palazzo centrale. Intorno era pieno di porte ma non c’era nessuno. Lui sedette con lei “L’avete vista? Per terra? Col sangue?”

“L’ho vista per terra, c’era tanto sangue”

“Chissà che è successo” Michele guardò avanti a sé lasciando la domanda sospesa che gli interessava sapere di più come aveva scassato la scarpa sinistra che proprio da poco aveva comprato. “Tu sei piccirillo non conosci la storia”

Michele la guardò e si incantò per un attimo sospeso negli occhi verdissimi della giovane donna. Non disse niente, aspettò che parlasse. “Io la storia la so, la storia di quella ragazza che stava lì in quella casa. Lei era giovane, figlia adottiva di una coppia di anziani che la tenevano sempre chiusa in casa. Erano due messi bene e la casa sembrava una reggia, che non mancava mai niente. Ma una cosa mancava, l’aria mancava. Le finestre erano sempre sbarrate a stento si riusciva a guardare di sotto. La giovane ragazza non usciva mai. Dicevano loro che per il suo bene era meglio non andare fuori, che fuori era brutto. E lei ci credeva e cresceva rinchiusa”

“Eh come le principesse delle favole nella torre del castello”

“He sì un poco così. E quelle aspettano il principe”

“Che uccide il drago”

“E le porta via” Si scambiarono le parole ridendo come due che si conoscono da tempo. E il tempo sembrò fermarsi “La volete una sigaretta?” gli disse lui.

“Ma come tu fumi? Così piccirillo?”

“E tengo sedici anni mi ha insegnato mio fratello più grande” Le passò una sigaretta sottile che lei tenne stretta tra le dita lunghe. “Comunque che faceva questa chiusa a casa, niente? Non poteva chiamare qualcuno? Non so i carabinieri?”

“Mica è così facile Miche’?” Michele non fece caso al fatto che la signora conoscesse il suo nome preso dalle domande che gli venivano in testa.

“Non è facile quando tu vuoi bene a qualcuno anche se ti tiene stretto che ti manca l’aria, tu ti lasci togliere l’aria”

“E mi pare ‘na stronzata” disse lui e poi pensò a Filomena che una sola volta l’aveva abbracciato nell’ora di educazione fisica, gli era mancata l’aria in quel momento ma era stato il momento più bello di tutta la vita, sentiva ancora la curva del suo corpo prefetto vicino e pensò che forse era vero, a volte qualcuno ti toglie l’aria e non ti dispiace. “Ma lei che faceva? Aspettava veramente qualcuno che la portava via? ...”

“Sì proprio così, dicevano che c’era un notaio coi soldi e che lei appena fatti vent’anni l’avrebbe sposato e si sarebbe sistemata per bene. Ma il notaio era flaccido e senza capelli, con gli occhi come due palle che sembrava che volessero essere sputati via dalla faccia”

“Mamma mia” tossì Michele con il fumo che andava di traverso. “Era meglio stare rinchiusa”

“Si lo pensava pure lei. Era meglio da sola. Poi però commise un errore fatale. Una sera sentì forte la voglia di andare, pensò di provare, si infilò piano piano in camera dei due vecchi per prendere la chiave e provare ad uscire di casa” “Ah che coraggio” Si appassionò lui. “Sì, scivolò fuori che era già buio, sentì l’aria freschissima accarezzarle la faccia. Miche’ quando sentì quell’aria così bella, pensò che non sarebbe più tornata. Camminò ogni angolo e ogni vicolo fino alla piazza laggiù. Lì c’era un bel gruppo di gente, chi suonava, chi cantava, chi dipingeva. C’era un giovane di spalle che disegnava nel centro della piazza e lei si avvicinò. Vide le sue mani consumarsi mente nasceva piano piano un angolino, il tratto perfetto di un braccio, la sagoma di una donna che si intravedeva e che già sembrava bellissima, così vera, il viso stava per venire fuori quando lui si voltò fermandosi per un attimo – Mi hai spaventato- disse e la fece arrossire. Lei non aveva mai visto un viso più bello di quello”

“He ci credo non aveva mai visto nessuno a parte i due vecchi e il notaio che era un mostro”

“Miche’ fammi finire. Lui aveva un viso bello veramente, i capelli neri con qualche ciuffetto che cadeva sugli occhi, che begli occhi che teneva, profondi nocciola, come certi colori delle foglie d’autunno…”

“Marroni, erano marroni”

“Non erano solo marroni erano due occhi col mondo dentro” Ma Michele allentò una smorfia poco convinta.

“Lui restò a guardarla poi le disse -signorina mi hai spaventato, stavo per fare una striscia qui sulla sua faccia vedi? Ora per farti perdonare stai ferma lì che così coi tuoi occhi viene ancora più bella” Michele sorrise stringendosi nelle spalle “E mo’ voleva fare lo spiritoso poteva trovare una frase più originale”. Sorrise anche lei.

“La ragazza si fece rossa in viso non riuscì a dire niente, le venne voglia di scappare e di restare lì per sempre, di colpo non esisteva più niente, solamente lui che neanche conosceva. Restò ancora un po’ a guardarlo creare quella meraviglia, poi disse soltanto “Devo andare” e affrettando il passo sentì la sua voce rincorrerla. Corse più forte come si corre per dimenticare. “Dove vai? Quando ti rivedo?” Il cuore in gola le impedì di gridare “Mai più”. Rifece la strada veloce col cuore in gola e quando scostò la porta di casa aveva la fronte gelata di sudore e tensione. Nel letto pensò a quella faccia e quegli occhi mai visti e sorrise prima di dormire come mai aveva fatto prima di allora. Inutile che ti dico che cercò di non pensarci ma durò solo fino alla sera del giorno dopo. Quando scappò di nuovo per arrivare alla piazza. Lui era lì allargò le braccia per stringerla forte dicendole “Guarda il colore degli occhi, è proprio il tuo” Mancavano pochi dettagli le labbra da riprendere e tocchi di rosso che sembravano linfa vitale, quella donna sembrava sorridere uscendo dal gelo dell’asfalto in cui era. “Prova” Disse lui e lei lasciò con il rosso due segni sulle labbra bellissime, approfittando poi della sua distrazione spezzò un pezzetto e mettendolo in tasca le sembrò di tenere per sempre qualcosa di lui. Come la volta prima si alzò per scappare, lui la trattenne, mentre le lacrime le scivolavano sul viso freddissimo le sentì passare sul suo viso mentre la stringeva in un bacio improvviso. “Perché te ne vai così? E quando ritorni? Dimmi dove stai così ti accompagno”. Lei non disse niente si divincolò forte e fuggì dall’abbraccio. Passarono giorni in cui non faceva che pensare a lui. Sapeva che l’avrebbero scoperta, si accorse che la chiave era stata spostata dal solito posto, forse si erano accorti delle sue fughe, sapevano ci avrebbe riprovato. Una notte più buia delle altre il sonno non riusciva ad arrivare e all’alba pensò di scivolare dalla finestra della sua camera. Pensò a tutto il percorso, il fossetto nel muro, la ringhiera del balconcino affiancato. Mise il cappotto che fuori era freddo, la mano in tasca urtò il pezzettino rubato a lui. Si macchiò le dita di rosso scarlatto, sorrise, pensando che l’avrebbe cercato, trovato, sarebbe rimasta più a lungo o per sempre. Spalancò la finestra tirandosi in piedi, davanti a lei il vuoto e non ebbe paura né esitazione, si spinse verso il balconcino vicino ma purtroppo qualcosa andò storto, sentì che il piede scivolava, le mani non ressero, sentì il vuoto nella pancia e dopo più niente”.

“Che brutta fine” toccato Michele riprese una sigaretta, cercando del fuoco invano. Fu lei a passargli da accendere, le dita sottili scoprirono macchie rossastre fin sopra il palmo, lui le guardò e si fece sfuggire di mano la cicca, si chinò per raccoglierla un poco stordito e quando fu dritto lei era sparita.

“Oh ma dove, dov’è finita? Signorina? Signorina” la cercò nell’androne uscì fuori in mezzo alla gente, guardò dappertutto, passò un capannello di gente che ancora parlava, la strada bagnata aveva ancora rigurgiti di sangue diluito, incastrato e mescolato a uno strano colore scarlatto. Raggiunse la piazza dove un gruppo di giovani suonava, cantava, qualcuno disegnava madonne dal volto incantato. Vide un ragazzo di spalle osservare una donna ritratta bellissima, due occhi verdissimi, infilò le mani in tasca osservandola meglio. Lui si voltò senza quasi vederlo e Michele stupito tirò fuori qualcosa dalla tasca consumata, guardarono entrambi mentre macchie di rosso scarlatto lasciavano segni indelebili sulle dita “Penso che è vostro questo- Disse -me l’ha dato un’amica”. Il silenzio si stese su entrambi per un attimo che fermò tutto, Michele lo ruppe voltandosi cercando la strada di casa con addosso un senso di smarrimento s’infilò nel vocìo rumoroso di un vicolo mentre due occhi marroni come foglie d’autunno, restarono a guardarlo confondersi tra la folla.

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