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Una storia di Jupiter

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La Custode del segreto

Il mondo sotterraneo degli Alghall

Pubblicato il 14 marzo 2016

Tutto ebbe inizio quella tarda mattinata, quando io e mia madre stavamo sistemando gli scatoloni del trasloco in soffitta.

Ci eravamo trasferiti per motivi di lavoro e arrivammo a Torino proprio quel giorno.

I miei genitori, infatti, erano dipendenti di un’azienda di La Spezia e il loro capo aveva assegnato loro un progetto importante al quale potevano lavorare solo nella sede di Torino.

Fortunatamente non saremmo rimasti per molto tempo, solo il necessario affinché il progetto andasse in porto.

Torino era una bella città ma non ero molto abituata all’atmosfera metropolitana intrisa di smog, a quei frastornanti clacson che ti fanno venire il mal di testa e all’idea di non poter vedere neanche una goccia di mare.

Sì, perché nella mia Tellaro potevo farlo ogni volta che volevo.

Sentire l’odore del salmastro e farmi accarezzare dal vento fresco del mare, sarebbero state fra le cose che più mi sarebbero mancate in quel periodo fuori casa, anche se ciò che mi accadde di lì a poco mi tenne la mente occupata per un bel po’.

«Mamma!», gridai dalla soffitta.

«Che c’è tesoro?», rispose mia madre dal piano di sotto.

«Dove devo metterli gli scatoloni con le decorazioni natalizie?», gridai ancora.

Era solamente giugno, ma mia madre, un’inguaribile amante del periodo natalizio, si era portata con sé tutto il necessario per addobbare la casa nel periodo del Natale, sì, perché molto probabilmente saremmo rimasti a Torino fino al gennaio dell’anno successivo.

«Appoggiali dove trovi posto, ma stai attenta, dentro ci sono alcune decorazioni in vetro!», rispose a gran voce mia madre.

Così, armandomi di tutta la forza che avevo, raccolsi uno scatolone, prestando attenzione a non farlo cadere.

«Oh, accidenti», sussurrai per non farmi sentire.

Una palla da appendere all’albero di Natale mi cadde a terra, rotolando fino all’angolo più buio della stanza.

Sembrava averlo fatto di proposito, per dispetto nei miei confronti.

Posai lo scatolone con delicatezza e iniziai a rincorrere quella palla che sembrava sfuggirmi ad ogni passo che facevo.

«Eccoti acciuffata, brutta pallina che non sei altra. Ma lo sai che mia madre potrebbe mettermi in punizione se ti rompessi in mille pezzi?», dissi alla palla con tono di rimprovero.

Come se potesse rispondermi.

Beh, in fondo, avevo ancora quindici anni e poi si sa, non si è mai abbastanza grandi per smettere di parlare alle cose inanimate.

Nel momento in cui mi chinai per afferrarla mi accorsi di un mattone movibile infilato nella parete.

Sembrava nascondere qualcosa.

Senza pensarci due volte, lo afferrai e lo estrassi dal muro.

E allora, lo stupore fu enorme.

Dietro a quel misero mattone, si celava un piccolo diario, dagli angoli un po’ arricciati e ricoperto di polvere.

Lo presi delicatamente tra le mani e lo spolverai con un soffio d’alito.

Era rivestito in pelle marrone con una corda che faceva da segnalibro.

Sulla copertina c’era scritto un nome: Thomas.

Lo aprii e la scoperta di pagine bianche intrise di parole scritte mi riempì di eccitazione ed entusiasmo.

«E questo che cos’è?», sussurrai debolmente a me stessa.

La prima pagina recava una data: 7 marzo 1983.

Erano passati solo tre mesi da quel giorno.

In quel momento pensai alla possibilità che quella casa fosse stata abitata da una famiglia fino a pochi mesi prima e che forse un bambino di nome Thomas aveva lasciato il suo diario proprio dietro a quel mattone.

Forse se ne era dimenticato.

O l’aveva fatto di proposito.

Non mi restava altro da fare che iniziare a leggerlo per capirci qualcosa in più.

"1 aprile 1983

Oggi sono stato al Parco nazionale Gran Paradiso con mamma e papà. È stato bellissimo. C’erano gli stambecchi e i camosci. Volevo avvicinarmi a loro ma mamma non voleva, mi ha detto che era pericoloso e quindi li ho guardati da lontano mentre mangiavano tanta erba. Spero di tornarci presto. Papà me l’ha promesso”.

Dal modo elementare e semplice con cui scriveva, dedussi che non si trattasse di un adulto.

Si riferiva ai suoi genitori in un modo dolce e ingenuo, proprio tipico di un bambino.

Continuai a sfogliare le pagine, colta da una curiosità incontrollabile per quel raccoglitore di pensieri.

“10 aprile 1983

Caro diario, oggi è il mio compleanno! Compirò tredici anni. Lo sai,i miei genitori mi hanno organizzato una festa con gli amici di scuola con tanto di focaccia alla nutella ed io la adoro! Non so se stasera riuscirò a scrivere qualcosa, ma domani ti racconterò tutto”.

Ecco.

Il dubbio che avevo sull’identità dello scrittore si era sciolto.

Avevo ragione.

Si trattava di un ragazzo di tredici anni.

“11 aprile 1983

Che bellissima giornata che è stata ieri. Mi sono mangiato così tanta nutella che la sera avevo la pancia gonfia come un cocomero. I miei amici mi hanno fatto tanti bei regali, fra cui un pallone da calcio, di quelli che usano i calciatori in tv. Mio padre mi ha regalato un libro sui parchi naturali, sapendo quanto mi piacciono. Dentro c’è anche una pagina dedicata al Gran Paradiso. Me la sono già letta tutta, così quando ci torniamo saprò cosa vedere. Ora vado a letto, caro diario, alla prossima!”.

In alcuni punti l’inchiostro era debole, come se la penna che era stata usata ne fosse rimasta a corto.

Nonostante questo, riuscivo comunque a leggere.

“10 maggio 1983

Caro diario, oggi io e papà siamo tornati al Parco e non ci crederai mai, ma ho visto una creatura fantastica! Adesso ti racconto per bene. Stavamo camminando lungo un sentiero sterrato, quando improvvisamente ho sentito un rumore provenire da dietro un sasso. Mi sono fermato qualche minuto per capire cosa fosse, mentre mio padre era già qualche metro più avanti. Nemmeno si è accorto che non ero più dietro di lui! Mi sono chinato ad osservare quel sasso, allungando una mano verso il cespuglietto che era cresciuto dietro di esso, sperando ci fosse un tenero coniglietto pronto a saltarmi addosso e invece ho visto una creatura. Sì diario, una creatura fantastica! Era così piccola, così minuscola, che a stento riuscivo a vederne i lineamenti. Assomigliava tanto a un piccolo folletto, anche se non ero sicuro lo fosse veramente. Non sapevo che esistessero creature simili al mondo. Avevo letto nei libri che i folletti se ne stanno nascosti nel bosco senza farsi vedere dagli umani, ma non credevo fossero storie vere e per di più non ero certo che quella creatura fosse proprio un folletto. Il suo aspetto era diverso da quello che si vede nelle illustrazioni dei libri raffiguranti gnomi o creature simili. Era piccolo, è vero, ma assomigliava più a un umano che a uno gnomo. Era come vedere me stesso, ma in piccola taglia, anzi in minuscola! Se ne stava tutto nascosto dietro a quel sasso, come se sperasse di non essere visto da nessuno. Sembrava spaventato e preoccupato, come se fosse stato scoperto e non avrebbe dovuto esserlo. Inoltre sembrava pure ferito a una gamba perché se la toccava insistentemente. Gli ho detto di stare tranquillo perché non gli avrei mai fatto del male e che l’avrei aiutato, ma non appena mi sono avvicinato, è arrivato papà e la piccola creatura, spaventata dal rumore improvviso, se ne era già andata. Quando l’ho raccontato a mio padre, si è messo a ridere, prendendomi in giro. Pensa che me lo sia inventato, ma non è così! Io l’ho visto davvero! Solo perché ho tredici anni non significa che mi inventi le cose! Gli adulti non credono mai a niente, è come se crescendo, abbandonassero quella fantasia e immaginazione che li aveva fatti tanto divertire in passato, come se da grandi, i loro occhi non avessero più la capacità di vedere al di là della semplice realtà. Si rifiutano di credere che possa esistere qualcosa di diverso da ciò che vedono tutti i giorni, da ciò che loro chiamano “verità”. Perché non si può credere in qualcosa di fantastico? Se poi lo si vede con i propri occhi, allora sì che ci si può credere!”.

“Una creatura fantastica. Ma com’è possibile”, pensai.

«Aurora! La pasta è nel piatto, sbrigati».

Mia madre mi chiamava dal piano di sotto.

«Arrivo mamma!», gridai.

Chiusi il diario e lo riposi velocemente dentro lo spazio scavato nella parete, richiudendolo con il mattone.

Per il momento non volevo che nessuno lo scoprisse e lì era il posto più sicuro per nasconderlo.

Scesi le scale e mi misi a sedere accanto ai miei genitori, con un sorriso sulle labbra che esprimeva tutta la mia felicità nell’aver scoperto qualcosa di così bizzarro e misterioso.

Un qualcosa che non avrei di certo lasciato che si impolverasse dietro ad un piccolo mattone rosso.

Subito dopo pranzo tornai in soffitta, mentre i miei genitori erano già usciti per andare a lavoro.

Ripresi a leggere il resto delle pagine, scoprendo, parola dopo parola, quanto quel bambino avesse avuto la fortuna di vivere un’avventura fantastica, anche se ancora non avevo la certezza che tutto quello che c’era scritto in quel diario fosse accaduto realmente o fosse solo frutto dell’immaginazione di qualcuno.

Ero intenzionata a finire quel diario il pomeriggio stesso, perché solo così avrei potuto fare chiarezza nella mia mente.

Volevo assaporarmi tutte le parole scritte da quel bambino.

La mia irrefrenabile curiosità voleva sapere come si era evoluta la sua storia.

“11 maggio 1983

Caro diario, devo assolutamente tornare al Parco. Devo convincere mio padre a farci ritorno. Forse, se provo a raccontargli nuovamente della creatura, si incuriosisce e mi accompagna. Beh, devo almeno provarci. Di certo non posso starmene qui sapendo che esistono creature simili e che quel piccoletto potrebbe aver bisogno del mio aiuto perché è ferito. Ti aggiornerò presto diario, ora devo scappare”.

“È davvero strano. La storia che racconta questo bambino è successa solo un mese fa. C’è qualcosa che non mi quadra. Devo continuare a leggere, sento di doverlo fare. Inoltre, stento a credere che si sia inventato tutto, voglio dire, si sa che i bambini sono lo specchio della verità, uno specchio senza filtri e cattive intenzioni, quindi non penso sia tutto frutto della sua immaginazione”, pensai.

Continuai a leggere ininterrottamente, mentre i minuti scorrevano inesorabilmente, senza che io me ne accorgessi.

Quel giorno il cielo era nuvoloso e la luce del sole che ogni tanto filtrava attraverso le nuvole bianche, batteva così debolmente sulla finestra del tetto che a malapena riuscivo a vedere le parole scritte sul diario.

Dovetti prendere una torcia e puntarla dritta sulle pagine, altrimenti non avrei potuto continuare a leggere.

Leggendo quel diario mi chiesi come mai quel ragazzo avesse lasciato un qualcosa di così prezioso per lui, incustodito dietro ad un mattone.

Perché se ne era andato da quella casa lasciandolo lì?

Continuando a leggere, di certo lo avrei scoperto.

“15 maggio 1983

Caro diario, oggi ho parlato con papà. Gli ho detto della creatura, che devo tornare assolutamente al Parco. Beh, lui si rifiuta di credermi, dice che mi sono immaginato tutto e che quello che ho visto era semplicemente un coniglietto indifeso. Com’è possibile che confonda un coniglio con un piccolo umano? Perché papà non vuole credermi, perché? Io devo trovare il modo di tornare là, devo accertarmi che quella creatura esista davvero e che stia bene. Non so cosa mi inventerò, ma sta pur certo che se mi viene in mente qualcosa, sarai il primo a saperlo”.

Ero davvero colpita da quella storia.

Le parole di quel ragazzo mi tenevano incollata al diario, era come se intorno a me non ci fosse nulla.

Ero completamente immersa nel suo mondo.

Nella sua realtà.

“27 maggio 1983

Caro diario, ho trovato il modo. Dirò a mio padre che ha ragione, che volevo fargli uno scherzo e che mi sono inventato tutto. Gli dirò che voglio tornare al Parco solo perché mi piace quel posto, ma non perché voglia vedere il piccolino. Sono ancora piccolo è vero, però ho capito che gli adulti cambiano atteggiamento se li diamo ragione. È come se non volessero ascoltare niente di diverso da quello che hanno sempre creduto essere la verità. Tutto ciò in cui credono non deve essere stravolto da niente e da nessuno, altrimenti si innervosiscono, ma soprattutto, si rifiutano di credere. Beh, spero in questo modo di riuscire ad ottenere quello che voglio. Mio padre non sa che, nonostante la mia età, sono furbo come una volpe! A presto diario!”.

Sorrisi davanti alle parole di Thomas.

Mi piaceva la sua determinazione.

Era un qualcosa che io non conoscevo.

Ero diversa da lui, avevo quasi timore, talvolta, di andare contro corrente, di sfidare gli altri per ottenere qualcosa per me stessa.

Preferivo starmene per conto mio, aspettando che la vita cambiasse da sola, che mi concedesse ciò che volevo senza che io facessi niente.

Mi vergogno quasi a dirlo, ma è la verità.

Ammiravo così tanto la sua forza di volontà che sperai di poterla apprendere, una volta finito di leggere il suo diario.

Mi sarei accontentata anche di un briciolo di tutta quella sua caparbietà.

“5 giugno 1983

Ce l’ho fatta! Papà oggi mi porterà al Parco. Resta in attesa diario, perché stasera scriverò tutto”.

"5 giugno 1983

Non l’ho visto. Forse mi sono davvero immaginato tutto. Forse hanno ragione gli adulti. Un mondo fantastico non può esistere. Sono tornato nello stesso punto dove lo incontrai la prima volta, ma è passato quasi un mese da allora e forse il piccolino se ne è già andato chissà dove, o forse non l’ho mai visto realmente. Sono così triste diario, così deluso. Speravo davvero di poterlo rivedere. Però, caro diario, anche se non ho visto il piccolino, devo ammettere che è successa una cosa strana. Vedi, proprio sotto il sasso dove era nascosto, ho trovato una foglia gialla arrotolata su se stessa, era di un giallo così dorato e lucente che sembrava brillare. Mi chiedo come abbiano fatto i passanti a non vederla. Era impossibile non notarla. L’ho raccolta, volevo avere qualcosa che mi ricordasse di quel piccoletto e poi l’ho srotolata. Sai cosa c’era sopra? Un minuscolo pezzetto di carta. Oh diario, era così piccolo che neanche riuscivo a leggere cosa ci fosse scritto sopra, sì, perché qualcosa di scuro si intravedeva, ma senza una lente di ingrandimento non riuscivo a leggerlo. Così l’ho messo in tasca e l’ho portato a casa, assieme alla foglia in cui era avvolto. Ho preso la lente che usa mio padre per studiare le piante e l’ho passata sopra il foglietto di carta, cosicché potessi leggere. Custode. Ecco la parola scritta sopra. Non chiedermi che cosa significhi, perché in questo momento sono alquanto confuso. C’è qualcosa dentro di me che mi fa credere che ci sia un legame tra il pezzo di carta e il piccoletto. Non lo so, non ci capisco più niente. La cosa si sta facendo difficile da capire. Spero di poterti scrivere presto diario. Ciao!”.

“Custode. Ma che cosa significa?”, pensai dentro di me.

Ma la cosa che mi stravolse di più fu la data: erano passati solo tre giorni da allora.

Le cose stavano diventando difficili da capire, non solo per Thomas che raccontava la sua esperienza in prima persona, ma anche per me, che ero la lettrice del suo diario.

In quei minuti che seguirono, pensai e ripensai tante volte alla possibilità che mi fossi sbagliata su tutto, che magari quel diario fosse solo il risultato della fantasia di un ragazzo o di una ragazza che qualche tempo prima aveva abitato in quella casa e che si era divertito a scrivere un racconto riferendosi a un futuro probabile o semplicemente inventato.

Beh, la cosa non mi avrebbe stupito, ad oggi esistono libri del genere.

È solo che più leggevo quel diario, più mi rendevo conto che dentro di me c’era qualcosa che credeva a quelle misere parole scritte e che mi spingeva a continuare a leggere senza fermarmi neanche per un minuto.

Forse sarà assurdo credere in qualcosa di fantastico, in qualcosa che può esistere solo nelle fiabe per bambini, ma allora perché ci credevo, perché non riuscivo a calmare la mia sete di lettura, perché non volevo far altro che continuare a leggere, convinta che tutto ciò fosse realmente accaduto?

Era solo un barlume di speranza o c’era qualcosa di più?

So solamente che le forti sensazioni provate quel giorno, non le avevo mai provate prima.

Decisi di continuare a leggere, in fondo terminarlo, era l’unico modo per capirci qualcosa in più, anche se dubitai che farlo potesse dare risposta a tutte le domande che in quei pochi istanti la mia mente iniziò a formulare.

“8 giugno 1983

Oggi diario ti porterò con me. Andremo in gita con la scuola per qualche giorno e indovina un po’ dove? Al Parco. Beh, non so se questa è una pura casualità, ma a me non interessa, sono davvero felice. Voglio appuntarmi tutto ciò che vedrò in questi tre giorni e tu fai al caso mio, ovviamente. Oh, so che mi divertirò tantissimo, ne sono sicuro!”.

«L’8 giugno è oggi. Ma cosa sta succedendo? Queste coincidenze mi fanno venire i brividi», dissi a bassa voce.

«Aurora! Siamo tornati! Dove sei?», gridò mia madre.

Era strano che fossero già a casa.

Di solito tornavano per le sette e mezza, non alle quattro del pomeriggio.

«Sono in soffitta mamma! Ehm, stavo sistemando alcune cose», mentii, dicendo la prima cosa che mi venne in mente.

«Ma perché siete già rientrati?», chiesi subito dopo.

«In azienda c’è stato un guasto elettrico, ma andiamo via subito perché abbiamo una riunione, siamo tornati solo per prendere alcuni documenti», mi spiegò mia madre.

«Comunque non fare danni in soffitta, mi raccomando!», disse mia madre, ossessionata dalla pulizia e dall’ordine.

A volte mi dava sui nervi tutta quella sua precisione nel fare le cose.

So che bisogna essere ordinati, cosa che io ovviamente non sono, però anche stressare le persone in quel modo non era proprio il massimo.

Metti a posto lì, stai attenta a non far cadere le cose, pulisci la tua camera, rifai il letto.

A volte non lo sopportavo.

Sul serio.

«Ci vediamo più tardi tesoro! Torneremo per le otto e mezzo», gridò mia madre, prima di chiudersi la porta alle spalle.

«Oh, finalmente posso continuare», dissi a me stessa.

“8 giugno 1983

Caro diario, mi sono appena ritrovato in un posto strano. È piuttosto buio qui, sembra di essere in una grotta sotterranea. Ai lati ci sono le pareti della galleria, mentre davanti un lungo corridoio di terra. Accanto a me c’è Alex, il piccoletto che credevo di aver immaginato e che invece esiste davvero! Mi sta raccontando un sacco di cose del suo mondo: il mondo sotterraneo degli Alghall. Oh, giusto, non ti ho raccontato cosa è successo prima, ma penso di farlo più tardi, quando avrò più tempo a disposizione. Ora ti saluto diario!”.

“Non posso crederci, è incredibile”, pensai, esterrefatta per le parole appena lette.

Da quel che avevo capito era come se Thomas si fosse ritrovato improvvisamente dentro il mondo in cui abitano questi piccoli umani.

Ma non riuscivo a capire come avesse fatto e perché ci fosse finito dentro.

Un brivido di freddo o forse di emozione mi attraversò la schiena.

Non potevo fermarmi proprio ora.

“8 giugno 1983

Adesso ho tutto il tempo per raccontarti quello che mi è successo, per filo e per segno. Partiamo dal principio, come si fa di solito. Ero con i miei compagni di classe e la mia maestra Anna, lungo il sentiero sterrato dove eravamo soliti andare io e papà ad osservare le specie più importanti del Parco e dove ho incontrato il piccolino la prima volta. Ero rimasto un po’ indietro rispetto ai miei amici, volevo guardare per l’ultima volta il sasso dov’era nascosto il piccolo ometto la prima volta in cui lo vidi. Mi sono chinato e ho alzato la pietra argentea, nella speranza di poterlo vedere nuovamente nascosto lì dietro, ma sai cos’è successo proprio in quell’istante? Mi sono ritrovato qui diario, capisci? Nel loro mondo! Mi sono sentito trasportare da una forza incredibile, come se improvvisamente venissi catapultato in un’altra dimensione. Quando ho aperto gli occhi, mi sono ritrovato accanto ad Alex. Adesso sono proprio identico a lui di statura, così piccolo che mi sembra di volare dalla leggerezza che mi appartiene in questo stato. La prima cosa che mi ha detto Alex è stata quella di essere un Custode del Segreto. In realtà, non ho ancora ben capito cosa significhi, però almeno ho dato risposta al quesito del foglietto di carta. Ho scoperto che l’aveva scritto Alex. Lui non aspettava altro che rivedermi e condurmi nella sua casa. Mi ha spiegato che il loro mondo è sconosciuto agli umani, o meglio, che col passare del tempo, essi si sono dimenticati della sua esistenza. Sì, perché Alex mi ha raccontato che in realtà un tempo, gli umani e gli Alghall, che è il nome della loro specie, vivevano assieme, in perfetta sintonia. Gli umani rappresentavano l’emozione, mentre gli Alghall la razionalità e assieme formavano un perfetto equilibrio. Col tempo però, la sete di potere degli umani e l’idea di voler essere l’unica specie vivente al mondo, prese il sopravvento su di loro, a tal punto da scatenare una vera e propria guerra tra le due specie, che portò alla morte di tanti Alghall e che li spinse così a crearsi un mondo proprio altrove, per poter salvare la propria specie. Furono cacciati dalla superficie e decisero di rifugiarsi sottoterra, dove, con il passare dei secoli, hanno dato vita al loro mondo. Una legge, creata dopo la guerra, vietava loro di far entrare gli umani nel loro mondo, ad eccezione dei Custodi del Segreto, ovvero tutti gli umani prescelti che avevano il potere di vederli e di entrare nel mondo sotterraneo. I Custodi sono per gli Alghall una fonte di speranza, perché rappresentano la parte buona del popolo umano, quella parte che non ha sete di potere, ma che soprattutto riesce a vedere al di là della semplice realtà, usando uno dei poteri più importanti al mondo: la capacità di immaginazione. Quello stesso potere che ti permette di rifugiarti dalla realtà quando questa è troppo dura da sopportare e quello stesso potere che la natura ci ha dato affinché possiamo trovare la serenità in un solo pensiero, in una sola parola o in una sola immagine. Saper immaginare non significa non accettare la realtà, anzi è proprio quella che ti insegna a distinguere i due mondi, quello vero e quello immaginato. Beh, in realtà, tutto quello che sto vivendo, diario, non me lo sono immaginato, esiste sul serio! È tutto reale! Fantasia e realtà fanno parte dello stesso mondo, solo che noi umani non lo sappiamo, ma soprattutto non vogliamo credere che ciò sia possibile. Forse è proprio questa la dote che hanno i Custodi: credere che possa esistere qualcosa di più oltre la realtà concreta. Alex mi ha anche detto che la porta per il mondo sotterraneo è proprio la pietra argentea che io ho alzato oggi, l’unico punto in tutto il Parco che permette di entrare qui. Basta alzarla, per chi è un Custode come me e il gioco è fatto. Diciamo che ho avuto una botta di fortuna nel trovare proprio l’ingresso per questo posto, devo ammetterlo. Adesso ti saluto diario, ho una voglia immane di sapere altre cose su questo mondo. Ah, dimenticavo, Alex mi ha detto che non devo preoccuparmi di fare ritorno subito in superficie e che posso restare qui per qualche ora, perché il tempo nei due mondi, scorre in modo differente. Un anno in questo posto corrisponde a un mese nel mio mondo, un giorno a un’ora, mentre un’ora ad un minuto, quindi, nel frattempo che resterò con gli Alghall, nessuno avrà avuto il tempo materiale di notare la mia assenza”.

Appena terminai di leggere quella pagina, dentro di me era rimasta una sola sensazione, la stessa che si prova quando ci si butta da un elicottero col paracadute.

Pura adrenalina.

Ero felice di provare quelle emozioni, erano qualcosa di nuovo per me, in fondo non avevo molti amici, preferivo averne pochi ma fidati e la maggior parte del tempo lo passavo da sola.

Il divertimento scatenato era una sensazione che non conoscevo molto bene.

In realtà credo mi piacesse, qualche volta, starmene per conto mio.

Credo che saper passare del tempo da soli e non solo con gli altri sia bello.

Si impara a conoscere i propri bisogni, i propri pensieri, che talvolta in compagnia vengono soppiantati dalla voce altrui.

Mia madre mi diceva sempre “Meglio soli che male accompagnati Aurora. Se si sta bene con noi stessi, si starà bene anche con gli altri”.

Beh, sì, mia madre era una donna saggia.

Quando voltai la pagina per leggere il continuo della storia, qualcosa era cambiato.

Non c’era più la data, ma solo il tempo trascorso da Thomas dentro il mondo degli Alghall assieme al corrispondente tempo trascorso in superficie.

Devo ammettere che in quel momento, cominciai a perdere completamente la testa.

I pensieri nella mia testa erano così tanti che non riuscivo più a ordinarli in maniera giusta.

La mia mente sembrava essere sovrastata da una nuvola di fumo che non mi permetteva di vedere chiaramente.

Fantasia e realtà si stavano confondendo inesorabilmente.

“Due ore trascorse nel mondo sotterraneo (due minuti in superficie)

Oh diario, ho un sacco di cose da raccontarti. Stare qui è pazzesco, a volte mi chiedo se mi stia trovando dentro a un sogno o se sia tutto vero, ma quando inizio a darmi i pizzicotti e sento le guance bruciare, mi rendo conto che quello che sto vivendo è tutto reale! Beh, devo anche ammettere che questo posto è piuttosto claustrofobico. Ovunque mi giri non faccio altro che vedere lo stesso colore: marrone. Ma dopotutto, cos’altro potevo aspettarmi da un mondo sotterraneo, se non terra o roccia da ogni parte? Comunque, tralasciando l’aspetto delle gallerie, che sono un tantino monotone, Alex mi ha portato nel salone principale, dove qualche volta gli Alghall si ritrovano per mangiare assieme e festeggiare e lì la situazione cambia. Sul tetto del salone c’è un buco enorme, dal quale sembra filtrare la luce del sole dall’esterno. Al centro ci sono tantissimi tavoli di legno, uno di fianco all’altro. Attorno ci sono pareti rocciose, di un color bruno rossastro, collegate l’una all’altra da lingue di ghiaccio. La temperatura qui, cambia a seconda di dove ci si trovi, in alcuni punti sembra di essere al Polo Nord, mentre in altri, nel Deserto del Sahara. Non che ci sia stato, ma penso di poter usare l’immaginazione in tal caso. Alex mi ha fatto anche conoscere il loro capo, Trix, un’Alghall femmina, mi ha mostrato la sua stanza e mi ha raccontato un sacco di cose sul suo mondo e sui Custodi. Beh, qui il mio entusiasmo si è spento decisamente. Alex mi ha detto che i Custodi hanno la possibilità e il potere di entrare nel mondo sotterraneo, ma che possono farlo una sola volta, quindi, dal momento in cui entrano, sanno che una volta usciti, non possono più farvi ritorno ed è proprio a partire da quel momento che entra in gioco il loro dovere: custodire il segreto degli Alghall. Capisci diario? Non posso assolutamente dire a nessuno di averli conosciuti, né tantomeno di essere entrato in un mondo fantastico di cui nessuno sa l’esistenza. Alex mi ha spiegato che lo fanno per proteggersi, perché temono che ancora una volta gli umani possano far loro del male. Sarà difficile non dire niente di tutto quello che sto vivendo, vorrei tanto poterlo raccontare ai miei amici, a mamma e a papà, ma dovrò tenermi tutto per me. Dovrò mantenere il segreto, come un vero Custode”.

La cosa che mi tormentava più di tutte era capire come quel diario fosse finito in quella misera e buia soffitta.

“Cinque ore trascorse nel mondo sotterraneo (cinque minuti in superficie)

Caro diario, vorrei non dover lasciare questo posto. Vorrei poterlo fare sapendo di poterci tornare ogni volta che lo desidero, ma non mi è possibile. So anche di non poter restare qui a lungo, anzi dovrei andarmene proprio adesso. Alex mi ha mostrato il suo mondo solo perché mi è di diritto in quanto Custode, ma sapeva fin dall’inizio che prima o poi me ne sarei dovuto andare, che potevo restare un po’, è vero, ma non per sempre. Inoltre, dice che più a lungo resterò qui dentro, più non sentirò il desiderio di tornare a casa. Che addirittura potrei dimenticarmi della mia famiglia, dei miei amici e di chi fossi prima di entrare nel mondo sotterraneo. Più mi legherò a questo mondo e più mi allontanerò dal mio, per sempre. Ed io non posso permettere che ciò accada. I miei genitori impazzirebbero se non mi trovassero più da nessuna parte e se sparissi completamente. Non posso proprio farlo. Io non posso dimenticarmi di loro. Alex vorrebbe che me tornassi in superficie tra un’ora, che è meglio farlo prima che sia troppo tardi e prima che qualcuno possa notare la mia assenza. Dice che noi esseri umani siamo egoisti per natura, che non sappiamo avere il potere di controllare e gestire le nostre emozioni, che solitamente finiscono sempre col sopraffarci, senza che la nostra razionalità possa impedirlo e che quindi è meglio non rischiare, anche per i Custodi come me. Forse Alex ha ragione, non dovrei neanche pensare di poter restare qui. Dovrei essere felice per quello che ho scoperto e andarmene subito, ma non posso non confessarti che l’idea di non poter più entrare qui mi riempie il cuore di tristezza e per di più non posso neanche esprimere la mia felicità nell’esserci stato, dato che dovrò tacere su tutto questo”.

Arrivai così al momento dell’addio.

“Sei ore trascorse nel mondo sotterraneo (sei minuti in superficie)

Tra poco dovrò andarmene. Scrivo queste ultime parole prima di tornare in superficie. Alex mi sta aspettando all’ingresso, devo andare. Addio mondo sotterraneo”.

«Non è possibile...», dissi sconvolta appena voltai la pagina.

“Cara Aurora, sono Alex. Non spaventarti perchè conosco il tuo nome. Purtroppo al momento non posso darti tante spiegazioni, ma fidati di me e leggi attentamente questa lettera. Qualcosa, leggendo le parole di Thomas avrai capito. Io sono un Alghall e in quanto tale ho dei poteri, fra cui quello di percepire chi è un prescelto Custode. Ho bisogno del tuo aiuto. Devi aiutarmi a riportare Thomas a casa. È impazzito, la natura umana ha preso il sopravvento sulla sua parte buona. Quando è entrato nel mondo sotterraneo, ho percepito la tua presenza e dopo la sua fuga, ho pensato di mandarti un messaggio in questo modo. Ho scoperto che Thomas teneva un diario già da prima di venire qua e ho pensato che facendotelo avere tu potessi conoscere tutta la storia e aiutarmi. Il ragazzo è scappato, quando non l’ho visto arrivare all’ingresso, sono tornato nella mia stanza, ma lui non c’era più. Ho trovato il suo diario. Lo aveva lasciato sopra il tavolo. Ho iniziato a leggerlo ed è lì che ho capito che dovevo chiedere il tuo aiuto. Ho messo io il diario dietro al mattone questa mattina, proprio poco prima che tu arrivassi in quella casa. L’ho nascosto lì perché sapevo che lo avresti trovato. Per sicurezza ho fatto anche un incantesimo al diario. Infatti solo chi è un prescelto Custode può aprirlo. Spero di non essermi sbagliato!So dov’è nascosto Thomas ma da solo non riuscirò mai a fargli capire l’importanza di tornare in superficie, ma tu sei un’umana come lui e forse puoi aiutarmi. Ti aspetto alla pietra argentea nel Parco. Si trova lungo la strada sterrata n°5. Se controlli sul cartello all’entrata del Parco, lì troverai tutti i percorsi numerati. Sbrigati, ti prego! Non c’è un secondo da perdere. Qui è già passato un giorno e so che quando avrai finito di leggere tutto il diario ne saranno passati molti di più e in superficie tutti si saranno già allarmati perché Thomas è scomparso. So che ti sembrerà assurdo tutto questo, ma so che in fondo hai creduto a questa storia fin dall’inizio, quindi ti prego di aiutarmi.

Alex”.

Restai in silenzio per qualche minuto.

Ero rimasta senza parole.

Sentivo di non aver più certezze su nulla.

Né su ciò che mi circondava, né su quello che fino a quel giorno avevo considerato pura fantasia.

Frutto semplicemente della nostra immaginazione.

È vero, ci avevo creduto fin dall’inizio a quella storia, ma al tempo stesso la parte razionale che era in me mi aveva impedito di crederci fino in fondo.

Pensai anche di trovarmi dentro a un sogno, di quelli che ti tengono occupata la mente per tutta la notte, fino a che non ti risvegli la mattina stordita, chiedendoti se hai vissuto realmente tutto ciò che hai visto nella tua testa.

È così che mi sentii in quella frazione di secondi.

Confusa.

Non sapevo più nemmeno chi fossi.

Io, una prescelta Custode?

Una lettera indirizzata a me scritta da una creatura fantastica che aveva percepito il mio arrivo in questa casa, prima ancora che io stessa ne acquisissi coscienza?

Non poteva essere reale.

Ma quella stessa parte razionale di me che poco prima mi aveva impedito di credere al racconto di Thomas fino in fondo, adesso mi gridava che tutto quello che avevo letto non poteva essere una banale coincidenza, che sì, nella vita ci sono molte casualità, ma che in fondo, niente accade per caso e dentro al mio cuore, in quel momento, sentivo di dovermi muovere, qualcosa in me mi gridava di crederci, che non c’era un minuto da perdere e che quindi non potevo permettere a me stessa di farmi soppiantare dalla paura.

Sì, dalla paura di non sapere più quale fosse la cosa giusta da fare.

Non so cosa mi prese, ma chiusi velocemente il diario, lo infilai in una tasca della felpa che indossavo, scesi le scale che conducevano alla soffitta e uscii di casa.

Chiamai la segreteria della stazione degli autobus per chiedere se ci fosse una linea che potesse condurmi fino là e fortunatamente l’ultima corsa con destinazione Parco sarebbe partita di lì a quindici minuti.

Mancava solo un quarto d’ora, ma fortunatamente la casa in cui mi ero trasferita era vicina alla stazione, quindi riuscii in tempo a prendere quell’autobus.

Dovevo tornare in tempo per la cena.

I miei genitori sarebbero stati di ritorno per le otto e mezzo e non dovevano sospettare niente di tutto quello che avrei fatto di lì a poco.

Ci volle un’ora per arrivare all’entrata del Parco e facendo due calcoli, ipotizzai che se fossi entrata nel mondo sotterraneo per le cinque e mezzo, avrei avuto abbastanza tempo per convincere Thomas a tornare in superficie e arrivare a casa in tempo.

Beh, sarebbe stata un’impresa ardua, ma a quel punto dovevo almeno provarci.

Non avevo niente da perdere.

Aprii il diario per rileggere il punto in cui Alex parlava della pietra argentea e del sentiero numerato, l’unico accesso al mondo sotterraneo.

Guardai il cartellone all’ingresso e capii dove dovevo andare.

Il sentiero non era molto lontano, ci misi solo dieci minuti ad arrivare a destinazione.

Vidi la pietra argentea.

Non si poteva non notare effettivamente, poiché era di un grigio lucente, un tono di colore che risaltava al primo sguardo.

Non so se fosse prerogativa dei Custodi vederla in un modo così ovvio, ma mi chiedo seriamente come gli umani non ci avessero mai fatto caso.

Ma dopotutto, anche se l’avessero vista, chi non è un prescelto Custode, non sarebbe potuto comunque entrare.

Più mi avvicinavo alla pietra, più mi sembrava di vedere qualcosa muoversi accanto ad essa.

Forse era Alex.

Ebbi conferma dell’ipotesi, nel momento in cui mi chinai e lo vidi.

Era davvero piccolo, come diceva Thomas nel suo diario.

Indossava una divisa verde e marrone, mentre una tracolla gli attraversava il petto.

Era identico ad un umano, ma in misura ridotta, anzi oserei dire minuscola!

Quello fu un momento davvero emozionante perché vedere Alex equivaleva a dare conferma all’autenticità delle parole scritte da Thomas.

«Aurora, vero?», disse il piccolino.

Annuii semplicemente, ancora sbalordita per tutta la situazione che stavo vivendo.

«Dobbiamo sbrigarci, non abbiamo molto tempo. I genitori di Thomas sono già stati avvertiti della sua scomparsa e sono molto preoccupati. Dobbiamo fare il più presto possibile. Forza, alza la pietra, così potrai entrare anche tu», gridò Alex con tono risoluto.

Nel giro di pochi secondi mi ritrovai nel mondo degli Alghall.

Tutto ciò che avevo letto nel diario di Thomas e che lui stesso aveva vissuto, era ciò che in quel momento vissi io stessa.

Era così assurdo.

Qualche ora prima ero seduta in un angolo della soffitta a vivere le emozioni che aveva scritto un bambino, mentre adesso mi ritrovavo dentro quella storia in tutto e per tutto, dando me stessa più che mai.

«Vieni, seguimi. Thomas è fuggito da quella parte», disse Alex, cominciando a correre.

«Arrivo», risposi dopo un attimo di esitazione.

Corremmo da una parte all’altra del mondo sotterraneo.

Sembrava di essere dentro ad una grotta, anche se non era buio, poiché in certi punti filtrava la luce dall’esterno. Le pareti erano chiare, lucenti e anche un po’ umide, a tal punto che sembravano brillare. Sul soffitto calavano lunghe stalattiti dalla punta decisamente affilata, tant’è che temevo che qualcuna di esse potesse cadermi dritta sulla testa e farmi male.

Dopo aver corso per qualche minuto ci ritrovammo dinanzi ad uno specchio d’acqua blu.

E lui era proprio lì.

Thomas era seduto sulla sponda del lago, assorto a guardare intensamente se stesso riflesso sull’acqua.

«Thomas!», gridò Alex.

Il ragazzo sembrava completamente ipnotizzato.

Continuava a rimanere fermo nella sua posizione, impassibile alla voce di Alex. «Thomas! Guardaci!», gridò ancora l’Alghall.

Finalmente Thomas volse lo sguardo verso di noi.

Uno sguardo perso nel vuoto.

«Aurora», disse Alex, richiamandomi all’attenzione.

«Dimmi».

«Devi andare da lui a parlargli. Non sarà facile, ma so che puoi farcela. Ricorda di non abbassare mai la guardia, Thomas non è più lo stesso bambino innocente di qualche ora fa. Il desiderio di restare qui per sempre lo sta divorando lentamente e più scorrono i minuti, più il ragazzo si lega a questo mondo e se ciò dovesse accadere, ti assicuro che nessuno potrà far niente per cambiare il suo destino», mi spiegò Alex chiaramente.

«Ci proverò», dissi titubante mentre mi dirigevo verso Thomas.

Scesi giù dalla parete su cui eravamo io e Alex, percorrendo i vari gradini di roccia che incontravo lungo il percorso.

Non erano molto ripidi, ma piuttosto scivolosi, quindi dovevo prestare attenzione a dove mettere i piedi.

Quando terminai la discesa, la distanza tra me e Thomas era davvero breve.

Mi guardava con espressione confusa, per lui, dopotutto, ero una perfetta sconosciuta.

«Chi sei?», chiese il ragazzo.

«Mi chiamo Aurora e sono un’umana come te», dissi.

«Che cosa ci fai qui? Anche tu sei una Custode?», mi chiese, senza distogliere lo sguardo da me nemmeno per un secondo.

Sembrava volermi studiare.

«Sì e sono qui per aiutarti a tornare indietro», dissi balbettando.

«Io non ho bisogno del tuo aiuto, non so nemmeno chi sei e poi non ho alcuna intenzione di andarmene da qui, quindi lasciami in pace e vattene».

E in quel momento, dopo aver sentito le sue parole, ecco che quella determinazione, quella caparbietà che tanto cercavo, esplose improvvisamente.

Sembrava che io e Thomas ci fossimo scambiati i ruoli.

«No accidenti, no che non me ne vado, ma chi ti credi di essere?», gridai, stupendo me stessa per la reazione appena avuta.

Odiavo l’arroganza, proprio non la sopportavo.

Thomas spalancò gli occhi, sorpreso anche lui per le parole rivoltegli.

«Sei uno stupido. Sei solo un bambino di tredici anni che crede di poter fare qualsiasi cosa voglia, beh, non è così che funziona però. Sei un’egoista. Hai mai pensato almeno per un secondo ai tuoi genitori? Sai come reagirebbero se non ti vedessero più tornare a casa? Non è pensando solo a sé stessi che si ottiene la felicità. Thomas, questo non è il tuo posto. Tu non sei un Alghall, sei un umano e la tua casa è la superficie, non il mondo sotterraneo», dissi.

«Io...».

Thomas era rimasto senza parole.

Abbassò la testa, come se si sentisse in colpa e si fosse reso conto di aver sbagliato.

“Non abbassare mai la guardia”.

Le parole di Alex mi risuonarono nella mente.

Non poteva essere stato così facile convincerlo, altrimenti Alex non mi avrebbe chiamato.

«Sei tu la stupida. Fra poco anche tu cambierai idea e vorrai rimanere qui per sempre, come me», disse lui con tono arrogante.

Il mondo sotterraneo sembrava legare le persone a sé senza che queste potessero rendersene conto, le stringeva fortemente, come fa un polipo con i suoi tentacoli quando afferra una preda.

Era come se in quel posto, col passare dei minuti, le emozioni che si provano quando si è umani svanissero completamente, lasciando posto alla più completa apatia.

«Ti sbagli», risposi con tono deciso.

Thomas sogghignò.

«Anche se la mia vita non sarà perfetta, anche se essere un’umana non sarà così eccitante come trovarsi in un mondo creato da piccoli esseri fantastici, beh, io la mia vita non la cambierei con nessun’altra al mondo. Oggi ho provato così tante emozioni che neanche immagini e questo può farlo solo un umano. Io non voglio imparare a gestire le mie emozioni, io voglio poter vivere liberamente, voglio poter ammirare l’azzurro del mare mentre un brivido di piacere mi attraversa il corpo. Voglio sentire, voglio avere paura, voglio amare, ma voglio farlo da umana e voglio farlo a casa mia, in superficie. Leggere la tua lettera mi ha entusiasmata così tanto che non riuscivo a smettere di farlo. Ho capito che se una cosa la si può immaginare, allora significa che può esistere, ho capito che la fantasia non è pura invenzione, ma si avvicina alla realtà più di quanto essa stessa possa fare, quindi torna dalla tua famiglia Thomas, torna a scrivere nel tuo diario, ma soprattutto torna a sognare, ma fallo lassù, nel posto che ti appartiene, perché ognuno di noi ne ha uno e sono certa che il tuo non sia qui, ma altrove».

Dissi tutte quelle parole d’un fiato, senza esitare nemmeno un istante.

Thomas era arrabbiato, glielo leggevo negli occhi.

Questa volta sapeva che ad aver ragione non era lui.

«I miei genitori...», disse debolmente, quasi sussurrandolo.

Il ragazzo sembrava stesse ricominciando a provare delle emozioni.

Nostalgia, senso di colpa, ira.

«Ti stanno aspettando», gli dissi, riferendomi ai suoi genitori.

«Perché non posso tornare qui poi? Perché devo accontentarmi di vivere sulla superficie quando ho scoperto di essere un Custode, perché!», gridò, mentre alcune lacrime gli rigavano le guance.

Dopotutto Thomas era pur sempre un bambino di tredici anni, tanto innocente quanto fragile.

«Perché restando qui, diventerai quello che non sei. Non proverai più emozioni, non sentirai più niente, agirai solo perché il dovere ti impone di farlo, ma non perché tu lo voglia davvero. È questo che vuoi? Vuoi sentirti privato della tua vita? Quella vera? Quella che ti fa sentire libero? Beh, se è questo quello che vuoi, allora io non ho più niente da dirti, Thomas».

Non sapevo più cosa dire.

Se lui voleva restare in quel posto, assieme agli Alghall, io non ero nessuno per impedirglielo.

Ci avevo provato, ma forse non era stato abbastanza e prima che finissi anch’io come lui, dovevo andarmene da lì.

Ero felice di aver vissuto quell’avventura, ma sapevo di dover tornare indietro.

Nel mondo sotterraneo c’era davvero qualcosa che ti spingeva a rimanere, a non tornare più in superficie e a perdere le proprie emozioni.

Se non volevi farti trascinare da quel vortice di indifferenza, dovevi resistere con tutta la tua forza.

Nell’istante in cui fui catapultata nel mondo degli Alghall, mi sentii strana, come se percepissi il desiderio di restare.

Ho dovuto combattere contro me stessa affinché ciò non accadesse e sono sicura che se avessi continuato a convincere Thomas con altre parole, forse avrei fatto anch’io la sua stessa fine.

E non potevo permettermelo.

Mi voltai, decisa ad andarmene immediatamente.

In realtà avevo come la netta sensazione che se l’avessi fatto, Thomas mi avrebbe seguita.

Tipico degli umani seguire il branco no?

«Aspetta», disse lui a bassa voce.

Non mi ero sbagliata.

«Aiutami, ti prego. Non so più cosa fare», continuò il ragazzo con un tono di voce disperato.

Ecco che altre emozioni rifiorivano nell’animo di Thomas.

Senso di colpa.

Frustrazione.

Mortificazione.

Di certo non lo avrei lasciato da solo.

«Vieni con me», gli dissi porgendogli la mia mano.

Lui si alzò per poi afferrarla.

Insieme tornammo da Alex.

«Bene. Adesso torniamo indietro», disse lui con tono deciso.

In poco tempo arrivammo all’entrata del mondo sotterraneo.

«Mi dispiace Alex, davvero», disse Thomas, abbassando il capo.

Alex gli mise una mano sulla spalla e gli sorrise.

Quando gli Alghall e gli umani stavano insieme si creava davvero un perfetto equilibrio.

Era come se le due specie si condizionassero a vicenda in modo positivo e la prova di questo, la ebbi proprio quel giorno quando guardai Thomas e Alex insieme.

«Grazie Aurora, sei stata una perfetta Custode», disse infine Alex prima di spingerci verso l’uscita, dicendo addio, una volta per sempre, a quel mondo fantastico che aveva messo a dura prova i nostri sentimenti.

Quando tornammo in superficie erano le sei e mezzo e Thomas doveva trovare una buona scusa per giustificare la sua scomparsa.

«Thomas, i tuoi genitori saranno preoccupati per te, pensano tu sia scomparso, i tuoi compagni e la tua maestra non ti vedono da stamattina», precisai.

«Dove devo andare Aurora», chiese Alex ancora frastornato.

Pensai che la cosa migliore da fare in quel momento fosse recarsi all’ingresso, dove Thomas avrebbe riferito alla biglietteria di essersi perso. In questo modo lo avrebbero aiutato a ricongiungersi con la sua famiglia.

«Ascoltami bene. Tu adesso vai alla biglietteria che si trova all’entrata del Parco e parli con una persona che lavora lì. Inventati che ti sei perso e che i tuoi genitori ti stanno cercando da questa mattina, loro ti aiuteranno», suggerii.

«E se mi chiedono come ho fatto a perdermi?», chiese lui ingenuamente.

«Dici loro che stavi inseguendo uno scoiattolo e che senza essertene reso conto ti sei ritrovato in una parte del Parco che non conoscevi e che preso dalla paura di esserti perso sei rimasto immobile là fino a stasera, quando un ragazzo ti ha aiutato a ritrovare la strada».

Il ragazzo annuì, accennando un sorriso.

«Grazie Aurora. Senza di te sarei rimasto bloccato là dentro. Avevi ragione, sono uno stupido, ma ti prometto che rimedierò», disse infine, lanciandomi un occhiolino.

Ci abbracciammo dolcemente per poi salutarci.

«Thomas! Il tuo diario!», gli dissi in tempo prima che se ne andasse.

«Ah, dimenticavo. Siamo i Custodi del Segreto, Thomas, quindi...», iniziai a dire prima che Thomas mi interruppe.

«Sarà il nostro segreto, per sempre», disse il ragazzo, terminando la frase che avevo iniziato io, per poi correre nella direzione opposta alla mia.

Salutai quel piccolo contenitore di pensieri che mi aveva fatto davvero sognare quel giorno.

Giurai a me stessa che non avrei mai rivelato il segreto del mondo sotterraneo in quanto Custode.

E giurai infine a me stessa di non smettere mai di credere nell’impossibile.

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