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Una storia di Debora.contiello@outlook.it

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il magico mondo della letteratura

parliamo un po' di libri!

Pubblicato il 19 maggio 2014

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Uno dei miei libri preferiti è Glamorama, di Bret Easton Ellis; Il romanzo si svolge nella seconda metà degli anni Novanta, e segue le vicissitudini dell’IT Boy (Ragazzo Oggetto), Victor Ward, personaggio già presente in Le regole dell’attrazione di Ellis.

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Victor Ward è un modello professionista e aspirante attore, talmente bello che “gli basta uno sguardo perché una donna si convinca ad andare a letto con lui”.

Vive a New York, ma si imbarca per l’Europa, alla ricerca di una ex fidanzata divenuta modella ed attrice. Si muove in Vespa, con un'invisibile macchina da presa che segue le sue peripezie tra due continenti. L’atmosfera di Glamorama è frenetica e confusionaria, non si sa mai qualcosa di troppo preciso. Ad esempio si immagina che l’anno in cui svolgono i fatti sia il 1996, ma l’autore non lo dice mai in modo chiaro. Così come non si sa come faccia Victor a ritrovarsi in una cellula terroristica di alta moda, cioè composta esclusivamente da modelli.

Nella trama di Glamorama si fa largo una critica alla società dei consumi, in cui i nomi di marche, canzoni, ma anche delle persone, sono solo delle etichette svuotate di senso. La società è dominata dai mass media e porta all’alienazione dei rapporti umani, perché tutti i rapporti sociali sono mediati dalle immagini. In questo sono ben chiari i riferimenti alla visione critica della società di Baudrillard e Debrod.

La bravura di Ellis sta nel realizzare una critica con uno stile leggero ed ironico, quasi da sit-com, giocando molto con i dialoghi, rendendo così le oltre 700 pagine del suo libro, leggere e scorrevoli.

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Il trono di Spade non mi è piaciuto per nulla, Sconsiglio di iniziare a leggere questa sagra. Il racconto è avvincente ma vi troverete al quinto libro senza che ci sia un filo conduttore. L'autore aggiunge in continuazione nuovi personaggi (anche al quinto libro) completamente inutili sprecando pagine e pagine con descrizioni logorroiche. Se fosse stato lungo meno della metà sarebbe stato un buon libro.

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L’uso che fa della penna Marguerite Duras è terrificante – il modo in cui lei è e non è nella pagina – il modo in cui usa la terza persona per sé stessa – come si guarda da fuori – scarna, perversa, incantevole.

Ne "L’amant" procede in una scrittura visionaria, ma cruda, brutale, dove la carne è carne, piscio è piscio, dove ci sono solo fatti e parole. L’unico paesaggio ammaliante e degno di nota è quello interno – lei ci guarda dentro dritto, senza schermi, senza mezze misure – per scoprire che ciò che c’è dentro fa molta più paura, è mille volte più spaventoso di ciò che c’è fuori – una terra di lupi, sciacalli e sirene.

Dove il tempo è inesistente – è solo presente – dove anche ieri è presente, sì ieri può essere oggi o può essere anche domani. Ieri o oggi non fa molta differenza. Dove anche il ricordo più lontano può essere incredibilmente vicino – forse siamo noi – siamo un pastrocchio di ricordi.

Dove la storia sembra procedere in punta di piedi – e invece scorre, scorre via. Ed è già troppo tardi.

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