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Una storia di Semirnasufoski

Einmal ist keinmal

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Pubblicato il 03 maggio 2018 in Altro

Tags: kundera lightnessoflife philosophy

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“Einmal ist keinmal”. Tre parole e sedici lettere. Una frase che dice così tante cose che non dice assolutamente nulla.

Ma cosa vuol dire “einmal ist keinmal”? Se non fosse per Milan Kundera, scrittore cecoslovacco del Novecento, forse non sapremmo l’esistenza di questo proverbio e nemmeno il suo vero significato, interpretato poi alla perfezione grazie alla sua straordinaria capacità filosofica nel suo libro più importante, ovvero “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Nell'ultimo capoverso del terzo capitolo di questo libro, Kundera decide di inserire questo proverbio, che si rivelerà essere la frase simbolo del libro, il pilastro su cui si basa tutto il suo pensiero, strettamente collegato al titolo del romanzo.

“Einmal ist keinmal” vuol dire “una volta è nessuna volta”, cioè “ciò che accade una volta è come se non fosse mai accaduto”. Kundera sposta l’attenzione sulla vita e interpreta questa frase scrivendo che “Se l'uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto”.

Cosa vuol dire vivere una volta? Vuol dire tutto. Tutti noi viviamo una volta sola, ci è stata affidata una sola vita e quella dobbiamo vivere, senza nessuna discussione. Possiamo porci tutte le domande sulla nostra esistenza (“Perché sono nato così? Perché proprio qui? Perché proprio in quell’anno?), ma l’unica cosa sicura è che stai vivendo e lo farai una volta sola.

Ma cos’è l’esperienza se non vivere un certo arco di tempo della vita per la prima volta? E se ogni attimo che viviamo è diverso l’uno dall’altro, anche nella più opaca routine quotidiana, possiamo dire che viviamo tutto per la prima volta, cioè che la vita stessa è esperienza di vita?

Per esprimere l’esperienza in termini più semplici, cito Oscar Wilde, il quale sosteneva che “l’esperienza è il tipo di insegnante più difficile, perché prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione”; ma se sosteniamo che la vita è esperienza di vita, vuole dire che impariamo la lezione sempre dopo aver vissuto l’esame, anzi impariamo sempre qualcosa, ogni singolo giorno, ogni singolo attimo, senza poter usare questa lezione nelle prossime esperienze perché quest’ultima sarà diversa dalla prossima. In pratica, è come se fossimo costantemente in ritardo: stiamo vivendo un’esperienza e, senza magari accorgersene, stiamo già imparando qualcosa, sicuramente qualcosa e mai niente. Ma mentre siamo lì ad accorgerci che la lezione l’abbiamo imparata, una nuova esperienza la stiamo già vivendo, quella di constatare che la lezione l’abbiamo imparata, e via così all'infinito. Non esattamente fino all'infinito, ma fino a quando il nostro cuore cesserà di battere.

Impariamo sempre le cose in ritardo, impotenti nel poterle riutilizzarle, perché quelle cose chiamate “lezioni di vita” non ci serviranno più, anzi verranno sostituite da altre, ansiose di raggiungerci in quella corsa chiamata esistenza, unica e sola esistenza. Sono insegnamenti quasi inutili, perché spesso coadiuvate dall'insostenibile unicità della vita, dall'impossibilità di tornare indietro per non rifare gli stessi errori. Errori che spesso portano l'uomo sull'orlo della disperazione. Le cosiddette "crisi esistenziali", per intenderci.

Ma se diamo per vero tutto questo, cioè che la vita stessa è esperienza di vita, vuol dire che saremo sempre inesperti di fronte ad essa, in particolare di fronte agli infiniti bivi che ci propone. Una domanda sorge spontanea: in che modo possiamo stabilire quale sia scelta giusta tra due strade diverse se si vive tutto per la prima volta e la vita è una e una sola? E’ la stessa domanda che si pose Tomáš, il protagonista del romanzo, ma non seppe trovare nessuna risposta se non quella di ripetersi tra sé e sé il proverbio tedesco.

Come si fa a stabilire un modo, un metodo, una formula, che mi garantisca l’esatta scelta tra due sentieri in mezzo ad un bosco tetro? Sappiamo quanto è tortuosa una strada solamente dopo che la si è percorsa e quindi sappiamo quale sarà la scelta migliore tra le due solamente dopo che abbiamo vissuto due vite, una per ogni strada. Una sorta di biforcazione della nostra esistenza in due vite parallele che iniziano dallo stesso punto ma corrono in direzioni diverse, spesso opposte. In questo modo avremo un metro di giudizio e potremo dire di aver fatto la scelta giusta o no. Ma è solo un discorso ideale e non può essere calato nella realtà.

E sappiamo bene che le scelte, le deviazioni, le ramificazioni che subisce la nostra vita sono infinite. Dovremmo quindi vivere infinite vite per sapere quale strada scegliere ogni volta che ci troviamo di fronte ad un bivio. Non ci vuole molto per capire che siamo quindi di fronte ad una situazione paradossale. Siamo passati da una soluzione impossibile ad una inesistente.

Inesistente come il senso della vita. Inesistente come l’esistenza degli essere umani. La tua morte importerà a così poche persone che in confronto al resto dell'umanità, del mondo, dell'universo intero, è infima.

Ecco perché se l’uomo può vivere una volta sola è come se non vivesse affatto. Ecco perché il titolo del romanzo è “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Siamo leggeri proprio perché viviamo una volta sola e quindi la nostra esistenza non ha alcun peso, non vale proprio nulla. Dovremmo vivere tante vite affinché la nostra esistenza acquisti consistenza, altrimenti siamo come pescatori in una barca in mezzo all'oceano, trasportati dalle onde del caso di una giornata ventosa.

Siamo leggeri, troppo leggeri, insostenibilmente leggeri. Non si può in nessun modo condannare ciò che è effimero, ciò che avviene sempre e costantemente per la prima volta. Questo porta ad una tragica conclusione: l’impossibilità di definire qualsiasi verdetto; se tutto avviene per la prima volta, tutto è già perdonato e quindi tutto è permesso. Ci risulta quindi impossibile giudicare una qualsiasi azione umana.

Questa supposizione nasconde anche il vero valore delle persone. Il valore delle persone è dato dalla somma dei fattori che lo circondano, purtroppo. Dico "purtroppo" perché non raggiungerà mai il massimo livello, dato che la giusta combinazione degli infiniti fattori che circondano quella persona è impossibile da prevedere, e quindi da attuare. Penso quindi che ognuno di noi, messo nelle condizioni ideali, raggiunge un valore superiore a quello che è in realtà, sotto ogni punto di vista. Ci vuole anche fortuna, anzi forse solo quella. Sperare nella giusta combinazione di fattori per raggiungere un risultato relativamente elevato.

Per fare un esempio, faccio semplicemente riferimento anche alle pagelle dei calciatori alla fine di una semplice partita di calcio. Tutti i giornalisti sono pronti a mettere un giudizio in base a quello che hanno visto; ed è proprio così: giudicano in base a quello che hanno visto. Ma chi ci dice che quel giocatore, giudicato in modo insufficiente, non fosse messo in una condizione tale da non poter fare altro se non quel poco che poteva fare? Chi ci dice che egli non ci abbia messo tutta l'anima nel voler fare di più, nel voler valere di più di quello che ha dimostrato realmente, ma che non ha potuto a causa di una scarsa precisione da parte dei compagni, un pallone per lui troppo scivoloso, un disturbo intestinale durante la gara, una preoccupazione per la figlia malata in ospedale? E tanti altri infiniti fattori.

Ma stiamo parlando di una sola partita, una sola banalissima partita di calcio. Ma se ampliassimo l'argomento alle esperienze di vita, cosa dobbiamo dire? Diciamo che probabilmente non basta una vita per sapere il vero valore di una persona e se volete saperlo, mettetela nelle condizioni ideali. E questo non avverrà mai. Vuol dire che qualsiasi giudizio diamo ad una persona, non sarà mai quello vero, si potrà avvicinare moltissimo, ma non toccherà mai la verità. Così come una funzione matematica non toccherà mai la sua funzione asintotica.

Sfugge un po’ dalle normali concezioni filosofiche. Anzi, sfugge di molto anche.

Tutti noi per poter vivere abbiamo bisogno di certezze, di appoggi, di qualcosa di fermo e sicuro, stabile nel tempo. E lo troviamo nelle nostre concezioni, nei nostri giudizi verso le cose e persone e nelle nostre interpretazioni. Ci basiamo cioè sul mondo che noi abbiamo dentro, e a seconda di quello viviamo la nostra vita. Intendiamo cose in base al valore alle quali noi attribuiamo, in funzione del mondo che noi abbiamo dentro. E spesso facciamo l’errore di ritenere assoluto questo mondo, cioè valido per tutti, ovunque e per sempre. È l’errore che compie chi giudica, è il motivo dei litigi tra le persone, è il male dell’umanità. L'impossibilità d'intendimento di cui parla Luigi Pirandello, definendo che il male è tutto nelle parole, deriva da questo: nessuno di noi vive la stessa identica vita, ogni singolo attimo è diverso ed è diverso quindi anche il mondo che ognuno di noi ha dentro. Ogni pensiero, ogni sguardo, ogni suono, ogni odore, ogni parola detta ed ascoltata viene interpretata diversamente, e non c'è modo di intendersi pienamente.

Ecco perché il terremoto spaventa così tanto le persone. Tutti abbiamo come punto di appoggio, di totale sostegno, la Terra. Anche le costruzioni, ad esempio, appoggiano tutto il loro peso sulla Terra, perché viene considerata come punto fermo dell'Universo. Ma non solo le costruzioni, qualsiasi oggetto esistente in questo pianeta appoggia tutto il suo peso sulla Terra, anche noi esseri umani.

Ma cosa succede se quello che credevamo eternamente fermo e stabile, l’unico pilastro su cui si basano le nostre vite, si muovesse e cominciasse a traballare? È un evento tragico. Ma com'è possibile? Scendo dalle scale, vado nel giardino, mi accascio a terra, non ho nulla sotto il mio corpo se non l'erba del giardino, e tutto trema, niente è fermo, anche quello che credevamo eternamente fermo. È una situazione che spezza le ideologie degli esseri umani proprio perché inevitabile e senza soluzione o previsione. Vediamo spazzate le nostre concezioni più intime.

Ma se non possiamo giudicare, non possiamo avere certezze per vivere e non abbiamo una base su cui appoggiare la nostra esistenza, e quindi nulla ha più senso. Se non possiamo dire niente su qualcosa o qualcuno, tutto è senza senso, come la vita stessa. Forse tocca a noi darle un senso, vivendo da protagonisti della nostra vita, facendo le cose che amiamo di più e segnare la nostra esistenza sul libro della storia dell'umanità. Insomma, ad ognuno la sua concezione.

“Ci vuole tutta una vita per imparare a vivere​" dice Seneca. È l’esatta interpretazione del proverbio tedesco. Nella vita impari sempre, fino a quando la morte prende il sopravvento. Appena prima di lasciare questo mondo potrai dire di aver imparato tutto quello che la vita poteva insegnarti e sei pronto ad applicare lezioni nella realtà, ma è troppo tardi perché il respiro si fa meno frequente e il cuore ti sta abbandonando.

Kundera parla di “insostenibile leggerezza”. Insostenibile perché risulta un paradosso, una questione infondata e quindi senza nessuna soluzione reale. È impossibile rispondere ad una domanda come quella che si pone Tomáš​ o molti di noi di fronte a due scelte.

Ma un’altra domanda potrebbe essere: dove sta il senso della vita se ogni volta impariamo una lezione che già non ci serve? Constatiamo di aver capito la differenza tra bene o male solamente dopo che ci siamo passati sopra, magari andando così al limite che rischiamo di cadere nell’abisso più totale, come la morte ad esempio. È quello che succede maggiormente nell’adolescenza. Ci spingiamo spesso al limite per vedere cosa c’è oltre, amiamo l’avventura e l'illegalità, odiamo le regole e le persone che ce le dettano; spinti dall’adrenalina della giovane età oltrepassiamo muri così alti che rischiamo di cadere da un’altezza tale da non poter rialzarci più. Tutto questo per poi imparare o pentirci, a seconda dei casi, di quello che abbiamo fatto. Tutto questo per trovare anche un equilibrio, il tanto amato equilibrio della vita, l'essenziale equilibrio che serve ad ognuno di noi. "In medio stat virtus" (proverbio latino) dice che è nel mezzo che si trova la virtù. E forse anche la felicità?

Riflettiamo sempre su quello abbiamo fatto dopo che è già successo. Ritorna il concetto del ritardo: ci arriviamo sempre dopo, sempre in ritardo, la vita ci starà sempre davanti di quel piccolo intervallo di spazio, che ci classificherà al secondo posto in ogni punto della corsa. Ma che senso ha tutto questo? Dove sta il senso se ci arrivo sempre dopo? Che senso ha correre una gara se so già che arriverò secondo?

Tutte le risposte sono ammesse e valide, proprio perché, come detto in precedenza, tutto è già perdonato e tutto è, direi cinicamente, permesso.

Se viviamo tutto per la prima volta siamo come attori che entrano in scena senza nessun copione in testa. Come andrà a finire? Non si sa, andrà come andrà. Il futuro lo si scrive in diretta, non in precedenza. Ma forse è questo che ci piace della vita, almeno gli ottimisti direbbero così. Che vita sarebbe quella di vivere tutto per una seconda volta, sapendo bene cosa scegliere, sapendo esattamente le strade da percorrere, sapendo esattamente le persone da evitare e quelle da voler bene, sapendo esattamente le vie della felicità e quelle della delusione? Forse è meglio vivere trasportati dal caso. Forse.

Ma probabilmente è qui tutto il dilemma, quello di prendere strade buie e sperare nella scelta giusta. Se riavvolgeste il nastro delle vostre esperienze, vi sorprenderete nel constatare che tutto quello che avete vissuto e che vi ha portato fino a questo momento, ha contribuito a creare la persona che siete ora e contribuisce a crearla tuttora, mentre leggete queste parole.

Provate a pensare a tutti quegli studenti che si accorgono di aver sbagliato il tipo di indirizzo scolastico al quinto anno delle superiori, ma solo allora lo hanno capito, perché vivendo la realtà della quinta, si pentono amaramente di aver fatto quella scelta esattamente cinque anni fa. E si sentono spesso affermazioni del tipo: “Se avessi saputo che fosse stato così, non avrei mai fatto questa scelta.” Proprio questo. Finché esisteranno questi tipi di domande, la vita non potrà avere un senso logico, e infatti non lo avrà mai.

Come si può dar torto a queste affermazioni? Come si può dar ragione a queste affermazioni? Avrebbero perfettamente ragione, ma forse avere ragione in questi casi non basta, anzi fa solo del male. E’ come arrabbiarsi con il nulla, impotenti di giudicare ogni cosa; come la persona muta che cerca di spiegare quello che vuole dire ad una persona che non conosce il suo alfabeto.

Ma non è possibile sfuggire da questa regola? Cioè, si deve assolutamente vivere cinque anni in quella scuola prima di capire che è quella sbagliata? Sì, assolutamente sì. Per capirlo veramente, sì. Non c’è nessun altro modo per stabilire se si è fatti la scelta giusta se non quella di viverla. Ma se si scopre che una strada è quella sbagliata, vuol dire che si sono persi anni di vita a percorrere una strada sbagliata? È esattamente così. Ma se ho percorso sempre strade sbagliate, vuol dire che ho vissuto una vita sbagliata? E cosa avrei dovuto scegliere per fare la vita giusta? Vivere infinite vite, forse.

Ma l'argomento è così immaginario e paradossale che altera la realtà delle cose, e la differenza tra giusto e sbagliato, bene e male, pesante e leggero, si fa così sottile da essere impercettibile se non insistente. Inesistente proprio perché serve tutta la vita per capire questa differenza, e sarà comunque tardi. Beati gli ignoranti, gli spensierati, i superficiali, che avranno la meglio sulle loro scelte, di qualsiasi tipo esse siano.

"Einmal ist keinmal”. Tre parole e sedici lettere. Una frase che dice così tante cose che non dice assolutamente nulla.

Del resto, è uno degli aspetti della filosofia: tutto è niente e contemporaneamente niente è tutto.

[Dedicato ai miei genitori: quelle persone che, come dice un proverbio indiano, devono occuparsi di dare due cose ai figli: le radici e le ali.]

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