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Una storia di MirianaKuntz

Umano fuliggine

Diversi da chi?

Pubblicato il 11 gennaio 2018 in Giornalismo

Tags: gay omosessualit pregiudizio societ suicidio

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Non l’ho scelto, non ho deciso chi amare, è successo e basta, come succede a quelli –normali-. Non esiste un netto contrasto tra chi ama un uomo e chi ama una donna, essendo uomo o donna.

E’ natura e naturale. Non è un fatto di moda, non è una prova del nove che se va male allora sei destinato a –guarire-

Non si guarisce perché non ci sono le medicine giuste, e se ci fossero non starebbero curando questa –malattia- perché malattia non è. Non c’è germe né ceppo, non c’è contaminazione, non esiste fuoriuscita di radioattività. Non c’è la carie, non c’è la ferita né i punti. Non è possibile da scavare, come un male nello stomaco o nei polmoni. Non si scava, perché non ci si stacca da un pezzo di sé stessi. Allora non è che –gli altri ti trascinano con sé- in questa follia disumana dove non c’è procreazione e dove Adamo ed Eva non compaiono nemmeno di sfuggita. Non è che se uno –diverso- tocca uno –normale- le sue caratteristiche arriveranno anche all’altro come la scabbia o il colera.

Se un omosessuale tossisce non ti ammali, se una ragazza gay è nel camerino accanto al tuo a provare un paio di jeans a vita alta, gli stessi che stai provando anche tu, non necessariamente ti starà guardando il culo arrivata ai piedi dello specchio.

Una ragazza gay non troverà tutte le ragazze attraenti, lo stesso vale per i ragazzi gay, non tutti gli uomini saranno attraenti ai suoi occhi. Funziona come per –gli altri-, non basta un organo riproduttivo specifico a far battere il cuore, non è chimica e scienza esatta, è amore, come per gli altri.

Sapeste quante volte mi è stata fatta la domanda –e il fidanzatino?- mentre io la fidanzata ce l’avevo già, magari, o mi piaceva solo una ragazza e aspettavo di uscire con lei.

Ma non potevo mostrare la sua foto a nessuno, non potevo invitarla a casa, quando ero al telefono mi guardavo intorno se mi scappava un –amore- di troppo. Avevo paura di accettare un regalo per non destare sospetti, temevo che se le avessi dato un bacio sotto casa l’intero paese avrebbe iniziato a sparlare di me, fino a riempire di –vergogna- la mia famiglia.

Non ho mai potuto raccontare ai miei di come quella serata fosse stata bella, di come mi ero sentita al sicuro tenendola per mano, e di come quella volta sono stata male perché ci eravamo dette –basta- camuffando il tutto con la solita frase che usano tutti – sono solo un po' nervosa-

Sapeste quante volte ho avuto paura di ferire chi mi ha messo al mondo, quando a ferirmi era lui o loro, facendo finta di nulla, ignorando ciò che sono, o dispensando sub-minacce utilizzando altri soggetti con la stessa –malattia- per farti capire che in fondo, se tu fossi così, non andresti bene.

Non è stato bello mentire quella volta che hai ricevuto un bacio, e quella volta che avevi un nome e non l’hai potuto dare.

Quando poi ti sei sentita dire che – certe amicizie-non vanno bene per te, quando in quelle –amicizie sbagliate- sei la prima ad essere in quel modo, quando per assurdo ci sarebbe da vietare l’uscita con te stessa, piuttosto che con gli altri.

E quando invece hai dovuto mentire dicendo di trovare –bello quel ragazzo- quando l’unica cosa bella addosso era solo la sua maglietta coi teschi, che vorresti indossare tu stessa.

Non è mai stato bello dover sentire – insulti nell’aria- quando appaiono immagini in tv di due –persone uguali- che si amano in modo –diverso-. Perché ad ogni –frocio- e –schifosa- di chi è seduto accanto a te corrisponde velatamente anche il tuo nome.

E ti manca l’aria ogni volta che ti chiedi perché sia capitato a te, e non a qualcun altro, perché per gli altri c’è una vita facile fatta – ad incastro- e per te c’è da lavorare il doppio.

Perché è toccata a te quella sensazione orribile di essere –in errore- di chi è sporco di fuliggine in un mondo di pecore bianche.

Perché tua madre deve guardarti con gli occhi preoccupati e delusi, e perché tuo padre deve guardarti con disgusto, perché diventi un – disonore- senza aver fatto nulla del genere.

Perché hai sempre studiato, sei stata una brava ragazza, non hai mai fatto tardi, non hai mai amoreggiato sotto casa con uno stronzo di turno, ma sei in – errore- solo perché sei te stessa.

Allora molti ci rinunciano, mettono su una maschera, e fingono tutta la vita di essere felici in una vita che non vorrebbero davvero: matrimonio con l’abito bianco, tuo marito che viene a pranzo alla domenica a vedere il calcio con tuo padre, qualche gravidanza per dimostrare che –gli uomini ti piacciono- e una gonna a vita alta per sembrare più donna.

Qualcun altro non riesce a mentire, e non riesce nemmeno ad essere sé stesso, totalmente inglobato dal disgusto e dalla disapprovazione altrui, e alla fine si lascia andare, e muore, muore prima dentro, e poi fuori. Allora si spara un colpo in bocca, si taglia i polsi e si lascia dissanguare nella vasca a mezzanotte, o si getta dal quinto piano di un balcone o sotto un treno in corsa.

Quelli non li capiamo, ma andrebbero capiti, o meglio quelli che non ci sono più diventano il simbolo di una –società che non vorremmo- ma che continuiamo ad essere. Una società che non dovrebbe parlare a sproposito ma che continua a ciarlare colpendo la gente in faccia, a sangue freddo.

Allora quelli che si uccidono o diventano –stupidi- o –eroi- secondo l’opinione pubblica.

Entrambe le definizioni sono sbagliate: chi si uccide è vittima di un meccanismo che non lascia scampo, che parte da casa e si espande all’esterno, una morsa indistruttibile che ti tira via la vita prima che tu decida di premere il grilletto, un ingranaggio che ti fa sentire sporco, a tal punto che non riesci più a lavare l’idea che gli altri si sono fatti di te, tanto che alla fine ti convinci sia vera, e decidi di svanire.

Per quelli come –noi- c’è una sofferenza continua fatta di –non ti capisco- -perché proprio a noi questa disgrazia in famiglia- -sei normale hai solo bisogno di tempo- -hai sbagliato le amicizie, ecco perché sei così- -perché sei mia figlia/o voglio morire- - cosa diremo agli altri? Cosa ci inventiamo?- - poi ti passa- -prova ad essere ‘’normale’’ e vedi che guarirai- - ti porto da uno specialista- - vattene via, e non tornare mai più-

Chi non muore vorrebbe scappare, e chi non scappa probabilmente muore.

Essere – diverso- non è mai facile per nessuno, non è mai comodo, né alla moda.

Essere diverso è faticoso quanto non so cosa.

Vorresti solo gridare agli altri che sei –solo una persona- che non importa chi abbracciamo, chi desideriamo, e chi ci dorme accanto la notte. Che siamo persone e basta, uguale agli altri, che amiamo, mangiamo, dormiamo e ci arrabbiamo come tutti gli altri. Che non siamo portatori di un male arcano, che non abbiamo bisogno di pulirci la coscienza, che non crediamo nel demonio, che non mangiamo i bambini, che al sesso ci pensiamo come gli altri, che siamo divertenti, tristi, felici, o arrabbiati come il resto del mondo.

Che non è colpa nostra, che non è colpa di nessuno, che una colpa non c’è.

Che non dovremmo neppure essere capiti, perché non c’è niente da capire, siamo esseri umani, -umani come gli altri.-

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