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Una storia di FernandaPassarelli

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LABYRINTH

Il passato trova sempre la strada del ritorno

Pubblicato il 29 novembre 2017

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Il Pelham Bay Park, quella domenica mattina era molto accogliente.

I chioschi colorati emanavano profumi che difficilmente davano spazio all'indifferenza;

pop-corn, hot-dog, zucchero filato, sembravano Sirene ammaliatrici dalle quali chiunque sarebbe rimasto rapito.

I palloncini variopinti e di forme diverse avevano la capacità di trasformare genitori in vere e proprie marionette, abilmente manipolate dai loro sorridenti bambini.

Un sole tiepido di fine primavera incitava i tanti runner a ripercorrere le varie corsie preferenziali, parallelamente accostate alle ampie piste ciclabili, già occupate da ciclisti amatoriali che ostentavano dubbie capacità professinali.

Martin Drecoll, detective in forza al 13° Distretto di Polizia di New York, aveva indossato la sua tuta nera col cappuccio grigio e facendo stretching provava la durezza del terreno sperando che le sue nuove Nike riuscissero ad ammortizzare bene ogni suo passo. Il lavoro lo aveva tenuto lontano dal suo hobby preferito e quella giornata di relax sentiva di meritarsela.

Inspirò a pieni polmoni e, passo dopo passo, decise di mantenere un'andatura moderata. Si era prefissato di correre pochi chilometri, non voleva sentirsi a pezzi il giorno dopo.

L'immagine intera di Martin era stata catturata da un teleobiettivo montato su una Nikon D5300 nera e l'indice, con addosso un grosso anello circolare di ferro battuto e raffigurante un labirinto, premette più volte il pulsante di scatto, immortalando decine di pose, non autorizzate, del detective.

Una volta soddisfatto, il fotografo osservò gli scatti appena salvati e, chiusa la macchina, smontò lo zoom.

Lo sconosciuto era soddisfatto, adesso aveva nelle mani diversi ritratti dell'uomo che, più al mondo, odiava.

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Il detective Drecoll tornò a casa che erano le 10:30 e, gettati per terra gli abiti inzuppati di sudore, si infilò sotto la doccia. L'acqua bollente lo fece riprendere in pochi secondi e il bagno era già inondato dal vapore. Pensava che ormai era vicino ai 40 e che non era più il giovane in forze di qualche anno fa, quando riusciva anche a spararsi 20km di corsa e non risentirne affatto. Ora ne bastavano solo pochi per confinarlo al divano di casa per un giorno intero con solo il mal di schiena a tenergli compagnia.

Rivestitosi, aveva intenzione di dedicarsi a quello che era ormai il suo unico vizio: sorseggiare un pò di whisky mentre ascoltava gli LP dei Beatles, e nè l'ora, poco adatta a quel tipo di attività, nè il sole primaverile che provava ad intrufolarsi dalle tende, potevano in qualche modo ostacolarlo. Una volta sul divano però la sua attenzione venne catturata da quella foto che ormai da tanto, troppo tempo, si ritrovava sul mobiletto della tv a prendere polvere. Era Rachel, la sua ex moglie. Aveva uno splendido vestito azzurro, e i capelli castani le svolazzavano per il vento. Teneva in braccio la loro piccola Leila, che all'epoca doveva avere all'incirca 1 anno e mezzo. Non ricordava se piangeva l'ultima volta che l'aveva vista. Non ricordava quanti bicchieri di whisky gli servirono per crollare a terra e non avere più la forza di rialzarsi. Quanto tempo era passato? Un abisso. Martin buttò giù il bicchiere tutto d'un sorso.

La testina di lettura si era riadagiata dolcemente e il giradischi aveva iniziato a suonare "Rain". Ringo Starr stava picchiando forte sulla batteria in quella che probabilmente era la sua miglior performance quando il telefono di Martin iniziò a squillare rompendo quella magica atmosfera. Era Harry.

- Capo, mi dispiace disturbarla di domenica ma dovrebbe raggiungerci il prima possibile.

La sua voce rivelava una profonda inquietudine. Martin capi che doveva essere successo qualcosa di grave.

- Dove sei?

- Nei dintorni del Pelham Bay Park. Le mando la posizione esatta col gps.

Martin riagganciò senza aggiungere altro. Spense con la tristezza nel cuore il giradischi mentre John Lennon diceva che pioggia o sole non importa, è solo uno stato d'animo. Era una vera e propria eresia interrompere in quel punto ma si disse che c'erano cose più importanti da fare. La sua domenica di relax era già finita.

Si diresse verso l'auto pensando a che cosa potesse essere mai successo nel parco stra-affollato che aveva lasciato solo pochi minuti prima. Una volta arrivato spense il motore e, sceso dall'auto, si ritrovò immerso in una folla di persone che mormoravano di qualcosa di terribile. Mentre si faceva largo tra la folla cercando di raggiungere il posto indicatogli da Harry, Martin riusci a carpire solo qualche parola qui e là: ragazza, morta, assassinata. Bastavano per rendergli un oscuro quadro di quello che lo aspettava al di là del nastro segnaletico: una giovane intorno ai 20 anni giaceva a terra esanime. Il corpo sembrava perfettamente integro e non c'erano segni di colluttazione. Un particolare insignificante, un dettaglio che chiunque altro avrebbe trascurato, fece inorridire Martin, riesumando dei ricordi che pensava di aver sepolto per sempre.

Sul dorso della mano sinistra la ragazza aveva un piccolo tatuaggio:

un labirinto.

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