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Una storia di StefaniaCastella

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Nel tuo abbraccio

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Pubblicato il 08 luglio 2017

L’amore che ti salva

Esiste lo so che esiste. Come non l’ho mai saputo prima.

Devi passare per l’inferno per scorgere tratti di paradiso. Tra la veglia e il sonno tra la coscienza e il torpore sento la voce della mia dolcissima Susanna che mi ripete “Vedrai passerà” e non ci credo. Non ci potevo ancora credere che sarebbe passata. Ritornano echi lontani e confusi. Di una storia come tante, forse come tante. Vedo ancora male, eppure molto più di quanto vedessi prima. Guardo tra le bende, incrocio lo sguardo rassicurante del mio medico. Sul viso gli si legge l’anima, sono stata fortunata ad incontrarlo. Mi ha detto “Ci vorrà del tempo, ma tutto si rimetterà a posto” ci ho creduto da subito dal primo dei tanti interventi, bendaggi cure sul mio viso devastato. Da cosa? Da una serie di piccoli inutili eventi. Per colpa di che? Di tutto e di niente, per colpa mia. Si forse solo per colpa mia. C’è stato un tempo in cui tutto era stato diverso. Incontrare Marco, dopo gli anni di scuola, incontrarne i progetti. Avevamo vent’anni e una testa di sogni da vivere insieme. Un futuro da inventare, la passione per il disegno gli abiti la moda la bellezza. Anni in cui giravamo per botteghe e mercatini in cerca di idee da mettere in pratica riempiendo un negozietto di cose carine, che raccontavano di noi. Quell’angolo era la nostra felicità. Anni di grande fermento e viaggi lunghissimi, solo io e lui. Poi il mio passo. Egoista? Così lo fece sembrare. Scoprii di aspettare un bambino e gli dovette sembrare un dispetto, come una cosa decisa soltanto da me. Col senno di poi mi accorgo che ogni segnale era chiarissimo ma io non lo coglievo. Abbracci che cominciavano a slacciarsi, e serate di vuoti, di scuse e ritardi. Latitanze senza spiegazioni. La solitudine cominciava a stringermi il collo come in una morsa strettissima, mi mancava l’aria, attacchi di ansia, di panico, li alternavo alla depressione, che come uno schiaffo improvviso mi spingeva a terra mi levava le forze. Mi levava l’amore, per me per lui per la pancia che cresceva. Tre mesi di dubbi incertezze e paura. Tre mesi di egoismi e un vuoto folle. “Non sono capace, avrei dovuto abortire. Che madre posso essere non ho neanche la forza di badare a me stessa” Susanna raccoglieva ogni sfogo chilometri distante, e immensa pazienza ogni volta che avevo bisogno lei c’era. Fortuna che c’era. “Questo non lo pensi davvero. Non lo pensi tu, davvero”. Aveva ragione non lo pensavo davvero, non era che il riflesso dello sguardo di Marco. Al ritorno dall’ennesima ecografia un pomeriggio di fine primavera, le sue cose non c’erano più. Rimase solo un biglietto “Non potevo restare cerca di capire”. Cercare di capire. Io non capivo neanche dove come e se avessi avuto un altro giorno davanti. Marco era sparito dalla sera alla mattina lasciandomi da sola nel buio nel quale sprofondai lentamente. Notti su notti passate a piangere senza la forza di alzarmi dal letto, né per lavarmi né per mangiare. Portai avanti una gravidanza sfidando ogni legge della natura, guardando la pancia sollevarsi come se fosse qualcosa di slegato da me. Tornarono a bruciare ferite mai lenite veramente. La famiglia che avevo lasciato giovanissima i miei, separati, che vivevano vite distati e lontane, e con loro mai nessun contatto. Non sapevo di loro, loro non sapevano di me. Mia madre viveva a Parigi col nuovo compagno, di mio padre seppi che si era sposato con una giovane donna che gli aveva dato due figli. Fratelli che non sapevano della mia esistenza. L’idea di una famiglia che avrei potuto avere, che non avevo, lacerava come il dolore che mi spinse in ospedale. Quel giorno ad aspettare la piccola c’era soltanto l’ostetrica e la mia paura da domare. Era bellissima la mia dolcissima Viviana, la cosa più bella che avessi mai potuto fare nella mia vita, eppure non riuscivo a vederla “Vuole tenerla?” Ricordo mi dissero “Sono stanca vi prego, magari più tardi” risposi e mi assopii. Piccola piccola donna. Lei, e forse anche io.

Varcammo la porta di casa come due naufraghi che sbarcano a riva disfatte in preda alla paura di dover affrontare il domani. Dovevo trovare la forza, ma non ci riuscivo, ogni cosa era una grandissima fatica. Ma non sapevo chiedere aiuto. Mesi di pianti i miei ed i suoi, la voglia soltanto di farla finita. Questo l’unico pensiero ricorrente, ma non c’entrò nulla con l’incidente. Uno stupido banale incidente. Ricordo la stanchezza stordente, gli occhi gonfi per l’ennesima crisi di pianto. Una padella troppo calda, troppo bollente il fuoco troppo alto, non so cosa accadde vidi solo la fiamma enorme, la bambina strillava cercai di calmarla di allontanare la padella spegnere la fiamma. Il viso fu preso in pieno. Qualcuno dovette soccorrerci, i vicini di casa sentirono le urla. Ricordi confusi riportano luci di ospedale il dolore, la disperazione. La paura, per me, e soprattutto per lei. Mesi in cui accanto a noi c’era l’anima dolce di un’infermiera, un chirurgo accorato, un’amica paziente “Resto qualche settimana” mi disse Susanna, restò accanto a me quasi tre mesi occupandosi della piccola. Mentre programmavano cure e interventi per ricostruire lo scempio che avevo sul viso. L’unico solo pensiero è che la piccola si sarebbe potuta spaventare anche solo a vedermi conciata com’ero, l’unico pensiero era per lei. Dopo mesi di pianti egoisti piangevo per lei. E pensare di tornare a casa mi spaventò ancora “C’è tua madre è tornata per te”. Mi disse Susanna e mi strinse il ricordo. La piccola fu la prima che vidi al ritorno dietro le gambe della mia bellissima mamma. Come non le avessi lasciate mai come non ci fossimo mai perdute. L’abbraccio di mia madre fu come ritornare al mondo. La paura di farmi vedere bendata e acciaccata da mia figlia mi frenava, ma lei mi tirò giù. Viso a viso mi guardò oltre le bende e corse via. Mi sentii morire. Pensai si fosse spaventata, ritornò in un secondo con un foglio tra le mani “Guarda un fiore l’ho fatto per te mamma e qui c’è la nonna e io e te. E tu sei bellissima”. Prese un pezzo di pongo se lo posò sul viso “Guarda ce l’ho pure io, così sono come te. Bellissima no?”. Bellissima sì, la cosa più bella che avessi mai visto nella mia vita. Potevo guarire, adesso sapevo che potevo guarire, forse lo ero già.

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