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Una storia di StefaniaCastella

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E poi tornare

sei ancora qui

Pubblicato il 21 gennaio 2017

“Ti aiuto a tirare fuori qualcosa e…”

“No lascia, sono poche cose. “

Poche cose. Le mie cose messe alla rinfusa in un borsone. Come faccio sempre. “Belle queste, da quando usi calze così? Si vede che non ci vediamo da tanto…Ma guarda, peccato, di queste ce ne è solo una” C’è un riverbero di luce che si infila oltre le tende, viene da fuori, dal mondo di fuori. Macchine che si intasano, protestano, insegne ostinate. Il viso di Ilaria lo stesso di sempre, illuminato in parte, perfetto come a vent’anni.

Vent'anni fa. Eravamo vicine, poi un percorso diverso e sempre più lontane anno dopo anno. E adesso siamo qui. E mi chiederai e non avrò abbastanza coraggio per raccontarti. Dimmi che possiamo non parlarne, fare finta che vent’anni non siano mai passati dai giorni di scuola leggeri, dalle giornate di sole anche quando il sole mancava. Da quando eravamo la famiglia che non volevamo, che a 15 e 16 anni tutto quello che vuoi è fuori, e noi fuori eravamo insieme. Come faccio a dirti che dopo aver messo le ennesime cose in un borsone sono stata via. Fuori ancora ma di più. Credevo di trovare il lavoro che volevo e invece, credevo di aver trovato l’uomo della vita e invece. “Ti ho pensata mille volte in tutti questi anni.

Da quando mia madre non mi parla più perché sono andata a vivere da sola. Luca se ne è andato, tornato con la moglie e io qualche volta mi sono sentita sola”. Ilaria parlava senza guardarmi, tra nuvole di fumo che ne annebbiavano il profilo. “Consolati, tornano sempre dalle mogli. Consolati due volte io sono stata la moglie dalla quale tornano. E non è bello neanche quello. Eh per la cronaca anche mia madre non mi ha parlato per un po’. Ma adesso ha smesso di smettere”. La fissavo cercando tra la nebbia il ricordo, e non ne avevo perché tornare era cancellare il passato e sentire che non era mai passato tra noi. “Dimmi che cosa hai fatto, da dove vieni?”

Ora sentivo i suoi occhi scrutarmi, sentivo il disagio. Da una casa milanese, e anche romana, lontana da un lavoro in un ufficio dal quale sono fuggita perché non mi dava nulla. Da lui che aveva perso il lavoro in fabbrica e tornava sempre più incazzato e l’unica valvola di sfogo ero io. Cosa ti dico? Come ti dico che in tutto questo tempo ho smesso di parlare e di difendermi. Con quale faccia davanti a te che mi conoscevi come una sorella? Lui che mi tradiva io che l’ho scoperto, e le ho prese comunque. Che ho lasciato il lavoro per non finire a letto col capo, come in una triste scontata sceneggiatura. Che la vita non è un film, quello ha una fine e i titoli di coda. L’ultima scena che ho davanti era quella del mio capo con i pantaloni abbassati a trombare con l’ultima stagista che ci stava.

Anzi la penultima scena, l’ultima scena che ricordo era quella dell’uomo che mi doveva amare che mi aspetta fuori dal cesso di casa con in mano un martello con gli occhi allucinati. Come ti dico che era solo per difendermi che l’ho lasciato lì. A svuotarsi di tutto l’inutile sangue che aveva, nel mezzo metro di quella vasca scrostata. Avrebbe dovuto sistemarla quella vasca. Qualcuno lassù deve avermi protetta mentre aprivo piano la porta e fottevo lui, prima che fottesse me. L’ho colpito con tutta la forza con tutta la rabbia. Ricordo il rumore solo il rumore, poi ho cancellato tutto. Cancellato le tracce di una vita che dovevo ricominciare da zero da un’altra parte. Senza troppa fatica, nessuno sapeva di me sono sempre stata invisibile. E invisibile ho cercato di ricominciare fino a dovermi abbassare a prendere soldi. Come te lo racconto che mi pagavano. Io e te ci siamo scambiate i vestiti il profumo buono, le risate. Come te lo dico che sono stata anche quello? Che ho sempre dovuto difendermi e che sono stanca, che ho preso la strada del ritorno per scappare via un’altra volta. E’ tutta la vita che scappo. Che provano a fregarmi. Lo sai? Sono qui da due giorni e vent’anni. Sono ovunque e in nessun luogo, mai veramente in nessun luogo. “Io, io invece ci avevo creduto stavolta, poi indovina un po’ l’ho beccato a trastullarsi con certe tipe in chat, ma ci pensi? Cioè lui sembrava a posto l’avevo preso a lavorare con me in agenzia… La lascio mia moglie, la lascio. E ogni volta ci credevo. Poi lo becco a fare il rincoglionito con certe tipe al p.c. e mica gli ho detto chissà cosa, è sparito e basta. Ma c’abbiamo quarant'anni? Che cazzo” Quarant’anni, cazzo e ricominciare.

Quarant'anni e sentirsi così pesante da sentire di averne cento. Come te lo dico che lui era diverso, mi aveva promesso un lavoro, un lavoro vero. Un lavoro serio, una ditta della quale aveva da poco preso la direzione. “La mia agenzia” diceva. Mi ha detto, io non ti scopo, io ti porto con me. MI ha lasciato l’indirizzo di casa. E io sono partita. CI ho creduto. Poi l’ho visto era lo stesso sguardo, quello sguardo che conoscevo. Una bottiglia e poi un’altra ancora, la testa tra le mani, un film che conoscevo già. Ho cercato di uscire da lì, mi ha presa per i capelli, ricominciava la storia… Ha afferrato la gonna tirato via le calze. Le mie bellissime calze, ho sentito su di me il tanfo di una vita insulsa, annebbiata ho cercato la mia bellissima calza di seta, ho stretto più forte. Stretto più forte.

Finché non è scivolato un minuscolo rivolo di sangue dalle sue narici. Luca, anche lui voleva fottermi. Anche lui. “Dimmi tu perché non sei nata uomo così magari saremmo state la metà della mela dell’altra” Il suo viso in tre quarti sembrava un dipinto dall’aria beffarda. Dimmi tu. Potrei amarti anche così. Potrei se non avessi con me quest’anima nera così tanto nera da non avere più senso e non avere più sesso. No non la sporcherei la tua anima candida, non fosse altro che per il ricordo dell’amicizia che ha vinto su tutto anche su noi. “Come, come hai detto che si chiamava il tipo?” ho paura di chiedere, ma forse so già. “Chi? Luca? Luca si chiamava Luca, due giorni che non ne so niente. Ma tu? quando hai detto che sei tornata? ...”

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