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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine La Rosa dei Nove Fati

Lo spettro di Caterina

Capitolo 2

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Pubblicato il 07 febbraio 2018 in Storie d’amore

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Il palazzo dei Kadosh era immerso nel verde acceso della primavera, chilometri di strada separavano l'entrata principale dal cancello e lo sguardo di Armando puntava il panorama che, dall'alto della torre destra, si dimenava ai suoi piedi.

Fece un respiro profondo, chiudendo gli occhi, mentre il vento tiepido gli spettinava la chioma corvina. Quel luogo sottolineava la bellezza naturale che circondava quella specie di castello in cui viveva, ma allo stesso tempo, era un posto di pace e tormento, almeno per lui.

Non saliva quasi mai in cima alla torre, se non nei momenti in cui cercava tutto quello che gli era mancato e che i soldi, la bella vita, e il potere, non erano riusciti a sostituire: sua madre. In quel prato, curato alla perfezione, Armando ci rivedeva gli occhi di Caterina: un verde denso, leggermente sfumato nei toni della castagna, occhi che aveva ereditato in pieno, che erano anche i suoi, ma sua madre non riusciva a vedercela, seppur l'assomiglianza era palese. Da Alvaro aveva ripreso ben poco, o forse niente, Armando aveva letteralmente staccato la faccia a sua madre, non vi era tratto che non coincidesse seppur la marcatura maschile era forte. Sua madre, però, riprendeva forma e sostanza solo in cima a quella torre, Armando la sentiva vicino solo in quel luogo: la ritrovava nel prato, nell'azzurro del cielo, che gli ricordava l'abito preferito che indossava sempre; nel sole accecante che coincideva con la luminosità dolce del suo sguardo e la bellezza del suo sorriso; la sentiva nel vento che assomigliava alle sue carezze, mentre i rumori della natura ne sostituivano la voce. Andava lì per incontrarla, per avere l'illusione che lei non l'avesse mai lasciato completamente solo.

Tutto questo però era ignoto a chiunque lo conoscesse, introverso e serrato dentro un bunker, viveva da solo la sua mancanza e il dolore. Per questo, in quel pomeriggio primaverile, ad Amanda prese il panico quando notò suo nipote Armando in cima alla torre. Si portò le mani verso la bocca, soffocando l'urlo disperato che le saliva dalla gola, il terrore si impossessò di lei. Agghiaccianti ricordi riaffiorarono nella sua mente e fu colta dall'indecisione: non sapeva come reagire a ciò che vedeva. Doveva, forse, urlare per farlo scendere o destarlo da cattivi propositi? O forse, doveva correre ad avvertire qualcuno? Oppure doveva precipitarsi in cima alla torre e cercare di persuaderlo? Di farlo ragionare?

Non vuole sposarsi...fu il primo motivo che le balzò in testa, ma questo non è sufficiente per togliersi la vita...oh Armando ma che ti passa per la testa?

D'istinto incominciò ad accelerare il passo, inconsapevolmente aveva già preso una decisione: doveva fermarlo, non poteva permetterlo che accadesse, non ad Armando, non ora e non di nuovo.

Era quasi giunta ai piedi della torre, senza staccare mai gli occhi dalla figura del nipote, quando lo vide scendere dal muro e voltarsi indietro. Si fermò di scatto, felice per la rinuncia e curiosa di sapere che cosa lo avesse spinto a osare tanto. Quella torre era maledettamente alta e richiamava uno scenario inquietante alla mente. Lì qualcuno aveva già perso la vita e lei se lo ricordava bene. Si accostò al muro per non farsi vedere dal nipote e, quando lui uscì dalla torre, lo guardò attentamente, ma senza trovarvi alcuna risposta. Come sempre era impassibile e impenetrabile in volto, ma un particolare gli saltò agli occhi: indossava l'abito da sposo.

Non aveva dubbi, era proprio l'abito che aveva scelto per sposarsi. Era inconfondibile, sia per la bellezza che emanava, sia per l'innata raffinatezza che mostrava. Era di un nero lucente, e nella forma assomigliava a uno smooking, ma si distingueva per alcuni dettagli che saltavano subito alla vista: la giacca presentava un colletto alto, stile coreano, sul quale viaggiavano ricami dorati dalle forme tribali; una trafila di bottoni, color oro, costeggiavano il davanti e la giacca scendeva, al di sotto del fondoschiena, perfettamente dritta e a piombo; i polsini erano rigirati, rigidi e mostravano gli stessi ricami del colletto; le tasche della giacca, e dei pantaloni, erano sottolineate da una striscia dorata sul bordo; la stessa linea d'oro percorreva i fianchi dei pantaloni e si perdeva, all'altezza della caviglia, con i ricami tribali che fasciavano l'orlo alto dei pantaloni; scarpe nere e lucidate a tiro; camicia bianca di seta e il fascione lungo i fianchi di un dorato accecante; niente cravatta e niente papillon, Armando aveva optato per una sciarpetta di seta bianca con i margini ricamati in nero; il tutto era reso straordinario, ancor di più, dal portamento di Armando, che aveva stile e raffinatezza nel camminare: passi lenti, moderati, schiena dritta come se fosse sorretta da un bastone, aveva la consuetudine di tenere sempre una mano nella tasca dei pantaloni, creando quell'affascinante spostamento della giacca che gli donava un'aria sicura e decisa.

Amanda lo vide scendere il sentiero che conduceva in un posto particolare, presa dalla curiosità iniziò a seguirlo, stando ben attenta che il nipote non la vedesse, quindi cercò di mantenere una certa distanza tra di loro.

Oh Armando...sussurrò sottovoce, e con gli occhi pieni di lacrime, quando lo vide fermarsi davanti alla tomba della madre. Avrebbe dato qualsiasi cosa, in quel momento, per vederlo da vicino, era sicura che la sua impenetrabile aria era scalfita. Poteva solo immaginare cosa lo avesse spinto fin laggiù, ma ne sentiva la concretezza che il nipote si ostinava a nascondere: il dolore era intrinseco tra le righe di quel comportamento. Avrebbe voluto correre lì, abbracciarlo, dirgli a gran voce quanto sua madre lo avesse amato, avrebbe voluto aiutarlo e svelargli tutto l'amore che lei e suo marito provavano per lui; avrebbe voluto farlo, di cuore, e lo avrebbe anche fatto, se solo questo non significasse per Armando un problema. Suo figlio Alvaro aveva cresciuto Armando con una austera forza da far venire gli incubi a chiunque, ne aveva combinate tante e suo nipote ne era all'oscuro; aveva insegnato, a quell'unico figlio, che era fonte di debolezza mostrare le proprie emozioni; lo aveva istruito a dovere sul mondo degli affari, facendone una specie di squalo senza anima. Se si fosse presentata lì, accanto al nipote, questi si sarebbe sentito debole, come l'insegnamento di suo padre gli aveva impartito sin da bambino. Quindi evitò di farlo, e dovette sforzarsi molto per riuscirci, si limitò a socchiudere gli occhi, mentre una goccia d'acqua amara le costeggiava il viso, convinta che, per Armando, non era più una madre quella che vedeva in quella tomba, ma una specie di spettro che vagava, da sempre, nella sua vita. Uno spettro pesante seppur invisibile, uno spettro che portava con sé tante domande e nessuna risposta.

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