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Una storia di Roberto98

Questa storia è presente nel magazine I frutti del bosco

La storia del bosco

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Pubblicato il 21 agosto 2018 in Horror

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I


Sono felice quando penso a te e so che sei ancora qui: la solitudine sarà meno pressante finché vivrai con me in questa casa.

“Cosi avevi detto ieri sera, prima che uscissi? Maledizione! Un uomo a trent'anni dovrebbe avere una casa tutta sua, famiglia o meno.”

Massimo inserì la chiave nella porta e la girò lentamente, cercando di non fare alcun rumore. La toppa emise un lamento tagliente, reclamando alcune gocce di olio. Egli completò il cerchio con il polso, ritraendo saldamente ogni cardine all'interno della porta. L'uomo rimase in attesa, con l'orecchio sul legno, attento a ogni sussulto proveniente da dentro la casa; i secondi erano di fuoco, bruciavano lenti.

Nessun rumore.

Massimo trascinò il pesante sacco nero nel salotto buio, lo portò dietro di sé fino al bagno. Il russare convulso di sua nonna Marta lo raggiunse mentre avanzava cieco nelle tenebre del corridoio. Il sudore iniziò a sgorgare dalla fronte dell'uomo; egli rallentò il passo e superò la porta oltre cui riposava l'anziana. Il sudore lo abbandonò, lasciatosi alle spalle la stanza da cui giungeva l'unico pericolo della notte - l'unica incognita che, destandosi, avrebbe potuto frantumare i piani di Massimo. L'unico tormento prima del giorno, quando i problemi avrebbero iniziato a levitare, moltiplicandosi senza sosta.

L'uomo aprì la cerniera del sacco nero e adagiò il cadavere nella vasca da bagno, poi aprì lo sportello del comodino ed estrasse un plico con tanti anonimi sacchetti di plastica. Egli estrasse il coltello che aveva occultato nei pantaloni, poi iniziò a tagliare.

A ogni affondare della lama un conato di vomito, a ogni frantumarsi delle ossa una domanda che si insinuava nella sua mente, gocciolando da occhi pieni di terrore. Quella ragazza era bellissima, pensò Massimo: le sue mani avrebbero potuto carezzarlo, un giorno passato, la sua bocca avrebbe potuto baciarlo, al termine di un matrimonio lontano, sopra un mondo pieno di luce.

Il flebile cuore dell'alba donava solo pochi colori alla stanza, ma l'uomo resistette: non poteva cedere alla paura del buio: doveva tastare le tenebre e tagliare quel corpo senza fiatare, pregando che Marta non si svegliasse allarmata da qualche rumore.


Tagliare.

Il polso scricchiola.

Le unghie sulla lavagna, ricordi? Era molto peggio, Massimo...

Ancora uno scricchiolio.

Non vomitare.

La mano si contorce – I nervi sussultano.

Io sono una macchina.

Il sangue schizza sull'anulare – vi è sopra un anello.
E' rosso, Massimo.

La bocca gelida sembra gridare – si schiude un vapore ghiacciato.

Non ho un cuore.


Massimo terminò di separare la mano dal resto del corpo. Il braccialetto d'oro della ragazza superò il vuoto che si allungava oltre il polso, scivolando sulla vasca. L'uomo raccolse il gioiello e lo rigirò fra le dita del cadavere, infine, come fosse un fardello, gettò la mano all'interno del primo sacchetto. Il lavoro era appena cominciato.

Massimo tagliò all'altezza della spalla la parte restante del braccio. Egli socchiuse gli occhi, cominciò a tracciare delle proporzioni, studiò alla luce del buio la capienza di ogni sacchetto; staccò l'altro braccio per intero, ritenendo superfluo curarsi di separare la mano, poi attorcigliò l'arto all'interno di una nuova guaina.

Il sangue scivolava dolcemente all'interno della vasca, come stanco. Massimo addentrò le dita nella pozza rossa che si era addensata all'altezza del tappo. Egli provò una sensazione di pace; per un istante si sentì unito a quel liquido che aveva cercato ed estratto. Era gelido. Egli staccò la ventosa di plastica e il sangue formò un vortice, scendendo giù per le tubature con la stessa calma con cui aumentava.

Il lavoro riprese nervoso all'altezza delle ginocchia: l'uomo ne sfaldò una, rabbrividendo; cercò di fare meglio con la seconda, ma dovette accontentarsi di adagiare all'interno della busta solo dei frammenti bianchi, simili a un pugno dei cereali smorti che afferrava a colazione.

Il corpo era ora un grande scrigno che, rianimato, non avrebbe più potuto fuggire. Massimo inarcò la lama nel collo della donna e staccò l'ultima sporgenza del cadavere. Eccolo, l'orrido feticcio, adorno di cinque squarci colanti sangue e un po' di carne.

L'uomo prese la testa della donna fra le mani e la guardò negli occhi.


“Chi sei?”

“Chi sei?” Bisbigliò nella luce violacea dell'alba.

“Chi sei?!” Stava per gridare.


Il sangue gocciolò sui bordi della vasca, colorandosi vivido dei primi raggi del sole. L'uomo prese la testa per i boccoli e la fece scivolare fino al fondo di una nuova busta. Ora che il cervello della donna e i suoi pensieri appartenevano alla morte, Massimo aveva dinanzi a sé minuti pieni di viscere e di budella – i fedeli strumenti di ogni mente desiderosa di vivere.

Egli tagliò ed estrasse, bucò e portò alla luce, vedendo dinanzi a sé non più il cadavere ma i propri polmoni che uscivano dal petto, gli intestini che fuggivano lontani dal suo ventre, inerpicandosi per la stanza.

Il cuore, come un ghiaccio purpureo fra le sue mani, rilasciò l'ultimo bagno di liquido arterioso. Massimo non riuscì a trattenersi e vomitò nella vasca, smuovendo le ultime viscere che vi si erano depositate.


Un leggero vapore acro aleggiava per il bagno. Dopo essersi lavato accuratamente, Massimo uscì dalla vasca. Egli si fermò nudo in mezzo alla stanza, chiuse gli occhi. La luce calda del sole riusciva già a penetrare le sue palpebre.

“Nessun olezzo di sangue.” Pensò. “Quell'odore resterà solo per me... un'altra macchia sul diario della mia solitudine.”

Egli aprì gli occhi, guardando la vasca pulita e scintillate, adorna solo di qualche pelo. La cerniera del sacco nero era chiusa, come in principio; portava ora in grembo tante piccole uova traslucide, dove occhi e tendini sarebbero marciti invece che prepararsi a vivere.

“Forse un giorno ci guarderemo negli occhi, misteriosa creatura svanita nella nostra notte. Forse un giorno potrò parlarti di quest'odore così angosciante.” Pensò l'uomo penetrando il sacco con gli occhi.

Massimo uscì nudo dal bagno, trascinando il sacco fino alla propria camera da letto. Si guardò intorno, poi, per precauzione, adagiò l'involucro all'interno di un armadio contenente delle lenzuola. Egli estrasse delle mutande da un cassetto e si sedette sul letto. Fece per infilarle, pronto ad afferrare un nuovo paio di pantaloni, ma scivolò sulla schiena e chiuse gli occhi, abbracciato dal sonno. La signora Marta aveva appena smesso di russare.


II


La macchina saliva come un serpente, inerpicandosi fra i monti. Il piede di Sirio soffocava l'accelleratore.

“Eccola, la nostra dama: guarda Massimo, guarda le sue curve dietro la finestra.”

“Sirio, Sirio...” Dissi come un bambino, ma non chiedevo caramelle. “Sei sicuro che non ci scoprirà nessuno?”

“La città è lontana, Massimo...” Mi chiamava così, senza storpiare il mio nome – era come mio padre. “Nessun grande fratello, qui. Nessun turista: è quasi inverno. Nessun grido, per la nostra preda: nessuno a udirla, questo è certo.” Una pacca sulla spalla; fu vera o forse è solo parte del sogno? Come è preziosa... come è fugace... perché non può durare tutta la notte?


“Sirio, Sirio...” Sono un bambino. “Dove sei?” Dissi sporgendomi fra gli abeti del bosco. Solo la luna a prendermi in giro. Sirio, forse, mi aveva tradito; aveva trascinato la preda lì e se ne era andato. Nessuno mi puntava la pistola, la polizia non sapeva niente. Nessuna pattuglia era in affanno per arrestarmi. L'avrei voluto, sì...

Avrei voluto almeno possederla anch'io, ma io avevo un altro corpo, altre dita – altro sangue: solo sangue! – ero venuto meno. Non ero un uomo, ero un ragazzino... Massimo, il bambino. Le mani avevano toccato, sì... avrebbero potuto ancora per intere ore, ma non c'era verso di possederla. Il piccolo Max aveva potuto soltanto... soltanto... stringerle il collo. Guardarla negli occhi mentre svaniva, scavando coi piedi una buca di foglie.

Siamo stati in due a farlo, creatura senza nome, questo ci ha uniti. Almeno questo... Sirio, posso avere un altro buffetto sulla spalla? Un altro, prima di tornare a casa... noi siamo due amici!

E poi il silenzio, io lo conosco bene. Ma tornare da solo in mezzo ai boschi... questo no, non posso dirne altrettanto.

Noi siamo due amici.

I ragni mi seguono, ma c'è una luce lì... una luce che viene dalla strada...


“No, ti prego: Massimo!”

“Ti prego, Massimo, vero? Ascolta...”

“Ti prego! Sono solo...”

Il dado è tratto – così hanno detto in molti – e io non sarò certo lui che scoprirà come tornare indietro. Non volterò mai più le spalle, non potrò tornare di nuovo lungo il sentiero...

“Sono io... sono io... non... no...”

“No! N...”

Continua, piccolo Max.

“...”

“...” Stringi, stringi...

“...”

Stringi questo pezzo di carne!


III


I raggi del sole penetrarono le veneziane come spilli; sussurravano, chiamavano Massimo all'appello lungo la recita del giorno. La prigione di Morfeo, infine, si aprì.

L'uomo aprì gli occhi e si meravigliò nel vedere la palla di luce alta nel cielo, prossima a sparire dietro il riquadro della finestra.

Massimo guardò il calendario e osservò la disposizione dei giorni:

“Non siamo ancora a fine Novembre... no, infatti c'era ancora un due a inizio numero. Il vent'otto, forse? No, l'otto non mi è familiare... i sette, davvero poco; ma il sei sì, quello è ancora fresco nella mia mente. Un sabato... ieri ero a casa dal lavoro, infatti. Oggi è domenica ventisette, dunque? Ecco perché non sono stato svegliato da una telefonata furiosa del signor Verdi, stamattina. Aggiudicato.”

Egli fece per alzarsi dal letto, pronto a spiegare a sua nonna dei bagordi della sera trascorsa.

Già, ma quali bagordi?

Massimo ricordò tutto e ricadde sul letto, così come aveva fatto prima di perdere coscienza la notte trascorsa. Con un colpo di frusta si voltò verso l'armadio e rabbrividì. Egli si alzò, avvolto dal sudore. Lo aprì. L'odore acre gli diede uno schiaffo; l'uomo socchiuse gli occhi.

“Come quando si tagliano le cipolle: Domenica, il profetico pranzo coi fiocchi cucinato da Massimo Volta, l'orgoglio di nonna Marta... Forse sono ancora in tempo.”

Il sacco sembrava trasudare come Massimo, ma non di comuni scorie corporee, piuttosto con un gocciolio acido; una salamoia ribollente generata dalle tenebre per macerare le carni gelide e poi inghiottirle. Una contrazione dello stomaco sorprese Massimo. Era affamato. Era sul punto di vomitare.

Egli alzò gli occhi vividi alle coperte poggiate sui ripiani alti dell'armadio. Era stata una notte fredda, pensò, e ne avrebbe sofferto anch'egli se solo gli incubi non l'avessero dilaniato. L'uomo afferrò una coperta leggera e chiuse l'armadio, poi si sbrigò a sistemarla sopra il letto.


“A volte ritornano!” disse Marta vedendo il nipote entrare in sala.

“Ciao nonna... è stata una nottataccia...”

“E' andato storto qualcosa?” chiese la donna, preoccupata.

“No, sai com'è: a volte mi faccio trascinare da Sirio e dalle sue idee...” Sorrise.

Avrebbe voluto scoppiare in una risata isterica.

“Ma hai già apparecchiato!” aggiunse Massimo per cambiare discorso.

“Un altro po' e saresti stato svegliato dall'odore delle lasagne: ogni occasione è buona per darsi da fare in cucina!” Appuntò ella, ammiccando al nipote.

La donna passò la mano callosa sulla gota di Massimo.

“Sei sicuro che vada tutto bene? Ti trovo sciupato... e poi, che sudore! Perché non vai a farti ua doccia prima che sia pronto da mangiare?”

“Ho fatto la doccia ieri notte, una volta tornato a casa... sento un gran caldo qui dentro. Comunque sì, sto bene. Solo solo un po' stordito.”

“Ah, Sirio... beh, ogni tanto anche i più diligenti devono concedersi un po' di svago!”

Massimo sorrise, poi fece per voltare le spalle a sua nonna.

“Sei sicuro, quindi?”

“Di cosa, nonna?”

“Che vada tutto bene...”

Massimo cercò di mantenere la calma. Dopo tanti anni di allenamento stava imparando a riuscirci quasi sempre.

“Sì, nonna. Ho anche tirato giù una coperta dall'armadio e ho rifatto il letto. Tanto so che altrimenti l'avresti fatto tu stessa, caldo o meno. Ormai è Novembre inoltrato.”

Il ventisette, avevo detto? Sì: Domenica ventisette.

“Una coperta, giusto? Quella grigia o l'altra a pois?” fece distrattamente Marta, chinandosi a prendere dei bicchieri dalla credenza.

“Grigia. A pois mi piace molto meno, lo sai. La tengo lì per fare il cambio.”

“L'hai tirata giù stamattina, hai detto?” disse sovrappensiero la donna, riponendo i bicchieri nella credenza per prenderne un altro paio.

“No, ieri notte, prima di dormire: forse è per questo che dormendo ho sudato tanto!” Rispose Massimo con un colpo di genio.

L'uomo fece per prendere una sigaretta.

“Ma è impossibile: le coperte erano stese ad asciugare... le ho messe nell'armadio stamattina, mentre dormivi.””

Massimo sussultò. La sigaretta gli si era spezzata fra le mani; si sbrigò a nasconderla nelle tasche.

“Oh beh, no... ah, sì! E' vero, ho fatto il letto poco fa... ero io ad essere distratto, adesso!” Il suo sorriso era genuino, ma d'angoscia.

“Va bene, va bene... fine dell'interrogatorio!” Fece la donna, contraccambiando con un sorriso di bronzo.

Massimo prese sorridendo un'altra sigaretta dal pacchetto e l'accese, poi si diresse in cucina. Marta era ancora intenta a scrutare attraverso due calici, preparandosi a selezionare il migliore.

L'uomo si poggiò al piccolo piano bar e scrollò la sigaretta nel posacenere. Dal forno si propagava un profumo delizioso.

“Il sacco... lo ha visto?” Cominciò a pensare l'uomo. “Dannazione, a volte lo lasciavo proprio lì, ma era pieno di oggetti spigolosi, non di... beh...

Puzzava da cani. Ma forse non stamattina presto. Forse lo avrà aperto per controllare? No... non può essere. E' una donna forte, ne ha viste di tutti i colori in fabbrica, ma... ma pezzi di carne disposti come biglie in un sacco, quelli mai.

Dannazione, ho fame! Calmati Massimo: ora sei a tutti gli effetti un assassino. Non che sia molto remunerativo, ma è pur sempre un'occupazione onesta. Non è come in banca, quando ti chiedono di vendergli speranze e tu dovresti gridargli che non c'è speranza, perché di mediocri sognatori come loro ne è pieno il mondo, e di Yacht non ce n'è abbastanza per tutti.

Così tu gli vendi debiti su debiti incartandoli con una grande scritta verde, agevole alla vista: speranza. Vi alleghi poi un'infinità di altre clausole che nessuno di quei disgraziati leggerà mai: sanno che esistono, ma hanno paura di squarciare il loro sogno – se lo tengono stretto perché tremano all'idea di andarsene senza aver mai sorriso.

Dì un po', il signor Verdi non sta uccidendo anch'egli, rendendo tutto ciò proficuo, con l'acume di non spargere sangue? E' anch'egli un predatore, animato dal bisogno di soffocare il prossimo. La sua trappola è l'ignoranza; egli va anche in televisione, con tutti gli onori, guarda un po'. Tu potrai andare in televisione, Massimo, ma solo se ti farai scoprire. Sei in carriera, giovane, e sono in pochi a farcela oggi, fra impronte digitali ed esami del DNA. Sii orgoglioso: sii forte come l'inchiostro che pervade ogni giornale, quell'orrore che si instilla nella mente di ogni persona: l'ombra senza nome che scivola sotto ogni porta, che sovrasta ogni muro.

Nervi saldi! Attendi il passare del giorno, assassino.

Assassino!”

Massimo schiacciò la sigaretta nel portacenere, poi si diresse alla credenza per afferrare qualcosa e, pensò, ammazzare l'appetito.

“Così sei solita dire, nonna, ed è un bel modo di dire. Ma oggi è un modo particolare, per esprimersi. Oggi è un giorno speciale, sai: non è la solita Domenica di pace. E' guerra, ma tu non devi sapere. Non puoi sapere, dolce donna che ami tuo nipote più di te stessa.”

Massimo abbassò gli occhi al lavandino e vide un piccolo specchio macchiato di rosso.

“Era nel bagno. Sì, nonna lo tiene lì, affianco alla vasca, ma non l'ho visto ieri sera. Io no, eppure lei sì.”

Massimo allungò le dita nella credenza e strinse la prima cosa che riuscì a trovare. Egli si guardò nella mano: un biscotto. Un biscotto delizioso, ricolmo di burro.

“Poteva andare peggio.” Pensò fra sé e sé.

L'uomo addentò il biscotto, cercando di concentrarsi soltanto sul suo sapore.


IV


Marta e il nipote mangiavano in silenzio. Di tanto in tanto Massimo si scopriva masticare freneticamente, al che si imponeva di rallentare fino al successivo momento in cui si sarebbe astratto da tutto. La donna lo guardava e pensava, anch'ella disinteressata al pranzo.

Una voce squillante giunse dal televisore.

“Buon giorno: continua il mistero sulla scia di sangue che dalla scorsa estate continua a terrorizzare il nord del paese. Gli inquirenti stentano a fornire informazioni riguardanti i possibili esecutori di questa strage a bassa intensità, la quale fino ad oggi ha spezzato la vita di sei giovani innocenti. Il possibile movente, così come le eventuali piste da seguire, sono ancora avvolti nel mistero, resi ancor più indecifrabili dall'assenza di collegamenti fra le vittime.

Dopo il rinvenimento dell'ultimo cadavere, quello del ventiquattrenne Carlo Bagni, continuano ad aumentare le denunce di scomparsa – spesso sporte prima delle ventiquattr'ore dalla sparizione - portando la magistratura a parlare di un vero e proprio “panico collettivo”. In attesa di collegarci con la conferenza stampa del Ministero degli Interni, indetta questa mattina per fornire aggiornamenti sulle indagini, condividiamo con voi una breve anticipazione del programma che andrà in onda stasera sulla nostra rete, condotto da Gianluca Genovesi, dove si approfondirà la storia del giallo che sta scuotendo il paese.”


“Servirebbe la camera a gas anche in Italia, dico io...” esordì Marta.

“Camera a gas? No, ricorda troppo il nazismo; una bella sedia elettrica accontenterebbe tutti.” Si sforzò di inventare qualcosa Massimo.

“Oh beh, gas o sedia elettrica... l'importante è che muoiano, questi mostri.” Disse la donna tornando in sé, per poi tagliare un'altra fetta di lasagne.

Massimo continuò: “Senz'altro molti ci penserebbero su, prima di sfogare la propria infelicità sul prossimo. Cosa hanno fatto di male queste persone per morire? In questo modo, poi... spero proprio che lo prendano, il cane.

E che gli diano una bella lezione.” Improvvisò.

“Non mi piace la violenza gratuita, lo sai: alla fine sono pur sempre uomini, non bestie” Disse l'anziana, lanciando un'occhiata al crocifisso e ammonendo il nipote.

“Oh, neanche a me piace la violenza gratuita: intendevo dire che servirebbe da lezione anche agli altri criminali...”

“Allora siamo d'accordo. Giustizia è la parola: giustizia. La cosa più importante è rimanere umani, non abbassarci al loro livello.” Disse la donna, per poi poggiare il coltello e afferrare la forchetta.

“Già. E' importante comprendere chi si ha davanti, prima di condannarlo. Non si può giudicare il gesto di un uomo, anche il gesto più orribile, senza conoscere i giorni che egli ha vissuto sulla propria pelle, con chissà quali paure, con chissà quali pensieri e in chissà quali luoghi oscuri.” Disse Massimo, cercando di districarsi fra i propri pensieri. “A volte la solitudine tinge il cielo di grigio, a volte con i colori degli abissi e... e le voci delle persone sembrano soltanto spingerti in un angolo freddo. Ti rinchiudono lì, nella tua stanza, dove puoi osservare il mondo da dietro un vetro gelido e pensare... pensare sempre di più... e poi... beh...

Niente.”

Massimo si scoprì guardare nel vuoto. Egli abbassò gli occhi e la forchetta sul piatto, raschiò del sugo e se lo poggiò fra le labbra.

“Sei molto empatico, Massimo. Ma non dovresti esserlo fino a questo punto con certi rifiuti della nostra società.”

“P-per questo parlavo di una bella lezione, nonna.” Rinvenne l'uomo. “Al mondo esiste una sola legge e nessuna persona, per quanto folle o malata, può permettersi di scavalcarla.”

“La legge di Dio?”

“Ognuno ha la sua, nonna...” Sorrise Massimo.

Ognuno ne ha bisogno per non impazzire.” Aggiunse fra sé e sé, passandosi il tovagliolo sulla bocca.


Finito il pasto Massimo scivolò in camera, chiudendosi la porta alle spalle. L'odore si stava diffondendo velocemente. Presto avrebbe cominciato a penetrare nel resto della casa, sottile, come un'infezione. L'uomo si stese sul letto e riprese a sudare. Egli poteva scrutare per qualche secondo il soffitto, ma i pensieri sarebbero subito tornati: l'assedio era continuo. Il cuore dell'uomo palpitava così forte da far sussultare il materasso.

“L'umanità ha invaso il mondo, lotta con la natura. Ha fondato la propria società sull'illusione: quella di poter amare, quella di riuscire a sopravvivere alla morte, quella di poter vincere. L'illusione è sacra: maledetto chi si azzarda a guardare all'uomo come a una bestia, dannato sia chi scorge l'idiozia dietro i mattoni di ogni casa.

Ma io ho capito, ho compreso l'inganno. Non parteciperò alla recita.

Ho capito, carezzando una donna, che la sua pelle liscia era solo un trucco atto a nascondere vene, ossa e budella. Sono circondato dalle viscere e mi chiedo: cosa cambia se sono fuori o dentro il corpo? La morte giungerà a squarciare il petto d'ogni uomo, senza pietà. Ed e' un'illusione credere che il tempo passato ad attendere la morte abbia un senso; io ho capito che, riempito o meno, questo tempo non ha senso.

Non ha alcun senso.”

Il sonno tornò ansimante, trascinando Massimo sui fondali sempre più salati del suo mare.


IV


Quando Massimo si svegliò il pomeriggio era ormai inoltrato.

“L'olezzo è diminuito, anzi, sembra svanito. Oramai mi sono fin troppo abituato a questa realtà.

E non c'è uscita... neppure saltando oltre i vetri della finestra mi è garantita la pace: qual è la legge a cui si inchina l'anima di chi muore? E c'è differenza, poi, fra chi uccide e chi è stato ucciso, o la morte, infine, ringrazia indistintamente chiunque abbia sparso il suo verbo?

Forse, ridotti in piccoli pezzi oppure arrostiti su una sedia elettrica, la morte prende in seno i defunti e dona loro il volto del bambino, senza più guardarli in faccia.”

Il citofono suonò, interrompendo il discorrere dell'uomo.

Massimo attese, con occhi febbrili, immerso nella sua personale sauna d'odori. Egli udii i passi di sua nonna avvicinarsi al citofono, poi ci fu un breve scambio di battute con un interlocutore misterioso, al che i passi ripresero veloci e avanzarono verso la camera da letto. Egli si sentiva bruciare dall'emicrania. Marta bussò freneticamente alla porta.

“Massimo?”

L'uomo aprì le fessure degli occhi e venne colto da un'altra fitta di dolore alla testa.

“Sì?”

“C'è Sirio... sta salendo a trovarti!” I passi della donna tornarono ad allontanarsi.

L'uomo cercò di forzare le proprie membra e si spinse dolorosamente giù dal letto. Si sentiva come una mummia. Il calore aumentava, era estivo – non più ottobre, settembre né agosto, ma un vero e proprio quindici luglio da inferno.

Egli si figurava Sirio entrare nell'ascensore e salire fino al settimo piano, e andava troppo veloce perché Massimo potesse tentare di rendersi presentabile. Si strinse la cintura ai pantaloni, stirò le lenzuola con le mani e si deterse la fronte con uno spigolo interno della maglietta.

La porta di casa si aprì e il colloquio riprese ovattato dai muri. Marta e Sirio erano già giunti a scherzare; lei intenta a fare disgressioni sulle previsioni metereologiche e lui pronto ad assecondarla con qualche battuta. Non si smette mai di imparare da Sirio, pensò Massimo.

Sirio... tu hai fatto qualcosa di tremendo o di profondamente meraviglioso? Mi hai abbandonato, oppure mi hai seguito nei boschi, nella nebbia notturna? Sono forse il solo ad aver vissuto tale straziante bellezza, oppure eri lì, assieme a me?

Massimo iniziò a claudicare in direzione del salotto. Schiuse la porta senza fare il minimo rumore e continuò ad incedere lentamente. Sirio e sua nonna facevano allusioni, prendendolo in giro con moderazione – “la pigrizia, il silenzio e la solitudine di Massimo”: ideale per fare altre disgressioni gustose.

Chi sei? …

Chi sei, tu? ...

Egli giunse all'angolo d'ombra del salotto e continuò a spostare i piedi, prima uno, poi l'altro, pensando a ciascuna azione come fa un defunto appena tornato al mondo. La luce giallognola del pomeriggio illuminò gradualmente i suoi occhi senza fondo, il suo volto pieno di rughe sudate.

Sirio era vestito di tutto punto – oggi aveva le sembianze di un artista – avvolto da una giacca marrone e da una cravatta beige. Era appena uscito dalla banca.

“Max! Eccoti finalmente!” Disse Sirio sfoggiando un sorriso a trentadue denti dinanzi a Marta, per poi allargare le braccia e balzare ad abbracciare l'amico.

Inzuppate le mani nella maglietta Sirio venne meno al suo sorriso forzato, precipitando nell'animo nero del compagno d'avventure.

Massimo non era ancora tornato in sé, passata la notte... Massimo era perso. Egli tornò a sfoggiare il sorriso di circostanza.

“Cavolo, non ti sei ancora ripreso da ieri sera!” disse ad alta voce per essere udito da Marta. “Non hai mai sviluppato una grande tolleranza all'alcol... Senti, vuoi che dica qualcosa in ufficio... Magari una delle mie storielle? Hai bisogno di riposare.” concluse Sirio, ritenendo ora opportuno spogliarsi dell'ironia iniziale. Tutto pur di tenere alta la propria reputazione.

Massimo fissò Sirio negli occhi. Fece un passo e gli fu a un soffio dal naso.

“Gli dirai di ieri sera e della storia del bosco?”

Sirio lo guardò stupito e gli strinse le spalle. Marta si avvicinò ai due, perplessa.

“Magari gli dirai anche il nome, perché io... io...”

E' difficile fare carriera senza leggi che ti proteggano: non sei in banca, Massimo... Massimo, devi essere orgoglioso... Devi farcela e Sirio è qui ad aiutarti. Ad aiutarti a salire, sempre più in alto. Devi arrivare in vetta, Massimo, torna alla luce! Inseguila!

Massimo strinse Sirio al busto e sorrise. I suoi occhi ripresero colore, l'azzurro si dilatò e si fece profondo.

“Ah, Sirio... Sei la mia salvezza!” sogghignò ad alta voce. “No, domani sarò il primo ad entrare in uffico, non preoccuparti. Sono solo un po' spossato. Vieni, dai, aiutami a distrarmi da questo mal di testa: devo farti vedere i miei ultimi acquisti nel campo del cinema!” Accentuò l'ultima parte della frase, poi si staccò dall'amico.

Massimo lanciò uno sguardo a sua nonna e Sirio lo seguì, con la coda dell'occhio. Ella si riprese e smise di guardarli. Sembrava contenta. I due si scambiarono un paio di pacche e si diressero in camera.


V


Varcata la porta Sirio si avvicinò alla libreria dell'amico.

“Platone, Machiavelli, Rousseau, Marx...”

Egli spostò lo sguardo allo scaffale sottostante.

“Freud e Jung... Bizzeffe dei volumi più strani.”

Lo sguardo si abbassò ulteriormente.

“Mishima, Levi, Asimov, Chandler, King, Dostojevskij... Manca un po' di coerenza, questa parte sulla narrativa.”

Sirio voltò il capo verso Massimo, che lo osservava in silenzio dal centro della stanza.

“Sai, dovresti dargli davvero una letta a tutti questi autori, Massimo: menti sopraffine, al di sopra della massa. Non si sarebbero mai abbandonati all'irrazionalità che hai mostrato poco fa; al limite l'avrebbero simulata in qualche opera.”

Massimo alzò il dito a indicare lo scaffale sottostante quello della narrativa.

“Quelli, quelli li ho letti da cima a fondo.” Sorrise.

Sirio si voltò, stupito.

“Biografie, a quanto vedo. Bundy, Manson, Ramirez... Il killer dello Zodiaco, qui l'unico nome, ovviamente, è quello dell'autore.” Tornò a voltarsi. “Letture interessanti, non lo metto in dubbio. Non a caso, però, tutti questi soggetti hanno avuto bisogno di un biografo, non hanno mai scritto niente di loro pugno: agivano per istinto, erano sprovvisti di una prassi teorica. Occorre imparare dai maestri, non dai loro epigoni degenerati.” Gli occhi gli luccicarono.

“Zodiac, però, non è mai stato scoperto...” Osservò Massimo.

“Neppure Il mostro di Firenze, il nostro – o i nostri, come ben sai – caro connazionale. Ma sono due casi su... Beh, a occhio e croce direi una ventina di libri. Quanti Nietzsche o Schopenhauer hai visto dietro le sbarre, d'altro canto? Nessuno. E' loro che occorre seguire, se si vuole andare avanti a questo mondo.”

“Andare avanti... Per alcuni non ha alcun valore.”

“Suvvia, non scherzare. Ripeti il giro mentale che ti ha sorpreso poco fa, facendoti rinsavire dai postumi di ieri sera. Scommetto che riguardava anche questo: pensaci con calma, tu sai qual è la verità. Tu lo sai, è dentro di te.”

Gli occhi di Massimo tornarono lucidi e profondi. Egli si spostò dinanzi alla credenza dove riponeva i propri film, come a guidare lentamente l'amico verso l'armadio.

“Una gran bella collezione: i film masterizzati si stanno riducendo drasticamente!” Commentò Sirio.

“Anche qui il colore preponderante è il rosso...”

“E il verde, quello smorto della malattia. Munch, Massimo... Mancava Munch in quella sacrosanta libreria! Vedo, vedo con piacere: horror, splatter... anche il film su Zodiac! Ti ricordi? Stavo per avere un attacco di tachicardia! Se me lo presti lo riguardo volentieri.”

“Certo. Non sarà mai come quando l'abbiamo visto al cinema, però.”

“Purtroppo le cose più belle sono come una scintilla. Prendi il primo bacio, ad esempio...”

“O la prima... la prima...” Massimo tentò di concludere la frase, sbiadito nello sguardo.

“La prima? ...”

“Su, guarda con me.”

Massimo aprì l'anta dell'armadio.


Sirio si avvicinò, stordito.

Egli si avvicinò, senza capire.

“Ma non è possibile... Era qui, Sirio! Era qui!”

Sirio sentì un odore acre di sudore pungergli il naso. Massimo era chino sull'armadio, a tastarne il fondo, e il liquido salmastro gli sgorgava dalla nuca.

“Era tutto bagnato! Era tutto unto, putrido... sembrava emanare un liquido risalito dall'aldilà! E l'odore... l'odore, Sirio!” Massimo si alzò e prese l'amico alle spalle, stringendolo. Sirio aveva gli occhi spalancati, cercava di carpire qualche indizio dallo sguardo spiritato dell'amico.

“Lo senti l'odore? Dev'essere ancora qui! Io... io ci sono abituato ormai, ma è straziante! Lo senti, vero?”

“L'odore del tuo sudore? Sì, è disgustoso.”

“... L'odore di vermi che iniziano a nascere, che iniziano a mangiare la carne!”

“Smettila, Massimo!” Disse Sirio spingendo con forza l'amico sul letto. “Smettila con questo delirio o tua nonna verrà qui a dircele dietro, e ci sarà tutto il condominio a sentirci!”

Massimo guardava l'amico dal basso verso l'alto, stringendosi le spalle tremanti.

“Ora, vuoi abbassare la voce e dirmi di cosa diavolo stai parlando?”

“Lo sai bene di cosa sto parlando. Parlo di ieri sera...” Continuò Massimo, guardandosi intorno senza sosta. “Del viaggio intorno ai monti... della sosta davanti a quella casa... d...”

“I monti? La casa? La casa di Valerio, intendi?”

“La casa di quella donna che... noi... poi... sì, Sirio...”

“Mio Dio Massimo, ci sei proprio rimasto sotto! Hai preso qualcos'altro di nascosto, da quel tipo?” Egli sorrise e si sedette a fianco dell'amico, porgendogli un fazzoletto di carta per detergersi.

Massimo si afflosciò in avanti, quasi a spegnersi. Egli stette in silenzio per interi secondi; il respiro, dapprima pieno e roco, si fece sottile.

“Piangeva e guardava... poi tentò di sorridere, quasi a chiedere pietà, ma aveva le labbra tutte rotte...

… Te ne sei andato, poi, vero? E poi, io... io...

Niente...” Bisbigliò fra le mani, incomprensibile.

“Cosa?” Disse Sirio, chino sull'amico.

Massimo alzò la testa e lo guardò negli occhi.

“Niente. Ho detto così. Ho di nuovo perso la mia lucidità. Scusami... Ho solo bisogno di un lungo riposo. Questa notte non ho praticamente dormito, anzi, quando vi sono riuscito sono stato tartassato dagli incubi. Incubi terribili, di cui forse un giorno ti parlerò....” Disse, elemosinando fiducia con gli occhi.

Sirio distese i nervi del volto e ammiccò all'amico con un gesto di comprensione.

“Il signor Verdi domani non ti vedrà in ufficio: non importa come la pensi, tu hai bisogno di una vacanza. Consideralo come un favore che fai al tuo migliore amico. Intesi?”

“... Hai ragione, Sil. Hai ragione. Scusa per la mia... la mia crisi, non so come altro chiamarla. Cerchiamo di lasciarci tutto alle spalle.”

“Non fa niente, Max.” Tornò a chiamarlo così, come quando lo aveva salutato dinanzi a Marta. Sirio si alzò, sistemandosi la giacca e notando con disappunto alcune macchie di sudore sul bavero. “Ora ti lascio riposare, ne hai davvero bisogno. Alla prima avvisaglia di problemi, però, promettimi di fare uno squillo. Intesi?”

“Hey, signor Intesi! Ho capito.” disse Massimo scoppiando a ridere fra le mani. “Ora mi farò una lunga dormita... chissà quando tornerò dietro la scrivania.” Disse continuando a sogghignare, affondando la testa nel cuscino.

Sirio ritenne che non era il caso di aggiungere altro e si avvicinò alla porta, rasserenato.

“Hey, Sil!”

Sirio si voltò.

“Sì, Max?”

“Prendilo pure il film di Zodiac. Non voglio saperne per un po', di questa roba. Sono mesi che continuo a sguazzarci dentro. Credo di esserne assuefatto... sai, gli incubi.”

Sirio saltellò verso lo scaffale e agguantò il film, poi fece l'occhiolino a Massimo, oramai sprofondato nell'ampio cuscino.

“Togliti le scarpe, che poi Marta arriva e ti taglia le gambe!”

Massimo ricominciò a sogghignare. Sirio tornò alla soglia e si voltò, liberando un'ultima occhiata luccicante verso l'amico. Si voltò e si chiuse la porta alle spalle. Massimo cominciò a fissare il soffitto, abbandonando le risa. Si perse nell'intessitura delle piccole travi portanti e scomparì nel sonno. Il batttito del suo cuore cominciò ad aumentare.


VI


Quando Massimo aprì gli occhi il sole non aveva ancora deciso di abbandonare quella fetta di terra. Eppure egli sentiva che la luce era lì solo per lui: invaderne gli occhi e incatenarlo al giorno più lungo della sua vita.

La parete rifletteva il colore purpureo delle nuvole di un tardo pomeriggio autunnale.

Era il momento in cui, con gli occhi abbattuti dal sudore, l'uomo è sulla soglia di entrare in una nuova dimensione; quella dimensione in cui la porta dell'armadio si apre e ne esce un mostro indescrivibile; silenzioso, non particolarmente grande, con le fauci appuntite e gli occhi celati ma, da qualche parte, la vista di un falco. Era il momento in cui non serve gridare, perché non c'è più nessuno in casa. Non è possibile sentire voci oltre le pareti, si è soli: il mondo è svanito e si vive solo per morire nel terrore.

Massimo aprì l'armadio. Era vuoto e profumava. Le lenzuola erano aumentate, fresche di bucato. Egli andò in bagno e si lavò la faccia, poi si passo un po' di acqua fra i capelli per ridargli una sorta di pettinatura.

Sua nonna era seduta sul divano e guardava la televisione. L'abatjour vicino al giradischi era già accesa. Tutto era perso nel viola e alla televisione parlavano di stelle.

“Massimo, come ti senti?” disse lei, con lo sguardo malinconico degli anziani giunti soli alle ultime ore del giorno.

“Molto meglio, nonna. E' stata davvero una giornataccia, ma finalmente mi sono ripreso.”

“Sono contenta,” disse lei, ritrovando un po' di gioia. “Come mai ti sei vestito?”

“Vado a fare due passi: voglio smaltire completamente la sbornia di ieri sera. Passata la notte sarò come rinato!”

“Va bene, ma non tornare tardi... non perderti per la città. Devi ancora rimetterti, hai l'aria sciupata.”

“Hai ragione e poi, con questi capelli, dove credi che potrei andare? Mi caccerebbero anche da un bar!”

La donna sorrise.

“Mettiti qualcosa di più pesante, sta scendendo il freddo...”

“Va bene, va bene...” Disse lui, dirigendosi all'attaccapanni.

“Questa notte ci saranno molte stelle cadenti...” Disse Marta, con gli occhi nuovamente persi nella luce cupa della televisione.

“Vedrò di esprimere qualche desiderio, prima di addormentarmi.” Disse il nipote, poi fece un cenno alla nonna chiudendosi la porta alle spalle.


Massimo si strinse la camicia al collo, poi rimise le mani nella tasca del cappotto. L'aria era secca, il tramonto aveva ormai ceduto la luce a quella dei lampioni. L'uomo alzò lo sguardo alla fermata delle corriere, verso l'altro lato della strada. Una ragazza leggeva qualcosa, rischiarata dalle luci di alcuni neon. Egli sembrò riconoscere l'edizione del libro. Fece per riprendere il cammino, poi si fermò di colpo:

La ragazza...

Ella non si era accorta della presenza magnetica dell'uomo. Egli assottigliò gli occhi, la scrutava.

Chi sei... ?

Massimo attraversò la strada e fece per avvicinarsi alla sconosciuta. La scrutò dalla testa ai piedi. Le scarpe, i vestiti: i ricordi della notte passata riaffiorarono alla sua mente. Solo l'anello di fidanzamento, sull'anulare, mancava all'appello.

Egli fu abbastanza vicino da riuscire a scrutare il titolo del libro: era una collezione contenente alcuni racconti di Howard Philip Lovecraft: uno dei pochi volumi di narrativa che egli amasse alla follia.

Sei proprio tu...

La ragazza alzò lo sguardo dal libro e incontrò quello di Massimo.

Chi sei? ...







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