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Una storia di Nightafter

Il sogno dell’odio – Pt. 2

Nella luce il sangue era nero come il buio

Pubblicato il 28 marzo 2018 in Horror

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La serata era stata una vaccata, una di quelle da dimenticare.

Lei lo aveva trascinato in una vecchia chiesa sconsacrata, in centro, a metà della via Dell'Arcivescovado, dove si teneva un concerto di musica medievale e già quello era stato mettere a dura prova la resistenza delle sue palle.

Dopo il concerto, durante il quale si era violentato per tutto il tempo, nel tentativo di trattenere gli sbadigli, aveva voluto cenare in un ristorante giapponese, uno aperto da poco, di cui si diceva entusiasta.

Lui non conosceva nulla di quella cucina e per non fare la figura del “grezzo”, aveva mandato giù tutto, deglutendo senza quasi masticare o sentirne il gusto, benché il pesce crudo gli facesse senso.

Aveva ricordato che lo faceva da bambino, quando sua madre gli propinava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo disgustoso, sostenendo che lo irrobustiva.

In realtà anche quella era una cazzata, oltre a fare schifo lui era cresciuto esile e asciutto come un giunco. A scuola quei bastardi dei suoi compagni di classe, per sfotterlo quando tirava vento, gli riempivano lo zainetto di sassi per zavorrarlo, affinché la Tramontana non se lo portasse via.

Durante la cena aveva chiesto della birra per accompagnare il pasto: lei lo aveva incenerito con uno sguardo, l'avesse visto sputare in chiesa sarebbe apparsa meno ripugnata. Lui se ne era fregato e a fine cena, come digestivo, si era bevuto anche una vodka-lemon.

Stronza. Era al quarto anno di Università: Lettere con indirizzo Storico, per questo si sentiva raffinata, di cultura, se la tirava come fosse venuta su cagando in cessi d'oro massiccio. - Ma va fanculo!- E pure lui coglione a starle dietro. Per cosa poi?

Avevano girato in macchina sentendo musica classica sull'impianto dell'auto, lei aveva chiesto di mettere Radio 3, musica classica a go-go. Trasmettevano la Sinfonia n° 7 di Gustav Mahler, cinque movimenti per un'ora e venti di durata: il pesce crudo, agonizzante nello stomaco, aveva preso a vivere una seconda esistenza.

Aveva reclinato il sedile, le piaceva tenere gli occhi chiusi ascoltando la musica mentre andavano, diceva che la rilassava, era rimasta muta come il pesce mangiato: si e no tre parole durante tutto il percorso.

Si erano fatti il giro panoramico della collina: dal Ponte Isabella fino a Chieri, in seconda per i tornanti ripidi di Villa Genero col motore della Golf che bestemmiava, poi ancora su più in alto, come rocciatori free climbing fino al colle della Maddalena e oltre.

Alla fine si era fatto tardi e voleva essere riaccompagnata, l'indomani mattina c'era una lezione importante sul presto, lui tirando giù i santi mentalmente l'aveva riportata a casa.

Adesso era solo in auto diretto a nanna e incazzato nero, la radio, sintonizzata su una stazione come Dio comanda, trasmetteva una vecchia canzone degli Stones: “Street of love”, una delle sue preferite.

La voce rauca ed energetica di Mick Jagger vibrava carezzante nelle casse dell'impianto, l'abitacolo si riempiva di una struggente malinconia notturna.

Aveva sperato che la serata si chiudesse almeno con un pompino fatto alla veloce in qualche piega solitaria della collina, ma non c'era stata trippa per gatti, non aveva rimediato neppure una leggera pomiciata.

Ora quasi gli veniva da piangere per la depressione, avrebbe fatto meglio ad andare al calcetto con gli amici. Che serata di merda.

Era sulla via di casa, percorreva il corso Unione Sovietica, abitava al fondo: Torino Sud, in una traversa con i palazzoni popolari.

Gli piaceva viaggiare a quell'ora, il traffico era inesistente, strada libera, in giro giusto quattro randagi come lui che filavano verso un letto caldo.

I semafori erano programmati in ”onda verde”, se beccavi verde il primo e tenevi una velocità costante di cinquanta orari, in teoria trovarli il verde per tutta la percorrenza del lunghissimo corso: della via Sacchi alla reggia di Stupinigi. In pratica, per ottenere quella fortunata sequenza, avevi le stesse probabilità quante di sbancare la roulette con un numero fisso .

Gli era accaduto di beccare il verde per quattro semafori di fila, solo una volta nei dieci anni di possesso della patente. Infatti anche quella sera la sfiga non mancava un colpo: ogni rosso era suo, non ne mancava uno manco per sbaglio.

La spia rossa della benzina brillava nella fluorescenza verdastra del cruscotto, ci mancava anche questa, era in riserva. Cazzo! Chissà da quanto si era accesa e non se ne era accorto.

Sulla strada, più avanti, dopo Largo Caio Mario c'era un self service Esso, se non restava a secco prima d'arrivarci, poteva fare venti euro di carburante.

Certo che ne aveva macinati di chilometri quella sera, scorrazzando in lungo e in largo quella stronzetta con la puzza al naso, alla fine, oltre avergli sputtanato la serata, gli aveva anche prosciugato il serbatoio.

Sulla grande piazzola di servizio c'erano sei pompe disposte su tre file, due sulla fila centrale per Diesel e GPL, le restanti quattro per la benzina.

Una delle file per la benzina aveva le due pompe impegnate da mezzi che si rifornivano: una Ford Escort sulla prima e una Volvo V70 su l'altra. Lui si fermò alla fila libera, scese per inserire le banconote nel selettore delle erogazioni. Cercò nel portafoglio un biglietto da venti euro, ma scoprì di averne solo tre da cinque e uno da cinquanta.

Imprecò mentalmente, il self service accettava solo tagli da dieci in su.

Decisamente quella non era la sua serata: ficcare dentro cinquanta euro gli seccava un casino, era domenica notte e lui usava la macchina solo nei week end, lungo la settimana, per andare al lavoro o sbrigare commissioni, prendeva il tram più comodo ed economico. Con quella cifra nel serbatoio ci girava almeno cinque settimane, era un immobilizzo di capitale decisamente eccessivo, inoltre era quasi fine mese e un po' di liquidi in tasca gli facevano comodo.

Aprì lo sportellino per la benzina, girò la chiave inserita nel tappo e svitò, lo posò sul tetto dell'auto, quindi prese la pistola dalla pompa e ne inserì il becco nel bocchettone del serbatoio. La Ford Escort aveva già terminato, la vide fare manovra per immettersi nel corso. La Volvo, invece, se la prendeva comoda, aveva la portiera aperta e le luci dell'abitacolo accese, il proprietario seduto al volante, come se attendesse qualcosa.

Affaccendato, notò la cosa poiché era evidente che il rifornimento fosse terminato: non si udiva il ronzio dell'erogatore in funzione e la luce che segnalava l'attività era spenta.

Per un attimo gli venne il dubbio che l'altro avesse fatto un coccolone e fosse rimasto stecchito sul sedile in lussuosa pelle Connolly, poi comprese da un movimento della testa che era ancora in vita. Probabile che si fosse fermato un momento a riflettere sui fatti suoi. - Buon per lui. - Pensò.

A malincuore per l'esborso, inserì la banconota nel ricettore, selezionò l'importo, scelse la pompa da cui servirsi e premette il tasto per azionare il getto.

Qualche secondo di attesa, ma nulla, neppure un lieve fruscio. - Puttana Eva! - Ci mancava solo che quell'arnese gli “ciucciasse! cinquanta “cucuzze” senza dargli la broda, sarebbe stata la perfetta ciliegina sulla torta di merda di quella giornata.

Mentre smoccolava si accorse che si era accesa la luce della pompa alle sue spalle.

- Cazzo! - Comprese di aver sbagliato a scegliere la pompa, con tutti quei tasti era un casino, si era confuso a schiacciare e aveva scelto quella dietro.

Preso da furia per la nuova seccatura, sfilò rapido la pistola dal serbatoio, la riagganciò alla pompa, saltò in macchina, avviò e in retromarcia si posizionò al fianco della pompa giusta.

Si accorse che il tappo della benzina, lasciato sul tetto dell'auto, era rotolato a terra da qualche parte. - Fanculo!- Lo avrebbe recuperato dopo, ora doveva pensare solo a essere rapido come un fulmine, prima che il timer dell'erogatore esaurisse il tempo di funzionamento e la pompa si intascasse il suo cinquantino senza dargli un tubo. Recuperò la nuova pistola, la inserì nella bocca del serbatoio, azionò il grilletto e la benzina iniziò a fluire con un ronzio rassicurante, tirò un sospiro di sollievo.

La Volvo non si era ancora mossa, in compenso il guidatore ora era sceso a terra e stava armeggiando col selettore del distributore, apparentemente si accingeva a fare un secondo rifornimento, solo che ora era nudo come la mamma l'aveva fatto.

Lui sgranò gli occhi e restò a bocca aperta, per poco non gli cascò di mano la pistola.

La sorpresa gli procurò uno sfrigolio di spilli gelidi al cuoio capelluto.

Strizzò incredulo gli occhi per scacciare la visione, non poteva credere a ciò che stava osservando.

Aveva fatto malissimo a bere quella vodka gelata dopo il pesce crudo e quello schifo di birra giapponese con cui aveva pasteggiato.

Il miscuglio doveva aver causato quella nefasta reazione: il suo corpo si stava ribellando a quell'oltraggio culinario procurandogli quell'allucinazione.

Di questo si trattava, ne era certo, in qualche modo questa convinzione era anche tranquillizzante, un disturbo transitorio, non poteva essere altrimenti: una stupida allucinazione.

Nel garbuglio di ipotesi che in quel momento gli affollavano la mente, pensò che il pesce del sashimi non fosse di prima scelta.

“Chissà cosa ti propinavano nel piatto quei musi gialli, con quell'aria cerimoniosa e deferente?”

Aveva poi letto che nella cucina giapponese si impiegava il temibile pesce palla.

Il quale, se non ripulito e preparato con la dovuta attenzione, eliminandone le parti velenose, poteva avere, all'ingestione, risultanze fatali .

Forse qualche frammento venefico aveva contaminato il piatto.

Certo, non in dose da ucciderlo, ma in grado di procurargli quella singolare distorsione della realtà: come accadeva con le sostanze oppiacee o con l'acido lisergico.

Una bella segnalazione ai N.A.S. a quegli avvelenatori dagli occhi a mandorla, non gliela avrebbe levata nessuno.

Nel mentre l'uomo aveva selezionato sul display il nuovo rifornimento: immobile, con la pistola d'erogazione in mano la osservava indeciso su cosa farne.

Sembrava non rammentare a che servisse e la stessa ragione per cui si trovasse in quel luogo, nudo, davanti alla pompa di benzina.

La piazzola di rifornimento, pareva un'isola luminosa annegata nel silenzio e nel buio della notte.

La luce delle grandi lampade al neon, di una fredda dominante acida, si stendeva sulle cose, proiettando ombre nette sulla massicciata dell'area: tutto in quell'inerzia artefatta risultava surreale.

Lui era impietrito, incapace di reagire alla follia della situazione, scisso tra accettare quanto attestavano suoi occhi o liquidarlo come un delirio della mente.

Il tempo stillava frazioni di attimi, gocce di cera bollente in un catino d'acqua gelida, dilatandosi, esasperando la sua misura, soffocando il ciclo del suo respiro.

La realtà prigioniera di un maleficio si era assopita in una sorta di letargia terminale.

L'uomo prese vita: si voltò lentamente nella sua direzione, il corpo era percorso da un tremito, la distanza tra loro non consentiva di leggere le emozioni del suo sguardo, ma l'assenza della sua mente era percettibile nei suoi gesti.

Con movimento d'automa sollevò il braccio e portò la pistola verso la bocca che aveva spalancato, poi eseguì un analogo movimento con l'altra mano, accostandola al viso.

Nella mano stringeva un piccolo oggetto, da lì non era possibile comprendere cosa fosse.

Nel silenzio irreale lo scatto del grilletto spezzò il sortilegio del tempo: la luce della pompa segnò l'attività del congegno, seguì il rumore liquido della benzina che sgorgava copiosa.

La bocca dell'individuo si colmò in un soffio, il corpo ne fu investito come sotto il getto di un idrante, una pozza lucente e oleosa si allargava intorno ai piedi nudi, mentre l'odore aggressivo del carburante ammorbò rapido la piazzola.

Tutta la scena si stava svolgendo rapida ed irreale come nella pellicola accelerata di una moviola, troppo rapida perché la sua ragione riuscisse ad abbracciarne il senso.

Era impazzito! Cazzo, quello era pazzo come un cavallo! Oppure era lui che stava dando di matto?

L'idea della benzina nella gola dello sconosciuto gli procurò un conato di vomito, dovette portare entrambe le mani alla bocca per contenerlo, mollò a terra l'erogatore, per trattenere lo stimolo.

L'uomo, annaspando, nella sua follia, mosse la mano in cui stringeva l'oggetto non identificato, a lui non bastò il tempo di formulare il pensiero “accendino”.

Una vampata esplosiva avvolse lui, la Volvo e i cinque metri di perimetro intorno.

L'uomo, l'auto e la pompa di benzina ardevano in una unica fiammata blu, alta come tre piani di una casa, l'intera area venne illuminata a giorno, facendo danzare ombre mobili e inquietanti sulle carreggiate che le correvano ai fianchi.

Una colonna di fumo nero e denso saliva da quella scena apocalittica, incendiando il cielo stellato, all'odore del benzene bruciato si univa l'olezzo ributtante della carne arsa, un urlo straziato di orrore coprì il crepitio delle fiamme.

Era la sua voce quella che sentiva scuotergli il petto, strappargli le corde vocali e lacerargli i timpani.

Era lui che urlava quella disperazione cieca e sorda, davanti ad un terrore che gli violentava gli occhi di uomo inerme, annientato da un'ira divina che, nel fuoco, inceneriva quell'essere sciagurato sotto i suoi occhi.

A quello non era sfuggito un solo gemito, rattrappito, in ginocchio, col corpo inarcato all'indietro in una posa scomposta, bruciava scosso da un tremito agonizzante, un riflesso di nervi che friggevano.

Doveva muoversi, le fiamme lo lambivano, non c'era tempo, tra poco sarebbe esploso tutto.

Il calore era divenuto violento, insopportabile: doveva fuggire, chiedere aiuto, trovare una cabina telefonica, chiamare la polizia, i pompieri, il 118.

Cercò le gambe: erano piombo fuso in un blocco di cemento inchiodato al terreno.

Il fumo gli bruciava i polmoni e urticava gli occhi, in una convulsione soffocata di tosse acida sputò la bava annerita che aveva in gola.

Sentì caldo lungo l'interno delle cosce, la sua vescica si stava svuotando senza la sua volontà, sentiva d'essere sul punto di perdere i sensi.

Si piegò in avanti per la vertigine, con uno sforzo della volontà, dettato dall'istinto di sopravvivenza, per non stramazzare a terra poggiò le mani sul cofano della Golf e svuotò lo stomaco della cena non digerita.

(Continua)

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