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Una storia di nadine

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I colori di Dublino

Pubblicato il 08 settembre 2017

Era bellissima, aveva vent’anni e molti altri da immaginare; andava sempre in giro con un paio di calzini buffi, perché diceva: “Bisogna sorridere ogni giorno almeno per una cosa”. Così si chiudeva alle spalle il portone blu, e s’incamminava per le strade grigie di una colorata Dublino, solo dopo aver guardato i suoi calzini verdi e neri e aver sorriso. L’aria era così pungente la mattina che quasi le impediva di pensare; ma questo le piaceva, nonostante gli occhioni verdi dietro gli occhiali scomodi e i capelli fin su le spalle suggerissero, erroneamente, che inciampasse ad agni passo dentro di sé, concatenando pensieri. Così nascondeva, dietro un’ingombrante quotidianità, la capacità di poter sentire il mondo. Lavorava in una vecchia pasticceria in Stephen Street la cui vetrina era piccola, dai colori caldi e pastello e, ogni volta che la porta veniva aperta dall’andirivieni dei clienti, ne veniva fuori un profumo di casa, di burro e vaniglia. Amava quella pasticceria: da piccola, tutte le domeniche mattina, il papà, il rispettabilissimo e temutissimo avvocato Paterson, le comprava il biscotto più appetitoso tra tutti, dopo un’attenta analisi fatta da lei stessa che, sognante, spingeva nocche e naso contro quei vetri coperti da nevischio. Le cose erano notevolmente cambiate da quando il padre aveva deciso di partire (così dicevano) e non aveva fatto più ritorno. Lei aveva smesso di credere all’amore, alle persone e persino ai dolci; aveva deciso di credere esclusivamente ai propri calzini: li sceglieva, li infilava barcollando a turno su ogni piede, e prima di incamminarsi li guardava, per avere la certezza che, almeno una volta, avrebbe sorriso quel giorno. Il tempo passava così, lei aveva smesso di pensare al mondo e il mondo aveva dimenticato che lei fosse speciale; si ripeteva, un po’ triste e forse arrabbiata, che i sogni sono per bambini e lei invece quegli occhiali li indossava proprio per sembrare grande.

Era il periodo dell’anno in cui le barche dei pescatori di salmone arrivavano sulla costa, vicino la città, e vi si fermavano per qualche settimana, per fare rifornimento e per illudersi di appartenere a qualche posto; così le strade erano in fermento, era un buon periodo per le piccole botteghe e per i grandi sogni delle ragazze. Era un buon periodo anche per la pasticceria: in mare aperto le leccornie sono solo un ricordo nostalgico. Così James, dopo aver tenuto abbastanza a lungo il suo naso rosso contro quei vetri, entrò, e scelse il biscotto accuratamente; era domenica, e tutto ciò la intenerì. Ormai quel rituale accadeva tutti i giorni, verso le nove di mattina, e rischiava di diventare una tradizione... le tradizioni le piacevano così tanto. Se ritardava di qualche minuto, lei cominciava a chiedersi dove fosse finito e cominciava a temere che, come tutte le sue tradizioni, anche quella dovesse finire. Ma lui la smentiva sempre. James aveva ormai mangiato, almeno una volta, tutti i tipi di creazione che erano su quel piccolo bancone, eppure continuava ad andare proprio in quella pasticceria, seppure Dublino brulicasse di posti simili e tutti i suoi compagni di viaggio ne preferissero un’altra, più centrale e nuova, addobbata con lampadari e carta da parati alla moda. Lui era cambiato negli ultimi giorni, rimaneva a distanza dalla vetrina, camminava avanti e indietro o stava fermo con una mano sotto il mento, come se cercasse una soluzione tra quei passi. Entrava, sceglieva un dolce distrattamente, a occhi bassi, e usciva di fretta. Tranne una mattina. Quella mattina era deciso e composto, aveva trovato finalmente la soluzione al suo logorante dubbio. Ordinò un dolce, di nuovo accuratamente, e con un gesto fermo ma delicato lo offrì a lei, che era più colorata e profumata di qualsiasi pasticcino e più intima di qualsiasi posto accogliente. Lei arrossì, come le succedeva di solito quando accadeva qualcosa che la terrificasse, e sorrise, senza aver guardato i calzini.

Iniziarono a vedersi fuori dalla pasticceria, a fare lunghe passeggiate tra le strade di quella città che non ricordava di essere così bella. I ponti che saltavano da un argine a un altro del fiume erano pieni di fiori, i minuti non si rincorrevano freneticamente e il freddo pungente spingeva i caldi pensieri a venir fuori da un abbraccio. Conoscevano così poco l’uno dell’altra e le poche cose che si erano raccontate sottolineavano la loro distanza; eppure non si erano mai sentiti così vicini a qualcuno e persino a se stessi. James adorava starle accanto e scrutare ogni particolare espressione che nasceva sul volto di lei quando le raccontava appassionato di quanto fosse bella. Lei lo guardava diffidente e divertita. Oppure quando le diceva dispettoso: “Sei la ragazzina più simpatica che abbia incontrato negli ultimi sei mesi”, ma lei lo sapeva che negli ultimi sei mesi lui era stato in mare aperto e s’indispettiva, aggrottava le sopracciglia e arrossiva. Lui accanto a lei di se stesso aveva scoperto che gli piaceva alzarsi la mattina, affacciarsi alla finestra e riconoscere il profilo delle case disegnato dall’alba, che gli piaceva sentirsi legato a un posto; scoprì di se stesso la tenerezza, la bellezza di comprarle un fiore per leggerle sugli zigomi la gioia. Scoprì di sé che non voleva più partire. Per lei, invece, stare con James era difficile, non sempre le piaceva quello che le succedeva: si sentiva minacciata, sentiva che la fragilità che aveva nascosto dietro quell’enorme mole di cose da fare ogni giorno, fosse pronta a prendere il sopravvento. Ma poi, quando girava l’angolo e lo vedeva lì, timido, con un fiore in mano, non poteva far a meno di far salire gli zigomi e dimenticare che lui sarebbe ripartito. Si ritrovò, e si chiese dove fosse finita per tutto quel tempo, perché non si fosse cercata. Era romantica e lo nascondeva con il cinismo (la storia dei calzini non avrebbe avuto logica altrimenti: era la gioia quella che voleva, non una consolazione), era una sognatrice e gli occhiali li metteva a forza di leggere romanzi al buio, non per sembrare grande. Sognava di vedere il mondo, di stupirsi e riempirsi per la bellezza. Si ritrovò capace di innamorarsi.

Una domenica mattina gli portò delle piccole crostate con la crema di limone, non avevano ancora iniziato a venderle perché, era più forte di lei, faceva bruciare in continuazione la crema. Ma quella mattina, inaspettatamente per tutti, le cose erano andate in modo diverso e lei scalpitava al pensiero di farle vedere a lui. Attraversò la città, inebriata dall’odore di limone e miele, respirava coraggiosamente e muoveva la testa in continuazione da un lato e dall’altro, come a non volersi perdere niente della strada che stava percorrendo. Non si era mai accorta che i portoni delle case erano dipinti di colori che non si ripetevano per almeno tre abitazioni successive, e anche se avesse sempre pensato che il giallo e il rosa non fossero aggraziati, accostati, quei portoni le fecero cambiare idea. Sentiva in lontananza una musica celtica, coperta con rispetto da un brusio di voci allegre e improvvisamente sfiorò il pensiero che avrebbe potuto essere persino felice. Arrivò. La barca di James era carica, sembrava non avesse più motivo per restare in quel porto. Si riconobbero, si fermarono entrambi e appena lui fece per avvicinarsi, lei lasciò cadere il suo regalo della domenica mattina a terra e fuggì via. I giorni che seguirono accompagnarono la sua tristezza con la nebbia fitta, così che si sentì nel giusto quando prese la sua decisione, quella che a ogni segno di cedimento aleggiava come una soluzione: lei non poteva innamorarsi, lei non poteva cominciare, nuovamente, a guardare l’orizzonte in attesa che l’uomo che aspettava tornasse ad offrirle dolci. Aveva smesso di credere nell’amore, nelle persone e nei dolci, tanto tempo prima. Lui la cercò ovunque, disperato, sapeva che la sua partenza era sempre stata tra loro la paura non rivelata; vivevano le giornate fingendo non esistesse, per evitare di farsi male l’un l’altra e forse per paura di appartenersi. Le persone sono vigliacche con la paura e con l’amore, che in genere sono ottime compagne. James sapeva di aver sbagliato, voleva dirle che sarebbe tornato, che lei avrebbe solo dovuto guardare l’orizzonte, e lui sarebbe tornato a stupirla con dei fiori. Non la trovò. Partì.

La città vide molte stagioni dipingerla e stupirla. Le risa fuori le osterie, le urla dal mercato, le note alte, rudi, delle trombe che corteggiavano faticosamente il jazz, facevano pensare che il ricordo di quei due amanti avvolti dalla nebbia fosse stato cancellato dal tempo e dal rumore. C’erano posti, però, in cui le giornate si susseguivano senza identificarsi e dove il silenzio era, paradossalmente, assordante; posti ampi, senza confini dove gli unici margini che si vedono sono quelli irraggiungibili, che si allontanano se si tenta di toccarli: la linea beffarda dell’orizzonte. O posti minuscoli, stretti per i pensieri voluminosi, che odorano di libri vecchi e finestre sempre chiuse, come la sua stanza, che rimpiccioliva a ogni nuova primavera.

Si sentì vuota per molto tempo; si sentì svuotata, le sembrava che il mondo che aveva dentro avesse preso il largo con lui. Cercava nelle occupazioni una via di fuga ma la gabbia era l’incapacità di ritrovare se stessa nei gesti e nei pensieri. La cercava in tutti gli angoli della città, in vaneggianti notti che le raffreddavano l’anima e le congelavano la mente. Vaneggianti notti, che illudono si possa affogare in mezzo bicchiere, ma fanno sopravvivere, tormentando il risveglio. E poi… si svegliò davvero. Il sopire del fanciullino in lei era terminato. Una di quelle tristi notti, in cui l’unico tepore che percepiva era quello del suo fiato che appannava gli occhiali, si diresse a passi stanchi e instabili verso il porto: “Che posto folle questo, luogo di addii e di incontri, luogo che fa ritrovare la terra e l’amore, luogo che spinge altrove, che sfida i confini del mondo, che sfida i limiti dell’uomo.” Lì, lei bellissima per natura ma spenta per artificio, lì, lei vide sullo specchio dell’acqua nera riflesso il suo corpo. Aveva vent’anni e molti altri raccontati da quel ritratto, lì per la prima volta dopo che un altro amore l’aveva abbandonata, scegliendo il mare, lei si vide davvero. Si ricongiunse in un istante, come se fosse sparsa in tutte le strade di quel posto e d’un tratto fosse nuovamente presente a se stessa, come se fosse intera, ritornata, nel suo corpo; che ora gelava e leggeva i dettagli degli oggetti che le erano attorno: il disegno perfetto delle corde delle navi che riposavano, il tenue movimento dell’acqua accarezzata dall’aria, ferma, ma bugiarda perché tutto si stava muovendo! Ritornò presente a se stessa, ecco, si riconobbe, era finalmente lei: era quella bambina con gli occhioni verdi che costruiva barchette con la carta salvata dal fuoco che stava per essere acceso in cucina dalla nonna; era come quando nascondeva quel libro, troppo rovinato per essere stato letto una sola volta, sotto il cuscino e, dopo che le fossero state rimboccate le coperte, lo tirava fuori, lo accarezzava e lo assaporava all’ombra di quella luce fioca; era come quando guardava fuori dalla finestra, sempre chiusa, con i vetri bagnati e finalmente puliti, e sognava di non lasciare niente, di quel posto, inesplorato; era come quando non riusciva a dormire e immaginava. E all’improvviso la bambina che era in lei non ebbe più paura: non ebbe più paura di pensare che James le sarebbe appartenuto per sempre e che quello che aveva risvegliato in lei creava una tale agitazione che neppure la lontananza avrebbe potuto farlo tacere; non ebbe più paura di essere abbandonata, perché aveva se stessa finalmente, non ebbe più paura di essere fragile, di sentirsi piccola e sola; e così decise.

Dublino la vide salire su una di quelle grosse navi, la vide guardare estasiata le vele che si spiegavano e si gonfiavano con il vento a favore del suo viaggio. Il viaggio era nel mondo e in sé. Sapeva che forse un giorno sarebbe tornata in quella città che da lontano, ora, sembrava un cristallo per l’albeggiare che, ai suoi occhi, la disegnava per la prima volta. Sarebbe tornata quando la città non sarebbe stata più stretta per i suoi pensieri ingombranti, che non erano più sopiti dal gelo del mattino, ma, esuberanti, la rendevano inadeguata al suo banale corpo. Così partì per trovare nuovi orizzonti, per toccare i suoi limiti, partì per ritornare incapace di ingabbiare il suo spirito. Un ultimo sguardo a quella città colorata che si stava svegliando nuova. Corse a prua. E così lo vide, suo padre: immenso. Non aveva paura, era rinata e non era mai stata sola. Che sciocca che era stata a non credere più nell’amore, nelle persone e nei dolci: le si ergeva davanti l’immensa bellezza, che è amore, e l’odore di burro e vaniglia (non poteva lasciare tutto a quella città). I dolci, inebrianti, le avrebbero dato un ricordo in cui sentirsi a casa, in un mondo che, per la prima volta, la vedeva peregrina.

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