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Una storia di LuigiMaiello

Hanno contribuito

Come due pazzi che un tempo si amavano

"Io teng' sulo a te"

Pubblicato il 12 aprile 2018 in Storie d’amore

Tags: amore collaborazione coppia pazzi

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Mario non lavora da tempo perché dicono sia troppo brusco. La sua ultima mansione è stata quella di magazziniere in un supermercato con turni che arrivavano fino a dodici ore al giorno. Lavorava anche la domenica, mezza giornata: dalle otto del mattino fino alle due del pomeriggio. Un giorno non ce la faceva a lavorare e restò a letto. Il suo capo era uno che si era creato un impero senza farsi scrupoli, non se ne fece neanche quella volta e lo licenziò.

Da quel momento si arrangia come parcheggiatore e a volte mangia alla Caritas del paese. I pochi soldi che guadagna li divide con Cristina, sua compagna di vita. In realtà, tra i due, ad avere più soldi è proprio lei, per la sua pensione per infermità mentale. Ogni volta che incontri Cristina per strada, lei ti saluta e ti racconta qualche aneddoto in un italiano impeccabile. Quando è calma, le persone dicono che Cristina sia “buona come il pane”.

I due stanno sempre insieme. Fino a poco tempo fa, dormivano in un’auto in una stradina di campagna. Un’auto che non aveva mai dato fastidio a nessuno, come loro due, del resto. Ma un giorno arriva una chiamata alla polizia con la richiesta di spostarla.

Lei aspettava un bambino, ma poi l’ha perso. Lui non gliel’ha mai perdonato.

Ora i due girano per le strade senza meta: lui beve e la picchia; lei grida, ma nessuna la sente. Grida singhiozzando: “Io teng’ sulo a te, eh”.

Piove. La pioggia lava l'asfalto. Piove che son giorni, di mezzo autunno che il tempo non ti dice mai esattamente che ore fanno; il crepuscolo arriva in fretta a dimezzare il giorno. Cristina ha freddo e si piega sulla spalla di Mario, con tutto il corpo. Come quando ognuno di loro due trovava il proprio posto nell'abitacolo dell'auto, e di notte dal parabrezza chiazzato d'umido s'intravedevano ugualmente le stelle, nel silenzio della campagna.

Mario si sposta. Ci sono giorni che fa fatica a essere carino con Cristina.

Lei non è più lei, anche se è buona come il pane. Non è un discorso di generosità, è piuttosto una repulsione verso quella carne che prima teneva dentro un figlio e poi no. Una questione di attenzione, verso la vita, ma Cristina è sempre stata sbadata. Mario si ricorda che Cristina aveva allargato le gambe, immobile, senza dire nemmeno una parola, le uscivano solo rigagnoli dagli occhi, sopra; sotto, rigagnoli di sangue. L'aveva fatta portare in ospedale, chiedendo aiuto a un passante che aveva tirato fuori il telefonino dalla tasca del giubbotto e fatto l'unounootto. Il resto l'aveva detto il medico, due ore dopo nel pronto soccorso: -Ha perso il bambino, signora.

Cristina aveva sbattuto le palpebre, Mario aveva sbattutto un pugno addosso al muro. Ci teneva a un figlio, che sarebbe arrivato nonostante i pochi pasti caldi, contro ogni speranza. Cristina però gli aveva ripetuto tante volte:-Ce lo porteranno via...

Se n'era andato quel figlio. Via come aveva detto Cristina. Se n'era andato il suo lavoro, anche quello. Se ne va ora la pioggia, correndo, dentro ai tombini. Mario pensa che tutte le cose se ne vanno, tranne la notte che s'è allungata.

Si è allungata ora che l’inverno è alle porte, l’ora legale è andata via, finita anche lei come tutto il resto. Il tempo ingoia ogni cosa. Un’ora di buio che equivale a una notte più lunga, cercando riparo insieme alla sua Cristina, che le ha negato l’unica emozione che ancora potesse farlo sentire vivo.Forse glielo avrebbero portato via quel figlio, ma lui lo avrebbe protetto e sarebbe stato una benedizione, un nuovo inizio. Un neonato intenerisce, magari avrebbe trovato un lavoro, una baracca dove ripararsi dal gelo, gli avrebbero dato una casa. Ce n’erano tante a disposizione per quei poveri immigrati. A loro e al bambino non l’avrebbero negata. Dio, però, aveva preferito di no.Doveva fare di lui un fallito, trasformarlo in una belva, probabilmente sarebbe finito sulla cronaca di un giornale, subendo parole e giudizi di chi, di lui, non conosceva proprio nulla. Ipocrisie.Ogni cosa gli stava scivolando via, come le gocce di pioggia sul viso, bruciato dalle intemperie, segnato dagli anni, che in fondo non erano tanti, ma pesavano più di quelli degli altri.Cristina, appoggiata sulla sua spalla, tremava. Pareva avesse un brutto presentimento, non osava alzare lo sguardo mentre ripeteva a Mario “io teng’ sulo a te” quasi a supplicarlo di smettere di farle del male che lei “era buona come il pane”, se era tranquilla.Un’automobile con il motore acceso aspettava davanti all’ingresso di una farmacia, proprio appena girato l’angolo del viale. Una di quelle comode, abbastanza grandi da dormirci comodi entrambi.«Corri Cristina, ambress!» urla Mario correndo verso la vettura. Dentro nessuno, Mario sale alla guida, si ricorda ancora come si fa. L’espressione è radiosa, spaventata, incredula, tutte insieme esprimono uno guizzo di fiducia nel futuro. Si può ricominciare. «Mario, no ca’ faì? Si pazzo!» gli grida lei. «Mo’ sali su, Cristina!» e lei ubbidisce, spaventata.Via, sgommando, procede zigzagando con quel monovolume colore della notte. È un lato di strada poco illuminato. Il piede di Mario affonda sull’acceleratore e vola verso la periferia.D’un tratto il pianto di un neonato frena la loro corsa. Mario inchioda e accosta spaventato. «Madò, cosa’avimmo fatto…» grida Cristina portandosi le mani al volto. «Mo’ è turnato nostro figlie!» ripete Mario. Gli occhi gli si riempiono di lacrime mentre abbraccia la sua donna. In lontananza, come sottofondo, alcune sirene sibilano: che stiano cercando loro?

La donna è in lacrime a bordo strada, non servono le paroli dolci della poliziotta grassottella che le tiene una mano sulla spalla a calmarla. Sono solo suoni che si mischiano a quelli delle sirene. Il farmacista è sulla porta sgomento, la donna la conosce da sempre, è una cliente fin da quando ha iniziato il calvario dell'inseminazione artificiale. Abita a un chilometro circa, in una grande casa dalla facciata color pesca e il giardino davanti. Il marito è un vecchio compagno di scuola della figlia e ricorda ancora quando gli ha comunicato con gioia l'arrivo di un figlio.

Guarda la donna, seduta sul marciapiede e scossa dai singhiozzi.

-Nulla, le giuro glielo direi se avessi visto qualcosa- risponde al poliziotto in borghese. Non ha capito il suo nome, nemmeno il grado, ma non importa. -Era entrata per comprare i pannolini, come fa un paio di volte a settimana-.

L'ispettore scuote la testa e si gira ad osservare i suoi uomini intenti ad interrogare i passanti e le persone che abitano nelle case che si affacciano sulla strada. In cuor suo sa che la donna è in buona fede, pure lui ha due figli, ma la legge è la legge, e lui ne è l'espressione.

-Rischia qualcosa?- chiede il farmacista, anticipando quel pensiero che lo turba.

-Abbandono di minore- borbotta e si fruga in tasca in cerca di una sigaretta.

-Il marito è stato avvisato e sta per arrivare- lo informa un agente.

Avrebbe voglia di essere altrove, proprio quella sera che la mezza idea di prendersi un permesso per portare la sua signora a cena fuori gli aveva stuzzicato la mente fin dal mattino. L'avesse fatto, ora non sarebbe stato lì ad aspettare un uomo disperato. Non sa che l'auto è a un paio di isolati e a bordo ci sono due poveretti che ben conosce.

Mario è in fibrillazione, la voce gli trema quando borbotta il nome che avrebbe voluto dare al figlio mai nato: Gabriele. Cristina trema, guarda quel frugoletto urlante e pensa che è sbagliato, tutto, ad iniziare dal compagno. Eppure dovrebbe essere lei quella stramba, la remissiva e a volte incomprensibile ragazza. E' come se all'improvviso un muro fosse crollato e per la prima volta si rendesse conto di capire.

-Torniamo indietro...- lo supplica, toccandogli il braccio. Mario la guarda, poi alza la mano e le molla un manrovescio che le fa sbattere la testa contro il finestrino. Alcune gocce di sangue schizzano dalla bocca e scivolano sulla condensa in striature rossastre.

Non l'aveva mai colpita così forte, aveva sempre stretto i denti e sopportato, ma in quel momento il dolore è troppo forte, le lacera l'anima e la spinge via. Apre la porta di scatto, esce e comincia a correre, mentre la testa le pulsa dolorosa. Senta la voce di Mario gridare il suo nome, una voce piena di dolore e terrore di perderla.

"Io teng' sulo a te!" le grida, sperando che quelle parole magiche, che da sempre l'hanno fatta capitolare, funzionino anche quella volta. Ma Caterina non ha più voglia di subire, Caterina è stanca, vuole solo correre, sino a quando il cuore non le scoppierà in petto.

La sigaretta gli scivola tra le dita, con la punta della scarpa spegne il rosso della brace mentre in bocca il gusto acre del fumo gli provoca una smorfia. La donna è sempre seduta a terra, ora sola, la poliziotta grassottella ma carina si è allontanata e parla con un uomo sulla sessantina. Occhi curiosi, sguardi indagatori, alcuni compassionevoli, altri carichi di disappunto.

L’ispettore conosce bene quelle espressioni, è una vita che ci sguazza in mezzo, come pesci in un acquario.

-Sia clemente- il farmacista gli posa una mano sul braccio. -E’ una brava donna. Viviamo in un quartiere dove non è mai accaduto nulla. Non può pensare che l’abbia fatto apposta-.

Un imprevisto, certo, come tanti. Purtroppo c’è di mezzo l’incolumità di un bambino e lui deve osservare la scena dall’esterno, senza farsi prendere dalle emozioni, come un vero poliziotto ligio al dovere.

Non risponde al farmacista e si allontana raggiungendo un paio di agenti che cercano di tenere a bada la folla di curiosi che lentamente sta ingrossando le fila. Tra di loro un paio di adolescenti che ridono fregandosene della madre a terra. Ha voglia di prenderli a schiaffi, dar loro una lezione, ma sa che anche solo provare a zittirli potrebbe farlo passare dalla parte del cattivo.

Un’auto arriva veloce nella sua direzione, due fari luminosi che tagliano le ombre e quasi lo accecano. Si ferma di colpo a poca distanza e ne esce un uomo agitato.

-Lorenza!- urla e strattona liberandosi dal tentativo di bloccaggio di un agente.

-Lascialo stare- gli ordina l’ispettore, capendo che si tratta del marito. L’uomo si accascia a terra accanto alla donna e la stringe a se. Sono l’emblema del dolore, di qualcosa difficile da spiegare, due anime fuse in un solo corpo attraversato dalla sofferenza.

Non vuole rompere il momento, questo è solo per loro due, non sono criminali, solo persone sfortunate, abitanti di una società che non riesce ancora a comprendere. Come può accusarla di abbandono di minore? Chi è lui per aggiungere dolore al dolore? Forse è il momento di prendersi una pausa, o forse quello non è il lavoro che fa per lui. Non bastano gli elogi di un Questore per mettere a tacere un’anima, non serve essere bravi se dentro non si è in pace con se stessi.

Mario grida il nome di Caterina fino a quando non la vede scomparire inghiottita dalle ombre della notte. In quell’istante prova la paura totale che lei possa tornare alla farmacia e confessare il rapimento. Il bambino è sul sedile posteriore, dorme beato, pare non gli importi che tutto stia ruotando attorno a lui.

E’ con gli angioletti, pensa Mario, ricordando una frase sentita chissà quando, poi riaccende il motore e parte sgommando. La strada si fa stretta e un cartello lo avvisa dell’inizio dell’isola pedonale. Nessuno intorno; scende e con la chiave fa scattare il telecomando. Il bambino è al sicuro, il suo Gabriele non ha nulla da temere. Inizia a correre, girando l’angolo dietro cui ha visto sparire Caterina. Non dovrebbe essere difficile raggiungerla, fermarla e farla ragionare. Vuole chiederle scusa, dichiararsi pentito per quegli scatti di rabbia che a volte lo rendono violento. Ma è la sua natura, Caterina ormai dovrebbe saperlo. Eppure qualcosa in lei è cambiato, quello sguardo prima di uscire dall’auto è qualcosa di nuovo che non riesce a comprendere.

-Eccoti!- esclama, vedendola davanti a se. Corre, la coda di cavallo che dondola ad ogni falcata. Sembra un puledro impazzito e gli risulta difficile raggiungerla, eppure sa che deve farlo, perché la farmacia è poco distante. Vuole tentare un’ultima carta, deve per forza rallentare il suo passo.

-Ti amo!- la voce gli esplode dal petto e raggiunge le orecchie di Caterina. Lei vacilla, incespica, perde il ritmo e volta la testa mostrando il viso rigato dalle lacrime e il labbro inferiore che inizia a gonfiare. Mario si sente potente, è sicuro di avere la meglio e imprime più vigore alla corsa. E’ vicino, quasi un soffio lo separa e allunga la mano, pronto ad afferrarla da dietro.

-Che cazzo fai?- sente urlare alla sua destra, dove i lampioni non riescono ad illuminare il tratto di marciapiede che sfuma tra gli alberi. Un uomo sulla trentina sbuca e gli si para davanti. Mario frena la corsa e così fa Caterina.

-Ti stava importunando?- le chiede. Lei non risponde, il cuore le scoppia in gola dallo sforzo, ma non servono parole per spiegare ciò che il suo viso trasmette.

-Strano modo di dichiararle il tuo amore- dice l’uomo e all’improvviso un pugno parte facendo rotolare a terra Mario.

Con il cuore ancora in gola, Cristina realizza che il pugno assestato dallo sconosciuto a Mario le dà il tempo di fuggire. E così fa. Non ha ancora recuperato il fiato, ma corre. Un pensiero le attraversa la mente come un lampo: il bambino! Chissà dove lo ha lasciato quello sciagurato di Mario. Così, senza che il cervello dia il comando, i suoi piedi danno una sterzata sull’asfalto polveroso e lei torna indietro. Supera Mario, che giace in terra e di cui non ha pietà, e supera anche il giovane uomo che sta sfoderando il cellulare dalla tasca. Vede un luccichio in terra: che fortuna! Sono le chiavi dell’auto, il suo uomo deve averle perse nel capitombolo. Le afferra in corsa, ferendosi ad un ginocchio e riparte.

Cerca di ripercorrere l’ipotetico tragitto compiuto da Mario e infatti eccola lì, l’auto di gran lusso, con quella creatura dentro. Affretta il passo e lo sterno prende a dolerle; la ferita al labbro batte ancora più forte. Una volta guinta, con una mano si appoggia all’auto e con l’altra si comprime un punto imprecisato tra il costato e lo stomaco. Poi si guarda la mano: ancora stringe le chiavi; quindi apre. Il pupo ha un respiro regolare e sembra dormire beatamente. Appurato ciò, Cristina si mette alla guida e… dovrebbe ricordarsi come si fa, una volta glielo aveva insegnato Mario… il suo Mario. Tanto tempo fa. Mentre ripensa con tenerezza alla sua prima giovinezza, il corpo ha già agito e la macchina si sta snodando tranquilla nel viluppo nero della notte.

Ora ha le idee chiare: sa che vuole riportare il bambino ai suoi genitori, ma non vuole finire nei guai. Così escogita un piano: cercherà di giungere in prossimità della farmacia senza essere vista da poliziotti e curiosi. Lascerà l’auto a margine della strada, sgattaiolerà e … esistono ancora i telefoni pubblici? Sì, ricorda di uno che si trova all’incrocio più avanti, vicino ad un tabaccaio. Lì potrebbe fare una telefona anonima alla polizia per far ritrovare il piccole e l’auto. È decisa. Deve solo trovare una strada alternativa che la conduca al luogo del furto senza essere beccata.

Prende un paio di svolte; la macchina prosegue fluida, quasi si guidasse da sé. Però, ad ogni svolta, in Cristina cresce il presentimento di essersi smarrita. Dopo dieci minuti ne ha la certezza: si trova davanti ad un cartello di fine competenza del suo comune. Sconsolata, viene scossa da singulti improvvisi: nella sua vita non ne combina mai una giusta! Hanno ragione tutti: lei prova a fare qualcosa di buono, ma puntualmente rovina tutto! Come con Mario. Forse lui ha ragione a prendersela tanto con lei: non è stata buona neanche a tenersi un bambino in pancia! Batte i pugni sul volante e una forte risolutezza prende il posto dello sconforto di prima. Andrà fino in fondo: se il destino le ha mandato quel bambino, lei allora se lo terrà.

-Stai buono, Gabriele? – Dice allo specchietto retrovisore.

Poi vi guarda dentro e vede i suoi occhi inteneriti: adesso anche lei ha dato un nome a quel bambino sconosciuto!

Guida per un tempo interminabile; la campagna le scorre a destra e a sinistra e, col buio, non distingue sagome. Forse non ci sono abitazioni da quelle parti. In un punto remoto, tra due colli alla sua destra, il sole si leva timido. Cristina percorre qualche altro chilometro ed è in questo momento che scorge delle baracche. Frena di botto l’auto sollevando un gran polverone. Sterza e imbocca un sentiero che non sembra essere fatto per le macchine; ma Cristina questo non lo sa o non le interessa e prosegue ugualmente. Ha qualche difficoltà per superare delle radici di grandi alberi che si trovano rialzate rispetto al terreno, ma ad un tratto, in un punto del tutto inaspettato, la ragazza intravvede quello che assomiglia ad un sentiero. Sterrato, certo, ma pur sempre un sentiero. L’auto ha ora meno difficoltà e Cristina raggiunge un grande piazzale fatto di polvere. Si tratta di una enorme circonferenza vuota con delle piccole baracche ammassate sul fondo. Poco distanti dalle baracche, grandi bidoni di metallo rilasciano volute di fumo: forse qualcuno ci si era scaldato durante la notte appena trascorsa. Cristina è ora ferma; il bambino si agita nel suo involto di maglione, ma dorme ancora. Lei tira il freno e congiunge le mani tra le cosce per scaldarle un po’. Non passano che pochi minuti, quando la porticina di una delle baracche di lamiera si apre, ne esce una ragazza dai capelli lunghi e scarmigliati. Allarga le braccia tirandosi sui polsi le maniche di un maglione lacero. Un tempo doveva essere stato verde smeraldo.

-Benvenuti! – grida in direzione di Cristina. – Qui siete i benvenuti!-

Altre persone escono dai vari ricoveri. A Cristina sembrano tutti molto giovani, ma non ha scelta. Scende dall’auto col bimbo in braccio e si reca a fare conoscenza. Non è la prima volta che vive in una comune di vagabondi, non ha sempre vissuto solo con Mario; ma non sa che quella, per i prossimi giorni, sarà casa sua e del bambino.

****************************************************************

Giorgio vuol sbrigare subito quella pratica e tornare a casa: ha ancora il borsone delle palestra con i guantoni e le scarpette da pugilato e tutto il resto… e poi gli allenamenti si erano protratti troppo a lungo per quella sera. Tra due giorni i suoi ragazzi avrebbero avuto un difficile incontro. Mentre estrae il cellulare dalla tasca del giubotto per chiamare la polizia, il verme che ha appena steso appare privo di sensi, nel bel mezzo della strada. La ragazza sembra essersi dileguata. Invece no, è tornata indietro, raccoglie qualcosa da terra e fugge via nella direzione da cui erano arrivati. Giorgio non aveva tempo per interpretare quel comportamento.

-Pronto? Sì! Salve, vorrei denunciare una violenza… sì mi trovo in via… - il ragazzo guardò in alto la targa della strada e fornisce tutte le informazioni necessarie al centralino.

Dà così le spalle all’uomo a terra. Non ha ancora finito di parlare, quando vede un’ombra muoversi. Getta il cellulare, si volta di scatto e assesta al verme un pugno in pieno stomaco, che lo lascia senza fiato. In questa frazione di secondo, Giorgio scende dal marciapiede e cinge l’uomo per bloccarlo a terra, tenendogli ferme le mani e le gambe. Non è uno sforzo enorme; il fisico di quell’uomo non è un granché, anzi, si tiene in piedi a malapena. È mingherlino, il viso scavato, sembra non mangiare da giorni e la sua giacca ha sicuramente visto tempi migliori. In ogni caso, il tipo ha ripreso bene i sensi: anche se non ha una gran forza, non gli si può negare che non abbia ostinazione. Infatti gli dà un gran da fare.

Mario si divincola impiegando tutte le sue energie. Si muove parecchio, ma è bloccato a terra. Giorgio fatica in quella posizione com’è, appoggiato su un solo ginocchio, a tenere fermo il tizio. Questa strana lotta dura per dei minuti. Poi Mario desiste; nelle sue orecchie sibila il suono di una sirena che gli appare lontanissima, invece, dopo pochi secondi, l’auto della polizia parcheggia accanto a lui.

Da questa scendono due agenti imberbi. Giorgio parla in fretta e continua a tenere la presa. Uno dei due poliziotti neanche si china subito per sollevare da terra Mario. Mario, dal canto suo, adesso è come un vuoto burattino nelle mani di quegli uomini. Una volta ammanettatolo e messo al sicuro in macchina, uno degli agenti si avvicina a Giorgio:

-Prenda la sua auto e ci segua! Deve rilasciare una denuncia scritta, non ci vorrà molto-

Una volta in auto, i due agenti si guardano stupiti e stanchi:

-Che notte! – comincia uno.

-Per fortuna che eravamo nei paraggi! Da quel farmacista!- fa eco l’altro.

-Già… -

Mario non conosce nessuno dei due agenti: sono dei pupi, non li ha mai visti. Forse per quello lo hanno trattato con tanta rudezza e formalità: gli agenti anziani, che lo conoscono, nemmeno gliele mettono le manette, tanto lo sanno che lui, una volta beccato, non va da nessuna parte.

Appoggia la tempia al vetro del finestrino; sta pensando alla sua Cristina con in braccio il suo Gabriele:

"Io teng' sulo a vuje"

Poco dopo la stana carovana arriva presso gli uffici della polizia. Giorgio smonta dalla sua auto con aria stanca e segue i due agenti fin dentro.

Quando entra, trova il tizio già in una cella posta accanto alle scrivanie e uno dei due agenti dietro il computer.

Non passa molto tempo, che Giorgio vede sfilare tanti agenti e alcuni pezzi grossi, immagina dei detective, dato che non sono in divisa. Molto probabilmente stanno tornando dalla nottata: non sembra gente che stia iniziando ora il turno! I visi sono lunghi, le parole poche e rattrappite. Uno di quelli con la giacca e la cravatta e il viso più anziano prende la parola:

-Ragazzi, complimenti per l’ottimo lavoro e, lo so che siete sfiniti, ma non è ancora terminato il vostro compito per oggi! Quella creatura va trovata e il prima possibile….- poi, rivolgendosi a quello più vicino a lui, abbassa il tono, ma è ugualmente udibile da tutti nella stanza:

-Ehi, convoca immediatamente i genitori!-

Giorgio guarda verso una finestra con le sbarre, posta molto in alto, dietro la fila di scrivanie; da questa, filtra un bagliore quasi accecante: è l’alba.

Cristina, accolta insieme a “Gabriele” in quella baraccopoli di giovani alla ricerca di riparo e di libertà, viene ricevuta con affettuosa premura. «Bello ‘o bimbò, quant mise tiene?» Poi la fanno accomodare dentro una baracca piena di materassi ammucchiati e coperte colorate e Cristina si sente subito a casa. Ha paura di dire a verità, vorrebbe confidarsi, ma se qualcosa andasse storto? Se Mario la rintracciasse, sarebbero altri lividi, dal suo labbro uscirebbe altro sangue, ancora. Lui, solo così sapeva amarla oramai. Ha gli occhi lucidi é felice, le sembra di avere in braccio quel suo bambino mai nato. Lei, che non è mai stata capace a fare nulla di buono, nemmeno di portare a termine la nascita di un figlio. Forse non se lo meritavano, sbandati com’erano, o meglio, Mario non sarebbe stato il padre ideale, lo avrebbe cresciuto abituandolo alla violenza, a mancarle di rispetto. Ecco perché quel bambino non era voluto nascere, Dio sapeva. Ora no, però. Lei avrebbe pensato bene al futuro del “suo” Gabriele”. Una ragazza le offre del pane e formaggio insieme a un bicchiere di vino. «Grazie, siete buoni con me» dice mordendo con avidità quel bendiddio. Il bimbo si agita ora tra le coperte; i primi lamenti poi un pianto disperato. Apre gli occhi e non conosce quel luogo strano e quella gente: ha paura e fame, anche. Cristina abbandona il suo pasto e lo stringe al petto e, intonando una canzone, lo culla. Il piccolo si calma, sorride e allunga la manina per sfiorare quel volto tumefatto, quasi a rendersi conto del male che la donna aveva subito. Le sirene, da lontano, continuano a perlustrare la zona, è evidente che stanno cercando lei, ormai avranno capito. Il dolore le spacca il petto, si sente mancare “No, io teng’ sulo a te” pensa, lo guarda quasi a mangiarselo con gli occhi: lo ama pazzamente. Lo stridio delle gomme sullo spiazzo della baraccopoli, rivela che il suo sogno sta per concludersi. Si arrende alla realtà, consapevole che il suo bambino non farebbe una vita felice insieme a una senza tetto, disperata. Allora aspetta che bussino a quella baracca, portandole via l’ultimo sogno rimastole, l’ultimo attimo d’amore. Sarà un nuovo inizio, avrà una nuova vita, cominciando da quelle misere baracche dove la gente che nulla ha da perdere, è capace di dare molto di più di quella del mondo in cui è vissuta sino a quel momento. La porta si apre, la poliziotta si avvicina mentre lei, impotente, il volto bagnato dal pianto, regala l’ultima carezza al suo “Gabriele”. Con il nodo in gola si raccomanda: «Trattatela bene a creatura». Poi dovrà rispondere a mille domande e la porteranno via ma, mentre si asciuga le lacrime, pensa “Sono stata mamma per qualche ora pure io e ho fatto, una volta tanto, la cosa giusta.”

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