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Una storia di Raffaele

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Alla memoria

Pubblicato il 25 luglio 2017

Negli anni 90, il fenomeno grunge, in ambito musicale, sconvolse la scena rock metal mondiale creando una vera rivoluzione e dando il via a correnti musicali ibride e alternative in netto contrasto con il passato. Molti gruppi storici vennero sostituiti da giovani incazzati con un’ idea abbastanza chiara del tipo di musica da proporre. Supportati da produttori che li distribuirono in tutto il mondo ebbero, nel giro di pochi anni, una visibilità totale. In breve, molti gruppi storici cercarono di adattarsi modellando la propria musica in modo da proporla più “orecchiabile e moderna”, mentre altri, incapaci di adeguarsi, scomparirono.

Tra i sopravvissuti non ci furono – né ci sono oggi - quegli stessi giovani incazzati che avevano avviato la rivoluzione, finendo per decimarsi per motivi diversi e quasi sempre tragici.

In quella generazione di giovani musicisti il cui talento a volte è discusso, c’è chi ha lasciato un segno indelebile. Che piacciano o meno, certi artisti, si fanno ricordare. Ci sono molte ragioni che determinano un successo, ma è giusto dire che il talento, quello vero, ne è partecipe.

Molti di quei ragazzi erano arrabbiati perché erano stati vittime, in modi diversi, di una vita che li aveva maltrattati. Attraverso l’arte musicale, la maggior parte di loro ha trovato un libero sfogo, una catarsi. Leggendo le storie personali vi troviamo frustrazione, rabbia, voglia di condanna ma anche vergogna di mostrarsi per come si è se non attraverso la musica. Analizzando certi testi musicali si potrebbero scrivere trattati di psicologia.

Ma perché li abbiamo ascoltati? È possibile che tra i milioni di fan che riempiono stadi, palazzetti dello sport, che comprano dischi e indossano le magliette con i volti dei loro idoli musicali ci sia una marea di depressi frustrati vittime di violenze e abusi?

Sarebbe facile etichettare, ma la questione è molto più complessa.

Per esperienza, per conoscenze e frequentazioni, ho conosciuto pochi fan con lo spirito emulatore del proprio idolo, della serie, se lo dice lui è vero, quindi farò la stessa cosa. Droga e alcool spesso fanno da contorno a ragionamenti di questo tipo, e dietro, c’è sempre una ragione. Quasi sempre violenta.

C’è anche mancanza di forza, di volontà, di reattività e tutto questo va ricercato in una educazione, un ambiente, delle frequentazioni e nel mai troppo citato dna. Sì, perché piaccia o meno, siamo tutti un po’ depressi – per motivi vari, tutti abbiamo subito un qualche trauma o violenza – magari senza cicatrici indelebili, ma non tutti decidono di farla finita.

Magari non è come dico, magari non conosciamo il numero esatto di chi decide di mollare e ne discutiamo solo quando qualcuno famoso porta alla ribalta la questione. Il cantate famoso, lo scrittore famoso e via discorrendo.

Verrebbe da chiedersi perché dare tanto credito a persone che nonostante il talento riconosciuto decidano di farla finita. A scuola ne abbiamo studiati di personaggi simili, o no? Scrittori, pittori, artisti riconosciuti e di fama mondiale.

Abbiamo poi ascoltato la musica di tanti cantanti che hanno dato il ben servito alla vita in modi più o meno simili giustificandosi, chiedendo scusa, magari con il dito medio alzato come ultimo atto di sfida. Persa, però.

Sinceramente non so che pensare. Né mi permetto di giudicare. Queste righe nascono solo da una riflessione personale per l’ennesima morte dell’ennesimo musicista della musica che mi piace ascoltare. Che mi fa riflettere, sorridere, arrabbiare o intristire. Dipende.

Una cosa è certa. Quando un disco finisce, la vita continua.

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