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Una storia di Anna.marino.9889

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Essenziale 2049

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Come codici a barre.

Di Anna Marino

Pubblicato il 21 novembre 2017

L’aula era silenziosa. Gli occhi dei bambini erano fissi sui fogli da disegno, concentrati ognuno nella propria creazione.

I pennarelli a cera, di tanto in tanto, rotolavano giù dai banchi. Sul pavimento infatti, si potevano scorgere residui di polvere colorata e tante macchioline pigmentate di varie tonalità che sembrava formassero un arcobaleno.

Sara puntò la matita sul suo foglio ruvido e disegnò una serie di ovali e cerchi, sparpagliati qua e là. Poi come un’artista professionista, sollevò l’album e scrutò attentamente il suo lavoro. Assottigliò lo sguardo per scorgerne le varie imperfezioni e annuì soddisfatta.

L’insegnante, notando l’anomalo comportamento della bambina, marciò come un sergente maggiore durante un’ispezione. Si fermò accanto al banco di Sara e incrociò le braccia con aria nervosa: <<Che cos’è questo!>> Chiese con tono aspro, puntando l’indice verso il foglietto.

La bambina si strinse nelle spalle, intimorita. <<Beh ecco… le mie pecore.>> Farfugliò sommessamente.

<<Questo mucchio di scarabocchi le chiami pecore?>> Replicò la donna sempre più inviperita. <<Sara, è la terza volta questa settimana che fai l’esatto contrario di ciò che ti viene chiesto. Credo sia ora di fare una bella chiacchierata con i tuoi genitori. >>

<<Ma non è colpa mia, glielo giuro! Io ci provo… non sono brava in disegno!>> Replicò la piccina con gli occhi velati di lacrime, stringendo spasmodicamente i piccoli pugni sotto il banco.

I compagni di classe presero a ridacchiare e parlottare sottovoce, fissandola con aria di scherno.

L’insegnante scosse il capo sprezzante. <<Queste sono soltanto delle scuse. Domani parlerò con i tuoi genitori e vedremo di risolvere questa faccenda una buona volta.>> Concluse freddamente. Sistemò gli occhialini sul naso, girò sui tacchi e tornò alla cattedra.

*

Alessandro infilzò i suoi spaghetti al ragù arrotolandoli sulla punta della forchetta con frenesia: <<Così la maestra ti ha rimproverato per un disegno?>> Chiese, mettendosi il boccone in bocca.

Sara annuì mogia e arrotolò svogliatamente i suoi spaghetti attorno alla posata: <<Dice che lo faccio apposta.>> Mormorò tristemente.

<<Apposta a far cosa?>> Continuò il padre con aria seria.

Lei fece spallucce: <<Ad andare contro corrente. A fare di testa mia infischiandomene delle sue direttive.>>

<<Ed è così?>>

La bambina sgranò i grandi occhioni azzurro cielo: <<No che non lo è. Papà io non so disegnare, è la verità!>>

Alessandro si protese verso la bambina e le accarezzò la guancia rosea con il dorso della mano: <<Mia piccola principessa, nessuno nasce artista. L’arte richiede tempo, dedizione e intenso lavoro. E poi ciò che ad alcuni può non piacere, altri magari, potrebbero considerarlo un capolavoro! Io ho visto ciò che hai creato e a mio parere è un bellissimo disegno, tesoro mio.>>

Sara alzò lo sguardo verso il padre. Sorrise e sfregò il viso nella grande mano calda e rassicurante.

Un improvviso squillo metallico attirò la loro attenzione.

Alessandro si alzò immediatamente da tavola e andò a prendere uno strano rotolo nero posato sopra una mensola. Lo srotolò e pigiò un minuscolo tasto posto alla base dell’oggetto.

Sulla pellicola scura, simile a pelle, apparve l’immagine di una splendida donna in divisa: <<E’ Anna!>> Esclamò felice.

Sara poggiò i gomiti sul piano di legno e si protese verso il monitor: <<Mammmaaaa!>> Urlò eccitata. <<Come stai? Dove ti trovi?>>

La donna rivolse loro un dolce sorriso e sospirò con aria sognante: <<Eccoli i miei angeli finalmente! Mi siete mancati tanto!>>

<<Anche tu ci sei mancata tantissimo!>> Replicò la piccina con enfasi.

Alessandro si accostò alla figlia e si chinò verso il display: <<Tesoro, come stai?>> Chiese apprensivo.

<<Sto bene non temere, siamo appena atterrati sul pianeta “Spectrum 74”. Non è molto accogliente a dire il vero. Ci sono molte rocce appuntite come coltelli e alberi bizzarri che sembrano capovolti. Ma almeno non fa freddo come su Plutone cinque!>>

<<Avete trovato forme di vita aliena?>>

<<Solo comuni animali, ma stiamo montando il campo base per la notte. Domani faremo delle analisi accurate dei minerali e dei batteri che vivono su questo pianeta e vi farò sapere.>>

<<Mamma,>> irruppe la piccina. << ho preso quattro in disegno. La maestra ha detto che vuole parlarvi a entrambi.>>

<<Quattro? Mi sembra alquanto strano, tu hai sempre adorato disegnare! >>

<<Si, ma lei dice che faccio sempre di testa mia e creo soltanto scarabocchi.>>

<<D’accordo, domani parleremo con l’insegnante e vedremo di chiarire questa situazione, non preoccuparti.>>

La conversazione continuò serenamente, passando dal tempo alle mansione domestiche del marito, in attesa che la moglie concludesse la sua missione e tornasse sulla Terra. Dopo i saluti calorosi e la promessa di risentirsi presto, Alessandro chiuse la linea poi arrotolò nuovamente il dispositivo, tornando a posarlo sulla solita mensola.

Finito il pranzo, Sara si dedicò a sparecchiare la tavola e il babbo a lavare i piatti.

<<Sai,>> Cominciò l’uomo con aria assorta, <<mi chiedevo se ti andasse di fare una scampagnata fuori paese, domenica?>> Concluse posando le stoviglie, appena lavate, accanto al lavandino.

La piccina ebbe un fremito di gioia: <<Dici davvero?>>

Alessandro annuì.

<<SIIIIIIIIII>> Urlò Sara, piroettando come una ballerina su se stessa. Era da tanto tempo che non facevano una bella gita, sarebbe stato splendido passare del tempo insieme. <<Dove andiamo?>> Chiese curiosa.

<<Alla fattoria di Matteo Ottavi. Tu non lo conosci ma è un mio caro vecchio amico. Ha un caseificio fuori paese che produce degli ottimi latticini. Così vedrai le pecore di persona.>> Concluse ammiccando.

**

La maestra Sedrini accavallò elegantemente le gambe sulla spartana sedia di plastica riciclata, intrecciò le dita sulla cattedra e si protese leggermente verso Alessandro.

Anna invece, assisteva alla riunione grazie al Patrol M6, il dispositivo leggero, che somigliava a un pannello solare pieghevole. Il telefono era in grado di mettere in contatto persone anche a lunga distanza o addirittura, fuori dal sistema solare.

L’insegnante, come soleva fare, sistemò gli occhiali sul naso e prese a leggere il registro digitale: <<La scorsa settimana vostra figlia ha deliberatamente sbagliato un tema.>>

<<Deliberatamente sbagliato?>> Fece eco Alessandro alquanto perplesso.

<<Esattamente signor Lorusso. Il titolo era: “Descrivi il tuo migliore amico.” E sapete chi ha citato Sara? Benny, il suo compagno immaginario: una specie di alieno che si nutre di ciambelle cotte al vapore ed è allergico agli adulti, tant’è che una semplice stretta di mano gli provoca l’orticaria.>>

Alessandro soppresse una risata. <<Capisco!>> Mormorò, tentando di restar serio.

<<Inoltre,>> continuò la donna. <<Durante l’ora di artistica, piuttosto che seguire le mie direttive ha preferito scarabocchiare una serie di cerchi e ovali privi di senso. Avevo esplicitamente ordinato agli alunni, di disegnare delle pecore al pascolo. Vostra figlia ha preferito creare un mucchio di ghirigori con qualche sprazzo d’erba qua e là, invece di adempiere al suo dovere come hanno fatto tutti. Ciò è inammissibile! >>

Anna dal monitor adagiato sulla scrivania, si schiarì la voce per richiamare l’attenzione: << Mi scusi maestra, mi rendo conto che mia figlia ha un modo tutto suo d’esprimersi.>> Irruppe, mantenendo un tono serio ma cordiale. <<Tuttavia è una bambina ricca di fantasia ed estremamente creativa. Il suo non era un atto di ribellione, quanto il desiderio di poter esternare il suo mondo interiore.>>

L’istruttrice fissò con sguardo severo la donna, irrigidendosi come una statua di marmo: <<Signora mia, noi in questa scuola non cerchiamo nuovi Picasso, la nostra missione è forgiare i futuri cittadini di questo paese, preparandoli alla vita “vera”.>> Sottolineò con enfasi. <<Questo suo esteriorizzare è sintomo d’immaturità e richiede una maggior rigidità da parte vostra. La bambina va responsabilizzata e riportata, mi perdoni, con i piedi ben piantati a terra.>>

Alessandro si massaggiò il mento pensieroso: <<Vedremo di risolvere questo problema signorina Sedrini, glielo garantisco.>>

L’insegnante annuì soddisfatta e rilassò i lineamenti severi, sfoggiando per la prima volta un gradevole sorriso.

*

L’auto avanzò sulla strada sterrata, procedendo a rilento a causa delle grosse buche presenti. Sara prese a canticchiare un motivetto allegro, battendo i piedini con aria serena. Era piacevole andare a spasso con il suo papà. Lui era sempre così buono e gentile: anche quando si arrabbiava, i suoi occhi continuavano a sorridere e non erano mai cattivi.

Alessandro scalò di marcia e rallentò in vista della staccionata che delimitava la fattoria: <<Siamo arrivati.>> Comunicò, voltandosi verso la figlioletta.

La piccina allungò il collo in direzione della immensa struttura a forma di U, che si scorgeva poco lontano: <<Quella è la fattoria? A ma sembra una base aliena!>>

Il padre ridacchiò: <<Vedi tesoro mio, ormai gli ovili sono stati rivoluzionati: da quando hanno scoperto che un ambiente pulito e rilassante, triplica la produzione di latte, sono state create delle strutture adatte, in modo da rendere più proliferi questi animali.>>

<<Capisco!>>

La vettura parcheggiò nei pressi di un ampio cortile. I due scesero e si avviarono insieme verso l’imponente edificio bianco che svettava come una torre verso l’orizzonte. Quando varcarono la soglia, vennero accolti da una musica delicata e piacevole che lasciò Sara senza fiato.

L’interno profumava di fragole e fiori di campo. Il pavimento era un immenso prato verde perfettamente curato. Ai piedi delle pareti vi erano dei lunghi contenitori di plastica trasparente, che conteneva paglia e cereali di vario genere.

La bambina come vide le pecorelle, prese a saltellare emozionata: <<Guardale papà, sono bellissime!>> Esclamò, aumentando il passo per raggiungerle in fretta.

Gli animali pascolavano quietamente, masticando erbetta fresca e fiori di camomilla.

Lo staff si prendeva cura di loro, accarezzandole e lisciando loro il pelo con delle spazzole adatte.

Un uomo alto e robusto, con la testa pelata, si staccò dal gruppo e andò loro incontro.

<<Alessandro!>> Esclamò entusiasta. <<Quanto tempo è passato dalla tua ultima che sei venuto a trovarmi!>>

<<Hai ragione Matteo, perdonami. Il lavoro mi porta via un mucchio di tempo.>> Replicò il padre di Sara, porgendogli la mano cordialmente.

I due si persero in chiacchiere, la bambina si allontanò in direzione di una piccola capretta che scorrazzava lì vicino.

Si piegò sulle ginocchia e prese ad accarezzarla: <<Sei tenerissima lo sai!>> Esclamò emozionata. Coccolare quella creatura tanto soffice e dolce, la riempiva di gioia e la rasserenava. Si accomodò sull’erbetta assieme all’animale. La capretta prese ad annusarla curiosa, poi si avvicinò in cerca di attenzioni.

La melodia riempiva l’edificio, contribuendo a creare un’atmosfera quasi magica, surreale. L’eco della musica si propagava nella galleria, amplificandone le vibrazioni.

La mattina passò in fretta, come spesso accade quando ci si diverte. A pranzo, vennero invitati da Matteo a mangiare insieme al personale, nella sala mensa.

Quando la piccola entrò nell’ampio locale, le narici vennero stuzzicate immediatamente dall’odore di buon cibo e di castagne arrosto.

Sulla lunga tavolata che si piegava a ferro di cavallo, spiccavano numerose bottiglie di candido latte.

La piccola si accomodò accanto al padre e al proprietario della fattoria.

Assetata, si versò un po’ di liquido candido nel bicchiere e lo mandò giù tutto d’un sorso.

<<Ti piace?>> Chiese Matteo, lieto di veder la bambina consumare il suo prodotto.

<<E’ buonissimo!>> Rispose Sara, leccandosi le labbra golosamente.

<<Mi fa davvero piacere. Vedi, noi alleviamo queste creature sin dalla nascita. Ce ne prendiamo cura amorevolmente. Solo così possiamo ottenere degli animali più produttivi e in perfetta salute. Pochissimi si ammalano e quasi nessuno necessita di cure o antibiotici. Ecco perché il latte è così buono.>>

Sara s’incupì di colpo. Produttivi… è questo che sono per loro, soltanto dei prodotti, nulla di più.

Si guardò attorno e questa volta vide le cose sotto un’altra prospettiva: tutta quella gente che mangiava e chiacchierava animatamente, vestiti con gli stessi cappellini e le divise bianche, non desideravano il meglio per quegli animali, desideravano che producessero maggiormente, per fare più soldi. Erano bestie da lavoro, non esseri viventi. Storse il musetto e si chiuse nel silenzio.

*

La cameretta era immersa nella penombra mentre la lampada a forma di planisfero, proiettava sulle pareti e sul soffitto, miriadi di stelline e costellazioni fluorescenti. Sembrava di galleggiare nella vastità dell’universo.

Alessandro rimboccò le coperte alla figlia e si chinò per accarezzarla: <<Sei stata bene oggi?>>

La piccola annuì.

<<Allora, come mai per tutto il tragitto in auto sei rimasta stranamente in silenzio?>>

<<Ero stanca.>> Mentì la bambina.

<<Capisco.>>

Alessandro gettò uno sguardo fugace alla divisa scolastica appesa all’armadio. <<Hai tutto pronto per domani?>>

<<Sì, tutto.>>

<<Bene. Ascolta tesoro, so che la scuola non è semplice e che magari alle volte non ti senti all’altezza, però ci terrei che rispettassi le direttive della maestra, così da non farla arrabbiare nuovamente.>>

La piccina colpita da quelle parole, si mise a sedere: <<Papà io mi applico e faccio del mio meglio! Ma i miei compiti non piacciono mai alla maestra.>>

<<Principessa, mi rendo conto che sei una bambina molto fantasiosa, ma forse dovresti tornare un po’ con i piedi per terra, che ne dici?>>

Sara non rispose, si limitò a stringere con rabbia le lenzuola e a trattenere le lacrime, per non far dispiacere il padre.

*

La maestra posò il libro sulla cattedra e si rivolse agli alunni: <<Oggi facciamo un nuovo tema bambini, attivate il quaderno interattivo e scrivete il titolo: “Cosa vorrei fare da grande.”>>

Sui display integrati nei banchi, apparve il titolo del tema. Il cursore lampeggiò sulla prima riga, in attesa d’esser scritta.

Sara raccolse la penna digitale e sbuffando cominciò a riflettere. Nella sua mente si creò un tremendo dilemma: fare ciò che dicevano il papà e la maestra, o scrivere d’istinto come aveva sempre fatto?

Rifletté su quali fossero i suoi obbiettivi, i suoi interessi: aveva sempre ambito a diventare fotografa dell’universo. Desiderava viaggiare come la mamma, per pianeti diversi e immortalare le bizzarre creature, le piante dagli stravaganti colori ma soprattutto gli affascinanti paesaggi alieni che a pochi era concesso vedere. Questo purtroppo non poteva scriverlo, altrimenti la maestra si sarebbe adirata con lei e questa volta le avrebbe messo di sicuro una nota sul registro.

La signorina Sedrini sul suo display, visionava attentamente i temi degli alunni. Le bastava pigiare un tasto per accedere ai compiti che venivano svolti dagli studenti. Sara notò che scorreva le pagine e sottolineava le parole errate e queste, automaticamente, si coloravano di rosso.

La bambina poggiò la guancia sulla nocca della mano. Fissò il suo monitor con disinteresse: era annoiata da un titolo così monotono e piatto. Mentre rimuginava sul da farsi, notò che sul suo computer lampeggiava qualcosa. Strinse gli occhi e si accorse con stupore, che si trattava di un codice a barre. Quella improvvisa scoperta la fece inorridire. Aveva già visto quei numeri e quelle linee sulle confezioni di latte alla fattoria. Suo padre le aveva spiegato che erano codici identificativi dei prodotti. Servivano a capire quale fossero la provenienza, la qualità e altre informazioni specifiche dell’alimento in questione.

Si guardò attorno sconvolta: I suoi compagni erano piegati sui loro quaderni interattivi. Notò che le bambine portavano tutte quante i capelli legati in uno chignon, esattamente come la maestra. Sembravano delle replicanti. Anche i bambini con le loro divise grigie, apparivano tutti simili tra loro.

Quell’immagine le riportò alla mente l’ovile che aveva visitato: un gregge di pecore calmo e remissivo. Certo l’ambiente, era pulito e accogliente, ma era soltanto un semplice escamotage per ammansire e addomesticare la mandria.

Suo padre le aveva raccontato che da bambino, quando andava a scuola, era uso portare uno zaino pieno di testi scolastici. Ma nel 2045, grazie all’avvento della nuova tecnologia, la carta era stata totalmente rimpiazzata dai monitor, e gli zaini da una scheda di memoria che veniva recuperata a fine lezione, portata a casa, e poi inserita nel computer personale per poter svolgere i compiti pomeridiani.

A ogni alunno che cominciava il proprio percorso formativo, veniva assegnato un codice identificativo, lo stesso che ora lampeggiava sul suo display. Tutto era regolato dal server centrale, in dotazione all’insegnante, la quale, grazie a questo sistema, aveva libero accesso ai dati personali di ogni studente.

Sara si morse il labbro inferiore, prese la sua penna ottica e cominciò a scrivere di getto, fremente di rabbia.

Il tempo trascorse scandito dal silenzio.

Mezz’ora prima che suonasse la campana, l’insegnante prese a scansionare i vari lavori, compreso quello di Sara.

I suoi occhi si sgranarono di colpo. Divorò ogni riga senza emettere fiato, senza proferir parola, totalmente rapita da quell’opera dal contenuto così forte e sentito. Strinse i pugni in grembo e s’irrigidì.

Quando la campanella decretò il termine dell’orario scolastico, non si mosse.

Gli alunni si alzarono uno ad uno e, salutandola educatamente, presero a uscire dall’aula lasciandola sola, in preda ai suoi pensieri.

I vetri delle finestre presero a punteggiarsi di minuscole goccioline d’acqua che scivolavano delicatamente lungo la superfice fredda e appannata.

La donna spense il pc e si alzò lentamente dalla cattedra, muovendosi come un automa. Raccolse la sua borsa e si avviò verso l’uscita, camminando con sguardo assorto.

Quando giunse all’aperto, venne investita da una leggera pioggerella fresca che la colse di sorpresa e la fece sussultare: non si era resa conto delle avverse condizioni atmosferiche che imperversavano fuori. Aprì la borsa ed estrasse un piccolo ombrello, lo aprì e mantenendo un’andatura lenta ma costante, s’incamminò lungo la strada che conduceva alla metrovia: una specie di metropolitana all’aperto che utilizzava un nastro mobile al posto dei vagoni.

Era un mezzo comodo e sicuro, inoltre il biglietto costava pochissimo.

Fece slittare la sua card nell’apposito apparecchio elettronico per il pagamento. Le sbarre si aprirono automaticamente, lasciando libero il passaggio.

Giunta in prossimità della stazione, attraversò un ponticello di alluminio, dal quale poi si accedeva a bordo del lungo tappeto gommato, che l’avrebbe portata a destinazione.

Come di consueto, il veicolo elettrico era gremito di gente: donne e uomini di tutte l’età ed etnie, anche gli animali domestici erano ammessi, infatti poco distante da lei, v’era un simpatico vecchietto che accarezzava e parlottava con il suo fedele amico a quattro zampe.

Raggiunto il peso massimo autorizzato, la Metrovia prese a muoversi. La maestra si aggrappò con una mano all’apposito appiglio: un lungo gancio d’acciaio sospeso ai margini del nastro trasportatore.

Con la mano libera sostenne il suo ombrello, per ripararsi dalla pioggia battente che ormai aveva inzuppato tutto il ruvido tappeto mobile.

Sentiva il sottile ronzio della pedana che avanzava sulle guide di traino. I passeggeri a bordo, chiacchieravano tranquillamente, qualcuno se ne stava semplicemente in silenzio, altri ancora smanettavano con i loro cellulari, totalmente immersi nel loro mondo. La distesa di gente si perdeva a vista d’occhio: tutti con gli ombrelli grigi aperti. Tutti quotidianamente rinnovavano il rito del lavoro e della breve pausa di ristoro.

La donna piegò il capo lateralmente e osservò la lunga fila: perché mai quegli ombrelli erano tutti del medesimo colore? Si chiese perplessa. In effetti, anche il suo lo era, ma non ci aveva mai fatto caso.

Quella bizzarria la riportò al tema di Sara: una bambina incredibile, dalle grandi doti intellettuali e umane. L’aveva sempre sminuita, a volte disprezzata anche, ma dopo aver letto il suo compito, si era ravveduta.

Sorrise lievemente e ripensò alle parole lette:

“Cara maestra, non so ancora cosa farò da grande: magari l’astronauta come la mamma, o forse l’ingegnere meccanico come il papà, oppure inventerò un nuovo lavoro tutto mio e farò ciò che più mi aggrada.

Oggi sono una bambina di appena dieci anni, e voglio semplicemente giocare, tutto qui. Non voglio passare ore e ore china sui libri per diventare un piccolo genio, o essere obbligata a frequentare uno sport perché così fan tutti, oppure suonare uno strumento solo per compiacere voi adulti. Io vorrei semplicemente che rispettassero i miei spazi, i miei tempi, il mio diritto all’infanzia.

Vorrei poter divertirmi in giardino all’aperto, e costruire castelli di sabbia. Sarebbe bello poter stare in silenzio a contemplare le nuvole in cielo, libera di fantasticare, di sognare a occhi aperti perché, vede cara maestra, potermi perdere nel mio mondo, inventare storie fantastiche, oppure mangiare ciambelle con Benny, il mio amico immaginario, per me è un privilegio non è una follia.

Spegnere la propria immaginazione, mettere a tacere i propri sogni e diventare dei replicanti di una società triste e malata, questa è una follia!

Non so ancora cosa farò da grande, ma so cosa non vorrò fare mai: non voglio diventare un prodotto esposto in una lussuosa vetrina, e nemmeno un codice barre che cancella il mio valore umano. Non voglio essere un oggetto prodotto in larga scala, privo di originalità e di unicità, sfruttata e poi gettata via come un rifiuto, quando non serve più.

Io voglio semplicemente essere me stessa: la piccola Sara che gioca con le bambole, che ha paura del buio, che sogna ad occhi aperti, che non è brava a scuola però ha tanto buon cuore. Mia cara maestra, magari non so suonare uno strumento, però so fischiettare perfettamente con le labbra, forse non diventerò mai un grande asso dello sport ma so arrampicarmi sugli alberi e saltare oltre le pozzanghere.

Un giorno forse, diventerò anche io un’adulta con i capelli legati in uno chignon, la divisa da lavoro e una mansione da svolgere quotidianamente, perché così va fatto. Ma oggi sono una bambina e vorrei che l’insegnate non mi sgridasse ogni volta che sbaglio o che gioco un po’ di fantasia.

Spesso quando guardo i suoi occhi, leggo tanta stanchezza e tanta infinita tristezza. Forse anche lei dovrebbe uscire fuori dalla monotonia, strappare via il codice a barre che l’è stato imposto e tornare a giocare come faceva da bambina, quando i suoi capelli erano ancora sciolti e iberi di volare al vento.

Io non sarò mai un articolo in vendita, la mia vita non ha prezzo cara maestra e, mi dica, la sua ce l’ha?”

La donna si guardò attorno con aria confusa. Incrociò lo sguardo di una bambina dai grandi occhi verdi che stringeva la mano della madre. La piccina aveva lo sguardo triste, così come tutti presenti. L’insegnante si rese conto di ciò che aveva fatto: aveva ucciso i suoi sogni, le sue ambizioni e ora stava per farlo con i suoi alunni. Si sentì pervadere dal senso di colpa. Allora chiuse il suo ombrello e con sdegno lo gettò a terra.

Si portò una mano ai capelli e liberò la folta chioma ondulata dall’elastico che l’opprimeva da tempo. Sorridendo, alzò lo sguardo al cielo e allargò le braccia, accogliendo quella pioggia come una benedizione, come la purificazione da ogni impurità o come il battesimo di una nuova vita. Da bambina, aveva sempre adorato saltellare nelle pozzanghere e annusare l’aria dopo un acquazzone, quindi la pioggia non la disturbava affatto, anzi!

Milena Sedrini, si tolse le scarpe e prese a camminare a piedi nudi tra la gente, poi a correre sotto lo sguardo attonito e indignato di tutti i pendolari che la vedevano volteggiare libera come una farfalla. Questo suscitò una serie di reazioni controverse. In molti la denigravano, altri invece, fremevano d’invidia. Nessuno tuttavia osava seguire il suo esempio, preferendo rimanere chiusi nell’anonimato, nel grigiore della loro vite vuote e monotone.

Milena sapeva che l’avrebbero additata come una squilibrata, ma non voleva essere più un prodotto nato per soddisfare le aspettative della gente. Aveva strappato il suo codice a barre e adesso era una falla del sistema, una ribelle, una voce fuori dal coro o forse era tornata semplicemente a essere… se stessa.

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