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Una storia di EdoP

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Il popolo sotto il pavimento

L'antico popolo che abitava sotto Milano

Pubblicato il 23 luglio 2017

Milano, 1961.

Alla fine dell'estate di quell'anno, quando le piogge portavano le prime avvisaglie del cambio di stagione, il quattordicenne Giacomo trascorse qualche giorno nella vecchia villa dov'era cresciuta sua madre, a ovest della città. Il domestico Eduardo, un distinto signore di origini meridionali che lavorava da tanti anni per loro, guidava una scintillante Alfa Romeo Giulietta del capofamiglia.

«​È​ da tanto che non va a trovare la nonna, signorino Giacomo»​.

«​​È​ vero.»​

L'auto intanto raggiunse una grande piazza circondata da alberi e dominata da una statua al suo centro, la circondò e s'infilò in una via da dove entrò in un elegante giardino di una villa bianca liberty a due facciate piene di motivi floreali e coi tetti spioventi.

Entrarono nel giardino e si fermarono davanti alla porta d'ingresso. Eduardo scese e si affrettò ad aprire la portiera al signorino. Quando Giacomo toccò la ghiaia, si guardò intorno. Ricordava bene la villa da quando era più piccolo. La cameriera Maria e Eduardo trasportarono qualcosa di pesante giù per gli scalini dall'ingresso principale. Era nonna Gilda. Per Giacomo fu strano vederla su una sedia a rotelle, col ricordo di lei che lo inseguiva a nascondino tra le piante e il pianterreno.

La donna appena vide il nipote sorrise.

«​Il mio nipotino preferito!»​

Il gridolino della nonna intimidì Giacomo che l'abbracciò e baciò.

«​Com'è cresciuto signorino Giacomo.»​

Disse Maria sorridente.

«​Avete visto?»​​

Aggiunse Eduardo mentre si dirigeva a scaricare i pochi bagagli.

La nonna stringeva la mano del nipote e lo guardava sognante, illuminata dal sole pomeridiano.

«​Ri-esplora pure la casa Giacomo, Eduardo provvederà a portare le tue cose nella stanza degli ospiti.»​

Diede un bacio sulla guancia alla nonna Gilda e iniziò la sua esplorazione. La casa era rimasta identica, scura, pomposa, piena di dipinti e di figure di animali come soprammobili e come stilemi nell'arredamento. Salì la scalinata in mogano e vide spuntare una coda nera. Era Napoleone, il gatto era diventato un gattone e alla chiamata di Giacomo lo fissò, gli corse incontro strusciandosi sulle gambe. Poi si immobilizzò. Guardò verso l'oscurità di un corridoio al piano superiore e schizzò in tal direzione con un miagolio quasi nervoso.

Si sentirono zampate e soffi. Giacomo avanzò verso l'altra rampa di scale per capire cosa stesse succedendo. All'improvviso vide una figura palesarsi dal buio, una figura molto piccola. Strabuzzò la vista. Sembrava pure vestita con indumenti e di genere femminile. L'essere gridava contro il gatto e deviava le sue zampate. Si lanciò dalla rampa ed estrasse una specie di aliante minuscolo, che la condusse fuori dalla finestra in pochi secondi.

L'aliante di Marianna sorvolò velocemente il giardino della villa, le sue mura, la strada, deviando i fili del tram raggiunse la villa dall'altra parte, di mattoni, il cui giardino era divenuto una giungla per l'abbandono. S'infilò in volo in una feritoia tra la muratura e il terreno. Aveva colto in volo delle foglie di alloro, abbandonò l'aliante e corse sul pavimento sudicio dello scantinato dell'edificio, tra formiche, grilli, rifiuti e polvere fino a raggiungere in un cumulo di mattoni in una buca nel terreno un'entrata. Salì delle piccole scale e raggiunse quella che era una piccola abitazione, per piccoli esseri come lei.

«​Marianna!»​​

«​​Sì?»​​​

Chiese innocentemente la piccola ragazza, mentre una porta si aprì e comparve una donna più matura di lei con sguardo severo.

«​Sei di nuovo andata fuori, non è vero?»​​​

Invitò ad entrare la ragazza e le indicò una stanza.

«​E che ne diresti inoltre di pulire un po' la tua camera?»​

«​​Sembra un campo, non è fantastico?»​​

Disse Marianna eccitata.

«​Non riesco a vedere nient'altro che disordine... Ehi ma quello lì è alloro! Tuo padre lo adora.»​​​

La ragazza sorrise, si alzò e prese le foglie dirigendosi verso la cucina.

«​E io che credevo di potervi fare una sorpresa.»​​​

La mamma portò la foglia di alloro, grande più o meno quanto lei, al naso e inspirò a fondo, gli occhi chiusi e l'espressione beata di chi sta aspettando un momento a lungo atteso.

«Con questa sto tranquilla per un anno!»

Si voltò di nuovo verso Marianna, il viso più duro.

«Non ti hanno visto, vero?»

«No, mamma, tranquilla!»

In realtà non lo sapeva. Mentre fuggiva dalla quella mongolfiera di pelo, aveva visto un'ombra avvicinarsi ma non aveva avuto il tempo di controllare se era stata vista o meno.

La mamma annuì e andò in cucina. C'era un leggero odore piacevole. Marianna la seguì.

«Cos'è questo odorino?»​​​​

«Caffè.»

«Posso averne un po'?»

«Sei troppo piccola per il caffè. Ti faccio il tè, va bene?»​

Marianna fece il musino, ma annuì comunque. «Va bene.»

La mamma si mise subito all'opera. Si sentì un rumore improvviso, come un click.​

«Cosa sarà?»

Fece la madre.

Proveniva dall'ingresso. Marianna scattò in piedi.

«Papà!»​

Incontrò il padre all'ingresso. Per essere uno Sgraffignolo era molto alto. Spalle larghe e braccia possenti facevano contrasto con l'espressione serena che aveva di solito.

«Papà, papà!»

Marianna iniziò a saltellare e a strillare. Il padre curvò le labbra in un breve sorriso.​

«Caro, ho fatto il caffè!»

Disse la madre dalla cucina.​

«Uhm».

Fu la sola risposta.

Marianna seguì il padre, tanto eccitata da non riuscire a stare ferma.

«Dove sei stato, papà?»​​

«In giro.»​

«Ti hanno visto?» chiese la madre.​

L'uomo scosse piano il capo. Si sedette al tavolo, dove era già pronta una tazzina fumante di caffè. Anche Marianna si sedette, muovendo le gambe sotto al tavolo e non smettendo un attimo di sorridere.

«Oggi è sabato!»

Il padre fece un sorso. La madre si voltò di scatto.​

«Caro...»

Marianna s'immobilizzò.​

«Me l'avevi promesso...»

Il padre si voltò verso la figlia, le spostò una ciocca di capelli dagli occhi e sorrise.​

​«Vai a prepararti»​.

Marianna saltò in piedi, rossa in volto e sorridente.

«È un rischio, lo sai. Non so che ti abbia preso!»

La madre sparecchiò la tavola.

«Sta crescendo, ha voglia di scoprire il mondo, è giusto così».

«Ma siamo tanto piccoli, così fragili, i Giganti la possono schiacciare, mentre qui è al sicuro»​.

Abbassò la testa.

«Ma non posso tenerla rinchiusa per sempre».

«Ho paura che Marianna abbia già esplorato il mondo circostante più di una volta».

Ridacchiò il padre.

«Nostra figlia è scaltra e furba, mi ricorda te da giovane».

Quelle parole fecero apparire un sorriso sul viso della donna. Lei era stata la prima esploratrice del popolo degli Sgraffignoli e, quando si erano stabiliti lì molto tempo prima, grazie alle sue scoperte era stato possibile creare una mappa della zona circostante che comprendeva un chilometro quadrato circa.

«Prenderemo il passaggio a nord, ci porterà dritti al pavimento del museo».

L'uomo si alzò e l'abbracciò.

«Con noi verrà Glom, sarà la nostra guardia del corpo».

Uno squittio si approvazione uscì dalla bocca del topolino domestico.

Nel frattempo Giacomo sedeva sulle scale della vecchia casa, negli occhi ancora l'immagine di quell'esserino di forma femminile. Che si fosse sognato tutto? Gli sembrava impossibile, poiché non aveva mai creduto all'esistenza di gnomi o folletti. La nonna lo chiamò dal piano inferiore.

«Che vuoi fare oggi?»

Rimase impassibile, quasi indifferente, col pensiero ancora a ciò che aveva appena visto.

Intervenne Eduardo.

«Se posso dare un consiglio ci sarebbe una mostra di pittura fiamminga, con opere di Floris, Aertsen e altri esponenti del XVI secolo al museo, mentre un nuovo pianista emergente della città suonerà alcune delle sue melodie durante l'esposizione».

«D'accordo».

Rispose con non troppo entusiasmo Giacomo.

«Prima però pranziamo, è l'ora».

Ordinò dolcemente la nonna.

Mentre Eduardo ripartiva con l'Alfa, il pranzo venne servito in una grande tavola nel soggiorno. Il nipote mangiò a sazietà, la nonna un po' meno ma era felice quando qualcuno di familiare mangiava a casa sua e di gusto. Giacomo poi, alzando gli occhi dal piatto, osservò la nonna con uno sguardo malinconico diretto oltre la finestra.

«​C'è qualcosa che non va?»​ La nonna simulò un sorriso e sospirò. «​Oh niente Giacomo, è solo che da tanto nessuno mi faceva più visita, non sono più quella di una volta.»​ Disse, lanciando un'occhiata alla propria carrozzina.

«​A parte tua madre s'intende, ricordo quand'era bambina, ti somiglia tantissimo... quanti anni hai ora?»​

«​Quattordici»​.

«T'invidio molto sai? Ricordo ancora quando alla tua età abitavo in questo quartiere, che era più campagna che città, non c'era ancora la statua nella piazza, di Giuseppe Verdi, che conobbi da bimba alla Scala, era un altro mondo sai... in quel periodo mi regalarono una bellissima casa delle bambole»​​.

«​Delle bambole?»​

Chiese Giacomo, affascinato dal racconto.

«​La commissionò mio padre in Inghilterra, facendola costruire per gli gnomi».​

Giacomo era stupefatto.

«​Eh?»​

E la nonna annuì.

«​Mio padre aveva avvistato degli gnomi in questa stessa casa e nella villa vicina, disse che se un giorno si fossero mostrati gli avrebbe voluto regalare quella casa... però alla fine non si fecero vedere mica, una volta mi è sembrato di vederne uno prendere una zolletta di zucchero proprio nella mia cucina, forse ha bisogno di cibo...»​

Rise e cambiò discorso davanti agli occhi sognanti del nipote.

«​Allora, Maria, lo portiamo a questo museo di fronte dopo mangiato?»

Da qualche parte, in cunicoli sotterranei Marianna e il suo papà si dirigevano verso il museo, per mostrare alla giovane Sgraffignola la famosa "arte degli umani".

Udirono un rombo spaventoso, Glom squittì di terrore.

«​Papà, che cos'è?»​

Chiese spaventata Marianna al padre in stato d'allerta con casco, torcia e lancia.

«​Sono gli umani, Marianna, che scavano sottoterra»​.

Ripresero il cammino nel labirinto che conduceva fino al giardino del museo.

«​Perché mai fanno questo terribile rumore?»​

«​​Stanno scavando per la 'metropolitana', un mostro di ferro che serve per collegare meglio la città degli umani, prima non esisteva e noi Sgraffignoli potevamo muoverci in libertà da un capo all'altro sottoterra, tra le vecchie case antiche umane a sgraffignare oggetti per vivere e costruire, senza farci vedere, oggi qui siamo rimasti solo noi e questa metropolitana avanza in ogni direzione a quanto pare e con essa sempre più umani e nuove case, inaccessibili e più alte... Di certo non ci saremmo sognati di volare sopra gli occhi di un bambino»​.

Guardò severamente Marianna, subito arrossita.

«​Perché fanno tutto questo? Voglio dire... è la nostra casa...»​

Il padre ridacchiò.

«Non lo dico io, sono giganti voraci e desiderano sempre mutare l'ambiente che li circonda e noi Sgraffignoli, siamo nati nomadi, ci adattiamo ai loro usi e oggetti, in caso ce ne andremo, come fecero tanti nostri avi in pericolo...»​

Poco dopo Giacomo era seduto ad osservare un grande dipinto del Rinascimento fiammingo, mentre Maria, cameriera e acculturata in arte dalla padrona, spiegava le influenze e le biografie dei pittori olandesi, il ragazzo, in uniforme blu e scarpe di vernice nera, si guardava intorno non troppo interessato, allietato dal pianista all'ingresso che diffondeva nell'edificio la sua potente musica classica, quando notò in lontananza, in un corridoio tra le sale deserte, tre esseri che zampettavano veloci sul parquet, uno l'aveva visto volare sopra di lui, un altro era un topo.

Maria continuava a parlare, distratta e coinvolta nel suo discorso, quando Giacomo scattò repentino alla sua destra, superando un vecchio dipinto impressionista sulla destra ed una scultura su di un piedistallo ben illuminato. I suoi passi risuonavano sul parquet lucente e, metro dopo metro, si accorse di esser desto: aveva davvero visto qualcosa!

Quel piccolo topolino camminava ben educato lungo la parete, fino ad inserirsi in una crepa del battiscopa, che portava alla sala centrale interna, quel giorno chiusa.

Giacomo allora corse alla porta, cercando di sbirciare dalla serratura per avere una visuale migliore, senza però riuscirci.

Allora si guardò attorno, gettò nuovamente lo sguardo nella serratura e s'accorse d'una finestra aperta, proprio di fronte all'ingresso.

Si staccò repentino e partì, tornando di nuovo nella sala dove Maria continuava a parlare imperterrita, con lo sguardo sorridente ed ampi gesti delle mani. Inumidì le labbra e lisciò la capigliatura castana, superando la donna ed immettendosi nel corridoio principale, imboccando poi l'uscita.

Gli ampi giardini erano bagnati da un sole bianco; nonna Gilda diceva sempre che quando il sole era così pallido presto sarebbe venuto a piovere. Memore di quelle parole allora si sbrigò, correndo sulla ghiaia del giardino del museo, mentre l'odore d'erba appena tagliata s'inseriva prepotente nelle sue narici.

Vide infine la finestra. Non sarebbe stato difficile arrampicarsi.

Non si accorse neanche di Maria che lo stava richiamando a gran voce, troppo impegnato a raggiungere la finestra. La nonna osservò in silenzio e, con quel lieve sorriso a labbra strette tipico di chi è complice, lo lasciò andare, proseguendo nella visita e nell'ascolto.

Giacomo arrivò sotto la finestra, si piegò con le mani sulle ginocchia per riprendere fiato e alzò lo sguardo accigliato, indeciso sul da farsi. Con un leggero balzò si aggrappò al freddo davanzale in pietra e riuscì ad entrare nella grande stanza centrale, dove rimase immobile per qualche secondo alla vista della magnificenza di quelle statue posizionate qua e là e avvolte nell’ombra di cui non conosceva i nomi né la storia, ma che avevano un aspetto solenne. Si incamminò tra i corpi nudi di giovani uomini perfettamente scolpiti nel marmo, talmente ricchi di dettagli da sembrare reali, poco più in là la sua attenzione fu catturata da un piccolo spiraglio di luce che entrando da un’altra finestra socchiusa illuminò un complesso scultoreo proprio al centro della stanza. Non aveva mai visto niente di simile, non poteva quasi credere a tutta quella bellezza creata dalla mano dell’uomo, i drappi sui corpi che sembravano velluto, le espressioni malinconiche che lo seguivano ad ogni passo. Era talmente estasiato che il battito del cuore accelerò sensibilmente e fu preso da grande spavento quando si accorse della piccola creatura che correva da una parte all'altra della stanza, facendolo tornare alla realtà. Ne era sicuro, l’aveva vista!

La seguì con lo sguardo, mentre lo vedeva correva ai piedi di un vecchio mobile secentesco.

Sembrava una bambina, una piccola bambina. E non di quelle piccole bambine appena nato, no; lei aveva la sua età ma era alta poco più di qualche centimetro. Si nascose dietro ad una statua, sicuro di non esser stato visto da quella, né dal piccolo topolino e dall'uomo baffuto (sempre minuto, s'intende, ma già visibilmente adulto). Vide la più piccola tirare fuori dallo zaino un aggeggio particolare, come fosse una sorta di pistola, non riusciva a vederla bene dato che era davvero molto piccola. Allora aguzzò la vista quando vide sparare un rampino che raggiunse la cima del mobile, e lo seguì subito dopo, ritirando il meccanismo del rampino che richiamò la corda. La sentì urlare, anche se poco chiaramente, mentre saliva velocemente lungo il mobile. Agilmente, la bambina raggiunse il piano di legno intarsiato, dove vide le enormi coppe d'argento e vasi di terracotta monumentali. Poi la vide fermarsi imbambolata, davanti ad una riproduzione in scala del David di Michelangelo.

«Questo è... è bellissimo... Sembra proprio uno dei giganti ma è più grande anche di loro. Papà! Corri su! Ci sono dei giganti di pietra, qui!»

E mentre al topolino toccò la sorte di rimanere sul pavimento, il padre risalì più lentamente col suo vecchio rampino, che utilizzava anche quando andava a lavorare nelle miniere di pietra, nelle quali estraevano i materiali per le loro piccole abitazioni. E quando salì, vide chiaramente uno dei giganti avvicinarsi a loro.

«Marianna, attenta!»

urlò suo padre, correndo a stringerla, del tutto spaventato.

«No! Calmi!»

Rispose Giacomo.

«Non voglio farvi del male. Mia nonna mi ha parlato di voi».

Marianna e suo padre si guardarono, confusi.

Glom risalì agitato e squittendo i vestiti del giovane e gli morse una mano.

«​No, Glom!»​

Giacomo trattenne un grido per il pizzico di dolore, fece cadere il topo a terra e trattenne il sangue che fuoriusciva dal pollice. Il topolino lo guardava quasi pentito di quel che aveva fatto. Marianna e suo padre si aspettarono che lo calpestasse per la rabbia, invece la mano umana gli accarezzò la testolina e lo tranquillizzò, così Glom gli leccò la ferita.

«​P-a-r-l-a-t-e l-a m-i-a l-i-n-g-u-a?»​​

Chiese Giacomo osservandoli chinato. L'essere femminile aveva i capelli raccolti con una piccola molletta e sembrava avere la sua stessa carnagione, gli stessi tratti somatici, ma era alta poco più di dieci centimetri.

Marianna intuì l'assenza di pericolo, il padre non si fidava.

«​S-sì... siamo Sgraffignoli, io sono Marianna, lui è mio padre Berto e lui... beh è Glom»​.

Sorrise nervosamente, mentre il ragazzo inarcò le labbra ricambiando la simpatia.

«​​Ti ho vista volare sopra di me questa mattina, sapevo non eri una mia fantasia! La nonna mi ha parlato di voi gnomi, esistete!»​​​

Il padre era ancora in tensione, mentre la figlia ormai serena. «​Certo che esistiamo! Ma non siamo gnomi, siamo Sgraffignoli.» «​​Papà mi ha portata in questo "museo umano", voleva farmi vedere le vostre opere fantasiose, e questa melodia nell'aria poi... è tutto incredibile... e quella cos'è?»​ Indicò un busto giallognolo raffigurante un volto infantile che rideva, un volto che emergeva dalla materia scolpita e lavorata, Giacomo lesse ad alta voce la didascalia: 'Bimba che ride, Medardo Rosso'. Marianna la trovava così bella.

Berto udì un rumore di chiavi nella serratura.

Una Mercedes-Benz Ponton nera spuntò all'orizzonte di una via alberata, si fermò proprio davanti alla casa in mattoni, circondata da una folta vegetazione e con le persiane rotte, dall'altra parte della strada c'era casa di Gilda. Due distinti uomini in giacca e cravatta aprirono le portiere. «​​È​ questa, giusto?»​​

Chiese un uomo dagli occhi azzurro ghiaccio, capelli bianchissimi brillantinati, con qualche ruga e occhiali dalle spesse lenti, osservando l'edificio. L'altro, più smilzo, annuì ed estrasse delle carte, gliene porse una.

«​​​Sì, il palazzo sorgerà proprio qui».

​​​«Avete fatto tutto voi allo studio, io vi ho delegato il progetto, ma il costruttore sono io, ho acquisito io il terreno e fino a ieri non me n'ero interessato per via di un nuovo stabilimento fuori città, vediamo un po'».​​​​

I due varcarono la soglia del giardino da una porta in ferro battuto e arrugginito.

«​Chi ci viveva?»​​​​

«​La casa è abbandonata dalla fine della guerra, i proprietari emigrarono in Argentina e la vendettero ad un'impresa edile che venne assorbita dalla nostra pochi anni fa».​

«​Quindi è nostra da tempo, ma ci saranno problemi con le varie associazioni storiche e intellettualoidi?»​

Lo smilzo sogghignò.

«​Nessuno signore, il nuovo piano regolatore ce lo consente. Sarà poi molto funzionale con i nuovi ritmi urbani, stanno per espandere la linea della metro proprio qui davanti»​.

L'uomo sorrise, camminò tra le sterpaglie fino a toccare mattoni e motivi floreali sporcati dal tempo, guardando poi la villa.

«​Hai fatto il tuo tempo cara, è il Progresso della città e... delle mie tasche»​.

Degli operai fissarono sul muro un enorme affissione dell'edificio che sarebbe stato costruito in quel punto: un palazzo di quindici piani con tutte le comodità del boom economico, targato C.L.R. (Cantieri Lombardi Riuniti). La mamma di Marianna ascoltava e guardava dalla finestra dello scantinato, con tutta la paura del mondo.

Una porta si aprì e un fascio di luce inondò la sala piena di sculture.

«​Nella mia tasca, presto!»​​

Sussurrò Giacomo, e Marianna, Berto e Glom si infilarono a capofitto nei suoi pantaloni di velluto.

«​Signorino Giacomo? È​ qui?»​

Comparve una figura in controluce verso Maria.

«​Sì! Eccomi...»​

Vicino a lei c'era il custode del piano, dall'aria imbronciata che fissava severamente il ragazzo.

«​Dico, ma se le sale sono chiuse un motivo c'è e non si entra da scorciatoie».​

Disse stizzito. Maria ridacchiò e condusse in fretta il ragazzo verso la nonna, un po' più in là.

Un lampo squarciò il cielo e iniziò a piovere a dirotto.

«​Sarà meglio tornare a casa, che dite?»​

Domandò retoricamente Gilda. Così passarono per il giardino sotto un ombrello e uscirono da una porticina laterale sulla piazza. Giacomo notò sotto l'acqua scrosciante due operai che fissavano un grosso palo con un insegna rossa con la M intorno a una grossa voragine. Berto sbirciò con la figlia.

«​Il terremoto sotterraneo era dovuto a quel buco, hanno portato la metropolitana fin qui».​

Disse sconsolato, mentre l'attenzione di Marianna fu attirata in lontananza da un'affissione sulla villa dall'altra parte.

«​Ehi, oggi quello non c'era!»​

Lo indicò, Berto guardò con un suo piccolo cannocchiale e sospirò profondamente.

«​Giacomo! Giacomo! Puoi portarci fino a quella casa?»​

Il ragazzo accettò col benestare per pochi minuti di Gilda.

«​E così abitate vicino a casa della nonna!»​

Ma la gioia nelle parole del ragazzino, leggendo quel cartello, finì subito.

«​Papà cosa succede?»​​

Berto con le lacrime agli occhi accarezzò Marianna.

«Succede che dobbiamo andarcene da qui, entro domani».

​Giacomo era furibondo, mentre Maria li spiava, conosceva quegli Sgraffignoli ed era tempo che li vendesse al miglior offerente.

Giacomo, nonna Gilda e Maria entrarono finalmente in casa. Tutti sfilarono in fretta le scarpe per non lasciare impronte di fango dappertutto. Maria si sporse verso il ragazzo, le mani tese.

«Signorino Giacomo, mi dia il cappotto che lo metto subito ad asciugare».

Era lì che il ragazzo aveva messo gli Sgraffignoli.​ Il ragazzo si fece aiutare a sfilarlo. Questa si allontanò, scalza, e prese a tastare ovunque. Niente topo, niente Sgraffignoli. Come...?

Si voltò. Giacomo si stava sfilando anche i calzini fradici. La tasca dei pantaloni di velluto era oltremodo rigonfia. Dannazione, si era sbagliata.

Giacomo coprì la tasca con la mano, per non far vedere il rigonfiamento, e si diresse in camera sua. Dannazione, dannazione, dannazione!

Maria strinse a sé il cappotto e seguì il ragazzo. Si bagnò e fece cadere gocce di pioggia dappertutto, ma non gliene importava.

Giacomo entrò nella camera e chiuse la porta. "Click". Aveva anche girato la chiave. Maria accostò l'orecchio.​

«Che disastro»​.

Disse una voce femminile.

«Ce ne saremmo dovuti andare comunque»

Sussurrò un'altra voce, maschile questa volta.

«Non possiamo restare a lungo in un posto dove gli umani ci hanno visto. Rischiamo tutto.»​

«Ve ne andate?»

Chiese Giacomo.​

Silenzio.

«Non vedo altre strade».

Fece l'altra voce maschile.

«Potete stare qui!»

Disse Giacomo, che sembrava eccitato.

​«Il padre di mio nonno aveva visto degli gnomi e aveva fatto costruire una cosa delle bambole solo per voi»​.

«Per noi?»

Chiese la voce femminile, stupefatta.

​«Grazie, giovanotto...»​

L'altra voce maschile suonava dura.

«... Ma dobbiamo proprio andarcene. Su, vieni Marianna»​.

Maria si staccò velocemente dalla porta. Andò in bagno e buttò il cappotto nella vasca. Se ne sarebbe occupata dopo. Doveva sbrigarsi.

Andò subito in cucina. Lì c'era Gilda.

«Maria, sei tutta bagnata...»​

«Il cappotto del signorino Giacomo!»

Rispose in fretta la cameriera.​ Prese un barattolo vuoto dalla credenza e lo mise in tutta fretta in una delle grandi tasche del cappotto che aveva ancora addosso.

«Maria, tutto bene?»

Chiese la signora Gilda.​

«Ma certo! Certo! Vengo subito, mi scusi un attimo».

Presto, presto.

Gli gnomi. Per anni si era chiesta se fossero solo un parto della sua fantasia o se li avessi visti davvero. Eccoli di nuovo lì, nella casa in cui aveva lavorato per anni. Per tutto questo tempo sotto il suo naso. E ora volevano andarsene. Volevano cambiare casa. No, doveva sbrigarsi a trovarli​. Almeno uno. Ne bastava uno. Agli altri ci avrebbe pensato dopo. Era anche sicura che uno sarebbe stato sufficiente per garantirsi una bella pensione.

La mamma di Marianna, Anna, ottenne di entrare nella grandiosa casa delle bambole su un mobile della camera di Giacomo. Era una vera casa umana ma per gli Sgraffignoli, con ogni comodità e con arredamenti quasi lussuosi. Poi tutta la famiglia fu ipnotizzata, salendo delle scale, da un immenso lampadario in salotto. Glom annusò qualsiasi angolo dell'edificio. Giacomo chiuse le persiane e calò il buio.

«​Aiuto!»​

Gridò Anna.

Sentirono premere un interruttore nell'oscurità e una luce scintillante inondò la piccola casa, abbagliando Anna sotto al lampadario. Era una vera e propria casa in miniatura ed era talmente ben fatta che pure i fornelli della piccola cucina funzionavano con la corrente.

«​​Ho la merenda con la nonna, ci vediamo dopo, non muovetevi da qui, vi chiuderò a chiave».​

Mentre Marianna esplorava la casa, la mamma Sgraffignola era euforica e allo stesso tempo affranta e si lasciò cadere su una poltrona.

«​​​Ho conosciuto un tale, giorni fa, uno Sgraffignolo, giovane, di nome Spiller che conosce la zona da qui ad un torrente di città, che chiamano naviglio, che può portarci fuori, in campagna... abita qua vicino».​

«​Berto rifletti, ci sarà mai una casa così bella per noi? Già pronta? Con chi ci protegge? Al riparo?»​​ Il marito si stizzì.

«​E se ci tradisse? Se ci desse a qualche umano desideroso di far sapere al mondo che esistiamo?»​​

La guardò severamente.

«​Potremmo non essere rimasti più in tanti, perché mettere in pericolo quelli che ci sono ancora? Non bisogna fidarsi degli umani, è vero ci ha protetti, ma se fosse dissimulazione?»​

La moglie lo riprese ancor più severamente

«Dovremo ricominciare tutto daccapo, all'addiaccio, Berto io credo che quel piccolo umano tenga a noi! L'ha dimostrato, e nessuno ha detto che rimarremo qui per sempre»​.

Maria, dietro la porta, udiva con un bicchiere le basse vocine degli Sgraffignoli. Il sogghigno le si era stampato in faccia. Non doveva farsi assolutamente vedere né sentire dalla signora o dal nipote. Estrasse dalla tasca del suo completo da cameriera la chiave della porta, aveva una copia di chiavi di quasi tutte le stanze della casa, la inserì nella serratura e iniziò a girarla molto lentamente. Anna, Marianna e Berto si voltarono verso la porta. Il giovane umano era già di ritorno?

«​Tutti dietro il mobile!»​

Berto fece calare dietro la casa delle bambole una corda verso l'oscurità della parete, saltò giù per prima Anna. La porta si spalancò, entrò una figura poco familiare ai tre, e non positivamente.

«​​Eccovi qui, da quanto tempo vi cerco! Il mondo deve sapere!»​ ​

Sussurrò ridendo Maria, il cui ghigno spaventò a morte Marianna, che estrasse un ago e glielo puntò contro. La donna rise.

«​Che sta succedendo?»​​

Gridò Anna da sotto il mobile.

«​Marianna no!»​​​

La ragazza si lanciò contro una gamba dell'umana, affondando l'ago nella carne e rimanendoci appesa. La donna trattenne il dolore e afferrò la Sgraffignola, la strinse nella mano fino a farle male, poi la buttò nel barattolo che estrasse dalla tasca e se ne andò. Non prima di aver chiuso in un cassetto la madre e il padre strepitanti. Poco dopo Giacomo tornò in camera e scoprì la triste verità. Non se la sentiva ancora di parlarne con la nonna. Maria, invece, era uscita col suo sorriso beffardo ed era tornata proprio nella casa abbandonata dall'altra parte della strada, mentre calava la sera. Aveva intenzione di vedere coi suoi occhi dove avevano vissuto quegli esseri. Ma avrebbe dovuto aspettare che i muratori se ne fossero andati.

«Non si ci può fidare degli umani, lo sapevo».

Berto camminava avanti e indietro sul palmo di Giacomo. Anna si mangiucchiava le piccole unghie.

«Troveremo Marianna, non vi dovete preoccupare».

Berto pestò i piedi. Giacomo trasalì; sembrava una puntura d'ape.

«Il problema...»

Disse lo Sgraffignolo.

«... Non è solo questo!»

«Marianna...»

Fece Anna, la vocina sottile e fragile.

Giacomo sospirò.

«La troveremo. Maria l'ha messa in un barattolo, giusto?»

«Sì!»

Fece Berto, spazientito. Anna annuì.

«Va bene, troveremo quel barattolo e Marianna. Poi vi aiuterò a nascondervi».

«Nasconderci? Ragazzo, non hai capito: dobbiamo scappare. Non siamo più al sicuro. Non lo saremo nel raggio di chilometri. Non ora che quell'umana ci ha visti».

«Verrà di nuovo...»

Sussurrò all'improvviso Anna.

«Con altri barattoli... ci vorrà per sé... ci metterà sulla credenza come... come... dei trofei!»

E scoppiò in lacrime.

«Non succederà. Troveremo Marianna. Ora vi metto nelle mie tasche...»

«Non voglio stare da sola!»

Strillò Anna.

Giacomo sospirò. Mise Anna e Berto nella stessa tasca e uscì dalla stanza. Da dove iniziare? Cercò in cucina, ma non c'era traccia di Maria. Nella dispensa... nulla. Spostò qualche barattolo, controllò meglio in altri, ma di Marianna sembrava non esserci traccia.

Dove diamine era?

Giacomo prese gli Sgraffignoli dalla tasca e li portò vicino al viso.

«Ve la sentite di aiutarmi?»

Berto annuì con vigore. Anna tremava come una foglia.

«Se non l'ha messa qui, vuol dire che è nella sua stanza. Andremo insieme a vedere se la stanza di Maria è vuota. Se lo è, voi cercherete Marianna e io terrò lontano Maria, intesi?»

«Muoviamoci.»

La porta si aprì. Giacomo chiuse il pugno. Troppo tardi.

«Cosa... cosa erano quelli?»

Nonna Gilda aveva gli occhi sgranati.

«No-nonna, niente!»

Portò subito la mano in tasca.

«Sono... gnomi? Sono veramente loro?»

Giacomò ingoiò saliva. Cosa fare?

«Li posso vedere, tesoro?»

Non poteva fare altro che ubbidire. Aprì il pugno. Berto e Anna erano rannicchiati sul palmo.

Nonna Gilda avvicinò il viso, un sorriso che correva da un orecchio all'altro.

«Papà aveva ragione. Esistete!»

Giacomo doveva tentare. «Nonna, Maria ha rapito la loro figlia. Non so cosa voglia farci...»

Nonna si raddrizzò, il sorriso scomparso.

«Maria ha rapito...»

Spostò lo sguardo su Berto e Anna.

«...Vostra figlia?!»

Berto e Anna annuirono.

Gilda fu entusiasta di quel che aveva sempre immaginato, ma non si perse in convenevoli. Seppe velocemente tutta la storia da Berto, che la nonna fissava tra l'incredula e l'affascinata; un esserino così piccolo, vestito come un umano.

«​Andate! Non perdete tempo!»​

Andarono in soffitta, pure nei bagni e nel ripostiglio ma nulla, non c'era traccia di alcun barattolo né di Marianna.

Dall'abbaino della villa sul tetto vide, tra gli alberi, Giacomo vide una donna familiare nella villa accanto. La cameriera si era infilata in un varco del muro della casa abbandonata. Ricominciò a piovere a dirotto, era tardo pomeriggio e le luci del giorno si stavano dileguando.

«​​Cosa diamine sta facendo lì dentro?»​

Gridò esterrefatta Anna.

«​​​Sta cercando la nostra casa.»​

«​​​​E perché? Cosa se ne fa?»​

Chiesero Anna e Giacomo.

«​Vuole ulteriori prove di noi, prendendo alcuni nostri oggetti domestici, da portarsi via».​​

Maria teneva saldamente nella sua tasca Marianna sotto vetro, mentre attraversava il giardino "palustre" della villa.

La Sgraffignola sentiva i respiri affannosi e il percorso difficile dell'umana, quasi come se fosse di fretta. Era molto preoccupata. Cosa le avrebbe fatto?

Maria avanzò fino alle finestre dello scantinato, ma erano troppo piccole perché lei ci passasse, così passò dalla porta, sfondata dall'impresa di costruzioni. Dentro la villa era totalmente vuota, qua e là qualche mobile ammuffito resisteva ancora inutilmente al tempo e al cambiamento, ma le decorazioni sui muri, dove un tempo vi erano dei lampadari e sulle finestre liberty colorate sembravano ancora in perfette condizioni. L'umana si guardava intorno, quella casa era inquietante per l'oscurità avvolgente degli interni, poi tornò al suo scopo. Appoggiò Marianna su una credenza, evitando che il barattolo saltasse fuori dalla giacca correndo e si mise a cercare la scala per la cantina.

«​​Cosa intendi farmi!?»​​

Domandò in modo accusatorio la piccola.

«​Oh niente mia cara, solo dimostrare al mondo, come ho già detto, che esistete, non mi basta portarti da qualche ricco interessato, no! Voglio portare qualcosa di vostro con me e te, mi daranno un sacco di soldi, è finita la mia servitù!»​​​

Negli occhi di quella megera dall'aspetto ancora giovane, Marianna vide quel fuoco nelle pupille che suo padre le aveva raccontato più volte di aver visto negli umani, un fuoco d'avidità e di fervore.

Maria iniziò a calciare una porta nel sottoscala. Uno, due, tre calci violenti e la aprì.

Percorse la scalinata fino alla cantina, nell'oscurità. Marianna sentì in lontananza la donna che lanciava gridolini per le fitte ragnatele e i gradini pericolanti. Poi finalmente raggiunse lo scantinato, pieno di mobilio marcio e coperto da teli bianchi, dove nuvole di polvere si alzavano con niente. Eccola là, la "dimora" degli Sgraffignoli, nascosta tra teli, mobili e tra il sottosuolo e le fondamenta della villa, una vera e propria residenza per piccoli umanoidi, con arredamento, oggetti e ogni altro tipo di strumento per una casa organizzata. Maria sogghignò tra sé, iniziò a smontare la casa, prese la cucina, divani, mobili e frugò in molti mini-cassetti alla ricerca di possibili documenti sulla 'civiltà' di quegli gnomi. Fuori pioveva a dirotto e il giardino si era ritrasformato in un pantano.

«​​​Fermati!»​ La donna si girò.

«​Quella roba appartiene a loro, non a te, Maria, posala!»​

Sulle spalle di Giacomo vi era tutta la famiglia Sgraffignola, pure la figlia liberata. «​Se no, cosa mi fa, signorino Giacomo?»​

Chiese impotente ma con aria di sfida la cameriera.

«​Signorino ci rifletta, sono creature minuscole che parlano, hanno il nostro stile di vita, sono come noi, perché le difende? Sono disposta a darle qualcosa quando il mondo saprà grazie a me!»​

La donna aveva uno sguardo stralunato.

Giacomo la zittì stizzito.

«​Non voglio il denaro, sono un ragazzino Maria, la nonna sa già tutto e sta dalla mia parte, posa quella roba e non fare altre follie...»​​

Proprio in quel momento, un rombo distolse l'attenzione di tutti. Era iniziata la demolizione.

La palla demolitrice aveva sfracellato tutta la facciata della villa sul piazzale, una luce squarciò il buio della vecchia casa, raggiungendo fino lo scantinato.

«​​Dobbiamo andare via, subito!»​​

Urlò Giacomo, voltando le spalle a Maria e ripercorrendo le scale. Poi si fermò e la fissò.

«​Hai intenzione di rimanere qui?»​

La donna iniziò a lacrimare, sembrava pentita di quel che stava facendo e così seguì il ragazzo. I due incontrarono dei muratori che li intimarono ad uscire immediatamente, aggiungendo che i lavori erano iniziati prima del previsto ed era proprietà privata.

Dalla strada Giacomo vide la casa distrutta da un'immensa palla d'acciaio, mentre nelle sue tasche gli Sgraffignoli decisero di non guardare il triste spettacolo di dove avevano vissuto per anni. Maria continuava a fissare proprio le tasche del ragazzo, ormai sentendo vani i propri tentativi di gloria. Si diressero poi a casa, da Gilda, che fulminò con lo sguardo Maria, che appariva sfuggevole e in profondo disagio.

«​Sei licenziata Maria, non farti più vedere, hai tradito la mia fiducia dopo tutto questo tempo».​​

La donna, sorpresa, passò accanto al ragazzo intenta a dirigersi nella sua stanza per fare i bagagli e gli infilò una mano in tasca afferrando proprio Anna tra le grida di Marianna e mostrandola penzolante a Gilda.

«​​Ecco signora mia! Ora sa la verità, ecco cosa le nascondeva suo nipote! Sono gnomi, potrebbe farci una fortuna e...»​​​

La nonna la zittì.

«Conosco questi gnomi Maria, so cosa hai procurato loro, mollali e vai fuori dalla mia vita!»​

Le indicò la porta principale.

Il nipote sorrise alla nonna che guardava come una bambina gli Sgraffignoli.

Giunse la sera, la casa vicina era stata in parte devastata, Berto non la finiva più di fissarla.

«La guardi da oggi, lascia perdere Berto, più ci pensi, più starai male...»

La moglie Anna gli mise la testa su una spalla e lo convinse ad avviarsi nella stanza di Giacomo, li seguì Glom, che su ammonimento severo della nonna, era più al sicuro dal gatto Napoleone, che si era improvvisamente acquietato.

La famiglia Sgraffignola dormì solo una notte nella casa delle bambole della nonna, dove vissero da nobiluomini, mangiando a sazietà le prelibatezze più buone della loro vita e facendo provviste di cibo e suppellettili per molti mesi e anni.

Ma la loro vita non poteva continuare nemmeno lì. Dopo risate, racconti e malinconie con la nonna, il gatto Napoleone dormiente sulle sue ginocchia, davanti allo spettacolo del primo camino di stagione, data la fresca temperatura, e la strana televisione con un 'quiz' e uno strano umano rampante con gli occhiali che lo conduceva, gli Sgraffignoli prima dell'alba abbandonarono per sempre quella villa. Il giovane baldo Spiller, uno Sgraffignolo moro, seguito da altri topolini addomesticati come Glom, era giunto per guidarli nella campagna a ovest, dove vi erano altre famiglie come loro. Unità equivaleva a sopravvivenza. Marianna vide sparire all'orizzonte quella casa, con le lacrime agli occhi, e poi la città, attraverso una barca di fortuna tramite un naviglio e giù per i canali della pianura.

Giacomo al risveglio scoprì che non c'erano più, si chiese se fosse stato tutto un sogno, poi pianse di gioia e tristezza sulle gambe della nonna, che lo consolò e capì molto bene la scelta di quegli esseri.

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